30/8/2024 – Ad appena un paio di ore dall’esplosione della bomba alla stazione di Bologna, avvenuta alle ore 10.25 del 2 agosto 1980, partì una nota dal Capo della I divisione del Sismi al raggruppamento dei centri di controspionaggio di Roma e a tutte le altre articolazioni periferiche del servizio per attivare le fonti, in particolare quelle con accesso agli ambienti del terrorismo arabo per acquisire elementi.
A rivelare il documento, tra quelli riversati all’archivio di Stato in seguito alla direttiva Renzi, è il giornalista e ricercatore Gian Paolo Pelizzaro che lo cita nel libro “Il Lodo Moro – Gli accordi segreti con i palestinesi e le indagini sulla strage di Bologna‘” prossimamente in uscita per le edizioni Settimo Sigillo: “Questo documento – afferma all’Adnkronos Pelizzaro – dimostra che, già a due ore dall’esplosione alla stazione di Bologna, il servizio segreto militare sapeva dove andare a cercare le informazioni, ossia negli ambienti del terrorismo arabo-palestinese, e sapeva che non si trattava di un’esplosione accidentale. A quell’ora già sapevano e avevano chiaro che si trattava, molto probabilmente, di un attentato terroristico”. “Il documento dimostra che, mentre si stava ancora cercando di recuperare i corpi sepolti sotto le macerie, c’era già un’idea degli apparati dello Stato, consapevoli di cosa poteva essere accaduto e dove poter andare a cercare”, sottolinea Pelizzaro.
Secondo il giornalista il messaggio non era affatto casuale viste le minacce avanzate dal Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (Fplp) per la vicenda del sequestro dei due lanciamissili a Ortona, l’arresto di un esponente di spicco del Fronte, Abu Saleh. Sulla base di queste informazioni, sottolinea lo stesso giornalista nel libro, il Sismi decise di attivare le fonti e “sarebbe stato anomalo il contrario”. Mentre resta “inspiegabile”, continua Pelizzaro, il ‘silenzio radio’ nella catena di comando Beirut-Roma della II Divisione del Sismi, che aveva gestito l’intera vicenda dei missili di Ortona e i contatti con la controparte palestinese e quindi “l’apparente buco nelle comunicazioni intercorse tra Roma e Beirut e viceversa dal 2 luglio al 23-25 settembre 1980”.
“Questo documento, che non fa parte del cosiddetto carteggio Giovannone-OLP (Giovannone era il potente capocentro del Sismi a Beirut, ndr), dimostra che il Sismi non si fermò e non cessò l’attività info-operativa dal 2 luglio al 23 settembre; molti commentatori e studiosi si sono affrettati a dire che non c’era nulla, mentre questo marconigramma dimostra il contrario. I documenti trasmessi all’archivio riguardanti il “carteggio Giovannone-OLP” hanno un buco che, secondo me è artificiale e frutto di qualche manipolazione: un vuoto inverosimile e inspiegabile se non con il fatto che probabilmente, all’epoca e in tempi successivi, per intuibili esigenze i documenti vennero spostati o messi da parte. Le carte ci sono, sono state occultate, ma non distrutte“.
(fonte: ADNKRONOS)
bru
01/09/2024 alle 12:07
Il documento rinvenuto da Pelizzaro spazza via la tesi fornita dalla procura bolognese, secondo la quale lo spostamento del processo Abu Anzeh Saleh incise favorevolmente nelle decisioni del Fronte riguardo alle minacce di attentati, sicchè non vi sarebbe stata alcuna necessità da Beirut di comunicare con Roma riguardo ad una vicenda “risolta” con il rinvio del processo. Il lungo silenzio nelle comunicazioni era dunque, secondo la procura, la prova che al SISMI erano cessate le preoccupazioni circa le minacce del FLPL, anche dopo la strage, tanto che le comunicazioni ripresero solamente il 23 settembre.
Ma se due ore dopo l’attentato il SISMI si affrettò a diramare istruzioni che palesavano l’evidente timore che la strage fosse opera del terrorismo arabo, è evidente che i timori persistevano e che il “silenzio” non era affatto avvenuto.
Certo sorprende che il carteggio Giovannone Olp non contenga comunicazioni nel periodo a ridosso della strage e, soprattutto, nelle settimane immediatamente successive. Lecito pensare quindi che possa essere avvenuto un occultamento postumo di documenti che, sebbene protetti dal segreto, potevano essere di eccessivo imbarazzo (per il governo) ove questo segreto fosse in seguito caduto.
Tuttavia pare poco plausibile che siano stati nascosti o distrutti dei documenti e ciò per due ragioni: anzitutto perché se pulizia doveva essere fatta, occorreva eliminare pure i documenti che esplicitamente evocavano le minacce di attentati al nostro paese e le decisioni di attuarle; poi perché la documentazione conservata rivela che i soggetti destinatari delle informative o venuti indirettamente a conoscenza delle minacce (si pensi a Piccoli, a Sisti e allo stesso Bellini) erano troppo numerosi per garantire che una soppressione radicale dei documenti più delicati fosse risolutiva.
Forse la spiegazione è più semplice e pratica.
Forse dopo il 2 agosto, o più verosimilmente da prima, quando si sospettò che una bomba potesse aver abbattuto l’aereo a Ustica, Cossiga decise che la situazione era tale che non era possibile lasciare traccia delle comunicazioni provenienti dalla fonte in quel momento più attendibile. Occorreva dunque che le comunicazioni da Beirut non avvenissero con cablogramma, ma da altro mezzo verbale.
Non il silenzio, ma il silenziatore.
Del resto si immagini la situazione in cui da Beirut fosse giunta conferma, con tanto di cablogramma alla 2^ divisione e alla Presidenza del consiglio, che l’attentato alla stazione fosse imputabile al FLPL.
Che si faceva?
Si accusava pubblicamente il Fronte dell’attentato (che comunque avrebbe smentito) indicando a prova gli elementi in suo possesso, compreso il fatto che il governo non aveva aderito alle richieste di far rilasciare Abu Saleh in base agli accordi del lodo Moro?
Nei primissimi giorni dopo la strage, ai massimi livelli di segretezza fu impartita la direttiva che la pista che incautamente il SISMI aveva svelato con la nota ritrovata da Pelizzaro, sarebbe stata seguita soltanto in via strettamente riservata (la corsa alla Mucciatella di Sisti) e che per ragioni politiche al parlamento e ai media sarebbe stata indicata come probabile la matrice fascista.
Serviva per questo scopo che il SISMI fornisse del materiale utile a indirizzare la procura bolognese verso le piste del terrorismo internazionale (opposto a quello palestinese) con il giusto condimento di fascisti nostrani di cui non mancavano, fortunatamente, gli “operativi”.
Serviva quindi, che la procura stessa richiedesse la collaborazione, assai irrituale, del SISMI. Fu questo l’ultimo favore che fece Ugo Sisti (già dimissionario ma ancora influente) al Governo, prima di assumere il nuovo incarico al DAP dove potè contribuire da posizione privilegiata a risolvere la questione Abu Anzeh Saleh
Le indicazioni verso la pista nera furono attuate fin da subito e culminarono con il depistaggio in grande stile della valigia sul treno Taranto-Milano
Depistaggio a “fin di bene” certamente gradito al Governo e per ciò stesso inidoneo a definirsi opera dei “servizi deviati”.
Tutto comprensibile o deplorevole a seconda dei punti di vista. Certo non rispettoso delle vittime di Bologna e dell’ultimo “colpevole” che chiede giustizia