15/10/2026 – Il mistero di Ignota 86 è una verità negata (non l’unica) dei processi per la strage di Bologna. Nel processo contro Gilberto Cavallini, poi condannato all’ergastolo in via definitiva e attualmente in isolamento dal settembre 2025, il collegio aveva negato la prova regina su un frammento facciale rinvenuto nella tomba di Maria Fresu a Montespertoli, ma non attribuibile alla donna morta con la sua bambina di 2 anni e mezzo nella terribile esplosione del 2 agosto 1980.
Lembo che invece potrebbe appartenere a una donna vicinissima all’esplosione, probabilmente il “corriere” che portava portava il carico di esplosivo.
Oggi davanti alla corte d’Assise d’Appello di Bologna presieduta da Pasquale Stigliano (che era stato anche giudice relatore nel processo di secondo grado a Paolo Bellini) i legali di Cavallini hanno ribadito la richiesta di poter svolgere analisi sul Dna dei resti riesumati negli anni scorsi dalla sepoltura di Maria Fresu nel cimitero toscano di Montespertoli.
La Corte, sentite le parti, si è riservata la decisione, attesa tra qualche giorno.
L’idea alla base dell’istanza che ha portato ad un incidente di esecuzione già presentata nel 2023 e respinta, è che possa essere identificata o comunque si possano avere informazioni su una vittima sconosciuta, di sesso femminile, vicinissima all’esplosione: appunto la Ignota 86, vittima mai identificata in 36 anni. Nel corso del processo, infatti, le analisi avevano concluso che il Dna di un lembo facciale trovato nella bara non fosse attribuibile a Fresu.
La richiesta, reiterata dall’avvocato Alessio Pomponi, sostituto di Gabriele Bordoni, è di poter fare, con il consulente genetista Emiliano Giardina, una comparazione con le altre donne vittime e di poter valutare l’origine ancestrale e la predizione del fenotipo del Dna prelevato dai resti riesumati.
L’associazione dei famigliari delle vittime e il loro legale storico, l’avvocato Andrea Speranzoni, si oppongono fieramente al tentativo di ricostruzione dell’identità di Ignota 86. Opposizione poco comprensibile, se per “tombare” in via definitiva la verità su Bologna, considerato che dai processi emergano talmente tante falle da far sollevare dubbi fondamentali sulla verità giudiziaria cristallizzata nel tempo.
“Crediamo che questo sia un ulteriore tentativo di far sentire Gilberto Cavallini non abbandonato – ha dichiarato Speranzoni all’Ansa, che infatti ha attaccato frontalmente la difesa – Di cose Cavallini ne avrebbe da dire, in questo momento è in isolamento, forse farlo sentire non abbandonato aiuta a fare in modo che non parli. La verità è che in quella ecatombe, in quel massacro che c’era sotto le macerie, le condizioni di molti corpi umani erano terribilmente gravi, c’erano state mutilazioni su tanti corpi”.