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A Reggio 144 aziende guidate da ultraottantenni: che fare?
Convegno Confcoop rilancia il workers buyout

20/5/2026 – Non è una questione privata e neppure un’operazione solo economica o finalizzata alla gestione di una crisi: il workers buyout – lo strumento che fa sì che siano i lavoratori, costituiti in cooperativa, ad assumere la proprietà di aziende alle prese con difficili ricambi generazionali o in situazioni che in altro modo ne mettono a rischio la continuità – rappresenta una forma di politica industriale “dal basso” con valenza sociale fortissima, un modo per salvaguardare il lavoro ma anche il patrimonio comunitario che le imprese rappresentano nel territorio.

La centrale Confcooperative di Reggio Emilia

E’ innanzitutto su questo identikit che si sono trovati d’accordo e hanno posto l’accento  gli esponenti di Confcooperative Terre d’Emilia, i rappresentanti delle istituzioni e delle organizzazioni sindacali, i professionisti degli Ordini dei commercialisti, dei consulenti del lavoro e degli avvocati e gli esperti del mondo finanziario, protagonisti del convegno “I lavoratori nell’impresa del futuro: il WBO nella transizione generazionale”, promosso dalla centrale cooperativa.

Un esame a tutto campo delle potenzialità e delle caratteristiche del WBO che si è avviata partendo da un allarme, legato al rapidissimo aumento del numero delle aziende che – per mancanza di un ricambio e di una continuità generazionale – rischiano di chiudere i battenti o di essere cedute ad acquirenti non legati al territorio e interessati più a marchi, brevetti e reti commerciali piuttosto che allo sviluppo industriale e, conseguentemente, del lavoro.

I dati emersi dal convegno sono espliciti: in provincia di Reggio Emilia vi sono 144 società di capitale (8.000 addetti, 3,6 miliardi di fatturato) guidate da ultraottantenni, mentre ve ne sono 841 (con 32.000 lavoratori e 15,7 miliardi di fatturato) che hanno al comando persone che hanno già raggiunto l’età pensionabile ordinaria.

Il dato demografico non è sindacabile, e rivela un invecchiamento che si riflette anche sul futuro dell’impresa, ponendo una domanda fondamentale: che ne sarà di queste realtà industriali d’eccellenza se non vi saranno ricambi generazionali che evitino lo spettro della chiusura o dell’alienazione, magari a fondi internazionali, come dimostra il moltiplicarsi di casi del genere?

Una possibile risposta sta proprio nella cooperativa costituita dai dipendenti, che può avvalersi di norme e formule finanziarie sicuramente interessanti, ma richiede due condizioni fondamentali.

La prima, ovviamente, è rappresentata dall’adesione dei lavoratori ai quali, in tal caso, viene immediatamente anticipato il 70% della Naspi e possono avvalersi di sostegni come quelli garantiti da CFI – Cooperazione finanza e Impresa – e da strumenti come Fondosviluppo di Confcooperative, cioè i fondi di solidarietà delle centrali cooperative.

La seconda – e qui si torna al valore sociale del WBO – sta nella volontà dell’imprenditore che si ritrae, sul quale ricade una scelta che assume non più soltanto un valore privato e familiare (e lo ha detto l’assessore regionale al Lavoro, Giovanni Paglia), ma si associa ad un interesse collettivo.

Non a caso il valore di cessione dell’azienda alla cooperativa costituita dai lavoratori è calcolato sulla base del valore strettamente commerciale dell’azienda, dal quale viene detratto il “valore sociale” riconosciuto al WBO, che si lega esclusivamente alla sensibilità sociale del proprietario cedente.

Un percorso, dunque, attorno al quale diventano decisive orientamenti e scelte individuali, mentre sul versante dell’accompagnamento alla nascita dell’impresa, alla definizione del piano strategico, al superamento delle questioni amministrative,  societarie, giuslavoristiche e finanziarie (tutte oggetto di approfondimento nel corso dei lavori) è possibile contare su competenze, casistiche di successo e servizi ben collaudati da Confcooperative e dai professionisti riuniti nella sede della centrale cooperativa.

Anche a fronte di queste possibilità spicca soprattutto un dato tra i danti emersi dal convegno: la immediata disponibilità di Confcooperative (e lo ha detto il presidente Matteo Caramaschi), del sindacato (e in tal senso si è espressa Mariarosa Papaleo, segretario generale di Cisl Emilia centrale) e delle ammistrazioni locali (rappresentate dal Sindaco Emanuele Cavallaro, coordinatore provinciale dell’Anci) ad attualizzare e ri-sottoscivere il protocollo di collaborazione siglato nel 2019, appena prima della tempesta del Covid, proprio per diffondere la cultura del WBO e promuoverne la crescita.

Nel corso dei lavori – cui ha partecipato anche il presidente della Camera di Commercio dell’Emilia, Stefano Landi – sono intervenuti Pierpaolo Prandi, responsabile dell’area statistica-economica e ricerche di mercato di Confcooperative nazionale, Pierpaolo Baroni responsabile nazionale della promozione dei WBO di Confcooperative, Mauro Frangi amministratore delegato di CFI e presidente di Cooperfidi, Francesca Baldi (Ordine degli Avvocati di Reggio Emilia), Filippo Fontana (Ordine dei Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili), Alessandra Ferri (Ordine dei Consulenti del lavoro) e Alberto Belluzzi, responsabile delle politiche territoriali di Lapam-Confartigianato, che ha sottolineato l’importanza di coinvolgere anche gli imprenditori nell’impresa che si rigenera attraverso il WBO.

I lavori sono stati coordinati dal giornalista Lorenzo Benassi Roversi.

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Una risposta a 1

  1. Guido Rispondi

    29/05/2026 alle 22:07

    Importante salvare le aziende, coinvolgendo i lavoratori, e non disperdere un patrimonio che ha contribuito a fare crescere il nostro territorio!!!!!!

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