Archivi

RAFFICHE DI BUGIE SUL CASO MORO
Libro del generale Laporta svela le fasi del complotto
“Stato e Br spararono in via Fani. Una storia da riscrivere”


DI GIAN PAOLO PELIZZARO


18/4/2023 – Un ordigno ad alto potenziale occultato in una Mini Cooper verde col tetto nero, parcheggiata in via Fani, poco distante dall’incrocio con via Stresa. Un convoglio di due auto – una Fiat 130 con a bordo due militari dell’Arma dei Carabinieri, il maresciallo Oreste Leonardi e l’autista appuntato Domenico Ricci, e una Alfa Romeo con altri tre agenti di scorsa, i poliziotti Francesco Zizzi, Giulio Riversa e Raffaele Iozzino – bloccato in via Fani in prossimità dell’incrocio con via Stresa da una Fiat 128 familiare bianca con targa diplomatica venezuelana rubata.

Nessun tamponamento tra la Fiat 130 e la 128 con targa diplomatica, come raccontato fino a oggi. Un’azione fulminea e militarmente perfetta compiuta da killer professionisti, addestrati e estranei alle BR di Mario Moretti e Valerio Morucci, spezza la vita dei due carabinieri, non lasciando loro neanche il tempo di estrarre le armi e reagire. «I due furono colti di sorpresa e fulminati». Un’azione chirurgica, compiuta a distanza ravvicinata dal lato destro, rispetto al senso di marcia del convoglio, che ha neutralizzato in pochi secondi la scorta armata dell’ex ministro degli Esteri ed ex presidente del Consiglio. Un primo colpo sparato frontalmente sul parabrezza della Fiat 130 di Aldo Moro ha dato inizio alla carneficina.

I brigatisti non furono né i primi né i soli a sparare.

È la mattina di giovedì 16 marzo 1978. È la strage di via Fani. È il luogo dello sterminio della scorta di Aldo Moro. È l’operazione Fritz, come sembra l’abbiano denominata le Brigate Rosse e della quale rivendicarono l’ideazione, l’esecuzione e la totale responsabilità. Alla fine dell’agguato, nessuno sopravvisse. Tutti morti: i due carabinieri e i tre poliziotti. Quattro di loro, Leonardi, Ricci, Rivera e Zizzi, non fecero neanche in tempo a uscire dall’abitacolo dell’autovettura. Il quinto, Iozzino, 24 anni, venne falciato appena lasciato l’abitacolo dell’Alfa Romeo, in un disperato tentativo di difesa e risposta al fuoco (esplodendo pare due colpi). Rimase supino sul selciato, agonizzante.

E Aldo Moro?

Questo è un piccolo assaggio di un libro eretico, controcorrente, corrosivo e destabilizzante sul caso Moro.

Il titolo è “Raffiche di bugie a via Fani” con un sottotitolo che è tutto un programma “Stato e BR spararono su Aldo Moro” ed è scritto dal generale Piero Laporta. Edito da lui stesso e diffuso attraverso Amazon. 293 pagine in cui l’autore demolisce, senza alcuna pietà, alcuni luoghi comuni, alcuni stereotipi investigativi che sono sopravvissuti a decine di indagini, processi e inchieste parlamentari, in questi 45 anni. Laporta si concentra, in particolare, su quanto accadde in via Fani quella mattina – tra le ore 9 e le 10 – di quel 16 marzo 1978 per approdare, attraverso una serie di drammatici passaggi concentrici, all’idea (neanche tanto azzardata) che la strage della scorta dello statista democristiano fu l’avvio di un colpo di Stato. «La vicenda Moro, al di là dei suoi intriganti contorni polizieschi e complottistici, pone le basi di un salto di qualità nella destrutturazione dell’Italia: l’anno dopo, il G7 di Tokyo abbatterà la seconda colonna degli equilibri emersi a Bretton Woods nel 1944 – che avevano assicurato 35 anni di sviluppo economico soddisfacente – rompendo, cioè, il criterio di solidarietà tra Paesi (la prima colonna abbattuta fu quella degli accordi monetari abbandonati nell’estate del 1971)».

Conosco il generale Laporta da anni. Abbiamo condiviso anche una comune esperienza e cioè quella di consulenti tecnici dell’allora Commissione parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin, tra il 2003 e il 2006. Come lui stesso ci tiene a spiegare, «dal 1994, osservate le ambiguità del giornalismo italiano (nel frattempo degenerato), mi sono immerso nella pubblicistica senza confinarsi nei temi militari, come d’altronde sarebbe stato naturale, considerato il lavoro svolto a quel tempo: Ufficio Politica Militare dello Stato Maggiore della Difesa». A partire da quel momento, l’autore ha iniziato a collaborare con giornali, settimanali e periodici (Libero, Il Tempo, Il Giornale, Limes, World Security Network, Italia Oggi, Il Mondo, La Verità e così via). Ha quindi lanciato sul web il suo blog Oltrelanotizia (pierolaporta.it).

Il generale Laporta vuole subito sgombrare il campo da facili equivoci: «Non sono mai stato iscritto ad alcun partito politico, loggia massonica né associazione. Ho giurato fedeltà alla Repubblica italiana il 19 marzo 1971 nell’Accademia Militare di Modena. Non ho mai fatto parte dei servizi segreti, né italiani né esteri. Essere dei servizi segreti italiani – sottolinea – non è disonorevole, tutt’ altro. Non di meno tale precisazione, soprattutto per i servizi esteri, dopo la tortura e l’uccisione del presidente Aldo Moro è doverosa e opportuna».

E da questa precisazione dell’autore, emerge la prima, straordinaria notizia, che costituisce uno dei perni del suo libro- inchiesta: Aldo Moro, 62 anni all’epoca dei fatti, fu malmenato dai propri aguzzini tanto da riportare la frattura di almeno quattro costole dell’emitorace sinistro: la quarta, la quinta, la sesta e l’ottava. «La quinta e l’ottava» erano in via di guarigione quando il cadavere dello statista democristiano venne esaminato dai medici legali nominati dalla Procura di Roma.

A pagina 58 Laporta cita un brano della perizia medico-legale: «Si osservano inoltre, a carico della IV, VI e VIII costola di sinistra, immagini lineari di frattura con segni perifocali d’un netto addensamento riparativo, soprattutto a carico della Ve VIII costa, ove è ben apprezzabile l’apposizione del callo osseo in avanzata fase di calcificazione». A quando risalivano, dunque, queste fratture sul costato del politico salentino? «Detti ultimi aspetti – riportava la perizia medico-legale – orientano per postumo relativamente recenti di fratture la cui epoca di produzione può essere fatta risalire fra i trenta e i sessanta giorni», prima della autopsia. E se il cadavere di Moro venne fatto ritrovare dai brigatisti nel bagagliaio della Renault rossa in via Caetani il 9 maggio 1978, vuol dire che le fratture delle costole intervennero nell’intervallo temporale in cui il presidente della DC era in mano alle BR.

Ma questa informazione, di per sé particolarmente importante e grave, venne immediatamente censurata e insabbiata. Fin dalla data della sua prima pubblicazione su un periodico nazionale. Laporta, per questo, ha recuperato la testimonianza di Roberto Chiodi, decano della cronaca giudiziaria italiana, che all’epoca lavorava per il settimanale “L’Europeo”. Chiodi, testimone privilegiato diretto in qualità di cronista fin dalle primissime fasi delle indagini, frequentando per motivi professionali tutte le mattine gli uffici giudiziari della Capitale a piazzale Clodio, un anno dopo ebbe modo – primo fra tutti i giornalisti italiani – di mettere le mani sulla perizia medico-legale e sulle foto del cadavere di Aldo Moro: «Ero inviato speciale per “L’Europeo” e rimasi sbalordito (e lo sono tuttora) di come un particolare clamoroso come le costole fratturate venisse puntualmente ignorato dalla magistratura, dagli imputati, dalla stampa, dalle commissioni, dalle sentenze».

Il 5 aprile del 1979, a meno di un anno dal ritrovamento del corpo di Moro nella Renault rossa in via Caetani, “L’Europeo” uscì nelle edicole con in copertina una foto del cadavere del presidente della DC steso sul tavolo dell’obitorio e il titolo Delitto Moro. Lo hanno ucciso così. Tutte le foto inedite”. Chiodi, che ho sentito al telefono per avere riscontro di quanto riportato nel libro di Laporta, ha confermato tutto: «Attraverso il legale difensore dei brigatisti, Edoardo Di Giovanni, ebbi la notizia che era stata depositata in Procura la perizia autoptica. Lui, Di Giovanni, mi disse però che la Cancelleria non avrebbe potuto fargli avere in tempi brevi le foto dell’autopsia di Moro. Mi chiese se potevo mettergli a disposizione un fotografo e così ci accordammo. Chiesi in cambio di poter leggere la perizia dei medici legali. Il nostro fotografo partì da Milano alla volta di Roma e il giorno dopo riprodusse le foto dell’autopsia di Moro e io potei esaminare la perizia. Leggendo l’atto, fui subito colpito dal passaggio relativo alle fratture delle costole, provocate durante i 55 giorni della prigionia di Moro da parte delle BR».

Una volta arrivate in edicola, le copie de “L’Europeo” del 5 aprile 1979 con la foto del cadavere di Moro nella morgue in copertina e con all’interno il servizio di Chiodi sugli inattesi e sconcertanti esiti dell’esame autoptico, vennero rapidamente poste sotto sequestro dall’autorità giudiziaria, su richiesta dell’avvocato socialista Giuliano Vassalli, legale di parte civile della famiglia Moro. Un provvedimento di particolare gravità, che a memoria non sembrava avere precedenti. «Smanettando su Internet – racconta Chiodi, nella sua testimonianza riportata nel libro di Laporta – non sono riuscito a trovare una riga sulla storia del sequestro in edicola dell’“Europeo” con le foto dell’autopsia di Moro. Vado quindi a memoria: fu l’avvocato Giuliano Vassalli a sollecitare a Tribunale ex art. 700 (provvedimenti d’urgenza) il sequestro del settimanale appena uscito. Agì per conto della famiglia, evidentemente “turbata” dalle immagini. I giudici le ritennero seduta stante “oscene o raccapriccianti… atte a turbare l’ordine pubblico” (vado a memoria) e disposero l’immediato sequestro in tutte le edicole. Tutti condannarono “L’Europeo” (ovviamente prima che ci fosse una sentenza e senza sentire gli imputati) e furono accuse di fuoco. Sulla vicenda calò una sorta di infamia. Nessuno riuscì a guardare le foto, a leggere e capirne i contenuti: cosa stavano a significare quegli undici proiettili sparati a bruciapelo sul lato sinistro del corpo, là dove le costole erano state fratturate».

Così come altri grandi misteri della storia italiana del dopoguerra, anche il caso Moro – a distanza di oltre quattro decenni – nasconde intatti tutti i suoi lati oscuri, le sue contraddizioni, le sue omissioni. E, come tante altre vicende di sangue, tanti altri casi di violenza politica, l’accertamento della verità è andato avanti a salti, passando da un teorema all’altro, trascurando – nella maggior parte dei casi – i primi, fondamentali accertamenti investigativi e le stesse perizie medico legali. «Di sicuro, i contenuti di quel numero – conclude Chiodi – la rivelazione delle singolari fratture e della direzione dei colpi venne, se non decisamente nascosta, quanto meno subito accantonata. Oggi sono convinto che la damnatio memoriae non riguardava Moro e il suo cadavere martoriato. A essere cancellata più a lungo possibile doveva essere la notizia delle costole fratturate e non le immagini, che non turbarono davvero un’opinione pubblica abituata in quei giorni a ben altro. Quando se ne parlò, fu solo per stigmatizzare le scelte editoriali (foto “raccapriccianti”) e non per capire il perché di quel massacro inflitto a un prigioniero morente. E poi: foto “raccapriccianti”? E piazzale Loreto? E il volto sfigurato di Pasolini, copertina de “L’Espresso”, pochi mesi prima? E quello grondante di sangue di Pecorelli, copertina di “Panorama”. In edicola la stessa settimana in cui uscì “L’Europeo” con Moro?».

Senza spoilerare la trama di “Raffiche di bugie in via Fani”, va però detto che questo libro lancia una sfida alla magistratura, alla politica e al giornalismo mainstream. Per Laporta, la storia del caso Moro va riscritta daccapo. Partendo dall’inizio, dagli attimi iniziali, dai primissimi accertamenti di polizia giudiziaria. Nel tempo, le incrostazioni, le false verità di comodo dei brigatisti, i depistaggi, la disinformazione hanno sepolto la vicenda sotto una coltre di scorie impenetrabile. È l’intera meccanica dell’agguato di via Mario Fani che deve essere ricostruita senza omissioni, senza inganni, facendo piazza pulita dai troppi luoghi comune e verità compiacenti. Questo libro offre più interrogativi che risposte. Troppe piste che non hanno portato mai a nulla. Troppe ricostruzioni fallaci che non hanno mai spiegato, fino in fondo e in modo chiaro e logico, come andarono realmente i fatti quel 16 maggio di 45 anni fa in via Fani.

L’agguato di via Fani

Decenni di indagini fatte male, di propaganda, di intossicazioni mediatiche e di falsi scoop hanno trasformato il caso Moro in un cold case senza apparente soluzione. L’opinione pubblica, in larga parte, si è lasciata manipolare e condizionare da decenni di versioni accomodanti, dalle ricostruzioni fasulle, dalle tante bufale diffuse come verità assoluta per coprire una qualche oscura ragion di Stato. «Il messaggio sviante – sottolinea Laporta – va a un uditorio che non ragiona, ma che memorizza le falsità ripetute».

Un ultimo significativo aspetto che a mio parere meriterebbe un serio e doveroso approfondimento riguarda ciò che ho anticipato all’inizio e cioè la presenza in via Fani, pochi metri dall’incrocio con via Stresa, di un’autovettura imbottita di esplosivo ad alto potenziale. Solo questa informazione, se confermata, metterebbe in crisi l’intera ricostruzione dei fatti così come ce l’hanno ammansita i brigatisti. Nessuno di loro, mai, ha fatto cenno a questa circostanza. Eppure, l’esistenza a pochi metri dall’incrocio tra via Fani e via Stresa, laddove le BR aspettavano il transito del convoglio della scorta di Moro, di una macchina-bomba ci pone di fronte a un fatto che apre un ventaglio di ipotesi, una più inquietante dell’altra. Anche questa notizia fu raccolta da Roberto Chiodi, nella tarda mattinata del 16 marzo 1978, nell’ufficio dell’allora procuratore della Repubblica Giovanni De Matteo. Anche qui ho raccolto le parole del collega-testimone, per avvalorare quanto scritto da Laporta: «Quella mattina, verso le 9:30, dopo che ebbi conferma dai colleghi dell’Ansa dell’agguato di via Fani, decisi di restare al Palazzo di Giustizia a piazzale Clodio, per seguire i primi sviluppi delle indagini. Restammo con alcuni colleghi appostati fuori della porta del suo ufficio in Procura. De Matteo arrivò verso le 11 e 30. Era molto turbato. Una volta nella sua stanza, rivolgendosi a me esclamò “la coppola”. Sul momento non capii cosa volesse. Poi ha ripetuto, “la coppola”, facendomi segno di togliermi il cappello. In quel momento, di tante cose a cui pensare, De Matteo si era fissato sulla mia coppola, segno, questo, che era veramente sconvolto per quanto aveva visto a via Fani durante il sopralluogo. La prima cosa che il procuratore di Roma ci disse, a noi cronisti presenti nel suo ufficio, fu dell’auto piena di esplosivo ad alto potenziale parcheggiata sul lato sinistro di via Fani. Ebbe l’informazione da un ufficiale dei Carabinieri».

Ma poi la storia della bomba sparisce dalle ricostruzioni ufficiali: «De Matteo ci disse che la bomba poteva fare una carneficina». Scrive Laporta: «I giornalisti pensavano ad altro, Chiodi lo conferma: “Ma con tutto quello che era successo, le domande e gli argomenti furono altri. Credo che il giorno dopo la notizia della bomba ebbe nelle cronache una rilevanza minima o nulla. Dovendo scrivere per un settimanale che sarebbe uscito qualche giorno dopo, decisi di sfruttare l’occasione dello strano “silenzio” su questo particolare e gli detti particolare importanza nel mio articolo. Il giorno stesso della strage tutti i soggetti coinvolti nelle indagini (Polizia, Carabinieri, Servizi) avevano non dico “smentito” la notizia, ma l’avevano in un certo senso “declassificata”: ne parlavano con fastidio, ammettevano appena un eccesso di zelo, forse qualche filo sospetto, forse alcune cartucce. Meglio non occuparsene. C’era ben altro di cui scrivere”. Perché la notizia della bomba deve essere tenuta segreta?». Si domanda l’autore del libro.

Chiodi andò a riparlarne con il procuratore De Matteo, qualche giorno dopo: «Scrollò le spalle, si limitò a dire che erano intervenuti gli artificieri e che un capitano dei Carabinieri gli aveva detto che “c’era una bomba ad alto potenziale”. Il mio ragionamento fu semplice: se era stato solo un sospetto, come poteva quel capitano aver specificato che l’ordigno era ad alto potenziale?». Per Laporta l’obiettivo di quell’ordigno era «mettere al sicuro i “quattro [falsi] piloti dell’Alitalia”. Osserva Chiodi: “Insomma, se a via Mario Fani era stata trovata davvero una bomba ad alto potenziale, beh, la notizia andava disinnescata in partenza. Come avvenne e come a tutti i cronisti fu subito consigliato di fare. Ma io avevo sentito di persona il procuratore capo, la persona incaricata di coordinare e dirigere tutte le indagini. E alla quale un capitano dei Carabinieri non può raccontare in via Mario Fani una colossale fandonia, specificando addirittura (quasi l’avesse vista la bomba e saputa la pericolosità) che era “ad alto potenziale”. Decisi di scriverne, quasi volessi lasciare quel particolare a futura memoria. E oggi mi sembra ancora strano che non se ne sia mai più parlato” […] Che cosa è accaduto?», domanda ancora Laporta.

La notizia della presenza dell’auto-bomba in via Fani non solo venne battuta anche dall’agenzia AGI, alle ore 12.09 del 16 marzo 1978 («è stata trovata anche una macchina con un ordigno esplosivo. Si tratta di una Mini color verde. L’ordigno è stato rimosso dagli artificieri»), ma venne – neanche tre mesi dopo – acquisita e riportata dalla STASI in un rapporto tecnico di cinque pagine, datato 8 giugno 1978. Nell’ultima pagina gli esperti antiterrorismo della polizia segreta della DDR avevano disegnato e messo a confronto due piantine: una relativa all’azione terroristica del 5 settembre 1977 in Vincenz-Statz Strasse a Colonia, durante la quale la RAF, dopo aver annientato i quattro uomini della scorta, rapì il presidente degli industriali tedeschi Hanns-Martin Schleyer. L’altra, a sinistra, relativa all’agguato di via Fani. In questa ricostruzione elaborata dalla STASI compare un’autovettura, indicata con il numero 5 a cui corrisponde la seguente didascalia: «Auto parcheggiata dagli autori [dell’assalto] con esplosivo».

Ora, per concludere, la domanda è questa: se in Italia – come riferisce l’audace libro del generale Laporta, sulla base della testimonianza del collega Chiodi – la notizia dell’autobomba fu subito insabbiata e tolta di mezzo (tanto che nessuno ne ha mai più parlato o scritto), come ha fatto la STASI ad acquisire questa informazione, averla valutata e, infine, averla utilizzata nel rapporto tecnico dell’8 giugno 1978?

Un altro interrogativo al quale si dovrà, prima o poi, dare una risposta.

(Gian Paolo Pelizzaro)

PER ACQUISTARE SU AMAZON IL LIBRO “RAFFICHE DI BUGIE SU VIA FANI”: LINK https://amzn.to/3UHfk5t

Condividi:

18 risposte a RAFFICHE DI BUGIE SUL CASO MORO
Libro del generale Laporta svela le fasi del complotto
“Stato e Br spararono in via Fani. Una storia da riscrivere”

  1. Alessandro Raniero Davoli Rispondi

    18/04/2023 alle 21:14

    Nel settembre e poi ancora nell’ottobre 1997, mentre ero impegnato a Vilnius, Lituania, ad un progetto del Ministero del Commercio con l’Estero, nelle pause di lavoro, ho avuto occasione di ascoltare e conversare con i miei insoliti colleghi di lavoro. Erano due ebrei romani, un ufficiale di marina in congedo, e un discendente della casata Catalano Gonzaga, Vittorio.

    Uno, Antonino Evangelisti, cugino di Franco Evangelisti, braccio destro di Giulio Andreotti, un altro Alessandro Costa, professore universitario di Tor Vergata, e discendente di Andrea Costa, fondatore a fine ‘800 del Partito Socialista italiano e gran maestro aggiunto del Grande Oriente italiano.
    L’ultimo, credo avesse il grado di capitano di corvetta o di capitano di fregata, corrispondente al grado di maggiore o al grado di tenente colonnello. Di questo, come detto, non farò il nome. Riporto ora un commento che già ho scritto in calce ad un articolo di ReggioReport del 14 marzo 2018:

    “Il sequestro di Aldo Moro 40 anni fa
    Così i Br reggiani sconfissero lo Stato”
    di Pierluigi Ghiggini 

    I miei colleghi, che si conoscevano tra loro molto bene, parlavano di alcune vicende politiche italiane. Il principe Vittorio Catalano Gonzaga, convinto che fossi anch’io massone, durante il primo incontro mi disse due volte “Boaz” … avrei dovuto rispondere “Jachin” … ma rimasi sorpreso e così Vittorio comprese che non ero un fratello massone.
    Gli altri lo avevano già intuito, ma presomi in simpatia, non mi esclusero dai loro colloqui.

    Per inciso ho avuto e ho familiari massoni, ma io, invitato più volte ad entrare nel tempio massonico, non l’ho chiesto e non l’ho voluto. Non sono massone, perché ritengo che un uomo onesto lo può diventare, ma un uomo che sia e voglia rimanere uomo libero, no.

    Questo è il commento che ho scritto 7 anni fa:

    “Ho lavorato nel 1997 con un alto ufficiale della Marina Militare italiana. Ero in missione a Vilnius, Lituania, come consulente a contratto per un progetto finanziato dal Ministero del Commercio con l’estero, le Camere di Commercio dell’Emilia Romagna in cooperazione con le Camere di Commercio lituane.
    Durante l’organizzazione di alcune conferenze, si a Vilnius che a Kaunas, Panevesis e Klaipeda, ho avuto modo di parlare a lungo con XX, che mi confido di aver lavorato anche per i servizi della Marina.
    Mi disse tra l’altro di aver chiesto più volte di parlare con gli inquirenti del caso Moro, dato che la mattina del sequestro si trovava in via Fani, e poco prima dell’attentato aveva casualmente incontrato un vicedirettore dei Servzi italiani … poiché lo conosceva personalmente gli chiese cosa facesse li. La risposta lo lasciò perplesso: gli fu risposto che aveva un incontro a pranzo in zona. Ma erano le nove del mattino!
    Riuscì a lasciare una deposizione, dettagliata, ma la Procura non approfondi …
    Assieme a lui, nel gruppo di esperti italiani venuti a tenere conferenze agli imprenditori lituani, vi era anche A. Evangelisti, cugino di Franco Evangelisti, braccio destro di Giulio Andreotti. Antonino Evangelisti aggiunse ulteriori dettagli, parlando chiaramente di una squadra di professionisti, di un noto paese mediorientale, intervenuti al posto dei brigatisti, questi ultimi relegati al ruolo di pali. I veri sicari, coadiuvati da elementi dei nostri servizi, furono i militari stranieri del M…..*, che operavano su indicazione del Dipartimento di Stato americano.

    Come sempre mi assumo piena responsabilità di quanto ho appena affermato.”

    Ps: * aggiungo ora che la sigla M…..* sta per “Mossad”.

    Uomini di questo servizio segreto israeliano, secondo Antonino Evangelisti, come lo ascoltò dall’onorevole Franco Evangelisti, furono i veri killer di via Fani, quella maledetta mattina del 16 marzo 1978. Il direttore del Mossad in quel periodo era il generale di divisione (due stelle), Yitzhak Hofi.

  2. Francesco Rispondi

    19/04/2023 alle 01:39

    La verità non si può dire
    perché la verità non va mai detta

  3. Giacomo Bisso Rispondi

    19/04/2023 alle 09:29

    Finche’ la verita’ non verra’ detta qualsiasi nazione a cui la si tace e’ decisamente sotto un regime DITTATORIALE OCCULTO da chiunque sia manovrato lo stato ed il governo sono CONNIVENTI SERVI SCIOCCHI che di siedono al desco begli intoccabili ricevendo in cambio del tradimento un piatto di lenticchie sento una grande nostalgia del sistema imperiale Romano che trattava simili figuri ed affini ,familiari e conoscenti stretti con pene che sono giustificate dai reati contro un intero popolo!!!!

  4. Riccardo Pugliese Rispondi

    20/05/2023 alle 10:50

    Salve, una cosa mi è stata chiara: per il modo in cui Aldo Moro fu pre-levato, vale a dire con l’inganno, non c’era possibilità alcuna che potesse tornare vivo…
    Tutti i politici di allora e di oggi ne sono complici, complici di un complotto, neanche il Papa poté nulla (e ne morì per questo).
    Tutti noi italiani, se vogliamo davvero guardarci in faccia dovremmo cercare ed accettare che in quel periodo l’Italia, al pari di tanti stati sudamericani, subì una grande interruzione della sua democrazia, se mai il ns. Paese sia stato democratico!
    Enki

    • Incampo Paolo Rispondi

      05/07/2023 alle 21:32

      una curiosità : ma il giuda di Via Fani (non sò se si sà chi sia) ha fatto carriera?

      • piero laporta Rispondi

        12/07/2023 alle 11:00

        • Paolo Rispondi

          15/08/2023 alle 21:23

          Secondo Lei il memoriale intero di ALdo Moro o copia di esso è in Italia o all’estero?

  5. Aleth Rispondi

    09/09/2023 alle 13:42

    Il fattoide della bomba è una bufala depistante che dura da 45 anni : non c´era nessuna bomba in quella mini cooper, essa fu ispezionata dagli artificieri tra cui Vitantonio Raso che poi ispezionerà anche la r4 il 9 maggio : nessuno di essi ha mai parlato di bombe a Fani. Nelle foto e nel repertorio video di quella mattina a Fani, non esiste nessuna attestazione di evacuazione, segno che l´ispezione degli artificieri fu ordinata pro forma, nella perfetta consapevolezza della menzogna, altrimenti si sarebbe dovuto evacuare l´intera zona compreso il 109 ed il 106 almeno, con tutti i pezzi grossi che giravano a Fani a quell´ora…
    Non solo : ma una bomba nella cooper avrebbe potuto esplodere durante la strage non dopo, se impattata da pallottole della scorta (Iozzino ad esempio, riuscì a sparare due colpi, di cui uno colpì di striscio proprio la targa della mini cooper).
    Il procuratore de matteo ed i suoi cc misero in giro questa fake news, per distrarre dal fatto accertato purtroppo solo nel 2014 da carlo d´adamo, che quella mini era stata messa lì apposta per agevolare la logistica della strage, offrendo riparo ai veri killer mai identificati, dall´ex X mas tullio moscardi, che di lì a poco sarà ufficialmente assunto al sismi, e che non aveva nessun´altra ragione per parcheggiare in strada disponendo di posto macchina in garage al 109 dove era domiciliato ad hoc in quel periodo a cavallo della strage.

    • Karl Jung Rispondi

      08/01/2026 alle 17:44

      l’esplosivo ad alto potenziale, per esplodere, avrebbe avuto necessariamente di una fonte di innesco, detonatori elettrici e un radio comando in questo caso. Non credo si sarebbe attivata tramite il colpo indiretto di proiettili.

      • Aleth Rispondi

        27/03/2026 alle 14:00

        Google non la pensa come Lei : provi ad inserirvi string consimile :
        una bomba ad alto potenziale nel 1978 poteva esplodere se impattata da un proettile ?
        A parte questo, che non vi fosse alcuna bomba a Fani è certezza assoluta perché intervennero gli artificieri, tra cui uno, Vitantonio Raso, mi confermò personalmente che non c´era nessuna bomba.
        Sta su fb e può verificare Lei stesso con lui.
        La bomba è vecchia bufala di regime del procuratore De Matteo che il Chiodi si bevve senza fact-checking e qualche anno fa passò al disinformatore laporta.
        Errare humanum, sed persistere diabolicum.
        Specie dopo 48 anni.
        Amen.

        ALETH

  6. Aleth Rispondi

    09/09/2023 alle 18:07

    Altra presunta prova addotta dall´autore, delle presunte “bestiali torture” inflitte a Moro, sarebbe l´edema cerebrale di cui al verbale di autopsia, p. 733 qui :
    https://www.memoria.san.beniculturali.it/documenti-online/-/doc/detail/201/045%20%20volume%20XLV?keyword=
    (volume 45 degli atti della commissione parlamentare d´inchiesta Moro1).
    Ma ancora una volta, l´autore spaccia per certezza quel che è una sua mera ipotesi : che cioè tale edema sia stato provocato da torture, tipo percosse alla testa. Direi che tale ipotesi sia da respingere, primo perché, se leggiamo con attenzione il verbale, che cito : ” Encefalo : si osserva un diffuso edema in assenza di lesioni flogistiche e degenerative ” : allora l´edema non appare prodotto da traumi inferti, in quanto appunto, non solo v´è assenza di lesioni da infiammazione o alterazione lenta strutturale, ma proprio anche assenza di lesioni craniali tout court : difatti a pag. 776 leggiamo ulteriori dettagli autoptici : assenza totale di infiltrazioni ematiche, ossa craniali indenni.
    Possiamo dunque orientarci senz´altro ad escudere che Moro sia stato percosso al cranio : questa parte delle presunte “bestiali torture” è priva di fondamento.
    Sempre a p.776, si ribadisce l´edema come aumento del liquor – ma l´edema cerebrale può avere svariate cause, tra cui in questo caso, principalmente la stessa morte del soggetto : l´arresto cardiaco di per sé infatti, può esser causa di edema cerebrale. Nella tipologia di quest´ultimo, detta edema citotossico, abbiamo ad esempio accumulo di acqua negli interstizi endocraniali.
    L´edema cerebrale nel cadavere di Moro dunque, non costituisce affatto prova, e nemmeno indizio, di torture subite, ma è da attribuirsi a normale fenomeno tanatologico.

  7. Aleth Rispondi

    09/09/2023 alle 20:42

    Un´ultima osservazione per oggi, ma colgo prima l´occasione per ringraziare la gentile moderazione di questo sito per aver pubblicato sinora i miei commenti
    critici : segno di spirito democratico e par condicio, qualità rarissime nel panorama web odierno.

    Si tratta del vol. XLV degli atti della Moro1, p. 728 scan = 728 del cartaceo originale per le fratture costali, ripeto il link :
    https://www.memoria.san.beniculturali.it/documenti-online/-/doc/detail/201/045%20%20volume%20XLV?keyword=
    Detto vol. 45 fu pubblicato nel cartaceo originale, nel 1989, come si legge a pag. 1 del link ; quindi, da allora almeno, è a disposizione degli studiosi presso l´archivio del senato. Online, fu messo molti anni fa sul portale dei Beni Culturali, Per non dimenticare, con il link dato supra, quindi da molto tempo, la consultazione ne è agevolissima per gli interessati. Detto verbale dunque, almeno a partire dal 1989, non è stato mai occultato.

    È pur vero che, a quanto mi consta, alle fratture costali non è stata data finora, in 45 anni, la necessaria rilevanza analitica in sede critica. Ma già, ad esempio, a parte il servizio di chiodi che fu censurato all´epoca, in tempi più recenti d´adamo/Hepburn Jr, Coup d´état in via Fani, pendragon 2018, avevano messo in rilievo le fratture, ed ipotizzato calcio inferto per far meglio piegare Moro in due per facilitarne l´immissione in cassa. L´autore del libro Raffiche parla invece di tortura. Il che è una mera ipotesi, senza prove, come quella di Coup citato di 5 anni fa.

    Parlare di “torture bestiali” inferte a Moro, come fa l´autore, è ipotetico : le fratture costali ad esempio, poterono ben essersi prodotte, sempre in via di ipotesi, in seguito a caduta accidentale (che Moro avesse precario senso dell´equilibrio e cadesse spesso è attestato da una delle figlie) ; oppure in seguito a trauma da impatto se era a Fani (l´autore sostiene di no, anch´io per anni l´ho pensato, ma da un anno circa non più e poi spiegherò perché in successivi commenti nei prossimi giorni se non abuso dell´ospitalità).

    Ora purtroppo non s´è mai saputo, o meglio io non so, che fine abbiano fatto le radiografie del cadavere, sul cui radiogramma i legali dicono espressamente di aver basato la diagnosi di frattura (p.727) : il reperimento di tali radiografie sarebbe molto importante, ma temo siano state distrutte o nascoste come moltissimo altro del caso Moro.
    Non sappiamo dunque, perché il verbale non lo dice, a che punto esatto di ciascuna delle 4 costole fossero situate tali fratture ; non ne conosciamo la tipologia e la gravità (le fratture lineari per esempio, sono lievi, non sono scomposte, guariscono presto ed invero quelle di Moro par di capire fossero in via di veloce calcificazione) ; non abbiamo nessuna prova dell´eziologia di tali fratture.

    Ricordo anche a tal proposito, che se è vero che la 130 a Fani non tamponò la 128 cd, è vero altresì che essa fu tamponata da dietro dall´alfetta di
    scorta : e questo potrebbe aver sballottato Moro, se presente, in modo tale da procurargli quelle fratture costali. Non solo : ma lo sballottamento potrebbe essere iniziato qualche metro o decina di metri prima dell´arresto delle vetture, perché i cristalli infranti a terra dietro l´alfetta di scorta mostrano che i primi colpi (i famosi colpi singoli almeno) furono sparati ad auto ancora in movimento anche se rallentanti per via dello stop. Il testimone oculare samperi attesta a verbale, che vide la 130 procedere a strappi prima di fermarsi : il che porterebbe a pensare che Ricci fosse già stato colpito ed incapacitato dai colpi singoli, ed avesse perso il controllo dei pedali prima dell´arresto della 130.

    Insomma : non si può escludere con certezza la tortura come causa delle fratture costali, ma essa tortura è mera ipotesi e come tale andrebbe presentata, in quanto priva di prove.

    Né si elevino ancora per favore, quasi 40 anni dopo gennari e peres, aleatorie arbitarie costruzioni anagrammistiche al rango di prova di alcunché, se si vuole far scienza e non fiction : non vi è infatti nessuna prova che Moro abbia inteso fare anagrammi – e che non ne avesse mai fatti è attestato concordemente da più di un familiare.

  8. Francesco Marchi Rispondi

    07/01/2024 alle 20:18

    Oscene puttanate che offendono le vittime di Via Fani, Moro e tutti coloro che hanno combattuto il terrorismo, spesso sacrificando il loro bene più prezioso.

  9. Roberto Chiodi Rispondi

    16/07/2025 alle 00:20

    Moro arrivò in via Montalcini “intatto”, aveva solo qualche graffio sulle mani provocato dall’esplosione dei finestrini. Lo dice Moretti in prima persona a Rossanda-Mosca. E la prima domanda di Moretti a Moro portato nello sgabuzzino di via Montalcini fu per sincerarsi se stava bene. Disse di sì. Se avesse avuto quattro costole fratturate non sarebbe stato nemmeno in grado di parlare. Quindi le costole non se le fratturò nel tragitto Fani-Montalcini. Avvenne ALTROVE. E siccome le suole delle scarpe di Moro avevano tracce di bitume (di sicuro non presente nella prigione-bugigattolo: due metri per 90 cm, dice la Braghetti, padrona di casa) ecco due elementi incontrovertibili che dimostrano la falsità della versione che vuole Moro per 55 giorni sempre a Montalcini.

  10. Aleth Rispondi

    27/03/2026 alle 12:24

    I FALSI SCOOP DI ZATTI FEDERICO
    La borsa Loyola a Monte Nevoso la segnalai io allo Zatti sul sito rainews di fb – grazie dell´onestà intellettuale nel plagiarmi. Effettivamente è curiosa la sua presenza tra i bierre. Ho chiesto spiegazioni a bonisoli, mai ricevuta risposta. Ma essa non prova per niente che la prima prigione di Moro (ce ne furono altre) fosse nell´inesistente cantiere Loyola al 114. John Felice era stato davvero agente segreto per gli inglesi durante la guerra, ma nemmeno questo prova sua complicità coi bierre, né come quella borsa finì a Monte Nevoso. Tuttavia la borsa Loyola è curiosa, e la sua provenienza resta misteriosa giacché quel tipo di borsa aveva più che altro circolazione interna al campus e non commerciale nei negozi. Ciò non coimplica non potesse trovarsi usata a Porta Portese, ma non lo rende facilissimo. Tornerò sulla borsa. Ma : al 16.3.78, non c´era nessuna Loyola a Massimi 114. Stava ancora nella vecchia sede a Villa Maria Theresa, non lontano sulla Trionfale al civico 8062 (oggi via Girolamo Nisio 57). E non c´era al 114 nessunissimo cantiere Loyola : quando avvenne il trasloco mesi dopo, la Loyola occupò i locali preesistenti delle suore che glieli avevano affittati, senza alcuna nuova costruzione – quale conduttore mai si metterebbe a costruire per il padron di casa ? Solo decenni dopo la Loyola acquisterà gli stabili dalle suore e vi costruirà nuove aggiunte. Tutto questo lo segnalai al persichetti, lo trovate sul suo sito insorgenze naturalmente senza riconoscimento per me dato che trattasi notoriamente di ennesim fior di galantuomo. Basta con questi pseudoscoop da strapazzo. Poi, che John Felice POSSA ipoteticamente essere coinvolto, è latamente indiziario perché lui mantenne per tutta la vita contatti al più alto livello con il vertice dell´anticomunismo (e quindi, antimoroteismo) internazionale : (dal sito del john felice rome center) :
    “While teaching a summer program in 1961, Felice was invited to lunch with Italian President Giovanni Gronchi and American diplomat Clare Booth Luce. Luce opined that both Italy and America needed a large, permanent study-abroad program anchored in Rome. Wanting to seize the once-in-a-lifetime opportunity, Felice asked Gronchi if the Italian government could help start such a program.”
    Ma certamente NON fu mai anfitrione della prigione di Moro al 114 di via Massimi, come sto per provarvi. Basta con lo scoopismo da strapazzo degli zatti e cassettari assortiti del caso Moro, compresi gli imbecilli che li ospitano nei loro podcast demenziali su yt : ecco quel che mi scriveva il 9.1.2023 Suor Laura Restelli, amministratrice delle Suore Domenicane di Santa Caterina da Siena che nel 1978 affittarono parte dei loro locali di via Massimi 114 alla Loyola : ” Gent.mo sig…, … Ora, dal mio ufficio con alcune note di archivio sono a poterle confermare quanto segue… … dalle note di archivio possiamo dare queste certezze. Alla fine di maggio del 1965 nella casa dove ora si trova la Loyola University (corpo storico – NON le nuove costruzioni) si trasferisce la Curia generalizia della congregazione. L’altra casa (114/B) resta casa di noviziato, mentre il 114/A è sede della curia generalizia, casa di formazione per le giovani professe e casa di esercizi per la Congregazione. Tale resta fino al capitolo generale del 1976 quando comincia una riflessione sull’uso di questo immobile. Il 16 aprile 1978 la casa viene chiusa e la curia generalizia e il gruppo di formazione si trasferisce nella casa di noviziato in locali che erano stati ristrutturati allo scopo. Dal 1 maggio 1978 nella casa entra la Loyola University, con un affitto che era già stato firmato nel mese di febbraio 1978. Come vede non ci sono periodi vacanti: essendo i due immobili molto vicini quei 15 giorni sono serviti alle suore per finire il loro trasloco e all’Università per cominciare ad approntare i locali a suo uso. L’affitto con il Centro universitario dura fino al luglio 2009, quando avviene la vendita e quindi il passaggio di proprietà del bene. Quindi spero di aver risposto alle sue domande: non ci sono tempi in cui l’immobile rimase vuoto, nel senso che o c’erano le suore che stavano traslocando o c’era il Loyola che stava approntando i suoi locali. Inoltre all’inizio del viale c’è sempre stato un cancello a delimitare la proprietà. L’immobile non aveva allora le dimensioni attuali.,,
    Cordiali saluti.
    sr Laura Restelli Sede Legale-Economato Generale Suore Domenicane di Santa Caterina da Siena Via degli Artisti 17 – 00187 ROMA ” :
    dunque : al 16.3.78 non c´era nessuna Loyola a via Massimi 114 e non c´era nessun cantiere perché la Loyola affittò preesistenti locali delle suore. Se solo gli scoopisti della domenica verificassero prima di dar fiato alle trombe…Ma se lo facessero, non sarebbero quel che sono. Abbiamo agli atti della prima commissione d´inchiesta due testimoni oculari d’eccezione : la signora Iole Dordoni sta passeggiando col cane all’angolo tra via Carlo Belli e via Marcello Casale De Bustis, quando vede sopraggiungere a grande velocità il convoglio dei terroristi : una grande scura (la 132) seguita da due piccole (le due 128, blu e bianca). Arrivano alla catena che chiudeva De Bustis, la manipolano, la superano e proseguono dritti passando a DESTRA della quercia che stava un tempo in mezzo alla strada DOPO la svolta a sinistra per il tratto di via Massimi dove c’è il 91. La Dordoni vede bene che il convoglio NON gira a sinistra per quel tratto di Massimi : va dritto, passa la quercia a destra, NON gira a destra dove c´è oggi (ma NON al 16.3.78) l’università Loyola dei gesuiti. Superano Villa Rossini, che sta DOPO la svolta per Massimi 91 e DOPO la svolta per la Loyola. La Dordoni specifica ad Imposimato nel ´79 che i terroristi NON girano a destra per infilare il viottolo del 114 :
    CM 42, p. 511 .
    Insomma : i terroristi NON portano Moro a via Massimi 91, né al 114 (Loyola). Vanno dritti giù per il tratto di Massimi (una via con due tronconi) che arriva a via Serranti. Tutto ciò è confermato indipendentemente dall’altra oculare preziosa, la fu signora Anna De Luca in Angelini, che abita prospiciente la catena di De Bustis. Anche lei vede il convoglio proseguire dritto giù verso via Serranti. Nuovi edifici ed ampliamenti furono operati dalla Loyola solo DOPO l´acquisto degli immobili dalla suore nel 2009 (fonte sito John Felice Rome Center). Quindi il disegno di Gradoli NON può essere quello di inesistente cantiere Loyola.
    (dal sito del jfrc) :
    ” 1978: The Rome Center moves to its current location, a spacious residential campus on Via Massimi, atop Monte Mario. The converted former convent is a large, U-shaped building, which houses classrooms, student dormitories, administrative offices, a cafeteria, a coffee bar, and more….
    2009: Loyola purchases the Via Massimi campus. “, Il primo nuovo edificio è inaugurato solo nel 2011 : ” 2011: The state-of-the art library, or Information Commons (IC), is inaugurated.” Il secondo nuovo edificio, solo nel 2015 : ” 2015: The new dining hall – known by students as the mensa – opens in the spring semester.” Il terzo. solo nel 2020 : ” 2020: After more than a decade of fundraising and planning, the JFRC inaugurates its new residential hall and chapel.” E voglio davvero sperare che ora finalmente questo zatti si dia all´ippica e la smetta di alzare polveroni demenziali sul caso Moro — 48 anni di stratigrafia del depistaggio bastano e avanzano.
    ALETH
    COPYRIGHT ALETH 2023 + 2026
    ALL RIGHTS RESERVED

  11. Aleth Rispondi

    28/03/2026 alle 11:43

    MORO NON FU TORTURATO FISICAMENTE !

    Ecco l´esperta opinione del Prof. Giovanni Arcudi, medico legale allora assistente di Marracino, presente all´autopsia di Moro, opinione fornitami dal luminare su mia richiesta :
    “ All’attenzione del Dott….
    Risposta alle domande relative al caso dell’On. Aldo Moro
    1)
    Le fratture costali evidenziate a carico dell’emigabbia sinistra del cadavere sono lesioni fratturative lineari, trasversali all’asse longitudinale della costa, e sono, come entità, poco più gravi delle infrazioni costali. Sono comunque caratterizzate da discontinuazione del tessuto osseo con monconi perfettamente ingranati e con allineamento mantenuto. Come tutte le fratture ossee vanno incontro a processi riparativi con formazione di callo osseo, sia pur modesto e quasi sempre non esuberante.
    2)
    Quanto alla loro localizzazione purtroppo non si ricava dalle descrizioni fatte a suo tempo dal radiologo che ha eseguito l’esame, quale sia la loro sede lungo l’arco costale, che come noto, parte anteriormente dallo sterno, sincondrosi sterno-costale, e raggiunge posteriormente l’articolazione vertebrale.
    Io ho avuto modo di visionare i radiogrammi in occasione dell’esame necroscopico, ma non posso ricordare, anche perché quel reperto, cioè la sede di quelle lesioni fratturative, era in quel momento di importanza marginale rispetto al cuore dell’indagine.
    Comunque se posso esprimere il mio pensiero, senza che questo abbia valore di testimonianza e tantomeno di documentazione, ritengo probabile che le fratture, in numero di quattro, fossero disposte tra la linea ascellare anteriore e quella posteriore dell’arco costale, che è il punto di maggior flessione quando si realizza una compressione della gabbia toracica, per l’azione di un trauma contusivo a superficie più o meno larga, come può avvenire per l’urto del torace contro una superficie solida o contro un angolo piuttosto smusso di una struttura.
    3)
    Rispondendo anche sulla base della mia competenza ed esperienza posso dire: certo vi è certezza della eziologia di queste fratture perché, come sopra accennato, esse sono riferibili all’azione di un mezzo contusivo contro la superficie toracica. E’ verosimile che il momento di produzione della frattura sia unico, cioè tutte le fratture sono riconducibili ad un unico momento lesivo.
    4)
    Le fratture costali hanno riconosciuto, quindi, un unico momento traumatico e non è vero che hanno tempi diversi dei loro processi riparativi. Quello che descrive il radiologo si riferisce alla diversa percezione delle immagini radiografiche che dipende da tante cose che si possono verificare nel processo di esecuzione dei vari radiogrammi; pertanto da quella descrizione si deve dedurre la contemporaneità di produzione delle fratture lineari e non si può ipotizzare tempi diversi di evoluzione dei processi riparativi
    Se mi è consentito una personale interpretazione scientifica, il momento di produzione delle quattro fratture, considerato anche il tempo stimato del loro processo riparativo, potrebbe essere ricondotto al momento dell’agguato di via Fani, quando l’onorevole Moro è stato fatto uscire dall’abitacolo della vettura sulla quale viaggiava, presumibilmente con violenza, e qui potrebbe aver urtato con il proprio fianco sinistro contro una struttura dell’auto (montante posteriore dello sportello posteriore sinistro?) Se non ricordo male l’On. Moro sedeva, al momento dell’agguato, sul sedile posteriore dalla parte sinistra, dietro il posto del conducente.
    5) Ricordo abbastanza bene l’esame esterno del cadavere fatto nel corso dell’esame necroscopico e posso dire che non è stata rilevata alcuna lesione cutanea, (ecchimosi, escoriazioni, ferite,) da poter riferire ad azioni di tortura esercitata sulla persona dell’onorevole Moro nel corso del suo sequestro.
    ​Meno che mai le quattro fratture lineare delle coste dell’emitorace sinistro, per loro natura e caratteristiche, possono essere riferite a singoli traumi prodotti nel corso di “tortura”.
    Giovanni Arcudi
    Roma 25 Ottobre 2023 “.

  12. Aleth Rispondi

    29/03/2026 alle 14:20

    LEONARDI : WUNDBALLISTIK 1

    Analisi critica della relazione medico-legale sull´assassinio di Oreste Leonardi

    La relazione medicolegale su Leonardi è in CM 44 : 749 sqq.
    https://memoria.cultura.gov.it/documenti-online/-/doc/detail/200/044%20%20volume%20XLIV?keyword=
    Si comincia al solito con la necroscopìa.
    Il primo foro d´ingresso è sulla bozza parietale dx, quasi vertice del capo. La forma è rotondeggiante, segno generalmente, d´ impatto quasi perpendicolare.
    Il diametro è cm 0,7, compatibile grosso modo coi 4 proiettili 9×19 PB repertati nel cadavere e tra gli abiti. Essi non includono questo proiettile al cranio, che fuoruscì dalla nuca a sn e non fu mai identificato.
    I margini del foro sono leggermente irregolari ed escoriati, ma nulla si dice di eventuale contusione tipica dei fori d´ingresso, nulla di eventuale orletto ecchimotico-escoriato. Il DiMaio (Gunhot Wounds, 3d edition, CRC Press 2016, p.75) afferma :
    ” Most wounds with microtears show absence of an abrasion ring.”
    Ed infatti, qui abbiamo due piccole intaccature lacere di un paio di cm ciascuna che interrompono i margini.
    Il tramite emerge dalla nuca a sn subito sotto attaccatura capelli con lacerazione obliqua a margini leggermente estroflessi lunga 1 cm : l´estroflessione aiuta a distinguere uscita da ingresso. Ma se la lesione in uscita è obliqua e quella in entrata era rotondeggiante, vuol dire che il tramite non fu rettilineo ma in qualche modo deflesso dall´urto con le dure ossa craniche. Oppure che il proiettile non uscì di punta, per via di yawing e tumbling (deviazioni dall´asse della direzione di moto), o che uscì deformato. Da ipotizzare qui pure, dato che le foto risalgono a diverse ore dopo la strage, elastic tissue recoli (ritrazione elastica dei tessuti) fenomeno comune per cui la cute lesa tende a richiudersi.

    In generale i tramiti nel cranio e busto di Leonardi hanno tutti andamento leggermente dx-sn, quale più quale meno. Questo foro parietale presenta maggiore accentuazione dell´obliquità dx-sn, maggiore plausibilmente per deflessione o per postura più angolata del cranio al momento dell´impatto.

    L´ingresso non ha effetti secondari, ma i medici nulla dicono di eventuale analisi dei capelli che hanno tagliato per evidenziare il foro : i capelli trattengono gli effetti secondari, quindi non sappiamo se lo sparo avvenne entro i 30 cm circa (distanza entro la quale il tatuaggio è molto probabile), i 90 circa (tatuaggio ancora possibile ma molto meno probabile) o da più lontano di 90 cm (tatuaggio assente).

    ALETH
    COPYRIGHT ALETH 5 + 28.3.2026
    ALL RIGHTS RESERVED

    LEONARDI : WUNDBALLISTIK – 2

    Sempre sul foro parietale, vediamo l´autopsia CM 44 : 756 sqq. La misura qui data del diametro è diversa da quella data in necroscopìa : 1,1 cm invece di 0,7. Par di capire che la differenza sia dovuta al misurare il foro dal lato interno, del tavolato interno della teca cranica. Qui il foro appare netto nella sua emicirconferenza anteriore, assai irregolare e scheggiato a carico appunto del tavolato interno nella posteriore. Tutto ciò dovrebbe indicare che il foro ha la classica forma a cono rovesciato, ovvero si va allargando all´interno del cranio, e questo è tipico dei fori d´ingresso non solo nel cranio ma pure nel vetro ad esempio. Se il foro è rotondeggiante, l´incidenza in entrata è quasi perpendicolare : allora perché diverge la forma delle due semicirconferenze interne ? La risposta più plausibile dice due cose : 1. ingresso quasi perpendicolare vuol dire che una minima, o più che minima, obliquità c´era, e questo può causare smussature asimmetriche all´interno. 2. Che il proiettile entrando un po´ angolato sul lato esterno del cranio, ha grattato di più sul lato interno del parietale, la semicirconferenza posteriore, scheggiandola : questo pare implicare che l´obliquità dell´angolo d´incidenza in entrata fosse da anteriore a posteriore.
    E perché irregolarità e scheggiatura sono solo dal lato interno e non anche esterne ? Perchè quando il proiettile impatta sul lato esterno del cranio è ancora stabile ; inoltre il tavolato esterno del cranio è più denso e compatto, quindi la perforazione risulta più netta e pulita (rotondeggiante come nel nostro caso), mascherando in certo modo l´obliquità dell´incidenza.
    Nel perforare la diploe (strato osseo spugnoso che sepata tavoltato esterno ed interno della volta cranica) e poi impattare il tavolato interno, il proeittile scarica la sua cinetica, creando cavità tempranea la cui pressione aumenta i danni interni. Ecco perché il tavolato interno si scheggia.
    Il fatto poi nel nostro caso, che sia scheggiato ed irregolare solo nella semicirconferenza posteriore, vuol dire che l´impatto non fu perfettamente ortogonale, ma obliquo da lato anteriore (il lato verso la fronte) a lato posteriore (il lato verso la nuca, da cui infatti fuoriesce il proiettile a sn). Questo è importante, perché se ne dedurrebbe che Leonardi in uscita piegata, al momento di questo impatto parietale avesse la testa rivolta verso la sua dx – verso cioè, la nuvola di bossoli calibro 9×19 repertata fra retro della Clubman e muso dell´Alfetta.
    Nella parte 1 ho già detto che l´obliquità dx-sn di questo tramite è più accentuata degli altri nel cranio e busto, frutto di o improbabile deflessione all´interno del cranio, oppure più verosimilmente, della particolare angolazione del cranio di Leonardi al momento dell´impatto.
    L´impatto del proiettile con l´osso parietale e poi la perforazione del cervello comportano diminuzione di velocity. per cui in uscita il proiettile poté non avere energia sufficiente a causare ferita più larga dell´ingresso come solitamente accade, tant´è che il foro di uscita nella teca cranica bassa misura 0,7 cm : però solo dal lato osseo interno, mentre la ferita d´uscita vera e propria misura 1 cm stando alla necro.

    La spiegazione più plausibile è questa : in entrata lato esterno abbiamo 0,7 cm, che diventano 1,1 sul lato interno del cranio perché la forma tipica di queste ferite d´ingresso è a cono rovesciato ; viceversa in uscita abbiamo 0,7 cm sulla teca cranica bassa e 1 cm esternamente sulla nuca , quindi il cono svasa verso l´esterno simmetricamente a come svasava verso l´interno in entrata : tutto questo è tipico, e confermato dai medici che scrivono a 758 con riferimento al foro di uscita nella teca cranica bassa : ” svasatura prevalente a carico della teca esterna “.
    Si tenga presente che una perforazione craniale da proettile ha 4 lati ossei : ingresso in tavolato esterno ; uscita da tavolato interno (sempre dello stesso osso impattato, nel nostro caso il parietale dx) ; ingresso in tavolato interno (nel nostro caso, della teca cranica bassa) ; uscita da tavolato esterno (nel nostro caso, della teca cranica bassa).

    ALETH
    COPYRIGHT ALETH 6+29.3.2026
    ALL RIGHTS RESERVED

  13. Aleth Rispondi

    29/03/2026 alle 17:46

    CASO MORO : STATUS QUAESTIONIS

    Nel 2014 Carlo D´Adamo pubblica un suo brillantissimo studio sulle macchine parcheggiate ai lati della strada in area dove si spara (Chi ha ammazzato l´agente Iozzino, Pendragon Bologna 2014, lettura obbligatoria per chiunque voglia davvero capire il caso Moro). La Mini Cooper verde col tettuccio nero appartiene a Tullio Moscardi (1920 + 1997), ex ufficiale della decima mas (nuotatori/paracadutisti) e di sottogruppi derivati come il Vega e la banda Versino, specialista in azioni di sabotaggio del tipo stay behind. Costui è amico fraterno del criminale di guerra suo comandante N/P Buttazzoni, e lo aiuta nel dopoguerra a nascondersi a Roma finché il buttazzoni non viene amnistiato e ricomincia a far danni co-fondando tra le altre belle imprese, l´MSI. Moscardi domicilia a via Mario Fani 109 solo a cavallo della strage : vi entra a settembre 1977 (cioè proprio quando inizia la fase operativa di preparazione del sequestro Moro), ed a novembre ´79 è già fuori non si sa da quando. L´appartamento (scala B, piano III, int. 18) glielo ha dato in uso non si sa a che titolo, un suo amico Mario Amodei (1928 + 2007), fratello del proprietario del Corriere dello Sport Franco. E l´ambiente del CDS e del clan Amodei è da sempre non solo laziale e arcifascista, ma pure vicinissimo alla decima mas : in redazione avevano avuto Alberto Marchesi (decima, Battaglione Barbarigo, Linea Gotica) e Luciano Oppo (figlio del noto artista di regime del ventennio Cipriano Efisio), ex decima pure lui tanto per cambiare, addestrato al sabotaggio stay behind a Campalto in Veneto. Oppo era amico degli Amodei fin da prima che questi prendessero il timone del CDS.
    L´intestataria dell´appartamento del Moscardi (conduttrice presso l´ENPAF proprietario dello stabile) era però la compagna dell´Amodei, l´ebrea romena Vali Perlman (1933-2025), vedova dell´ebreo italiano pilota civile Italo Billau, perito nel disastro aereo di Monte Somma (1964). Il figlio di questi ultimi due, Andrea Billau (1961-vivente), fa il giornalista radicalchic a radio radicale. Da me contattato, mi rispose algidamente che tutto quel che aveva da dire l´ha detto agli escussori della Moro2 con la madre al tempo vivente. Bugia : la Moro2 non gli chiese la cosa principale : se cioè il B18 avesse o no posto auto riservato in garage condominiale; e che tipo fosse l´Amodei, che lavoro facesse, come avesse conosciuto il Moscardi, a quali condizioni gli avesse ceduto la casa. Dopo lunghissime e faticosissime insistenze, l´ex compagna del Billau, Mariagrazia De Benedetti, che visse con lui al B18 dall´´85 al 2007, mi rispose che l´appartamento NON aveva posto macchina riservato in garage. Solo che lei non conosce la situazione al 16.3.78, che la Moro2 avrebbe dovuto appurare ed ha omesso di fare, contentandosi dei non ricordo della Iannaccone vedova moscardi. Billau sa la risposta ma fa la sfinge. Ma se anche la casa fosse stata sprovvista di posto auto, questo non scagionerebbe il Moscardi (e possibilmente l´Amodei) dal sospetto di complicità nella strage : non solo per il suo passato in decima ; non solo perché fu al 109 solo a cavallo ; non solo perché specialista in sabotaggio ; non solo perché, stando al grassi però inverificabile, il moscardi entrò ufficialmente in sismi nell´autunno ´78 (il che implica contatti ben precedenti, dato che il sismi non t´assumeva certo su due piedi) ; non solo perché la Moro2 non chiese alla sua vedova Iannaccone Maria perché mai avessero lasciato splendida location in via del Corso per l´alveare incasinato del 109 ; non solo perché uno dei due indirizzi del Corso nella disponibilità del moscardi aveva ospitato la sede di Nuova Repubblica di Randolfo Pacciardi, antifascista, ex ministro con De Gasperi, atlantista e fieramente anticomunista; non solo perché, teste Iannaccone, il sostituto di regime Infelisi si recava diverse volte al B18 durante i 55 non si sa bene perché (e la Moro2 more suo solito, si guarda bene dal chiederglielo) ; ma anche e soprattutto perché la sua Mini Cooper assolve a funzione strategica durante l´agguato : in congiunzione con la 127 rossa dei servizi che parcheggia di fronte ad essa contromano, la Cooper serve a nascondere 2 killer professionisti mai identificati attestati dal Marini che sbucano a massacrare a raffiche Iozzino.
    Dall´altro lato abbiamo l´Austin Morris modello Mini Clubman Estate nuova di zecca di Patrizio Bonanni (Panicale, PG 1946 – non so se vivente), che la parcheggia la sera prima della strage al posto frequentemente occupato dal fioraio cui seghetti e fiore bucano le gomme proprio quella sera. Stando a testimonianza resami da Veronika Korosec che lo conobbe assai bene, il Bonanni era “fascistoide” tanto per cambiare. Egli parcheggia l´Austin come si dice a Roma, a k di cane : la parte anteriore dista mezzo metro dal ciglio, la posteriore circa 1 metro. Errore o volutamente ? Lo sportello di Leonardi ci sbatterà contro quando l´eroico Maresciallo tenterà la sua ultima disperata reazione uscendo dalla 130. Ed anche per un´eventuale fuga a destra di Ricci quella macchina ostacolava non poco in congiunzione con la CD. Al solito, la Moro2 copre il bonanni non chiedendogli l´unica cosa che doveva chiedergli : se cioè l´appartamento di cui disponeva al 109 e dove dormì quella notte, avesse o no posto macchina in garage condominiale. E non ci fanno sapere nemmeno l´interno di detto immobile, sicché sappiamo solo che era al primo piano a destra (quindi scala A) sempre se il Bonanni almeno su questo disse la verità. Per cui non ho potuto verificare di persona se avesse o no garage.
    Ma non basta : a giugno 2022, scoprii che il padre del patrizio, Lanfranco Bonanni (1923 + non so quando), costruttore del 109, era stato durante la guerra prima infiltrato badogliano nella Resistenza umbra e toscana, macchiandosi di crimini efferati per gettare discredito sulla componente comunista ; e poi dal ´44 in poi, agente stay behind per il servizio segreto militare dello stato maggiore dell´VIII armata britannica invadente l´Italia. Perfino la cugina del patrizio, Lina Procopio moglie di suo cugino Maurizio Bonanni e residente al 109, aveva il posto macchina : e lui, figlio del boss costruttore, non lo aveva ?
    Sciascia scrisse famosamente che non si può sfidare il calcolo delle probabilità : e qui nemmeno le combinate abilità matematiche di un Gödel e di un Poincaré riuscirebbero a calcolare la probabilità infinitesima, che su 3 sole macchine nella striscia dell´agguato, i 3 intestatari sono tutti legati ai servizi : giacché il patrizio come scoprì D´Adamo, aveva intestato l´Austin alla sua società Poggio delle Rose, affidata in amministrazione alla Fidrev notoria ditta di finto auditing compiacente per le società ombra dei servizi fin dal 1941.

    ALETH
    COPYRIGHT ALETH 2025
    ALL RIGHTS RESERVED

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *