21/2/2026 – “Sconcerto e paura, una ragnatela da cui non puoi scappare e tornare libera”: è questo il terribile stato d’animo che sta vivendo una mamma, assieme alla figlia minorenne di 14 anni, perseguitate da comportamenti ossessivi e minacce messi in atto da un uomo di 54 anni.
Un dramma acuito dalla sentenza di primo grado emessa martedì scorso dal gip Silvia Guareschi che ha sospeso la pena e concesso la libertà all’uomo condannato a 5 mesi e 10 giorni per il reato di semplici molestie, con imposizione del braccialetto elettronico e obbligo di cura al centro salute mentale di Guastalla.
La pubblica accusa rappresentata dalla pm Maria Rita Pantani aveva chiesto una condanna di 2 anni e 2 mesi per il reato di stalking aggravato dalla minore età dell’adolescente, dalla recidività non essendo l’uomo alla prima condanna, con il ricovero dell’uomo in una struttura sanitaria per i condannati affetti da disturbi mentali, più la misura di sicurezza di un anno e mezzo di libertà vigilata.
In attesa di leggere le motivazioni della sentenza cui farà seguito l’appello già anticipato dal pm Pantani, la mamma spiega l’incubo in cui è finita tutta la sua famiglia: “Non sappiamo ora cosa farà l’uomo che ci perseguita e come potremo proteggerci. Ho dovuto chiedere al mio datore di lavoro di cambiare ruolo e sede per star più vicino a mia figlia, per proteggerci da pedinamenti e minacce quotidiane e comportamenti scomposti e imprevedibili; ho chiesto aiuto alla Casa delle donne di Reggio Emilia per avviare un percorso di assistenza psicologica e capire come spiegarlo a mia figlia minorenne, ho chiesto supporto all’associazione “DonnexStrada” per avere assistenza legale specialistica dall’avvocato penalista Alice Minari e ho dovuto ricorrere a cure mediche per gestire la malattia autoimmune sorta dal profondo stato di ansia e stress”.
“Non ho più la mia vita di prima, non sono libera di muovermi, ho paura di tutto e quando esco da sola, devo guardami le spalle, e mia figlia minorenne anche per tragitti brevi in giro per Novellara deve essere accompagnata da qualcuno. Questa situazione di tensione ha avuto ricadute sulla sua serenità, sul calo del rendimento scolastico e pregiudica il suo processo di crescita e maturazione.
Entrambe siamo vittime da tanti anni di pedinamenti in automobile, anche nel tragitto per la scuola, appostamenti sotto casa, disturbi nella notte, calunnie e minacce di morte da parte di questo individuo. Tutte circostanze che entrano nella vita quotidiana della nostra famiglia e ci hanno costrette a cambiare le nostre abitudini di vita».
“Conosco bene il soggetto in questione: è un novellarese nato e vissuto in paese, era un mio compagno di classe. Da sempre lui sostiene che sono la sua donna ma, secondo lui, mio padre lo avrebbe impedito. “Un uomo e una donna che Dio ha unito nessuno li potrà separare”, dichiara il colpevole nei verbali. Da anni il soggetto ha rivolto la sua attenzione morbosa anche verso mia figlia. Quando ha saputo della nostra denuncia è diventato ancora più aggressivo, imprevedibile e insistente, perché la considera come ingiusta”.
“Dai riscontri processuali è emerso che, fin dal 1985, l’uomo soffre di gravi disturbi psichiatrici: è invalido civile, affetto da scompensi psicotici e schizofrenia grave, con una percezione alterata della realtà che lo rende socialmente pericoloso. È inconcepibile che una persona in queste condizioni possa agire e circolare liberamente, senza alcun presidio territoriale, arrivando a condizionare in modo così invasivo la vita di altre persone, compresi dei minori.
Sono molte le donne che hanno subito i suoi comportamenti inquietanti, spesso impaurite e scoraggiate dal denunciare; in passato aveva già avuto una condanna per stalking, solo grazie al sostegno reciproco tra le vittime è stato possibile trovare la forza di reagire e chiedere protezione”.
“Oltre al divieto di avvicinamento di 500 metri da scuola e da casa nostra, è stata applicata un’altra misura cautelare che avrebbe dovuto garantirci protezione: due palmari, affidati a me e a mia figlia, collegati al braccialetto elettronico del molestatore. Siamo costrette a portarli sempre con noi. Se l’uomo si avvicina, il dispositivo emette un allarme e i carabinieri di Reggio Emilia potrebbero intervenire in nostro aiuto. In caso di pericolo, possiamo anche premere il tasto SOS per chiamare autonomamente le forze dell’ordine. Purtroppo, spesso il sistema non funziona come dovrebbe: le segnalazioni a volte non partono o non arrivano e sono frequenti i problemi dovuti anche al braccialetto elettronico maltenuto dal condannato. Questi strumenti non ci hanno restituito la serenità e libertà perdute ormai da troppi anni”.
(Alessandro Cagossi, giornalista, consigliere comunale a Novellara)