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Mani mafiose sull’agricoltura reggiana: allarme della Cia
E un clan di indiani gestisce il caporalato nella mungitura

Le infiltrazioni mafiose nell’agricoltura reggiana? Ci sono, ci sono, anche se si fa finta di non vederle. Perchè più un’agricoltura è ricca, più fa gola alla ndrangheta, alla camorra e alle propaggini di Cosa Nostra.

Non fa preso sottogamba l’appello lanciato dal presidente provinciale della Cia (e vicepresidente regionale) Antenore Cervi, nei giorni del festival Noicontrolemafie: “Attenzione massima ai tentativi di infiltrazioni mafiose nell’agricoltura reggiana”. Cervi denuncia inoltre l’esistenza, di cui si ha sentore, di una organizzazione verticale nella vasta comunità indiana del reggiano, per gestire il caporalato nel settore della mungitura.

Antenore Cervi

“Le mafie guardano con molta attenzione ai beni che non si svalutano, come possono esserlo i terreni per il settore vitivinicolo, o la produzione del Parmigiano Reggiano – afferma Cervi – Ma anche il settore zootecnico è da tempo nel mirino: le aziende agricole possono infatti rappresentare uno dei maggiori investimenti per le organizzazioni criminali. A testimoniarlo sono le diverse inchieste che hanno portato alla luce, nel nostro Paese, i tentacoli delle mafie sulle campagne italiane. È molto pericoloso negarlo: l’agricoltura è molto appetibile, e non solo per le organizzazioni criminali italiane”.

Per contrastare i tentativi di infiltrazioni, Cia ha messo in campo sistemi di controllo “molto rigidi e severi sulle operazioni vagliate in sede. Monitora la situazione patrimoniale e valuta il ‘curriculum’ dei privati e delle aziende che vogliono investire ingenti somme sul nostro territorio. Sappiamo infatti molto bene che i capitali derivanti dalle attività criminali vengono spesso immessi nell’economia pulita, grazie alla quale riciclano poi il denaro. Il primo campanello d’allarme? Grande disponibilità economica e contemporanea assenza di esperienza nel settore”.

Aggiunge Cervi: “Come Cia, ci impegniamo a difendere i nostri agricoltori da questa piaga. È necessario che i nostri agricoltori siano consapevoli dei rischi che vi sono, e siamo decisi ad essere sempre più parte attiva nella lotta alla mafia e ad ogni sua declinazione”. E “nessuno si deve offendere quando affermiamo che il nostro territorio e l’imprenditoria sono permeabili. Non siamo immuni”.

Correlato al tema delle infiltrazioni mafiose vi è quello del caporalato. “Vi è il sentore che sul nostro territorio – denuncia – il fenomeno sia presente in zootecnia e riguardi, in particolare, la mungitura. Si teme che vi sia una ‘gestione coordinata’ dei lavoratori indiani, che farebbe a capo a un’unica regia di connazionali. Per contrastare con sempre più forza il fenomeno, occorre dare vita a un sistema più semplificato e introdurre incentivi alle aziende agricole per far decollare la ‘Rete del Lavoro Agricolo di Qualità’. Cia sostiene infine la necessità di apportare alcune modifiche alla ‘Legge contro il caporalato’, in modo da renderla più efficace contro i criminali e più equa per chi rispetta i lavoratori”.

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