28 ottobre, cent’anni dalla marcia su Roma
Operazione nostalgia: ristampata la Genesi del fascismo reggiano di Gualazzini

27/10/2022 – Uno scavo archeologico editoriale, o meglio un’operazione nostalgia nel centenario della marcia su Roma, quella mobilitazione di massa che attraversò l’Italia e si concluse nella Città eterna il 28 ottobre 1922, segnando l’ascesa al governo di Mussolini e l’inizio della dittatura fascista. E anche una ribellione alla cancel culture che si fa strada in Occidente.

E’ questo il senso della ristampa anastatica curata dal Centro studi Italia dell’avvocato Luca Tadolini di un trattatello, altrimenti dimenticato, dal titolo Genesi del fascismo reggiano. Saggio di storia politica, scritto dal professor Ugo Gualazzini e pubblicato nel 1936, nel periodo trionfale del regime, per i tipi delle Officine Grafiche Fasciste di Reggio Emilia.

La notizia sui social ha ovviamente suscitato parecchio interesse e curiosità negli ambienti legati alla destra profonda (qualcuno, venerdì 28, si appresta a festeggiare sotto traccia con le cene ormai tradizionali), ma non solo. Perchè il Saggio di Gualazzini è comunque un documento significativo su come eravamo, soprattutto su come il fascismo attecchì e dilagò a Reggio Emilia, che era la provincia più nera dell’Emilia; e che alla Liberazione diventò invece la più rossa e staliniana non solo dell’Emilia, ma di tutta Italia. Le prove di questa mutagenesi sono innumerevoli, non solo eroiche ma anche tragiche e cinicamente oscurate della storia: come gli eccidi del dopoguerra con la mattanza di centinaia di innocenti ex fascisti o presunti tali, per lo più nemici politici e di classe, che ancora oggi nella Reggio democratica, culla dei diritti e della solidarietà, non hanno diritto a una memoria pubblica.

Luca Tadolini, promotore della ristampa, chiarisce che “la pubblicazione del Saggio di storia politica di Gualazzini deve intendersi come un libero contributo allo studio della storia italiana. E’ un documento importante – conferma- per una completa conoscenza dell’Italia fascista nella sua specificità emiliana e reggiana”.

“Il 30 Settembre 1936 Marcello Bofondi, Segretario della Federazione del Partito Nazionale Fascista (PNF) di Reggio Emilia, conferiva al professor Ugo Gualazzini il mandato a svolgere un saggio storico sulla nascita del fascismo reggiano – – ricorda in proposito lo scrittore e storico reggiano -Nella consegna ad Ugo Gualazzini di redigere la Genesi del Fascismo reggiano,  Bofondi descriveva la sua decisione di “affidare alla Storia” il racconto della fase iniziale della Rivoluzione fascista nella provincia reggiana perché fosse svolta una valutazione critica e obiettiva di concetti e di azioni. Con questo intento il Federale fascista affidava l’incarico alla penna ed allo studio di uno storico e giurista universitario”, la cui autorevolezza era largamente riconosciuta, tanto nel clima infuocato del dopoguerra mantenne il posto da direttore della Blblioteca Municipale sino al 1948, per poi passare definitivamente all’università di Parma come docente e preside di Giurisprudenza.

Gualazzini era nato a Cremona nel 1905. Nel 1929, dopo la maturità classica, si era laureato in giurisprudenza a Parma. Nel 1933 veniva nominato direttore della Biblioteca Municipale di Reggio Emilia. Contemporaneamente Ugo Gualazzini si dedicava all’insegnamento, conseguendo nel 1934 la libera docenza in Storia del diritto italiano. Dal 1935 diveniva professore incaricato di Esegesi di Storia del Diritto Italiano presso l’Università di Parma.

In ambito politico Gualazzini aveva svolto a Reggio Emilia lezioni nei corsi per la preparazione politica dei giovani fascisti reggiani, e aveva anche pronunciato discorsi durante le celebrazioni del regime.

Nonostante le indiscutibili qualità di insegnante e di studioso – il professor Alcide Spaggiari lo ricorda come “uomo di notevole cultura, storico del primo Fascismo e conferenziere” – Gualazzini, nel violento e sanguinoso passaggio reggiano dal regime fascista a quello democratico e antifascista, divenne bersaglio di attacchi politici.  Il giornalista reggiano Ugo Bellocchi testimoniò che “in un primo imponente comizio, il 1° Maggio 1945, il Prefetto Montagnana citò ad alta voce i principali fascisti da perseguitare e fece anche i nomi di Ugo Gualazzini, uomo assai mite e giurista di notevole cultura, già presidente dell’Istituto Provinciale di Cultura Fascista e direttore della Biblioteca Municipale”.

Come detto, Gualazzini rimarrà responsabile della Biblioteca di Reggio Emilia fino al 1948.  Già titolare della cattedra di Storia del Diritto Italiano, divenne Preside della Facoltà di Giurisprudenza di Parma dal 1954 al 1969 e dal 1972 al 1975. Nel 1961 veniva insignito della Medaglia d’oro dei benemeriti della scuola, della cultura e dell’arte. Ugo Gualazzini morirà nel 1995 nella città natale di Cremona, dove gli è stata intitolata una piazza.

Il libro è gia disponibile a Reggio Emilia presso la Libreria del Teatro e presso la Libreria Bizzocchi.

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Una risposta a 1

  1. GIUMAR Rispondi

    28/10/2022 alle 07:18

    UN SECOLO FA
    Mussolini contro Sturzo: quel “sinistro prete”
    CULTURA28-10-2022
    Sin dalla “marcia su Roma” il fondatore del Partito Popolare considerava un pericolo l’ascesa di Benito Mussolini. La sua opposizione era motivata dalla stessa fedeltà alla Chiesa. Al congresso del 1923 prevalse la sua linea di “disincagliare” il partito dal fascismo e da allora ebbe inizio la rappresaglia del regime nei suoi confronti.

    Sinistro prete. È così che Benito Mussolini definiva sprezzantemente don Luigi Sturzo. Un appellativo conquistato grazie alla sua intransigenza antifascista che salvò la faccia ai popolari a dispetto di quella corrente, i cosiddetti Cattolici Nazionali, favorevole all’avvento del fascismo al potere.

    Il sacerdote di Caltagirone assistette alla marcia su Roma dalla villa del suo amico principe, Rufo Ruffo della Scaletta. Dalle finestre di quella residenza, divenuta la vera sede del PPI nel periodo immediatamente precedente all’evento di cui ricorre oggi il centenario, don Sturzo vide con i suoi occhi alcuni preti festeggiare le squadracce fasciste che avanzavano dietro ai labari con i teschi disegnati. E provò tristezza ed angoscia, capendo sin da subito la pericolosità di Mussolini senza cadere nel tranello di molti altri dirigenti del PPI che lo ritenevano un male minore e quasi necessario.

    All’indomani della marcia, contrario ad ogni collaborazione, Sturzo non partecipò alla direzione del partito che diede il via libera alla partecipazione popolare nel gabinetto Mussolini. Nel governo di coalizione entrarono due ministri e quattro sottosegretari popolari, dando a buona parte della dirigenza PPI l’illusione che l’approdo a Palazzo Chigi sarebbe bastato a Mussolini per riportare alla legalità il fascismo e per ripristinare la normalità in un Paese finito sul ciglio della guerra civile. La marcia su Roma, a dire la verità, lasciò interdetti anche gli esponenti popolari meno ostili al fascismo ma l’intenzione mussoliniana di coinvolgere liberali e popolari in un gabinetto di unità nazionale fugò i dubbi.

    Un fedele ritratto di questo stato d’animo emerge dalle carte del senatore “cattolico nazionale” Filippo Crispolti che scrisse: «Confesso che il primo istante in cui appresi, lontano da Roma, l’avvento di quest’ultimo [Mussolini], ne fui turbatissimo, sia per il modo rivoluzionario con cui esso avveniva, sia perché, avendo pure notizia della singolarità dell’uomo, non ne conoscevo né potevo immaginarne la capacità d’uomo di Stato. Ma quando vidi che egli accoglieva nel suo Ministero, uomini sicuri di varie parti; che la sera stessa della rivoluzione riusciva a frenarla; che impediva all’esercito ogni parteggimento in proprio favore; che pochi giorni dopo, maltrattando la Camera, esprimeva la sua riverenza al Senato come l’aveva espressa al Re; che si mostrava subito padrone di tutti i congegni statali, sentii in me una vivissima propensione per lui».

    Ecco, Sturzo non cadde nell’inganno e nei mesi successivi al 28 ottobre 1922 continuò a denunciare la pericolosità di Mussolini e dei suoi, confortato purtroppo dal persistere delle violenze squadristiche contro le sezioni del PPI. «C’è una misura – scrisse il prete siciliano – che più volte manca ai fascisti, ed è la legalità e il senso del rispetto alla legge». Determinato a sgomberare dal campo l’idea che con il fascismo potesse nascere un’alleanza organica, Sturzo volle fortemente – contro il parere dell’ala destra del partito – che si tenesse il IV congresso del partito nell’aprile del 1923. A Torino, il fondatore “disincagliò dal collaborazionismo” – citando le parole da lui stesso usate – il PPI cercando il miracolo di tenerlo unito, evitando così la fuoriuscita dei filofascisti.

    La linea sturziana prevalse con l’approvazione di un ordine del giorno che non ammetteva “cambiali in bianco” a Mussolini e condizionava il mantenimento dei ministri popolari al rispetto «dell’integrità del Parlamento, delle libertà costituzionali» e di una legge elettorale proporzionale. Nel suo discorso sottolineò l’incompatibilità della concezione dello Stato propria del popolarismo con quella fascista. Un modo per far saltare quel governo che – come scrisse – «ci priva persino delle garanzie esterne e legali dell’esercizio dei diritti politici» perché Mussolini si aspettava dal congresso un’adesione totale del PPI al fascismo e invece incassò una bocciatura senz’appello. La vittoria di Sturzo segnò la sconfitta di Mussolini che, non potendolo accettare, fece dimettere i membri popolari dal suo governo.

    Da lì in poi cominciò la rappresaglia contro il “prete sinistro” sui giornali filofascisti e aumentarono le violenze contro le sedi del partito e delle organizzazioni cattoliche culminanti nel vigliacco omicidio di don Giovanni Minzoni. «I fascisti di tutta Italia – scriveva Il Giornale d’Italia pochi giorni dopo questo episodio – dopo le recenti istruzioni del Duce, sono avvertiti che il nemico di oggi non è più il sovversivismo rosso, ma il popolarismo sturziano».

    Questo clima d’odio e le pressioni del presidente del Consiglio portarono la Santa Sede a chiedere un passo indietro come segretario al prete di Caltagirone, non solo per evitare “imbarazzi” ma probabilmente anche con l’intenzione di proteggere la sua incolumità fisica visto il boom di minacce perché la notizia fu commentata dall’Osservatore Romano che esaltava “la dirittura morale” proprio nel momento in cui era diventato nemico numero uno delle camicie nere. Poi le dimissioni dalla direzione ed infine l’esilio a Londra, mentre il PPI – perso il suo fondatore e leader – si spaccava sulla legge Acerbo. Dal ritiro forzato all’estero, Sturzo si dimostrò ancora una volta il più lucido sul fascismo e previde in anticipo ciò che sarebbe successo il 25 luglio 1943. Con la sua intransigenza ha riscattato la simpatia con cui una parte del mondo cattolico impegnato nel PPI guardò alla marcia su Roma e a quanto vi seguì subito dopo.

    La sua opposizione, d’altra parte, non era scindibile dalla sua devozione alla Chiesa: Sturzo, infatti, lottò sin da subito contro il fascismo perché in esso vide «un sistema politico che vuole fare della Religione uno strumento di dominio; mentre tende alla deificazione della Nazione-Stato» ritenendo che non esistesse «concezione più pagana e più ripugnante allo spirito di civiltà ed ai principii del Cristianesimo».

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