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Morti di Reggio Emilia: discorso incendiario del sindaco Massari
“Continuità tra il 7 Luglio 1960 e la lotta al governo di destra”

DI PIERLUIGI GHIGGINI

7/7/2024 – Marco Eboli aveva chiesto al sindaco Marco Massari un cambio di passo nella memoria del 7 luglio 1960. E il cambio di passo c’è stato, eccome, ma non nel senso chiesto dall’esponente storico della destra reggiana, figlio di un poliziotto massacrato alcuni giorni dopo i tragici fatti del 7 luglio – 5 morti e 21 feriti per mano della polizia che sparò ad altezza d’uomo – e che restò cieco per tutta la vita.

Il nuovo sindaco Marco Massari ha pronunciato un discorso non solo antigovernativo, ma vigorosamente incendiario proclamando, come ai vecchi tempi del Pci e di quell’ appartamento dove germinò il gruppo storico delle Brigate Rosse, la continuità fra i ragazzi con le magliette a strisce scesi in piazza contro il governo Dc Tambroni appoggiato dal Msi, in una giornata insurrezionale pianificata dal Partito e dalla Cgil, e la lotta (antifascista) di oggi contro il governo (fascista, ma il sottinteso è nostro) che vuole manomettere la Costituzione. Un discorso da far impallidire le concioni del suo predecessore Luca Vecchi.

Il sindaco Massari parla al Parco del Popolo

“Forse non tutti i ragazzi con la maglietta a strisce – queste le parole del sindaco di Reggio Emilia – avevano letto la Costituzione o potevano maneggiarla con la sapienza di un costituzionalista, ma si batterono per questo. Ecco, per venire a cosa ci dicono i fatti del luglio ‘60: ci dicono che dobbiamo difendere e realizzare la nostra Costituzione. Proprio adesso che gli eredi di quelli che volevano fare il congresso a Genova, provano a svuotarla di senso e di futuro”.

Per tacere della eco secchiana nelle considerazione del primo cittadino, a proposito della continuità tra apparati dello Stato del periodo fascista e della giovane democrazia repubblicana. Un cocktail indigesto tra Resistenza tradita e Morti di Reggio Emilia di Amodei, come se l’Italia avesse vissuto non gli spaventosi anni di piombo, bensì in una perenne emergenza di fascismo risorgente.

Mancava solo che sventolasse la gloriosa tessera della Fgci, il sindaco Massari, mentre dietro di lui scorrevano, beninteso virtualmente, le immagini di “Bianco e Nero” di Pietrangeli, il famoso docufilm anni 70 che teorizzava il “fanfascismo” alla Lotta Continua – vale a dire la continuità di fattop tra Democrazia Cristiana e regime fascista – e che spopolava nelle feste dell’Unità. Un bel salto all’indietro, non c’è che dire, nell’analisi politica e nelle narrazioni pop demolite dalla storia.

Tutto questo, naturalmente non toglie una virgola alla solennità e alla commozione che stringe tutti la solo pensiero di Franchi, Reverberi, Farioli, Serri e Tondelli falciati innocenti il 7 luglio di 64 anni fa, e di fronte alle sacre pietre d’inciampo che in piazza Martiri ne ricordano per sempre il sacrificio. Nondimeno resta lo sconcerto di fronte alla chiusura granitica, assoluta di fronte alla richiesta di un supplemento di verità, che aggiunga e nulla sottragga alla memoria scolpita nel marmo dei morti di Reggio Emilia.

E senza trascurare il fatto, va detto con chiarezza a costo di suscitare fastidio, che è il momento di raccontare ai giovani tutta la storia di questa città e di questo Paese, senza nulla tacere, e dire basta con fermezza alle narrazioni, quelle sì, che portarono lo Stato e la democrazia italiana sull’orlo del disastro.




DI SEGUITO IL DISCORSO INTEGRALE PRONUNCIATO DAL SINDACO MARCO MASSARI

“Perché siamo qui oggi, come ogni anno, a 64 anni di distanza?

Siamo qui per ricordare quei fatti luttuosi e per domandarci cosa ci insegna oggi il 7 luglio 1960, cosa c’è di attuale in quella vicenda.

Noi abbiamo il dovere della memoria: lo dobbiamo ai famigliari dei caduti, ai feriti, alle centinaia di uomini e donne che quel giorno erano in piazza e furono investiti da una violenza inusitata. Ricordiamolo: quel giorno le forze dell’ordine di allora spararono più di cinquecento colpi in questa piazza.

E rispetto alle recenti dichiarazioni di un esponente politico reggiano, che richiede discontinuità nella memoria di quei tragici fatti, vorrei ricordare tra l’altro che il centro di documentazione e ricerca storica a cui fa riferimento dorrebbe acquisire materiali anche per approfondire perché e come sono state mobilitate le forze dell’ordine tra il 4 e 7 luglio e con quali ordini, perché, ricordiamolo, ci fu un totale velo di silenzio da parte delle autorità.

E ricordiamo che a fronte di 5 morti e di 21 feriti, nel processo furono inquisiti 61 manifestanti e solo 2 poliziotti”.


E’ una memoria che la nostra città ha coltivato negli anni. E’ una memoria ufficiale che ha i suoi simboli e i suoi riti civili:

il monumento ai Caduti posto non a caso a fianco del monumento ai Caduti della Resistenza

le cinque Pietre d’inciampo posate nei punti dove caddero Ovidio Franchi, Lauro Farioli, Marino Serri, Emilio Reverberi, Afro Tondelli

i cinque rigogliosi alberi che oramai da 15 anni adornano la piazza a cui abbiamo voluto dare il nome di Piazza Martiri del 7 luglio.


E’ una memoria pubblica dunque ed è anche una memoria collettiva dei reggiani: io stesso ho partecipato tante volte a queste celebrazioni: come figlio di un partigiano, anche lui in piazza il 7 luglio 1960, come cittadino e giovane militante politico, come padre quando ho accompagnato i miei figli.


Possiamo dirlo: il 7 luglio è identità di Reggio Emilia. Il nome della città è indissolubilmente legato a quello dei Martiri del 7 luglio, com’è legato al primo Tricolore e al nome dei Fratelli Cervi.

Nel 2000, in occasione del 40° anniversario, il Comune di Reggio Emilia commissionò a Telereggio e a un bravo giornalista, Paolo Bonacini, in collaborazione con Paolo Borciani e altri, un film su quegli avvenimenti. Si chiama “Vento di luglio” e io l’ho rivisto giovedì sera insieme a tante persone grazie ad una opportuna iniziativa dell’Anpi.

Accompagnati da quel film, i parenti dei caduti e le autorità della città, guidati dal sindaco Antonella Spaggiari, furono invitati al Quirinale in un’udienza con il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, che pronunciò importanti parole di solidarietà.

In quel film ci sono le testimonianze, sofferte, dei parenti delle vittime, che raccontano come questo dolore ha accompagnato le loro vite. Sono testimonianze toccanti che ci ricordano, se ce ne fosse bisogno, che certi fatti, certe ingiustizie, continuano a produrre i loro effetti nel tempo, sono ferite che non si rimarginano.

Nel film c’è anche l’intervista ad uno dei giovani che erano in piazza quel giorno, Johnny Rovacchi, molti qui se lo ricordano bene. Alla domanda sul perché lui e i suoi compagni non fossero fuggiti di fronte agli spari delle forze dell’ordine, dà una risposta a prima vista sorprendente, in fin dei conti si rischiava la vita. Ma è una risposta che ci spiega qualcosa del perché il 7 luglio sia diventato parte identitaria di questa città.

Cosa dice Johnny? Riassumo a memoria, ma il senso è questo: “Perché avremmo dovuto scappare, non avevamo fatto nulla di male, avevamo ragione noi. Non potevamo abbandonare la piazza, perché la piazza era nostra”.

Ecco, la piazza era nostra. Nelle piazze si costruisce il senso di una comunità e di una democrazia. Stare in piazza dunque, manifestare il proprio pensiero, protestare contro qualcosa e qualcuno. Stare in piazza anche a dispetto di capziosi e ingiusti divieti, come nel caso del 7 luglio 1960.


Ci siamo domandati all’inizio cosa ci sia di attuale in questa vicenda: ecco questo è un primo punto. Il Governo di centrodestra, questo governo, si accinge ad innalzare in misura sproporzionata le pene per chi manifesta occupando pacificamente un luogo pubblico, una strada, una scuola. Si vogliono colpire forme di lotta, manifestazioni dimostrative. Un’idea ottusa e antica dello Stato che punisce il conflitto sociale. Noi però non dimentichiamo che il conflitto è il sale di una democrazia sana e che le istituzioni democratiche saranno tanto più forti quanto più sapranno misurarsi con i conflitti e sussumerne il senso in conquiste sociali più avanzate.Vedete, in quel luglio ‘60, in quegli anni della fine del decennio Cinquanta, era in atto un grande cambiamento economico e sociale, quello che diventerà il miracolo economico italiano, anche se i lavoratori reggiani ancora non ne coglievano benefici concreti.

Si continuava ad emigrare in Svizzera o in Francia, i salari erano bassi, nelle campagne c’era ancora la mezzadria e in molte ancora non era stata portata la luce elettrica. C’era il cambiamento, ma c’era anche la continuità di una condizione sociale difficile e la crisi politica del centrismo, da cui scaturì il tentativo del governo Tambroni, che ottenne la fiducia grazie ai voti dell’Msi.

C’era soprattutto la continuità di uno Stato che ancora non era lo Stato disegnato dalla Costituzione del 1948. Era lo Stato dei prefetti, dei questori e dei magistrati che avevano iniziato la propria carriera durante il regime fascista, era lo Stato del codice Rocco.

Solo nel 1956 era stata nominata la prima Corte costituzionale mentre il primo Consiglio superiore della magistratura fu eletto solo nel 1959.

E’ la logica di quel vecchio Stato e di quegli apparati che si muove contro il Movimento della primavera/estate del 1960. Perché si tratta di un movimento lungo, iniziato ad aprile con la contestazione dell’appoggio missino al governo di Tambroni e proseguito con la ribellione di Genova alla convocazione del congresso del Movimento sociale nella città medaglia d’oro della Resistenza.

Si parlò allora di nuovo di antifascismo anche se in piazza, a proposito di continuità e cambiamento, accanto a tanti giovani c’erano tanti vecchi partigiani, per usare le parole di Fausto Amodei. Partigiani che avevano poi 35/40 anni, come mio padre.

E c’erano i giovani con le magliette a strisce.

Qualcuno, anche a sinistra, forse soprattutto a sinistra, li aveva guardati con sospetto, anche se molti di loro militavano ed erano iscritti ai partiti di sinistra e al sindacato. Un po’ troppo leggeri e spensierati, pensava qualcuno, un po’ troppo americani… a me fa una certa impressione pensare che in piazza arrivò una colonna di motociclisti, un po’ come la Banda Ribelli Motociclisti di Marlon Brando ne Il selvaggio.

Subito dopo scattò l’aggressione della polizia.

Ecco. Cosa volevano, quei giovani? Certamente non volevano quei fascisti che avevano angustiato la vita dei loro nonni, dei loro padri e dei loro fratelli maggiori. Quei fascisti che avevano bruciato le cooperative e le Camere del lavoro, che avevano incarcerato a centinaia i reggiani che nella clandestinità lottavano contro il regime. Quei fascisti che ci avevano condotto in guerre disastrose e che da ultimo erano stati feroci complici dell’occupazione nazista.

La tradizione dell’antifascismo reggiano aveva formato la coscienza di quei giovani, famiglia per famiglia. Ma quei giovani volevano qualcosa di più per sé, volevano un cambiamento vero della società nella quale trovare un proprio posto nuovo. Sono, secondo me, le premesse dei grandi movimenti giovanili che sconvolgeranno il mondo negli anni ‘60.

C’è stato quel cambiamento? In parte possiamo dire che sì, si è realizzato nei decenni successivi, ma oggi, i giovani d’oggi sono lì, di nuovo, in una condizione di grande incertezza e tribolazione.

Questa promessa di cambiamento è scritta nella nostra Costituzione, che disegna una democrazia inclusiva, fondata sui valori dell’uguaglianza e della solidarietà, sulla conquista e sul rispetto di diritti sociali e individuali inviolabili. Forse non tutti i ragazzi con la maglietta a strisce avevano letto la Costituzione o potevano maneggiarla con la sapienza di un costituzionalista, ma si batterono per questo. Ecco, per venire a cosa ci dicono i fatti del luglio ‘60: ci dicono che dobbiamo difendere e realizzare la nostra Costituzione. Proprio adesso che gli eredi di quelli che volevano fare il congresso a Genova, provano a svuotarla di senso e di futuro”.



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4 risposte a Morti di Reggio Emilia: discorso incendiario del sindaco Massari
“Continuità tra il 7 Luglio 1960 e la lotta al governo di destra”

  1. Maria Rispondi

    07/07/2024 alle 23:10

    Russia, Corea del Nord, Cina e Turchia si preparano per divorarci tutti e noi stiamo ancora ad accusarci a vicenda sulle tragedie del secolo scorso? Quand’è che gli italiani apriranno gli occhi? Non è più tempo di divisioni, faziosità e accuse reciproche. È il momento di scongiurare un’ altra terribile guerra mondiale, la fame, la carestia, la carenza di tutte le risorse naturali necessarie per sopravvivere senza dover dipendere dagli erogatori di acqua, luce, gas e cibo, compresa l’ onnipotenza e onniscienza di internet. La nostra sopravvivenza se la stanno giocando a dadi le grandi potenze mondiali, sopratutto quelle più spietate. Mostrarci fragili, spezzati da lotte intestine, è un invito a nozze per i nostri nemici. L’ Europa rischia di essere rasa al suolo, non possiamo permetterci di odiarci tra noi. È assolutamente fuoriluogo aizzare antichi risentimenti. A che pro? Perché davvero la sinistra ruberà meno della destra, è meno collusa con le mafie, risolverà ogni problema mai risolto dalle decine di governi antecedenti ancor prima della terribile crisi economica del 2008? Pensate davvero che l’ economia dello stato sia immune dalle ladronerie e speculazioni di ogni colore politico e sopratutto dal riciclaggio mafioso? Ogni epoca ha i suoi mali. Anticamente erano la lebbra, la peste, il colera, la tisi. Oggi è il cancro. Avrebbe senso oggi vaccinarsi contro la lebbra, quando è il cancro ad ucciderci? Ha senso oggi temere di essere sopraffatti dal fascismo o dal comunismo, mentre oggi nel mondo insorgono mostri peggiori?

    • Recrudescenze Rispondi

      08/07/2024 alle 08:39

      Condivido.
      La coglioneria ideologizzata fa da padrona al massacro.

  2. Federico Braglia Rispondi

    08/07/2024 alle 12:02

    Noi siamo da secoli
    calpesti,derisi
    perché non siam Popolo,
    perché siam divisi.

  3. luca pecchini Rispondi

    08/07/2026 alle 20:51

    quello del movimento sociale era un appoggio esterno al governo Dc Tambroni, cosa che era legale, e che era già successa, e che sarebbe successa anche dopo, era quello che volevano fare Moro e Berlinguer negli anni settanta, un governo Dc con appoggio esterno del Pci. non c’era alcun pericolo per la democrazia, il Msi era in parlamento perchè democraticamente eletto

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