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La “strage fascista” di Bologna e il campionario degli orrori giudiziari
Kram e i palestinesi coperti per decenni,
Paolo Bellini condannato senza prove
Il j’accuse Paradisi e Pelizzaro sul Grande Depistaggio

DI GIAN PAOLO PELIZZARO E GABRIELE PARADISI

21/12/2022 – Stanno per essere depositate le motivazioni della sentenza di condanna all’ergastolo nei confronti dell’ex killer reggiano Paolo Bellini per concorso nella strage del 2 agosto 1980.

Il 6 aprile 2022, la Corte d’Assise di Bologna, al termine di un controverso processo ai cosiddetti mandanti (tutti morti da anni: Licio Gelli, Umberto Ortolani, Federico Umberto D’Amato e Mario Tedeschi), ha attribuito all’ex killer di Reggio Emilia con un turbolento passato da latitante e grande criminale (ha confessato oltre dieci omicidi), poi collaboratore di giustizia, oggi in regime di detenzione domiciliare), il ruolo di quinto attentatore.

Il cosiddetto quinto uomo.

Secondo il teorema accusatorio, Bellini avrebbe agito in concorso con altri quattro militanti d’estrema destra, già condannati per gli stessi fatti: gli ex NAR Giuseppe Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, l’ex TP Luigi Ciavardini (definitivi con sentenze passate in giudicato) e l’ex NAR Gilberto Cavallini (condannato in primo grado il 7 gennaio 2021).

Nonostante l’enorme sforzo della Procura Generale di Bologna, il dibattimento non ha mai provato alcun collegamento diretto o indiretto tra Bellini e gli altri quattro condannati. Così come non sono emersi riscontri probatori sull’ipotesi che Gelli e Ortolani della Loggia P2 abbiano speso cinque milioni di dollari per finanziare il presunto progetto stragista e versato solo a Valerio Fioravanti una altrettanta fantomatica tranche di un milione di dollari. Cifre sparate quasi a vanvera, senza mai un riscontro contabile e documentabile che potesse provare l’effettivo passaggio del denaro.

Bellini, sempre secondo la pubblica accusa, sarebbe stato assoldato come killer manovrato non si sa bene da quali servizi segreti. Anche qui, accuse che non hanno mai superato la soglia di generiche congetture e illazioni, senza mai un riscontro.

Più controversa, invece, la questione della sua presunta militanza in Avanguardia nazionale, l’organizzazione extra parlamentare di estrema destra capeggiata all’epoca da Stefano delle Chiaie e Adriano Tilgher. Pur essendoci stato un “momento politico” negli anni giovanili di Bellini, non sono stati invece provati i sospetti relativi alla sua reale «intraneità» (cioè della sua militanza stabile e organica, non avendo mai aderito ufficialmente e formalmente ad Avanguardia Nazionale) a tale movimento politico.

Bellini non ha mai conosciuto o incontrato Delle Chiaie, né il suo braccio destro Tilgher, il quale ha anche chiesto di essere ascoltato al processo, ma la Corte ha respinto la sua richiesta.

In sostanza, Bellini è stato condannato all’ergastolo sulla base di un problematico e discutibile riconoscimento fatto dalla sua ex moglie, Maurizia Bonini, su alcuni fotogrammi di un video amatoriale girato da un misterioso turista austriaco residente in Svizzera la mattina del 2 agosto 1980. In una di quelle immagini la signora Bonini avrebbe riconosciuto il volto del suo ex marito, collocandolo pertanto sulla scena del crimine decine di minuti dopo l’esplosione.

Una versione, questa, appesa a un filo sottilissimo.

La donna, infatti, ha cambiato versione tre volte, a verbale e in conversazioni private con i parenti, intercettate dagli inquirenti, dopo aver ritrattato quanto lei stessa aveva dichiarato all’epoca (nel 1983) sia ai carabinieri sia al giudice istruttore di Bologna nella prima istruttoria a carico di Bellini per concorso in strage. Istruttoria, questa, terminata con una sentenza di proscioglimento emessa dall’allora giudice istruttore, dott.ssa Daniela Magagnoli (uno dei vari magistrati del Tribunale di Bologna che nel 1989 finirono sotto inchiesta da parte del CSM, accusati dall’avvocato Roberto Montorzi di aver fatto parte di una presunta lobby occulta della massoneria rossa collegata all’allora Pci).

Dalla perizia Potenza-Perri: il confronto tra il volto di Paolo Bellini e quello del filmato Polzer

Oltre alla condanna all’ergastolo di Paolo Bellini, la Corte di Assise di Bologna ha giudicato responsabili anche gli altri due imputati: sei anni di reclusione con l’accusa di depistaggio per Piergiorgio Segatel, ex ufficiale dell’Arma dei Carabinieri, e quattro anni a Domenico Catracchia, amministratore degli immobili di via Gradoli a Roma, accusato di aver reso false informazioni al Pubblico ministero al fine di sviare le indagini.

Secondo alcune indiscrezioni trapelate da ambienti giudiziari bolognesi, sembra che i giudici della Corte d’Assise incaricati di redigere le motivazioni della sentenza di condanna (da aprile a oggi) abbiano trovato non pochi ostacoli e problemi nel “ricucire” i vari segmenti di un impianto accusatorio definito da alcuni un “Frankenstein” giuridico. Salti logici, assenza di riscontri e prove dibattimentali, lacune e troppi indizi senza alcun valore probatorio.

Un enorme castello di accuse che – a detta di alcuni addetti ai lavori – poggia su una serie di teoremi indimostrati e argomentazioni costellate di falle logiche.

Un quadro generale sostanzialmente viziato, sin dall’inizio, da gravi pregiudizi ideologici e distorsioni valutative che – partendo da presupposti erronei – hanno prodotto ulteriori incertezze e smarrimenti. Nessuna prova è stata mai formata nel corso del dibattimento circa gli ipotizzati finanziamenti miliardari di Gelli ai

presunti esecutori materiali dell’attentato (in particolare i NAR Fioravanti e Mambro)). Nessun riscontro è stato trovato circa il presunto ruolo ascritto al defunto prefetto Federico Umberto D’Amato e cioè quello di “cerniera” tra il primo livello dei presunti mandanti (i vertici della Loggia P2) e quello militare degli esecutori materiali.

Una sentenza di condanna, quella del 6 aprile 2022, fragilissima dal punto di vista logico e probatorio. Ma il teorema accusatorio, nonostante abbia messo in evidenza durante le fasi processuali tutta una serie di illogicità, contraddizioni e omissioni, è stato comunque confermato dalla Corte d’Assise di Bologna.

Nell’attesa di leggere l’ennesima Magnus Opus relativa alle motivazioni della sentenza di condanna del 6 aprile scorso, facciamo un viaggio nei principali orrori delle varie inchieste che si sono intrecciate in questi quattro decenni sull’attentato terroristico del 2 agosto 1980.

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