26/6/2021 – Michele Bolognino, l’unico dei sei capi cosca della ‘ndrangheta “emiliana” che nel processo d’appello di Aemilia ha scelto il rito ordinario (venendo condannato a 21 anni e tre mesi) si accordò con l’imprenditore modenese Augusto Bianchini “per mettergli a disposizione propri dipendenti, da far lavorare in vari cantieri del dopo terremoto”.
Come si legge nelle motivazioni alla sentenza di secondo grado pronunciata lo scorso dicembre a Bologna “i dipendenti venivano formalmente assunti dalla Bianchini Costruzioni e venivano pagati in parte in maniera regolare (ore conteggiate in busta), in parte in nero (ore fuori busta)”. Tuttavia, tramite alcune false fatture, “la Bianchini Costruzioni srl corrispondeva a Bolognino 23 euro per ogni ora lavorata dagli operai” e l’esponente del clan “ci faceva la cresta”. Ai lavoratori, spesso minacciati, andavano quindi in nero circa 10 euro per ogni ora di lavoro.
Bolognino, hanno riconosciuto i giudici della Corte d’Appello, era in affari anche con altri imprenditori di spicco del sodalizio criminale (i fratelli Vertinelli e Giuseppe Giglio) “che potevano approvvigionarsi di notevoli quantità di gasolio ad un prezzo assolutamente favorevole”. Ciò “consentiva a tali imprenditori di divenire sempre più concorrenziali sul mercato ed al sodalizio criminoso di cui facevano parte di consolidare il proprio prestigio, la propria capacità di penetrazione nel tessuto sociale ed economico e, in conclusione, il proprio predominio sul territorio”.
Il difensore di Bolognino, nelle argomentazioni portate a favore del suo assisitito ha sostenuto che in Emilia “non è configurabile un sodalizio criminale autonomo e distinto da quello dell’organizzazione ‘madre’ e la competenza a decidere spettava dunque al tribunale di Catanzaro”. Inoltre ha chiesto che fossero dichiarate inutilizzabili le dichiarazioni dei pentiti Antonio Valerio e Salvatore Muto.
Nell’appello del rito ordinario di Aemilia, il collegio giudicante presieduto da Alberto Pederiali ha confermato la condanna a nove anni concorso esterno in associazione mafiosa e altri reati, al costruttore modenese Augusto Bianchini, che comunque è stato assolto dall’accusa di
caporalato (per la quale era stato condannato in primo grado assieme alla moglie Bruna Braga) e ha ottenuto uno sconto di pena sul concorso esterno rispetto ai 9 anni e 10 mesi decisi comminati a suo tempo dal tribunale reggiano.
Augusto Bianchini – scrivono i giudici dell’appello – “appare oggi un uomo stanco e sconfitto, e tale probabilmente è per l’età, i malanni e le vicissitudini giudiziarie, ma è stato un imprenditore di successo, titolare di un’azienda edile di primario rilievo, che, probabilmente in un periodo di difficoltà economica, o forse anche per bramosia di maggiori guadagni, ha ceduto alla
tentazione di scendere a patti con la ‘ndrangheta”.
Ha trattato con gli ndranghetisti – scrivono ancora – “da pari a pari, intraprendendo affari con la ‘ndrangheta nella piena consapevolezza che, perseguendo il proprio interesse, realizzava però anche quello della criminalità organizzata impiantata oramai nel territorio emiliano, accrescendone il grado di infiltrazione nel tessuto economico e con ciò il prestigio”.
Bianchini, quindi, secondo il collegio era ben consapevole di avere a che fare con dei mafiosi
anche, ad esempio, nel momento in cui collaborò con Michele Bolognino nell’ambito di una “vicenda di illecita intermediazione di manodopera o, se si preferisce (come sembra preferire la
difesa degli imputati), di subappalto mascherato di lavori”, per i lavori di ricostruzione dopo il terremoto del 2012. Si è “deliberatamente e consapevolmente messo in
affari con Bolognino – sostiene il collegio – nelle vicende relative all’ampliamento del
cimitero di Finale Emilia e in quelle concernenti l’utilizzo di manodopera messagli a disposizione dal Bolognino per i lavori nei cantieri del post terremoto”, e in quei casi “ha consapevolmente
e concretamente contribuito a introdurre Bolognino e sue manovalanze in lavori pubblici, cui mai Bolognino avrebbe potuto avere accesso presentandosi in proprio”. E “addirittura consapevole che a quei lavori è interessato anche Nicolino Grande Aracri”, introduce con piena consapevolezza e volontà la ‘ndrangheta nei lavori pubblici della zona di Modena”.
FONTE: AGENZIA DIRE