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sfere solcano il cielo

C’è un insolito affollamento di oggetti non identificati nel cielo dell’appennino tosco emiliano, in particolare nella zona montana compresa tra il reggiano e il modenese.
Zona del resto deputata da decenni ad avvistamenti che sconfinano nel mistero: si cominciò nell’estate 1947, proprio negli stessi giorni di Roswell, con le padelle d’argento viste dai pastori sopra Castelnovo Montie sulle quali cui fece un inchiesta il quotidiano del Cln, Reggio Democratica; ma fu nel 2002 che la montagna reggiana diventò per la prima volta un caso mondiale per il sigaro volante visto, sempre in estate e per diversi giorni, da centinaia di persone. L’oggetto fu fotografato anche dai vigili urbani di Fivizzano, e le immagini diventarono top secret (come quelle degli Ufo filmati nel 1978 sul monte Parodi nel Golfo della Spezia).
Alcuni anni fa, infine fece scalpore l’avvistamento di Puianello: un oggetto fermo in cielo che dopo qualche minuto schizzò lontano verso Verona (dov e fu osservato da molte persone) inseguito da tre aerei militari in formazione.
Oggi del nostro appennino si parla come uno dei centri mondiali per lo studio non degli Ufo, veri o presunti, ma delle sfere di luce, vale a dire i fenomeni luminosi anomali ai quali Nicola Tosi ha dedicato più di dieci anni di ricerche, mettendo a punto una metodologia d’indagine inedita, basata per la prima volta sull’impiego sull’investigazione sistematica nelle gamme di frequenza non visibili all’occhio umano.
I risultati di questi anni, già straordinari, costituiscono il trampolino di lancio di una nuova fase di ricerche, il cui fulcro sarà un osservatorio fisso esclusivamente dedicato ai Fel, nel nostro Appennino.
Un assaggio delle potenzialità della ricerca, intanto, è data dalle immagini catturate circa un mese fa, sempre nella zona del crinale, con una macchina fotografica molto speciale ideata da Daniele Gullà e messa alla prova in una giornata di ricerca insieme a Tosi.
La fotografia che pubblichiamo in questa pagina (catturata dallo schermo del computer) è stupefacente: sembra un dipinto astratto, in realtà immortala una formazione di sfere sulla cui origine i ricercatori non osano pronunciarsi.
Va detto che i colori sono arbitrari, nel senso che vengono attribuiti per distinguere le varie frequenze d’onda in cui è stata ripresa l’immagine (questa è una grande novità, destinata a diventare sistematica nelle future osservazioni) però le “sfere”, che sembrano addirittura solide, sono vere. Del resto, nella parte inferiore si può notare il profilo di un monte del nostro Appennino.
Se il giudizio sulle entità fotografate non può che restare in sospeso, sino a conclusione dello studio di dettaglio, la veridicità dell’immagine non è in discussione.
«La camera inventata da Gullà è certificata – spiega Nicola Tosi alla Voce – Queste immagini sono rese possibile dalla fotografia multispettro: l’apparecchio è in grado di riprendere in contemporanea nelle bande di frequenza fra i 300 nanometri e i 1.300 nanometri, fra l’altravioletto e l’infrarosso. E il software è in grado di disaggregare le varie gamme di frequenza».
Ma cosa sono gli oggetti fotografati? «Non lo sappiamo. Di sicuro non sono nè anomalie attribuibili al sensore di ripresa, e neppure insetti. Sono stati ripresi di giorno, eravamo presenti io e Gullà, e a occhio nudo non si vedeva niente. La loro distanza, che nell’immagine sembrano avvicinarsi in formazione, era senz’altro superiore ai 50 metri, e l’aver inquadrato una porzione di cielo piuttosto ampia, in quel momento, dà la certezza che non si tratta di insetti, altrimenti apparirebbero sfuocati. La forma sferica è evidente, ma al momento non possiamo ipotizzare nulla sulla loro consistenza (se gassosa o solida) nè sulla loro origine. Sappiamo però che quando le abbiamo riprese, i nostri apparecchi hanno rilevato forti anomalie sulle diverse frequenze, come dovute alle pulsazioni delle sfere».
Sono diverse, ma con risultati non meno eccezionali, le riprese con tecnica fotografica messa a punto da Tosi, sempre scandagliando lo spettro non visibile, e che potrebbe essere applicata anche nella valle di Hessdalen in Norvegia, diventata famosa nel mondo per i fenomeni atmosferici luminosi. Proprio in questim giorni Tosi ha concluso l’analisi di una sequenza ripresa tempo fa sulla pietra di Bismantova, dove le sfere lasciano un’impressionatre scia rossa sino a quando non scompaiono.
«Le ho catturate – racconta il ricercatore di Montefiorino – con una macchina Ccd modificata e dotata di un filtro sensibile alla lunghezza d’onda dell’idrogeno alfa, pari a 6 mila 662 angstrom. E’ un fenomeno analogo a quello fotografato nel 2012 sempre sopra la Pietra: si vedono forti emissioni di colore rosso, il che significa emissioni di idrogeno, oppure che le «luci» hanno ionizzato l’area circostante, prima di scomparire – non precipitare – con una scia impressionante». Fenomeni ormai da antologia de mistero, destinati a suscitare un interesse crescente del mondo scientifico.

PERCHE’ non possono essere soltanto bolle di gas

Nel web girano moltissime informazioni e ipotesi sulle sfere di luce (fenomeni luminosi anomali) tuttavia, avverte Nicola Tosi, si tratta in gran parte di fake o comunque ipotesi del tutto arbitrarie. «Per quanto mi riguarda le uniche analisi con solide basi scientifiche sono quelle del Progetto Hessdalen, in Norvegia, e il Chp che in Italia fa capo alla struttura del radiotelescopio di Medicina, dove da anni si seguono i fenomeni di Hessdalen. Il Cph ha elaborato la teoria della “pila di Hessdalen”: secondo questa tesi le sfere incandescenti della valle norvegese (si dice grandi anche come un’automobile, e viste persino a Oslo) sarebbero il prodotto di una sorta di batteria naturale, in pratica minerali metallici che reagiscono con le acque sulfuree dei fiumi sotterranei producendo i fenomeni luminosi, in pratica bolle di gas ionizzato pur con proprietà eccezionali, tutte da indagare, sul confinamento dell’energia».
Una tesi ben fondata, che però secondo Tosi non sarebbe applicabile ai Fel della Pietra di Bismantova, del Lago Santo e delle altre zone dell’appennino. Perché? «I Fel a volte sono stazionari, anche per delle ore, come ho potuto verificare io stesso con la fotografia a lunga esposizione e a basso rumore termico. Senza contare che i fenomeni che ho documento in appennino non seguono le linee del campo magnetico, si muovono a volte sfidando le leggi della fisica e soprattutto interagiscono con l’ambiente circostante e con gli stessi osservatori, reagendo ai loro stimoli». Come in un video dove si vedono tre sfere luminose rispondere agli stimoli di un puntatore laser.
Insomma, oggetti del genere non possono esser semplici bolle di gas.
«Sarebbe davvero interessante – conclude Tosi – una missione a Hessdalen per mettere a confronto i fenomeni della Norvegia e dell’Appennino attraverso le stesse tecniche d’indagine».
Nella foto: la sfera di Bismantova si sdoppia e diventa rossastra. Sotto: la scia lasciata dal Fel.

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