23/3/2026 – Predicare bene e razzolare al contrario. In casa Iren la linea sulla transizione energetica rischia di trasformarsi in un boomerang. Mentre il presidente Luca Dal Fabbro continua a indicare nelle rinnovabili il pilastro per contrastare le crisi energetiche globali, il consiglio di amministrazione della multiutility controllata dai Comuni di Torino, Genova e Reggio Emilia è pronto a varare la dismissione proprio di quegli asset.
Oggi il cda darà infatti il via libera alla procedura di vendita del portafoglio rinnovabile detenuto da Iren Green Generation.
Una decisione che ha già suscitato più di uno sconcerto tra addetti ai lavori e osservatori. Non solo perché il mercato va in direzione opposta, con tutti i principali operatori impegnati a rafforzare la presenza nel settore, ma perché la stessa Iren fino a ieri raccontava tutt’altra storia.
Nel profilo ufficiale del gruppo si legge nero su bianco: “Lo sviluppo delle fonti rinnovabili è una leva di crescita del Gruppo Iren, inclusa nel corrente Piano Industriale 2030 approvato a novembre 2025, e in linea con i macro-trend di settore quali decarbonizzazione, economia circolare, efficienza energetica e salvaguardia delle risorse naturali”. Sei mesi dopo, quella leva viene messa sul mercato.
Indietro tutta
Il paradosso è evidente. Da un lato Dal Fabbro che ancora pochi giorni fa, intervistato da un giornale, parla di aumento inevitabile delle bollette ma sottolinea come le rinnovabili siano lo strumento per attenuarne l’impatto. Dall’altro, la scelta di cedere il portafoglio green.
Una contraddizione che difficilmente passerà inosservata nel cda, dove i consiglieri verosimilmente chiederanno spiegazioni sia al presidente sia all’amministratore delegato Gianluca Bufo. Interrogativi riassumibili in una sola domanda: cosa è successo in sei mesi?
Il dossier: oltre 100 impianti
L’operazione è tutt’altro che marginale. Il portafoglio in vendita, per il quale sono stati incaricati Rothschild e Imi del gruppo Intesa Sanpaolo, comprende oltre 100 impianti fotovoltaici distribuiti principalmente tra Puglia e Basilicata, oltre a un parco eolico da 6 MW in Liguria. Capacità complessiva: oltre 200 MW. Dentro ci sono asset rilevanti: Troia (103 MWp), Palo del Colle (18,4 MWp), Ferrandina (30 MWp), Tuscania (38,5 MWp), Noto (20 MWp), più una serie di impianti minori.
Iren Green Generation, nata nel 2022, è la società del gruppo dedicata allo sviluppo e gestione delle rinnovabili, con l’obiettivo dichiarato di aumentare la capacità green e ridurre la dipendenza dai combustibili fossili. Nel 2024 ha generato 26 milioni di ricavi e 16,9 milioni di ebitda. Non esattamente un ramo improduttivo.
Le questioni sul tavolo
Ed è qui che il racconto si fa meno lineare e più politico-industriale. Perché una decisione del genere, presa a distanza di appena sei mesi dall’approvazione di un piano industriale che non la contemplava, non può essere letta come una semplice operazione di routine.
La prima chiave di lettura è quella più immediata: la cassa. Iren sta vendendo perché ha bisogno di liquidità? Per ridurre il debito o rafforzare l’equilibrio finanziario? Se così fosse, però, il tema diventerebbe ancora più delicato: perché un piano industriale approvato a novembre 2025 – definito equilibrato e sostenibile – non prevedeva una manovra di questo tipo?
E soprattutto, perché intervenire proprio sugli asset considerati strategici, invece di “fare pulizia” su altri investimenti meno redditizi o meno coerenti con la traiettoria dichiarata?
C’è poi una seconda ipotesi, meno difensiva e più strategica: la riallocazione delle risorse. Vendere le rinnovabili per investire altrove. Ma dove? E con quale coerenza rispetto alla linea comunicata al mercato e agli azionisti? Torna, nei ragionamenti interni, il dossier Gioia Tauro, con il possibile revamping del termovalorizzatore calabrese. Se fosse questa la direzione, si tratterebbe di una scelta industriale chiara, ma che richiederebbe una revisione esplicita della strategia. Anche in questo caso, però, la domanda resta: perché non era stata messa nero su bianco nel piano di pochi mesi fa?
Infine, c’è il nodo più sensibile, quello reputazionale e di posizionamento: gli obiettivi Esg. Iren ha costruito negli ultimi anni una narrazione fortemente orientata alla decarbonizzazione, alla sostenibilità ambientale e all’espansione nelle rinnovabili. Disimpegnarsi da quel perimetro rischia di creare un corto circuito non solo industriale, ma anche comunicativo. Perché vendere proprio gli asset che incarnano quella strategia significa, inevitabilmente, ridiscutere la credibilità del percorso intrapreso.
Sono queste le domande che circolano e che, con ogni probabilità, entreranno nel confronto tra consiglieri e vertici del gruppo.
L’ombra di Iren Ambiente
Sul tavolo c’è anche un’altra variabile: la situazione di Iren Ambiente, la controllata guidata da Enzo La Volta, che opera nel settore rifiuti – raccolta, trattamento e smaltimento – che starebbe mostrando segnali di difficoltà.
Il 2025 dovrebbe chiudersi in equilibrio precario, mentre per il 2026 le previsioni parlano di un possibile rosso. Da qui il sospetto: la vendita delle rinnovabili serve a compensare criticità in altre aree del gruppo.
Il vantaggio ai concorrenti
L’operazione ha già incassato il via libera del Comitato Controllo, Rischi e Sostenibilità presieduto da Francesca Culasso, ordinaria di Economia Aziendale e consigliera di amministrazione espressione del Comune di Torino. Il che lascia supporre che il principale azionista sia a conoscenza dell’operazione e, di conseguenza, condivida la decisione. Chissà.
Una cosa è certa, sul mercato i potenziali acquirenti non mancano: Plenitude, A2A, Dolomiti Energia, Plures. In pratica, concorrenti diretti pronti a rafforzarsi proprio su quegli asset che Iren decide di dismettere. Il prossimo passaggio sarà la valutazione economica. Quanto vale il portafoglio? Le cifre circolano, ma restano coperte.
Un dettaglio, curioso
A complicare il quadro c’è anche un dettaglio che negli ambienti finanziari non è passato inosservato. Rothschild è lo stesso advisor che ha assistito Xenon, fondo di cui Dal Fabbro è partner e managing director, nella cessione di Sostelia a Hera. Una vicenda che ha provocato più di un imbarazzo anche all’interno di Iren e che ha indotto alcuni investitori a inoltrare un esposto alla Consob, mentre anche sul piano politico si sono accesi i riflettori, con una richiesta della Lega al sindaco Stefano Lo Russo di riferire sulla vicenda e di chiarire se la partecipazione di Dal Fabbro all’operazione fosse avvenuta soltanto a titolo personale o in forme tali da porre un problema di tutela dell’interesse pubblico e di correttezza della governance. In questo quadro, il ritorno come advisor di Rothschild, sulla cui professionalità non vi sono dubbi, in una nuova operazione sensibile per Iren è una curiosa casualità.
Una scelta che fa rumore
Alla fine, il punto resta politico-industriale prima ancora che finanziario. Iren decide di vendere il suo cuore rinnovabile mentre rivendica pubblicamente la centralità delle rinnovabili. Una scelta che può avere una logica, ma che al momento appare come una brusca inversione di rotta. E che, inevitabilmente, apre una domanda: strategia rivista o necessità imposta dai conti? La risposta, forse, arriverà dal cda. O dalle prossime mosse.
(fonte: Lo Spiffero, giornale web di Torino diretto da Bruno Babando)