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Morto a 73 anni Roberto Pennisi
magistrato antimafia tra i più coraggiosi
Chiese processo stralcio di Aemilia
sui politici reggiani
. Ma fu rispedito a Roma

DI PIERLUIGI GHIGGINI

4/11/2025 – E’ morto a 73 anni il magistrato antimafia Roberto Pennisi: era stato Sostituto Procuratore alla Direzione Nazionale Antimafia, e da lì distaccato per due anni alla Dda di Bologna, dove aveva affiancato Marco Mescolini nella monumentale inchiesta Aemilia, che poi ha generato il più grande processo ( rimasto monco, come vedremo) mai istruito contro la ndrangheta e le mafie nel Nord Italia.

Pennisi era siciliano, ma da tempo si era stabilito a Montecatini, nella Toscana dove aveva lavorato per anni alla Procura di Firenze, con una parentesi labronica, e che lui considerava come una seconda patria. Se l’è portato via una ricaduta molto aggressiva della leucemia per la quale era in cura diversi anni.

Roberto Pennisi

Di lui resta la testimonianza di un magistrato tutto di un pezzo, capace di guardare in faccia le mafie con un coraggio come pochi, sfidando ogni genere di intimidazione e di ambienti ostili: il magistrato che era riuscito a mandare all’ergastolo più mafiosi di ogni altro, ma anche capace di valutare col massimo scrupolo, come del resto vorrebbe la legge, anche le prove e le circostanze favorevoli all’imputato.

Alla Procura di Reggio Calabria fu lui, era la meta degli anni Novanta, a firmare la maxi inchiesta Olimpia, sfociata in un processo con 563 imputati e oltre cento ergastoli: soprattutto una pietra miliare nella conoscenza più intima della ndrangheta, della sua struttura tentacolare e della sua capacità di penetrazione a tutti livelli del mondo economico e soprattutto della politica, usata a destre centro e sinistra a seconda delle convenienze

Lasciò il segno anche a Bologna, nell’inchiesta Aemilia: Pennisi aveva capito che la ricostruzione della rete ndranghetista mancava di un’indagine approfondita sul mondo politico emiliano e reggiano in particolare. Aveva scritto una relazione su richiesta della Procura Generale della Cassazione – ma di cui Pennisi fu informato con mesi di ritardo da Cafiero De Raho – in cui il pm antimafia applicato a Bologna spiegava come, di fronte all’imponenza del materiale raccolto, avesse chiesto ma inutilmente di indagare ex sindaci, assessori e funzionari reggiani in un processo stralcio sui rapporti tra politica e ndrangheta nella provincia della grande emigrazione cutrese e dove il clan di Nicolino Grande Aracri faceva il bello e il cattivo tempo in tutti gli uffici e in tutti i salotti più o meno buoni, anche nel cuore delle istituzioni dello Stato, delle amministrazioni locali e anche dei media.

Ma quella richiesta formulata con l’autorevolezza del pm del processo Olimpia rimase lettera morta: il suo distacco biennale a Bologna non fu rinnovato, e certo non per decisione presa a caso. Il magistrato tornò a Roma, mentre a completare e sostenere l’accusa in Aemilia rimase soltanto il dottor Mescolini.

Tuttavia la relazione Pennisi, secretata nel 2023 dal ministro Nordio, veniva pubblicata da Giovanni Paolo Bernini, morto improvvisamente nell’aprile 2024 a soli 60 anni, nel libro Colpo al Sistema, sul Giornale da Nicola Porro e su Reggio Report da Pierluigi Ghiggini, che aveva contribuito al pamphlet dell’ex assessore parmigiano scomparso nell’aprile 2025.

Il rapporto Pennisi deflagrò come una bomba in tutto quel mondo di politici, imprenditori, burocrati, professionisti aggrovigliato nell’inscalfibile potere emiliano, che infatti rispose nel modo più tradizionale, e cioè facendo calare un generale silenzio su quei contenuti troppo imbarazzanti per tutti, scritti soprattutto in tempi non sospetti. Un silenzio rotto solo dalla campagna instancabile condotta da Bernini che si è fermata solo con la morte dell’autore di Colpo al Sistema, perseguitato ingiustamente per anni come Giuseppe Pagliani nel processo Aemilia del dottor Mescolini.

Va detto che Pennisi, come ricorda oggi l’avvocata e giornalista Marina Bortolani, in una conferenza a Reggio Emilia cercò di ridurre la portata di quella sua relazione e soprattutto di allontanare il sospetto di manovre politiche intorno all’istruttoria del processo Aemilia.

Anche in un incontro in Toscana al quale partecipò insieme a Giovanni Paolo Bernini, fu netta la sensazione di un Pennisi visibilmente preoccupato, se non spaventato, dalle conseguenze di quel suo scritto che aveva squarciato con un potente fascio di luce il lato oscuro di Aemilia, e che oscuro in gran parte resta ancora oggi perché nessuno intende avventurarsi sulla strada indicata da Pennisi: la strada della verità.

Che cosa accadde? Il magistrato antimafia in pensione subì delle pressioni? Fu autorevolmente richiamato? O in lui vi era solo la preoccupazione genuina di allontanare dal suo lavoro e dalla sua persona ogni strumentalizzazione di parte?

L’unica certezza è che le parole scritte restano, sono chiare e per questo non manipolabili ed è impossibile, grazie a Bernini, seppellirle insieme a Roberto Pennisi. Rimangono anzi come un lascito morale, come la lezione intangibile di un magistrato di grande cultura giuridica e capacità investigativa, incredibilmente coraggioso, rimasto sempre lontano dai riflettori e per questo più esposto degli altri. Un uomo di altri tempi, al quale l’Italia deve essere riconoscente e la cui lezione non dovrà andare perduta.

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Una risposta a 1

  1. Aids Rispondi

    05/11/2025 alle 08:58

    Dispiace tanto. Ogni tanto uno bravo e onesto.

    INCOMPATIBILE CON REGGIO a quanto sembra… 🙁

    Reggio fa male anche a te; digli di smettere.

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