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Processo Aemilia, Brescia parla della lettera al sindaco
“Mi aveva chiamato boss, e io gli ho risposto”

28/3/2018 – “Mi sono sentito attaccato personalmente dal sindaco, che mi aveva definito come un boss”.
Cosi’ Pasquale Brescia, imputato nel processo contro la ‘ndrangheta al nord Aemilia, spiega i motivi alla base della lettera che, dal carcere di Bologna dove era detenuto, aveva scritto alla fine del gennaio del 2016 al primo cittadino di Reggio Emilia Luca Vecchi esortandolo a dimettersi. Tirando tra l’altro in ballo le parentele cutresi della moglie di Vecchi, Maria Sergio; questione del resto sollevata già nella famosa “lettera del corvo” diffusa alla vigilia delle elezioni comunali del 2014,  e portata ampiamente alla luce dai collaboratori di giustizia proprio nel processo Aemilia.
Una vicenda, quella della lettera dal carcere, per la quale  Brescia – costruttore cutrese imputato di associazione mafiosa, in carcere da oltre tre anni al 41 bis in attesa di giudizio – è stato assolto in primo grado dall’accusa di minacce nel processo intentato dallo stesso sindaco di Reggio.

Pasquale Brescia al processo Aemilia

Pasquale Brescia al processo Aemilia

Quel fatto però è finito anche nella sfilza di nuovi capi di imputazione contestati dal Pm Beatrice Ronchi, sulla base delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Antonio Valerio e Salvatore Muto, a 34 imputati. I quali, secondo l’accusa, tra il 28 gennaio 2015 e il 6 febbraio 2018, quando già si trovavano in carcere, avrebbero continuato portare avanti le attività illecite del sodalizio criminale da dietro le sbarre con l’aiuto di chi era fuori. Così Brescia, che per le nuove accuse ha chiesto di essere giudicato con rito abbreviato iniziato ieri nel tribunale di Reggio (il procedimento ordinario è “sospeso”, con una procedura inusuale), si e’ difeso  nell’esame condotto dai suoi avvocati.

La lettera, ha specificato Brescia, “è stata scritta tra il 28 e il 29 gennaio e non era stata condivisa con nessuno degli altri imputati perchè ero io il soggetto attaccato. Era farina del mio sacco”. Si trattava della risposta, aggiunge l’imputato, a due interventi del sindaco apparsi sulla stampa il 24 e il 26 gennaio, che rivendicavano la confisca da parte del Comune del maneggio abusivo di Brescia nella frazione di Cella. Nulla a che vedere, dunque, con la strategia “volta a minacciare larvatamente figure istituzionali o imprenditoriali per riscuotere vantaggi dopo l’inatteso indebolimento della cosca derivante dagli arresti dell’operazione Aemilia”, come ipotizzato dall’accusa.

Resta da spiegare come sia possibile che un imputato venga chiamato a rispondere dello stesso fatto (la lettera al sindaco Vecchi) in due procedimenti diversi, atteso che a Bologna la Dda ha ricorso in appello contro l’assoluzione.

A questo proposito Brescia conferma inoltre di aver scritto anche all’imputato Antonio Muto (classe 1955), ma non per definire un contrattacco agli articoli di giornale di quel periodo, ma solo per dei “semplici saluti” e a cui Muto “non mi ha mai risposto”. Falso invece, sostiene il calabrese, che fossero state redatte altre lettere indirizzate ai vertici di Iren e di Transcoop.

Respinte infine al mittente le accuse mosse a Brescia dal pentito Salvatore Muto secondo cui, grazie alle conoscenze dell’imprenditore con alcune guardie, sarebbe stata introdotta in carcere entrare una radiolina con delle schede di memoria sd contenenti degli audio sia di minaccia sia di indottrinamento dei testi del processo Aemilia. “Cose assolutamente non vere”, afferma Brescia, aggiungendo: “Con Muto e Antonio Valerio ho avuto a che dire, ma per cose lievi”. Sulla stessa linea Gaetano Blasco nel suo esame: “I computer non li conosco e non ho mai visto nessuna radiolina. Posso giurarlo sui miei figli”.

L’INTERROGATORIO DI  ANTONIO MUTO

“Non so proprio cosa dovevo organizzare e con chi, visto che gia’ prima di questi arresti non ho avuto a che fare con nessuno degli imputati”. Lo dice Luigi Muto, imputato nel processo di ‘ndrangheta Aemilia e indicato dai collaboratori di giustizia Salvatore Muto e Antonio Valerio come uno dei quattro reggenti della cosca radicata in Emilia. Con gli altri tre presunti nuovi capi pero’, nella prima udienza del rito abbreviato del processo partito questa mattina a ReggioEmilia per 24 imputati, Muto dichiara di non avere rapporti da anni. “Con Antonio Crivaro- afferma- siamo amici di infanzia e non lo frequento piu’ dal 2004, tranne che nelle aule di tribunale. Gianni Floro Vito lo conosco di vista e conosco anche i suoi fratelli, ma perche’ la sua famiglia aveva un negozio di scarpe in Calabria e ci andavamo da piccoli. Lo stesso vale per Carmine Sarcone: lo conosco da piccolino ed e’ pure un nostro parente per parte di sua mamma”. Ma con tutti, dice Muto, “non ho mai avuto affari o interessi. Non ho i loro numeri di telefono, se li incontravo poteva essere in Calabria, ma per caso e non per organizzare proprio un bel niente. Io sono socievole con tutti, non so di quale affari e quali societa’ racconta Valerio”. L’imputato sostiene inoltre di non conoscere il boss di Cutro Nicolino Grande Aracri: “Non l’ho mai conosciuto e non ho mai avuto rapporti con lui. L’ho visto visto solo una volta al matrimonio della figlia con il mio amico di infanzia Giovanni Abramo. E’ stata l’unica volta che ho visto Grande Aracri in questa veste di suocero del mio amico”.

Le accuse dei collaboratori di giustizia contro di lui, per Muto sarebbero invece mosse nel caso di Valerio- che e’ suo cugino- da una vecchia ruggine per una questione di lavoro alla fine degli anni ’90. Dopo questo dissidio di lavoro l’ho evitato, non gli ho piu’ parlato. Aveva astio con me. Penso che sia questo il motivo per cui dice tutte queste cose contro di me e la mia famiglia e lui e’ bravo a raccontare barzellette”. E il pentito Salvatore Muto?: “Sara’ per un suo fatto personale, raccontare bugie e’ la loro via d’uscita”.

L’INTERROGATORIO DI MICHELE BOLOGNINO

“Non so come ho potuto fare parte di questa presunta associazione o come faccio a gestire dei locali via sms, visto che per 23 ore al giorno non parlo con nessuno”. Lo afferma l’imputato del processo Aemilia contro la ‘ndranhgeta Michele Bolognino, detenuto nel carcere dell’Aquila. Nel corso del suo esame di questa mattina nell’ambito del nuovo rito abbreviato partito a Reggio Emilia, l’imputato si e’ cosi’ smarcato dalle accuse di aver continuato a far parte del sodalizio criminale anche dopo il suo arresto, operando in suo favore da dietro le sbarre. “Fino ad un anno fa- dice Bolognino- avevamo telecamere che ci controllavano sempre. Oggi subisco 5 perquisizioni settimanali. Non vedo proprio come potrei”.

(FONTE. AGENZIA DIRE)

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