DI PIERLUIGI GHIGGINI
16/3/2021 – Sessant’anni fa a Reggio Emilia, alle sette della sera del 16 marzo 1961, un colpo di fucile risuonò in via Fabio Filzi, all’incrocio con viale Isonzo. Appostato nella sua automobile Alfredo Casoli – il partigiano comunista Robinson, già comandante dei killer della 37ma Gap, freddò con un colpo Rino Soragni, il partigiano Muso, che era stato il suo vice. Poi andò a costituirsi dai carabinieri: “sono Alfredo Casoli, ma mi chiamano Robinson. Ho ucciso un uomo. Erano 15 anni che dovevo farlo”.
Quel fattaccio è ancora oggi, a distanza di 60 anni, circondato da misteri e inscalfibili omertà, anche se è ormai assodato il collegamento, per fili molto complicati, con l’assassinio del direttore delle Reggiane ingegner Arnaldo Vischi, avvenuto il 30 agosto 1945. Di certo può essere considerato che l’epitaffio sulla lunga scia di sangue dei delitti del dopoguerra che gravano ancora oggi come un macigno sulla storia recente, la politica e la stessa antropologia della reggianità.
Un evento finale, eppure mai chiarito sino in fondo. Alla vicenda di Robinson e del Muso i fratelli Pisanò avevano dedicato un capitolo importante del loro Triangolo della morte. Massimo Zamboni, ex Cccp, ha scritto “L’eco di uno sparo”, romanzo storico sul nonno Achille che fu ucciso proprio da Robinson e Muso. Una rievocazione svelta ma esauriente si trova nell’almanacco del Novecento di Mauro del Bue, mentre è tuttora inedito il libro di Rangoni, storico ex archivista del Pci reggiano, sul delitto Vischi e la catena di assassini che ne seguirono sino, appunto, a quella tragica sera del 16 marzo 1961 in via Fabio Filzi. Quella stessa strada, detto per inciso, che 31 anni più tardi, nella notte tra l’8 e il 9 maggio 1992 fu teatro di un altro delitto tuttora irrisolto, quello del dottor Rombaldi, al centro alcuni anni fa di un processo memorabile.
Robinson, durante la guerra, aveva salvato la pelle al suo vice. Ma a differenza di lui, il comandante Casoli venne isolato e maltrattato dal partito e dal sistema, ridotto in povertà, mentre Soragni aveva fatto carriera: era il presidente autorevole e temuto della cooperativa Abbattitori, dove con perfidia non comune il partito aveva sistemato i killer gappisti che sapevano maneggiare bene le armi e non avevano paura del sangue.
Perchè Robinson era caduto in disgrazia? Perchè troppo rude e per il carattere indomabile, come si diceva? Di lui Eugenio Corezzola, il direttore di quella Nuova Penna dove Giorgio Morelli “Il Solitario” denunciava gli assassini commessi dai partigiani comunisti, scrisse: ““Violento, ma estroso, focoso ma leale, egli era dotato di una pronta intuizione, d’insofferenza a qualsiasi imposizione, di fiducia in se stesso e di un certo ascendente sui suoi uomini, ed anche sulle donne, verso le quali si mostrava rude e galante al tempo stesso… Aveva fama di cacciatore e pistolero infallibile (un po’ caricata indubbiamente), una fama simile ai vecchi eroi del West, cui era affine anche per un certo codice morale e di cavalleria, tanto più evidente in una personalità genuina e anche un po’ selvaggia”.
In realtà, racconta Del Bue, il comandante gappista Robinson si era ribellato all’ordine di Eros (Didimo Ferrari) di eliminare Nello Riccò, uno dei tre autori del delitto Vischi. Poi si era rifiutato di prelevare e far fuori il partigiano Vivaldo Donelli (Nessuno) diventato troppo ingombrante per le verità da lui scoperte nelle indagini sempre sull’affare Vischi. Il dopoguerra dunque si fa difficile, molto difficile, per il Robinson costretto a sparire da Reggio. Nel 1951, praticamente alla fame, torna da Parigi e compare ad Ancona al processo Vischi dove “vuota il sacco” e accusa Didimo Ferrari al fine di “scagionare un innocente”. Così diventa il traditore, anzi “il prototipo del traditore“. Il partito fa il vuoto intorno a lui: torna all’estero, trova lavoro a Ginevra, poi fonda una società a Milano che presto viene sciolta, e nel 1957 si stabilisce a Sassuolo dove esercita il suo mestiere, quello del fabbro. Ma le cose continuano ad andare male, falliscono i tentativi di riconciliazione col partito. Gli negano persino la bandiera rossa per il funerale del padre, e la banca alla quale ha chiesto un mutuo gli chiude le porte in faccia. Forse davvero non sa dove sbattere la testa, si volta indietro e vede una sequela di tradimenti e di fallimenti. Il 15 marzo Alfredo Casoli si sfoga col suo avvocato e decide di farla finita: scrive persino tre lettere – nota Del Bue – alla moglie, alla convivente e a un amico. Però succede qualcosa e alla fine, dopo un giorno di appostamenti, il fucile lo rivolge contro Soragni, uscito dal suo ufficio della cooperativa Abbattitori: “Brutto porco adesso me la paghi”. Poi lo sparo, e Soragni che si accascia e muore. Si chiude così la catena di delitti che da Vischi arriva sino a via Filzi, il 16 marzo 1961. Ma dopo sessant’anni, troppi misteri resistono come il granito: Reggio non riesce ancora a riconciliarsi con la propria storia, e a raccontarsi la verità.
Gianni
16/03/2021 alle 15:50
Direttore,
per la prima volta ci capisco qualcosa.
Cosa dice della questione la voce ufficiale, ovvero Istoreco?
E perché Robinson identificò in Soragni le sue sventure? Solo per la sua carriera personale?