DA BRUARN, POST A REGGIO REPORT
18/5/2026 – “Non sapevo che Bellini avesse chiesto il suicidio assistito fin dal 20 agosto 2025 e cioè un mese dopo la condanna definitiva. Neppure sapevo che non si trova più in Sardegna ma a Padova.
So però che la richiesta di avere “giustizia” col sacrificio della vita, non discende dalle patologie di cui soffre, ma dall’insopportabile angoscia di una ingiusta detenzione.
E’ una storia lunga.
Comincia il 2 agosto 1980 coi corpi straziati dall’esplosione della stazione di Bologna, e con quegli uomini che nelle cupe stanze del potere temono che l’onda d’urto della deflagrazione possa investire anche loro.
E’ la storia di una verità indicibile.
Nel riserbo totale che non ammette menzione in dichiarazioni o proclami, i vertici dello Stato e gli apparati di sicurezza ebbero da subito il timore, se non la certezza, che l’attentato fosse legato alle insistenti minacce del FPLP di ritorsioni per i fatti di Ortona.
Solo un mese prima, un aereo decollato da Bologna era precipitato in mare a Ustica.
Vi era forse un altro pacco da mettere su un treno in partenza da Bologna?
Pensieri che forse ebbero conferme nelle immediate – e non più protocollate – missive fra la fonte informativa a Beirut e gli uffici del SISMI a Roma.
Quanto basta perché la ragion di stato, o più banalmente la tutela delle carriere politiche di chi sapeva, fosse immune dai rischi che la temuta verità venisse data in pasto al popolo e alle povere vittime.
Il depistaggio, quello vero, ha inizio il 4 agosto 1980 quando Cossiga annuncia alle Camere che con ogni probabilità l’attentato l’hanno fatto i fascisti.
Il giorno seguente, l’inopinata decisione del FPLP di “confessare” il crimine (la telefonata all’ANSA) imputandolo ad un errore (la verità di gran lunga più probabile) produce un tale sconcerto nelle alte sfere che l’OLP (probabilmente su richiesta dei nostri servizi) si affrettò a smentire l’incauto comunicato.
Era troppo alto il rischio che si arrivasse a conoscere la verità di un attentato che forse si poteva evitare.
Inizia così la caccia ai fascisti sapendo (ma sono in pochi a saperlo) che non è opera loro.
Alla fine trovano un nucleo di fascistelli dell’ultima ora con abbastanza imputazioni da poter sopportare il “bonus” aggiuntivo di una imputazione per strage.
Mambro e Fioravanti si prendono l’ergastolo che avrebbero comunque patito per gli altri reati.
E poi, per fare giustizia nell’ingiustizia, condannano pure i compari Cavallini e Ciavardini.
Ma cosa c’entra Bellini, il fascista sconosciuto ai fascisti?
Le condanne orfane del movente soffrivano da tempo dell’insidia portata dalla pista palestinese che, proprio per il suo narrato, aveva il pregio di offrire un movente sensato per la strage.
E così la Procura Generale che aveva avocato a sé le indagini per la strage di Bologna, ha riesumato la vecchia teoria del coinvolgimento di Licio Gelli per imputargli il movente di sovvertire l’ordine costituito con il terribile “Piano di Rinascita Democratica”.
I fascisti che compiono una strage per un fine democratico non pare un’idea tra le più brillanti, ma l’esigenza di dare un movente all’eccidio spinge la Procura ad imbastire un nuovo processo dove i mansueti defunti ben si prestano ad accollarsi il ruolo di organizzatori.
Uno rimasto impigliato nell’inchiesta che abbia sul groppone un buono numero di omicidi (in sitile Cavallini o Fioravanti) da poter sopportare il “bonus” dell’imputazione per strage.
Cosa sarà mai 86 morti in più.
Spero che Bellini receda dai propositi di martirio.
Faccia un dispetto a chi lo ha ingiustamente condannato: Rimanga fra i vivi!“