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Pugno di ferro in guanto d’oro
Iren concilia e paga mezzo milione all’ex a.d. Signorini, arrestato e licenziato in tronco

16/6/2026 – “Certe volte il prezzo della fermezza è più salato del conto che si voleva evitare. E nel caso Iren la scelta di imboccare la strada del pugno di ferro nei confronti dell’allora amministratore delegato Paolo Emilio Signorini si è conclusa con un assegno da quasi mezzo milione di euro, dopo quasi due anni di battaglia giudiziaria conclusa davanti al Giudice del lavoro di Reggio Emilia”. Lo rivela Lo Spiffero, giornale on line di Torino sempre bene informato su s”fatti e misfatti” del gruppo Iren.

Signorini è il supermanager arrestato nel febbraio 2020 per fatti di corruzione avvenuti quando era presidente del Porto di Genova. Dopo due mesi di carcere e cinque ai domiciliari, ex a.d. delle notti romantiche a Montecarlo con pass e fiches per il casinò, tutto nel conto dl un grosso imprenditore della Lanterna, Signorini ha patteggiato in primo grado la condanna a 3 anni e cinque mesi.

Ma ecco cosa scrive oggi lospiffero.com

“La vicenda si è chiusa nei mesi scorsi davanti al Tribunale del lavoro di Reggio Emilia con una conciliazione giudiziale che mette fine al contenzioso aperto dall’ex manager, assistito dal giuslavorista genovese Gianemilio Genovesi. A fronte di una richiesta iniziale superiore al milione di euro tra risarcimento e compensi non percepiti, l’accordo raggiunto prevede il pagamento da parte di Iren di poco meno di 500 mila euro, oltre alle spese legali.”

L’arresto e il licenziamento lampo

“La storia affonda le radici nel maggio del 2024, quando Signorini venne arrestato nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Genova che travolse anche il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti. Le contestazioni riguardavano esclusivamente la sua precedente attività alla guida dell’Autorità di sistema portuale del Mar Ligure Occidentale e non avevano alcun collegamento con il ruolo ricoperto in Iren, dove era approdato pochi mesi prima, fortemente sponsorizzato dall’allora sindaco di Genova Marco Bucci“.

Paolo Emilio Signorini

“Di fronte al terremoto giudiziario il presidente del gruppo Iren, Luca Dal Fabbro, decise di imprimere una linea durissima. Prima la revoca delle deleghe e, poche settimane dopo, il licenziamento per giusta causa, motivato dall’oggettiva incompatibilità tra la custodia cautelare in carcere e la permanenza al vertice della multiutility. Una scelta dettata soprattutto dall’esigenza di preservare l’immagine della società, inevitabilmente investita dal clamore dell’inchiesta”.

La contestazione di Signorini

“È proprio su quella decisione che Signorini ha costruito la propria azione giudiziaria. La tesi sostenuta dal suo legale era duplice.

Da un lato, le ragioni addotte da Iren non riguardavano fatti maturati nell’esercizio delle funzioni di amministratore delegato della società, bensì vicende precedenti e del tutto estranee all’attività svolta nel gruppo.

Dall’altro, veniva contestata la stessa procedura seguita dall’azienda. Secondo la ricostruzione difensiva, Iren avrebbe omesso il passaggio fondamentale previsto dal diritto del lavoro: la preventiva contestazione disciplinare, che avrebbe consentito al manager di conoscere formalmente gli addebiti, presentare le proprie controdeduzioni e, se del caso, perfino rassegnare spontaneamente le dimissioni.

Una questione tutt’altro che marginale. Anche perché la cosiddetta “giusta causa oggettiva”, richiamata nella risoluzione del rapporto, è una fattispecie che diversi giuslavoristi considerano tutt’altro che pacifica sul piano giuridico.

Da sinistra il presidente di Iren Dal Fabbro, l’ex ceo Signorini e il vicepresidente Moris Ferretti

I dubbi interni

La scelta di procedere con una risoluzione tanto tranchant, raccontano fonti che hanno seguito la vicenda, non convinse tutti all’interno della società. Più di uno avrebbe evidenziato i rischi di una strada così radicale, suggerendo di seguire il percorso ordinario previsto dall’ordinamento, proprio per mettere al riparo il gruppo da future contestazioni.

Dal Fabbro, però, preferì privilegiare l’esigenza di dare un segnale immediato all’esterno, in una fase in cui la reputazione della multiutility rischiava di essere seriamente compromessa dall’arresto del suo amministratore delegato”.

Due anni per arrivare allo stesso punto

L’epilogo alimenta però qualche interrogativo. Secondo chi ha seguito da vicino il contenzioso, se Iren avesse imboccato fin dall’inizio la strada della contestazione disciplinare, l’esborso economico sarebbe stato sostanzialmente analogo: all’incirca il costo di una annualità di compensi.

Invece la vicenda si è trascinata per quasi due anni tra ricorsi, memorie e udienze davanti al giudice, fino alla conciliazione che ha certificato un esito economico molto vicino a quello che, probabilmente, sarebbe stato raggiunto seguendo da subito il percorso ordinario. Con una differenza non trascurabile: nel frattempo si sono aggiunti il costo della lunga vertenza e quello delle spese legali. Un conto che, alla fine, è comunque finito sulle scrivanie di Iren“.

Da lospiffero.com

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