di Pierluigi Ghiggini
23/12/2017 – La riforma fiscale di Trump, diventata legge l’altro ieri, farà risparmia 1.500 miliardi di tasse ai contribuenti americani. Uno degli artefici di questa riforma, che non ha precedenti per ampiezza, è uno studioso reggiano: si chiama Lorenzo Montanari, ha 43 anni, non ama i riflettori e preferisce lavorare sottotraccia, ma è Direttore dei Programmi e Affari Internazionali della Atr, il think tank conservatore Americans for Tax Reform, voluto nel 1986 da Reagan e tuttora presieduto da Grover Norquist. Atr è il «pensatoio» dove è stata messa a punto l’ossatura della riforma e ha contribuito a creare il consenso politico e sociale intorno ad essa.
Con la legge promulgata l’altro ieri l’aliquota sugli utili societari scende dal 35% al 21%. Gli scaglioni di imposta per le persone fisiche restano 10, con riduzioni delle aliquote: dal 10% per i redditi più bassi al 37% per la fascia più alta (prima era il 39,6%).
Lorenzo Montanari, laureato in Scienze Politiche a Bologna con master in relazioni internazionali, è dal 2008 negli Stati Uniti dove Nordquist lo assunse per aprire il dipartimento affari internazionali di Atr.
Ora, dopo la maratona che ha portato all’approvazione al Senato della riforma Trump, Montanari si sta concedendo una breve vacanza, e tra Natale e Capodanno trascorrerà qualche giorno con i suoi famigliari a Reggio.
Ieri lo ha intervistato LiberoQuotidiano, che gli ha dedicato una intera pagina.
«E’ da 30 anni che ci battevamo per una riforma di questo tipo. Non posso dire che la riforma è del tutto nostra: ovviamente, c’è stato un compromesso fra molti interessi – spiega Montanari – Ma la grande idea di grover è sempre stata quella di abbassare la corporate Tax, che da 35% del livello federale più il 3,9% di quello locale arrivava al 38,9. Tantissimo, e al di sopra della media europea». Così «tra il 15% che proponeva Trump e il 20% e qualcosa del Congresso si è arrivati al 21%, che con la Corporate State dei sindaco stati si arriva al 24,9%. Così siamo tornati in linea con la media europea».
La Atr, spiega ancora Montanari, ha perseguito questo obiettivo «con due strumetni. Uno è il Taxpayer Protection Pledge», in pratica un giuramento in cui i candidati si impegnano a non aumentare le tasse. In caso di violazione sono dolori per lo spergiuro, che viene messo al centro di una campagna di Atr, com’è accaduto a George Bush padre «che infatti ha perso le elezioni».
Poi ci sono i Wednesday Meetings, gli Incontri del Mercoledì in cui «leader e esponenti del mondo conservatore e libertarian possono incontrarsi per concordare strategie».
E’ chiaro che l’Americans for Tax Reform è in grado di esercitare una forte influenza sulle elezioni come sugli eletti. e si sta espandendo in tutto il mondo, dove sono sorti numerosi Taxpayers Group affini ad Atr. L’indice dei Diritti di Proprietà pubblicato ogni anno dal 2007 da Atr «è un punto di riferimento usato da 250 universiatà e tantissimi ricercatori, oltre che da forbes, Financial Times, Casa Bianca e Nazioni Unite». In Italia il partner di Atr è l’istituto Bruno Leoni.
;a In Italia sarebbe applicabile una riforma fiscale sul modello di quella varata da Trump?
«Può e deve essere considerata un modello per l’Italia – risponde Montanari a LiberoQuotidiano – Dovrebbe essere adattata al nostro sistema Paese, ma certamente può essere considerata un’ottima road map. Soprattutto per quanto riguarda l’individual income e per la corporate tax , che in Italia resta al livello altissimo del 27,9%: 24% di Ires e 3,9% di di Irap»
Personalmente, conclude Lorenzo Montanari, «credo che l’idea di una flat tax al 25% proposta dall’istituto Bruno Leoni nella persona del prof. Nicola Rossi potrebbe essere la giusta rivoluzione per permettere all’Italia di rilanciare l’economia e i consumi».
(DALLA VOCE DI REGGIO EMILIA)