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Emanuela Orlandi, 40 anni di fake e patacche
“Enrico De Pedis incontrava Scalfaro e suor Dolores”
La nuova sparata del fratello Pietro

DI GIAN PAOLO PELIZZARO

24/6/2023 – «De Pedis frequentava… conosceva suor Dolores. De Pedis frequentava… entrava e usciva dall’ufficio di Scalfaro che aveva gli uffici lì dentro (nel palazzo dove aveva sede la scuola di musica sacra Ludovico da Victoria, ndr.). Conosceva molto bene Poletti. Conosceva Vergari e tutti e tre si incontravano lì a Sant’Apollinare: quello rappresenta il sistema Stato-Chiesa-criminalità».

Pietro Orlandi spara ancora più in alto. E la spara ancora più grossa. Questa volta tira in ballo un ex Presidente della Repubblica. Lo ha fatto alla vigilia del 40° anniversario della scomparsa della sorella, mercoledì 21 giugno, nel bar-pasticceria siciliana Dagnino, nella Galleria Esedra a Roma, al termine della presentazione del libro “Cercando Emanuela” edito dalla Rizzoli e scritto dalla sua legale, Laura Sgrò. Erano presenti anche i giornalisti Gianluigi Nuzzi (Mediaset) e Emiliano Fittipaldi (direttore del quotidiano “Domani” di Carlo De Benedetti). Mancava soltanto la lobbista Francesca Immacolata Chaouqui per completare il cast di Vatileaks 2.

Dopo le sconcertanti accuse al defunto Papa Giovanni Paolo II, sospettato di avere avuto un ruolo attivo nella sparizione della sorella quindicenne, svanita nel nulla nel tardo pomeriggio del 22 giugno del 1983 tra piazza Sant’Apollinare e corso Rinascimento in pieno centro a Roma, questa volta a finire nel mirino di Pietro Orlandi è Oscar Luigi Scalfaro, l’ex parlamentare della Democrazia cristiana il quale il 4 agosto 1983 (il giorno del primo Komunicato del sedicente Fronte Turkesh i cui si faceva anche il nome di un’altra ragazza quindicenne sparita sempre a Roma nel primo pomeriggio di sabato 7 maggio 1983, Mirella Gregori) venne nominato ministro dell’Interno (da cui dipendeva, fra l’altro, il SISDE, il servizio segreto civile) e poi Presidente della Repubblica dal 1992 al 1999.

Pietro Orlandi cita inoltre i nomi del cardinale Ugo Poletti, vicario di Roma all’epoca dei fatti e poi presidente della Conferenza episcopale italiana, e di don Piero Vergari, all’epoca rettore della basilica di Sant’Apollinare, adiacente al palazzo dove aveva sede la scuola di musica Ludovico da Victoria, frequentata dalla vittima e nella cui cripta – il 24 aprile 1990 – venne traslata dal cimitero monumentale del Verano la salma di Enrico (detto Renatino) De Pedis, l’esponente della malavita romana, assassinato all’età di 35 anni a colpi di pistola in via del Pellegrino a Roma intorno alle ore 13 e 30 venerdì 2 febbraio del 1990.

Intorno a questa singolare sepoltura è stata imbastita un’altra inverosimile storia secondo la quale il sedicente gangster sarebbe stato “ripagato” da cadavere, concedendogli la sepoltura nella basilica di Sant’Apollinare come premio per aver eliminato Emanuela Orlandi su ordine di qualche alto esponente della Curia romana e utilizzando la sua tomba per occultare i resti della povera quindicenne vaticana.

È la trama di un film trash.

In poche parole, secondo i fautori di questa strampalata ipotesi, vi sarebbe stato qualcuno che conservò da qualche parte e per sette anni il cadavere di Emanuela Orlandi in attesa che Renatino venisse eliminato per nascondere le ossa della ragazza nel suo nuovo sarcofago a Sant’Apollinare. Siamo bel oltre la soglia del ridicolo. Eppure su questo assurdo copione da film horror di serie B hanno lavorato alcuni magistrati della Procura della Repubblica di Roma, coordinati dall’allora reggente Giancarlo Capaldo, oggi in pensione.

Peccato che nella giornata di lunedì 14 maggio 2012, dopo una serie di trattative e negoziati tra la Procura di Roma e le autorità vaticane, il sarcofago di De Pedis venne finalmente aperto e – davanti a decine di troupe televisive, radio e giornalisti di testate locali, nazionali ed estere – non si trovò nulla se non la salma, peraltro ben conservata, del gangster romano (o presunto tale, visto che Renatino, nonostante tutto ciò che è stato scritto su di lui in tutti questi anni, morì incensurato). Una doccia fredda. Freddissima. Per i magistrati che hanno creduto a questa gigantesca bufala fu un giorno a dir poco da dimenticare. E su questa figuraccia in mondovisione si aprì uno scontro durissimo all’interno degli uffici giudiziari della Capitale che ha lasciato profondi strascichi e dissidi, in particolare tra Capaldo e il suo capo dell’epoca, Giuseppe Pignatone, il quale il 3 ottobre 2019 ha assunto l’incarico di presidente del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano.

Secondo alcuni, fra cui l’avvocata legale di Pietro Orlandi, Laura Sgrò, già difensore della Chaouqui, la lobbista calabrese (madre italiana e padre francese con origini marocchine) condannata per lo scandalo Vatileaks 2, questo incarico sarebbe da mettere in relazione alle trame vaticane tese a impedire l’accertamento della verità sulla sorte di Emanuela Orlandi. L’ultimo atto di questo scontro si è svolto l’altro giorno, proprio in occasione del 40° anniversario, quando Capaldo, interpellato da “Romatoday”, ha dichiarato: «Pignatone decise di aprire la tomba di De Pedis senza consultarsi con me e con la collega [Simona] Maisto, che fino ad allora avevamo indagato sul caso. Mi risulta anche che Pignatone non avesse neanche la disponibilità delle carte del processo, perché quelle carte erano nell’ufficio della mia collega».

Chi ci capisce qualcosa, è bravo.

Come abbiamo spiegato nel precedente articolo (questo il link per scaricare il book in PDF), nel novembre 1995, indagando sulla scuola di musica frequentata dalla vittima, ebbi modo di fare una scoperta particolarmente interessante: nel palazzo di Sant’Apollinare aveva sede la segreteria particolare dell’allora on. Oscar Luigi Scalfaro. Era al quarto piano, accanto agli uffici della segreteria della direttrice dell’istituto, suor Dolores. Il parlamentare della DC era molto legato a suor Dolores e seguiva con interesse l’attività della sua scuola di musica. Fui il primo cronista a svelare la circostanza, dopo aver raccolto la testimonianza di varie persone – mai intervistate prima – che collaboravano con la Ludovico da Victoria, fra cui il maestro di canto corale della Orlandi, monsignor Valentino Miserachs Grau. La mia inchiesta venne pubblicata il 1° dicembre del 1995 sul settimanale ITALIA, quando Scalfaro era Presidente della Repubblica. Il fratello maggiore della ragazza scomparsa partendo da questa mia scoperta alza il tiro e accusa l’allora ministro dell’Interno di frequentazioni inconfessabili con un esponente di spicco della criminalità organizzata romana, Enrico De Pedis, all’epoca latitante. Anche in questo caso, non c’è nessun riscontro alla base di queste pesantissime accuse.

La notizia della presenza di Scalfaro a Sant’Apollinare è ritornata prepotentemente alla ribalta e posta al centro di un nuovo e sconvolgente teorema basato sui presunti legami personali tra De Pedis, detto Renatino, l’on. Scalfaro e suor Dolores. Come abbiamo ripetuto più volte, infatti, Scalfaro era molto legato a suor Dolores, al secolo Lidia Salsano, nata a Salerno il 15 maggio del 1926, direttrice dell’istituto da cui (o in cui) spari la ragazza, e in modo unanime tutti coloro che facevano parte del personale della scuola di musica mi avevano confermato il fatto che suor Dolores, dopo la scomparsa di Emanuela Orlandi, chiese aiuto a Scalfaro il quale il 4 agosto 1983 andò al Viminale come ministro dell’Interno.

Le parole di Pietro Orlandi sono state raccolte dalla collega Paola Di Giulio mercoledì 21 giugno, vigilia del 40° anniversario dalla scomparsa della ragazza, al termine della presentazione del libro della Sgrò.

«Ripeto, ed è un mio pensiero – ha aggiunto il fratello della scomparsa – che se la Banda della Magliana ha avuto un ruolo è stato solo con De Pedis. Non la Banda della Magliana, come organizzazione, ma De Pedis come manovalanza [ispirandosi alle parole di un vecchio arnese della Banda della Magliana, all’epoca esponente del clan antagonista di De Pedis, il pentito Maurizio Abbatino, ascoltato da Giancarlo Capaldo il 28 dicembre 2009]». Poi, nel rievocare cosa accadde la sera di quel maledetto mercoledì 22 giugno, dopo il mancato ritorno a casa della sorella, Pietro Orlandi ha in parte smentito perfino la versione fornita dal padre, Ercole Orlandi: «Non c’era. No, c’era c’era… [riferito a suor Dolores]. Ma non abbiamo parlato con lei… ci ha aperto il custode. Con suor Dolores abbiamo parlato al telefono alle 22 e poi alle 3 di notte… ci ha dato i contatti delle amiche di Emanuela. Mio padre ha suonato al citofono della scuola, ci ha aperto il custode dicendoci che “erano usciti tutti quanti”, perché poi, tra l’altro, c’era anche un concerto a piazza Navona… Ci hanno fatto anche entrare nel palazzo, era tutto buio».

Ercole Orlandi, nel 2003 (un anno prima di morire all’età di 74 anni), nel libro intervista “È viva” con Antonio Fortichiari, edito da Marco Tropea Editore, aveva infatti dichiarato: «In quel periodo i mezzi pubblici andavano un po’ a singhiozzo. Era in corso una serie di scioperi. Abbiamo pensato che Emanuela fosse rimasta a piedi. Allora io e mio figlio Pietro abbiamo deciso di andarle incontro, io in macchina e lui in moto. C’era anche un’altra possibilità: che Emanuela si fosse fermata a scuola più del previsto per le prove del saggio di fine anno, in programma per il 29 giugno, giorno di San Pietro, all’Auditorium di via della Conciliazione. Io sono partito da casa e mi sono diretto verso l’istituto di musica. Mio figlio è andato in corso Vittorio Emanuele II. Quando siamo arrivati davanti all’istituto, però, le luci erano tutte spente. Abbiamo provato a bussare lo stesso al portone. Nessuno ci ha risposto […] Abbiamo insistito – aggiunse Ercole Orlandi – mentre l’angoscia aumentava e il cuore cominciava a battere forte. Dopo un po’ si è affacciato alla finestra un professore dell’istituto di lingue orientali che aveva sede nello stesso edificio».

Quel professore rispose che nel palazzo non c’era più nessuno: «Ho visto uscire i ragazzi da un pezzo, verso le sette». Di fronte all’angoscia del padre di Emanuela, quell’uomo (che presumibilmente era uno dei padri del Pontificio Istituto di Studi Arabi e dell’Islamistica, i cosiddetti Padri Bianchi, in gran parte di origini francesi) scese e aprì il portone del palazzo: «Se volete controllare, vengo ad aprirvi». Per Ercole Orlandi fu una scena molto inquietante: «Dentro era buio pesto e non c’era nessuno. Ci si è ghiacciato il sangue».

Pertanto, per il padre di Emanuela ad affacciarsi a una finestra e ad aprire il portone del palazzo di Sant’Apollinare, quella sera verso le ore 21, non fu il custode (che peraltro ebbi modo di intervistare nel 1995) della scuola di musica, ma un «professore dell’istituto di lingue orientali che aveva sede nello stesso edificio». L’unico dato certo è che in quel momento suor Dolores non si fece né sentire né vedere. Eppure era all’interno del palazzo.

Chi riferisce il vero? Ercole o Pietro Orlandi?

Le illazioni circa i contatti tra Scalfaro, De Pedis e la direttrice della scuola di musica della vittima sono riportare anche nel libro dell’avvocato Sgrò, la quale riporta la circostanza in questi termini, partendo dalla mia inchiesta del 1995 e acquisendo le affermazioni del suo assistito (Pietro Orlandi), facendole proprie come un dato di fatto: «Ma tra le stanze di Sant’Apollinare ritroviamo anche il Presidente emerito della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, morto nel 2012, e ministro dell’Interno nel governo Craxi dall’agosto 1983, periodo cruciale per le indagini sul caso Orlandi. Il suo ufficio, munito di ampia segreteria con tre stanze, si trovava allo stesso piano della scuola di musica frequentata da Emanuela. L’ex capo di Stato conosceva suor Dolores, la direttrice della scuola che si occupò della scomparsa della sua allieva già dalle prime e frenetiche ore di quella notte del 22 giugno. Conosceva anche don Vergari e il cardinale Poletti, con i quali si incrociava spesso in quel palazzo. Lo stesso Enrico De Pedis sembra essere stato accolto più volte tra quelle mura, come è stato riportato a Pietro Orlandi, il quale dice: “Io non ho motivo di non credere a quello che mi dissero alcuni studenti che stavano lì a scuola, che prima che succedesse il fatto di Emanuela più di una volta hanno visto De Pedis all’interno della scuola parlare con suor Dolores, entrare e uscire dall’ufficio di Scalfaro”».

 Il dipinto all’interno del palazzo dove aveva sede la scuola di musica Ludovico da Victoria, e nel quale è raffigurato il complesso di Sant’Apollinare

Sono fondate queste affermazioni di Pietro Orlandi? È credibile che «alcuni studenti» dell’istituto Ludovico da Victoria, nei giorni o settimane precedenti la scomparsa della giovane cittadina vaticana, abbiano visto Enrico De Pedis all’interno della scuola parlare con suor Dolores e entrare e uscire dalla segreteria particolare dell’on. Scalfaro? Ragazzi tra i 15 e i 18 erano in grado di riconoscere il volto di un anonimo latitante di 29 anni? Nel 1983 solo poche persone erano capaci di effettuare un simile riconoscimento di persona. Le sembianze di De Pedis non erano note al grande pubblico. Il suo identikit era affisso sulle bacheche degli uffici di polizia, non certo all’interno di una scuola di musica sacra. Eppure, secondo Pietro Orlandi, dei giovani allievi della scuola di musica frequentata dalla sorella furono in grado non solo di vedere questo giovane uomo, ma di riconoscerlo come Enrico De Pedis. Sarebbe interessante, su questo specifico punto, verificare sui quotidiani dell’epoca (1983) quante volte (semmai accadde) venne pubblicata la foto di Renatino.

De Pedis venne arrestato soltanto il 27 novembre del 1984 (quindi, un anno e cinque mesi dopo la scomparsa di Emanuela Orlandi), dopo un periodo di latitanza iniziato il 21 settembre del 1982 e durato poco più di due anni. Scriveva l’allora giudice istruttore Otello Lupacchini nell’ordinanza-sentenza del 13 agosto 1994 (Operazione Colosseo): «Seguendo Sabrina Minardi, moglie legalmente separata di Bruno Giordano (all’epoca centravanti della Lazio, ndr.), sentimentalmente legata al De Pedis, la Squadra Mobile della Questura di Roma individuava l’appartamento di via Vittorini nel quale il latitante era ospite». Pertanto, eventuali foto di De Pedis potrebbero essere state pubblicate sui quotidiani soltanto successivamente al 27 novembre 1984, data del suo arresto. Quindi come avrebbero potuto – nel 1983 – «alcuni studenti» della scuola di musica diretta da suor Dolores riconoscere Enrico De Pedis all’interno del palazzo di Sant’Apollinare? Lo conoscevano, lo frequentavano? Erano loro amici o parenti? Realisticamente vennero a conoscenza di questa circostanza? Com’è facile intuire, siamo di fronte all’ennesima messa in scena per creare un nuovo, colossale polverone.

A memoria di cronista, è la prima volta che vedo pubblicato un libro da un avvocato di parte civile con la formulazione di una tesi precostituita (totalmente fondata su illazioni e documenti apocrifi) nel pieno di due inchieste giudiziarie. In questo senso, il sottotitolo del saggio della Sgrò è eloquente e disarmante “Le verità nascoste e le nuove indagini sul ruolo del Vaticano nel caso Orlandi”. Forse sarebbe stato più corretto scrivere “Cercando Emanuela scoperchiando tombe e pubblicando dossier falsi”, in considerazione di quanto viene proposto nelle pagine di questo libro: dalle aperture di sarcofagi, tombe e ossari (quello di De Pedis a Sant’Apollinare, quelle delle due principesse nel Camposanto Teutonico in Vaticano e quello all’interno della Nunziatura apostolica in Italia a Villa Giorgina) al dossier falso pubblicato nel 2017 da Emiliano Fittipaldi, e cioè la famigerata nota spese apocrifa su Emanuela Orlandi.

Sull’istituto di musica frequentato dalla vittima, Laura Sgrò scrive: «Tutto inizia non lontano dalle mura vaticane, nel cuore di Roma. Nello stesso edificio della basilica di Sant’Apollinare, c’è la scuola di musica che frequenta Emanuela, la Ludovico da Victoria e da lì che lei è uscita quel 22 giugno 1983, per poi scomparire nel nulla». E ancora: «Emanuela, cittadina vaticana, il 22 giugno 1983 è uscita di casa verso le 16 (sull’atto di denuncia di scomparsa la sorella maggiore Natalina aveva indicato le ore 16 e 30, ndr.) per andare a lezione nella scuola di musica frequentata abitualmente, vicino a Sant’Apollinare».

Il ponte che collega i due palazzi di Sant’Apollinare

Laura Sgrò non sa di cosa parla, almeno stando a quanto scrive. La scuola di musica Ludovico da Victoria non aveva sede nello stesso edificio della basilica di Sant’Apollinare o vicino a Sant’Apollinare, come riporta l’avvocato di Pietro Orlandi, ma all’interno del palazzo adiacente alla chiesa, proprio su piazza Sant’Apollinare, al civico 49. Il complesso di Sant’Apollinare – sulla base degli atti allegati al Concordato dell’11 febbraio del 1929 – era ed è composto da tre immobili: la basilica, il palazzo al civico 49 dell’omonima piazza Sant’Apollinare (dove aveva sede la scuola di musica della vittima) e il secondo palazzo di Sant’Apollinare su corso Rinascimento, collegato al primo da un ponte e un terrazzo. I palazzi all’epoca erano comunicanti, quindi era possibile entrare dalla basilica di Sant’Apollinare sull’omonima piazza e accedere dall’interno nel palazzo dove aveva sede l’istituto di suor Dolores, passare dal ponte (con due camminamenti al primo e secondo piano) ed entrare nel secondo Sant’Apollinare (dove aveva ancora sede il Pontificio Istituto di Musica Sacra al quale era associata la Ludovico da Victoria) per poi uscire su via della Scrofa, dal portone monumentale al civico 70. L’intero complesso gode dello status di extra territorialità, come la sede diplomatica di uno Stato estero.

La piantina del complesso di Sant’Apollinare allegata al Concordato dell’11 febbraio 1929 

Anche e soprattutto a causa di questa ridondante disinformazione il caso Orlandi, in 40 anni, si è trasformato in un cold case senza soluzione. La ricerca della verità sulla tragica sorte di questa sfortunata ragazza è stata, lentamente ma inesorabilmente, inquinata e intossicata da decenni di false piste, mitomani, sciacalli, malati di protagonismo, pataccari e ciarlatani.

(Le dichiarazioni di Pietro Orlandi sono state raccolte da Paola Di Giulio)

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Una risposta a 1

  1. Piero Laporta Rispondi

    24/06/2023 alle 20:22

    L’inchiesta, chiamiamola così, si va indirizzando verso la diffamazione di san GPII.
    Quali siano gli interessi in gioco saranno chiari non appena si formalizzerà l’atto d’accusa contro il Papa polacco.

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