3/11/2016 – Il presidente del tribunale Francesco Maria Caruso ha lasciato la sede di Reggio Emilia, e oggi si è insediato quale presidente del Tribunale di Bologna. Da o ggi le redini di palazzo di Giustizia sono in mano al vicario Cristina Beretti, in attesa della nomina da parte del Csm. Caruso continuerà a presiedere il processo Aemilia, che non dovrà così ripartire daccapo. Anzi Caruso, conversando con i cronisti a margine dell’udienza di mercoledì, ha sottolineato che “il processo Aemilia costa, e dovrà essere concluso assolutamente entro il 2017”.
Nel suo discorso di insediamento di oggi a Caruso ha lanciato un appello preoccupato sulle sorti della democrazia italiana, interpretato dai più come un endorsement per il No al referendum.
“Sui diritti civili siamo andati molto avanti – ha detto di fronte al presidente Scutellari, al suo predecessore Benassi, ai magistrati giudicanti e della Procura, agli avvocati e al personale amministrativo del tribunale felsineo – Sui diritti politici siamo in precario equilibrio e rischiamo, è la mia opinione, un arretramento storico; sui diritti sociali l’arretramento è evidente. La povertà e la disoccupazione che ci circondano ne sono il riflesso. Non vado oltre perché sento il terreno è minato”.
“Conosco la fatica, la durezza, la tristezza delle giornate di un lavoro ripetitivo, alienante, spesso mortificante – ha aggiunto – Da ragazzo mi sono presentato a volte davanti alle fabbriche a parlare con gli operai, ad ascoltare la loro concretezza, la loro saggezza, la loro disperazione.
Mi sono formato lì e da quei discorsi e dagli studi che mi potevo permettere ho capito che fare il giudice nella nostra Repubblica, sotto la garanzia della Costituzione repubblicana, avrebbe potuto essere un modo per raddrizzare certi torti strutturali della nostra società che la nostra legge fondamentale riconosceva come reali”
IL DISCORSO INTEGRALE DI INSEDIAMENTO DI FRANCESCO MARIA CARUSO AL TRIBUNALE DI BOLOGNA
Ringrazio quanti hanno voluto essere qui, per questo inizio, per gli auguri e gli incoraggiamenti ma, di più, per assicurarmi che mi trovo tra amici, colleghi, compagni di lavoro, affettuosi e gentili, ma anche tra persone che hanno a cuore il lavoro per la giustizia e la Costituzione.
Tra amici e colleghi che ne condividono i valori, il rispetto per i diritti dei cittadini e hanno consapevolezza dei doveri che, come funzionari pubblici, dobbiamo assolvere con disciplina e onore, come si suole dire, richiamando sempre più frequentemente una norma della Costituzione, come se ne fosse perso il senso e si dovesse recuperare l’alta fonte che fonda quest’ elementare impegno.
Ringrazio il presidente della Corte di appello e il Procuratore Generale, il Procuratore della Repubblica, presenti all’insediamento, il presidente Scutellari, l’avv. Berti e tutti gli avvocati, i dirigenti amministrativi; un abbraccio affettuoso a Giovanni Benassi che ha retto il tribunale ed è stato prodigo di consigli e i9nformazioni; saluti tutti i cari amici e colleghi che non esercitano più la giurisdizione ma che tanto hanno dato. Sono qui con noi e interpreto questa loro attenzione come un gesto di simpatia che rafforza la mia determinazione. Non li cito individualmente ma li vediamo, li conosciamo e siamo loro grati per quanto hanno dato. Mi permetto solo di ringraziare pubblicamente e in modo particolare uno solo di loro, Angela De Meo. Lei sa il perché.
Ometto ogni riferimento alla mia storia professionale. Credo sia conosciuta, ognuno va fiero della propria e non è il caso di riportarla perché somiglia a quella di tanti altri magistrati. Una sola cosa vorrei dire: sono in magistratura da 37 anni e non riesco a credere che siano davvero passati perché è come se cominciassi adesso, e tutto ciò che è accaduto fin qui una fase preparatoria di ciò che dovrò fare da qui in avanti.
Non voglio sembrare irriguardoso per quei tanti lavoratori che sono arrivati alla soglia dei quaranta anni di lavoro e non vedono l’ora di smettere e di riposare. Conosco la fatica, la durezza, la tristezza delle giornate di un lavoro ripetitivo, alienante, spesso mortificante. Da ragazzo mi sono presentato a volte davanti alle fabbriche a parlare con gli operai, ad ascoltare la loro concretezza, la loro saggezza, la loro disperazione.
Mi sono formato lì e da quei discorsi e dagli studi che mi potevo permettere ho capito che fare il giudice nella nostra Repubblica, sotto la garanzia della Costituzione repubblicana, avrebbe potuto essere un modo per raddrizzare certi torti strutturali della nostra società che la nostra legge fondamentale riconosceva come reali, imponendo alle istituzioni dello Stato di operare con tutti gli strumenti disponibili, con le leggi ma anche con le sentenze per attuare sul serio un certo numero di diritti. Quei discorsi sulla Costituzione, sulla natura delle leggi e sulla giurisprudenza che poteva realizzare giustizia, li ho presi sul serio facendo il giudice, come, secondo me, doveva essere fatto, secondo ciò che deve essere in uno stato costituzionale di diritto, organo di garanzia e di promozione dei diritti di chi solo dal giudice può ottenere ciò che altri possono permettersi in virtù del proprio potere sociale.
Non ho per natura un atteggiamento negativo; si sono fatte molte cose in questi ultimi cinquanta anni, su altre si è andati indietro. Sui diritti civili siamo andati molto avanti, sui diritti politici siamo in precario equilibrio e rischiamo, è la mia opinione, un arretramento storico; sui diritti sociali l’arretramento è evidente. La povertà e la disoccupazione che ci circondano ne sono il riflesso. Non vado oltre perché sento il terreno è minato.
Però ora sono il presidente del tribunale di Bologna, uno dei tribunali più importanti d’Italia, nella città di Irnerio e dei glossatori, dello Studium e dei discepoli provenienti da ogni parte d’Italia per studiare il diritto con i primi grandi maestri. E devo rispettare lo spirito laico, innovatore, coraggioso e non conformista di quei giuristi, che oggi non è facile ritrovare.
Se Wikipedia non inganna, prima ancora di Irnerio, nell’XI secolo, operava a Bologna, docente di diritto romano, un certo Pepo e sembrerebbe che questo Pepo abbia preso parte a un giudizio in cui sostenne la necessità di punire con la morte un uomo colpevole di aver ucciso un servo, argomentando sul presupposto della naturale eguaglianza fra gli uomini. Un altro Pepo, forse lo stesso, avrebbe difeso un monastero dalle pretese di nobili locali che si rifiutavano di rilasciare beni lasciati in eredità ai monaci da un membro della famiglia. Questo giudice sosteneva che la denegata giustizia consentisse il reintegro nel possesso escludendo la prescrizione quando non si fosse trovato un giudice che giudicasse prima del suo decorso. E ognuno qui capisce quanto sia essenziale per l’idea e la pratica della giustizia che questa è effettiva solo se tempestiva.
Questo per dire che mi piacerebbe che questo fosse un tribunale rispettoso sempre della giustizia e dei diritti dei cittadino, quelli grandi e quelli piccoli della quotidianità, compreso il diritto alla ragionevole durata. Non è un fatto scontato che i giudici in primo luogo, e poi tutti gli operatori, abbiano coscienza di non esercitare potere e neanche di gestire un servizio amministrativo con i peggiori atteggiamenti della burocrazia statale, ostile e lontana dai cittadini. Non è scontato che chi opera in un tribunale comprenda fino in fondo che dal suo lavoro e dal suo impegno deriva la soluzione di fondamentali problemi sociali e di convivenza e che al tribunale la collettività guarda per potere credere nella possibilità di realizzare un’idea di giustizia. Certo non si può ignorare che il tribunale vive nel conflitto e risolve conflitti tra parti, una delle quali soccombe, perde e può non comprendere e accettare l’idea di giustizia che proviene da quella singola decisione. Questa è la vita quotidiana dei tribunali e la ragione per cui si
dice che i giudici non devono cercare né ottenere consenso, perché comunque devono pronunciare contro qualcuno. Io credo però che sia legittimo, dato tutto questo, aspirare a un metaconsenso che non riguardi il merito delle decisioni ma il come, il quando, il perché si vince e si perde in un giudizio.
Pensare a un tribunale nel quale i giudici e il personale rispettino il cittadino, a prescindere dalla sua buona o cattiva educazione, perché si è cittadini ed essere umani a prescindere; che sappia essere aperto, amico e solidale; che sappia dare a tutti ciò che spetta e che quando dà torto lo faccia avendo comprensione per il soccombente, anche se si tratta di un criminale o di un truffatore o di uno sfacciato approfittatore del nostro servizio e delle nostre scarse risorse. Un tribunale aperto al pubblico, ai giovani, all’informazione, trasparente e leale con la cittadinanza, ove nulla si nasconde e tutto si rivela nell’espansione massima delle leggi che consentono siano date notizie e informazioni a chi chiede di essere informato e di capire, senza segreti.
E’ questo va detto soprattutto in questa città che ancora fa i conti con eventi luttuosi e tragici sui quali ancora tante domande si pongono, in una situazione di insoddisfatto bisogno di verità e giustizia. Un compito difficile di cui con umiltà e integrità ma con orgoglio bisogna farsi carico. In ogni caso se sapremo capire verso dove si vuole andare, le soluzioni saranno il più delle volte obbligate. Concludo abbracciando idealmente tutti i miei colleghi e salutando rispettosamente e con affetto le persone con le quali lavorerò a partire da oggi.
Io ho parlato di diritti ma credo molto nel dovere. Un impiegato pubblico è un lavoratore e deve rivendicare i diritti che gli spettano come lavoratore ma è anche cittadino, è soprattutto cittadino; è un cittadino che lavora nell’interesse di altri cittadini e che dovrebbe applicare sempre la regola morale per cui il segmento di servizio pubblico che amministra ed eroga ad altri cittadini dovrebbe essere dato con la stessa cura,
attenzione, solerzia che egli pretende da altri lavoratori che, altrove, svolgono e amministrano i servizi di cui fruisce come utente. Il presidente del tribunale deve svolgere compiti importanti e ha grande responsabilità ma da solo senza il concorso di tutti, l’amicizia e l’accordo solidale è foglia al vento destinata a essere spazzata via dalla tempesta. Vi ringrazio e auguro buon lavoro a tutti noi.