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Nuova lettera dall’ergastolo di Padova
Bellini torna a chiedere il suicidio assistito
L’ultima protesta: “Io innocente, vittima di un complotto”

DI PIERLUIGI GHIGGINI

15/5/2026Paolo Bellini scrive dal carcere di Padova, dove è recluso da alcuni mesi, e torna a chiedere “l’eutanasia farmacologica”, ovvero il suicidio assista: richiesta avanzata si dai tempi della reclusione a Cagliari, ma sino ad oggi caduta nel nulla.

Paolo Bellini al processo d’appello

Dopo averlo annunciato a Reggio Report a fine gennaio, con la copia di un esposto – indirizzato al consiglio regionale della Sardegna, al ministro di Grazia e Giustizia e alla Procura della Repubblica di Bologna – Bellini insiste con la sua richiesta in una lunga missiva inviata Gazzetta di Reggio. Lettera in cui torna a sostenere, fra l’altro, che contro di lui è in atto un “complotto politico, mediatico e giudiziario“.

Nella missiva di dieci fogli, in stampatello maiuscolo come tutte le lettere indirizzate da Bellini alle autorità, alla magistratura e nei mesi a Reggio Report, l’ergastolano afferma di aver avanzato la richiesta ai tempi della detenzione in Sardegna, il “20-8-2025“. I destinatari indicati sono anche il dirigente sanitario della Casa di reclusione di Padova, la Procura di Bologna, la Procura di Cagliari, la Procura di Padova, la Commissione Parlamentare Mafia e Stragi.

Chiedo che la direzione sanitaria di Padova provveda in tal senso rispettando le leggi vigenti in materia di ‘silenzio-assenso’ dalle quali non vi potete sottrarre“.

Bellini da tempo è in terapia per una grave patologia cronica, ma la sua richiesta di “eutanasia farmacologica” appare piuttosto come la protesta definitiva del condannato all’ergastolo che, inascoltato e massacrato dalla politica, dalle sentenze e dai media, continua a proclamarsi innocente.

Un killer, che si è autoaccusato di oltre dieci delitti, collaboratore di giustizia dal 1999, ha subito la condanna definitiva all’ergastolo, in Cassazione,. come coautore della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980, che ha travolto il proscioglimento in istruttoria degli anni Ottanta.

Nondimeno Bellini continua a proclamarsi innocente per la strage alla stazione, sostenendo anzi di aver partecipato alla rete degli “amici di Piccoli” per disinnescare le minacce di attentati del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina dopo l’arresto di Abu Anzeh Saleh, referente in Italia dello FPLP, e dal sequestro dei missili Strela ad Ortona avvenuto nel novembre 1979.

E’ un dato di fatto che il processo di Bologna si è svolto, nel primo e nel secondo grado, in un clima di pesanti condizionamenti, e che l’appello ha negato l’ammissione di prove decisive a discarico di Bellini, primo fra tutto la perizia sul frame dell’orologio al polso di una donna che usciva dalla stazione alle 12,15 e che dimostra in modo inequivocabile come il giovane con i baffi del filmino Polzer non potesse essere Paolo Bellini.

Prove negate come la perizia antropologica, e l’incontro all’hotel Lembo nel febbraio 1980 con l’esperto in esplosivi Thomas Kram, emissario del gruppo Separat del terrorista internazionale Carlos al soldo dello Fplp di Habbash, incontro documentato da un appunto della Digos di Bologna. Thomas Kram, poi, sarà Bologna anche nella tragica mattina del 2 agosto 1980. Tutto questo è stato cancellato dalle sentenze, e la Cassazione ha deciso di non rinviare a nuovo procedimento, ma di chiudere il processo cosiddetto ai presunti “mandanti” (tutti morti da lungo tempo) con la condanna definitiva di Bellini all’ergastolo.

Si sa comunque che “Sacco e Vanzetti” – come si firma Paolo Bellini nelle lettere a Reggio Report – in almeno una lunga deposizione alle Procure antimafia, ha raccontato per filo e per segno la genesi della “rete” voluta dall’allora segretario della Dc Piccoli, che non si fidava dei servizi segreti divisi tra filoisraeliani e filopalestinesi, per ricucire il Lodo Moro e scongiurare gli attentati minacciati da Habbash. Tentativo che fallì, come ha dimostrato la strage di Bologna con 86 morti e oltre 200 feriti,l e sul quale si aspetta che la magistratura faccia piena luce.


   

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2 risposte a Nuova lettera dall’ergastolo di Padova
Bellini torna a chiedere il suicidio assistito
L’ultima protesta: “Io innocente, vittima di un complotto”

  1. GIOVAN BATTISTA PADERNI Rispondi

    15/05/2026 alle 19:28

    Accontentiamolo.

  2. bru Rispondi

    18/05/2026 alle 18:22

    Non sapevo che Bellini avesse chiesto il suicidio assistito fin dal 20 agosto 2025 e cioè un mese dopo la condanna definitiva. Neppure sapevo che non si trova più in Sardegna ma a Padova.
    So però che la richiesta di avere “giustizia” col sacrificio della vita, non discende dalle patologie di cui soffre, ma dall’insopportabile angoscia di una ingiusta detenzione.

    E’ una storia lunga.
    Comincia il 2 agosto 1980 coi corpi straziati dall’esplosione della stazione di Bologna, e con quegli uomini che nelle cupe stanze del potere temono che l’onda d’urto della deflagrazione possa investire anche loro.
    E’ la storia di una verità indicibile.
    Nel riserbo totale che non ammette menzione in dichiarazioni o proclami, i vertici dello Stato e gli apparati di sicurezza ebbero da subito il timore, se non la certezza, che l’attentato fosse legato alle insistenti minacce del FPLP di ritorsioni per i fatti di Ortona.
    Solo un mese prima, un aereo decollato da Bologna era precipitato in mare a Ustica.
    Vi era forse un altro pacco da mettere su un treno in partenza da Bologna?
    Pensieri che forse ebbero conferme nelle immediate – e non più protocollate – missive fra la fonte informativa a Beirut e gli uffici del SISMI a Roma.
    Quanto basta perché la ragion di stato, o più banalmente la tutela delle carriere politiche di chi sapeva, fosse immune dai rischi che la temuta verità venisse data in pasto al popolo e alle povere vittime.

    Il depistaggio, quello vero, ha inizio il 4 agosto 1980 quando Cossiga annuncia alle camere che con ogni probabilità l’attentato l’hanno fatto i fascisti.
    Il giorno seguente, l’inopinata decisione del FPLP di “confessare” il crimine (la telefonata all’ANSA) imputandolo ad un errore (la verità di gran lunga più probabile) produce un tale sconcerto nelle alte sfere che l’OLP (probabilmente su richiesta dei nostri servizi) si affrettò a smentire l’incauto comunicato.
    Era troppo alto il rischio che si arrivasse a conoscere la verità di un attentato che forse si poteva evitare.
    Inizia così la caccia ai fascisti sapendo (ma sono in pochi a saperlo) che non è opera loro.
    Alla fine trovano un nucleo di fascistelli dell’ultima ora con abbastanza imputazioni da poter sopportare il “bonus” aggiuntivo di una imputazione per strage.
    Mambro e Fioravanti si prendono l’ergastolo che avrebbero comunque patito per gli altri reati.
    E poi, per fare giustizia nell’ingiustizia, condannano pure i compari Cavallini e Ciavardini.

    Ma cosa c’entra Bellini, il fascista sconosciuto ai fascisti?

    Le condanne orfane del movente soffrivano da tempo dell’insidia portata dalla pista palestinese che, proprio per il suo narrato, aveva il pregio di offrire un movente sensato per la strage.
    E così la Procura Generale che aveva avocato a sé le indagini per la strage di Bologna, ha riesumato la vecchia teoria del coinvolgimento di Licio Gelli per imputargli il movente di sovvertire l’ordine costituito con il terribile “Piano di Rinascita Democratica”.
    I fascisti che compiono una strage per un fine democratico non pare un’idea tra le più brillanti, ma l’esigenza di dare un movente all’eccidio spinge la Procura ad imbastire un nuovo processo dove i mansueti defunti ben si prestano ad accollarsi il ruolo di organizzatori.
    Manca solo uno ancora vivo.
    Uno rimasto impigliato nell’inchiesta che abbia sul groppone un buono numero di omicidi (in sitile Cavallini o Fioravanti) da poter sopportare il “bonus” dell’imputazione per strage.
    Cosa sarà mai 86 morti in più.

    Spero che Bellini receda dai propositi di martirio.
    Faccia un dispetto a chi lo ha ingiustamente condannato: Rimanga fra i vivi!

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