La strage, la croce e il femminicidio di Paolina. Dibattito a Vetto sul libro dei segreti di Cernaieto

libro Cernaieto215/7/2015 – Sabato 18 Luglio 2015, ore 17, a Vetto nella Sala Polivalente di viale Italia, presentazione del libro CERNAIETO – La strage, la croce e il femminicidio di Paolina, scritto da Fabio Filippi e Pierluigi Ghiggini, con la prefazione di Sandro Bondi. Gli autori ne discutono a Vetto con la scrittrice Elena Bianchini Braglia e lo storico Luca Tadolini del Centro studi Italia.

A Cernaieto di Casina i partigiani comunisti seppellirono non meno di 24 persone: i militi del presidio Gnr di Montecchio, trucidati nei giorni della Liberazione nonostante si fossero arresi con la promessa di aver salva la vita, ragazzini di 16 e 17 anni che ebbero il solo torto di trovarsi nel posto sbagliato nel momento sbagliato, almeno tre donne. Fra queste Paolina Viappiani, una ragazza madre di Bibbiano che aveva avuto il figlio da un importante partigiano comunista: fu sequestrata nel marzo 1945, portata nel carcere partigiano di Vedriano, uccisa e sepolta nel bosco della Trinità. Solo pochi anni fa, dopo l’installazione della croce.memoriale ai margini del bosco di Cernaieto, il figlio Paolo – un imprenditore oggi in pensione – ha trovato la forza di raccontare la tragedia di sua mamma Paolina.

La storia, i misteri, i segreti e i drammi di Cernaieto – dove avvenne uno dei massacri più gravi della Liberazione e del dopoguerra nel Nord – vengono raccontati per la prima volta tutti insieme in questo libro di Filippi e Ghiggini. E’  anche la storia di una indagine sul campo, alla quale molti hanno contribuito in un lavoro di molti anni, e della croce alzata nel bosco della Trinità, oggi diventato  un piccolo santuario della memoria. Memoria alla quale tutti hanno diritto.

Oltre alla vicenda tragica e emblematica di Paolina Viappiani, il libro ricostruisce anche le incredibili peripezie di  Evaristo Fava, sopravvissuto alla fucilazione e salvato dal coraggio degli impiegati delle Poste, il mistero della sparizione del Liber Mortuorum della chiesa di Pianzo, le denunce dell’esistenza della fosse comuni da parte dei partigiani delle Fiamme Verdi attraverso la Nuova Penna di Giorgio Morelli “Il solitario”. Rivela anche testimonianze inedite sulla morte del partigiano Lodovico Landini “Sergio”,  non trucidato dai militi fascisti, ma ucciso dal “fuoco amico” durante la battaglia di Montecchio. La soppressione dell’intero presidio Gnr, in spregio a ogni convenzione di guerra, potrebbe spiegarsi proprio con l’imperativo di coprire quella verità. Ma questa è ancora un’ipotesi.

UN FRONTE DELLA VERITA’ PER CERNAIETO

di Luca Tadolini

Per Cernaieto in questi anni si è formato un fronte della verità. Cernaieto di Casina  è il luogo divenuto famoso per le fosse comuni dove i partigiani reggiani seppellivano i propri nemici nella guerra civile 1943-1945. E’ una storia lunga che potrebbe avere molti inizi, ma potremmo iniziare da una occasione che poteva essere un segnale di civiltà. Nel 1997 in una sala del Comune di Montecchio si svolge una riunione promossa dalla sezione culturale di Alleanza Nazionale. Si ricostruisce lo scontro fra il locale Presidio della Repubblica Sociale Italiana ed i partigiani la notte della ritirata a fronte dell’arrivo degli angloamericani nell’Aprile 1945. La destra chiama all’incontro anche il dirigente dell’Istituto Storico della Resistenza Massimo Storchi e Rossana Maseroli, ricercatrice reggiana. Tutto si svolge nella massima tranquillità e Massimo Storchi confermerà la correttezza dell’analisi storica proposta.

Il presidio di Montecchio era stato intercettato mentre cercava di riunirsi alla colonna in ritirata da Reggio. Barricato nella casetta Bedogni, i militari resistono una intera notte, catturando anche un partigiano che si avvicina per sottrarre il carretto, unico mezzo di trasporto del presidio. Verso mattina, i partigiani ricevono una mitragliatrice di calibro sufficiente a perforare i muri. Ma i fascisti non si arrendono. Allora viene mandato il parroco. Si arriva all’accordo: resa in cambio salva la vita. Ma è una  guerra sporca. Il partigiano Landini, catturato nella notte, viene trovato morto nella casa insieme ad un militare fascista: è verosimile che il fuoco infernale dell’assedio l’abbia ucciso. Invece si grida che è stato ucciso dai fascisti, addirittura strangolato. Con questa scusa Clocchiatti, comandante partigiano di passaggio sul posto, ordina la fucilazione di tutti i militi, contro i patti della resa. I responsabili montecchiesi si oppongono, non vogliono questo macello a casa propria: i tedeschi sono ancora in giro e stanno per piombare sulla zona. Così i militi, legati con corde e fil di ferro, sono avviati verso il famigerato carcere partigiano di Trinità,  tra botte, insulti e sevizie. Non torneranno più. Rimarranno dei verbali contraddittori dove i prigionieri confessano, si discolpano, ammettono: tanto verranno massacrati tutti dai partigiani. Con loro nella fossa finisce anche un dipendente delle poste che si salva, ed esce a tarda notte dalla fossa comune, dopo essersi finto morto. Non solo: anche una donna, che aveva amato un partigiano, ma da questo era stata abbandonata, finisce nel carnaio dell’orrore antifascista e comunista. Davanti a tanto sangue si erge una Croce, nel bosco, lungo la strada isolata. Brutta storia di guerra, ma in certo senso conclusa? Magari. C’è un problema. A Reggio Emilia (ma non solo) la storia della Resistenza non considera che esistano “crimini partigiani”. Sembrerebbe una battuta di cattivo di gusto: Reggio Emilia, il Triangolo della Morte… lo sanno tutti… No. Invece non è una battuta: “non esistono crimini partigiani”. Non ci devono essere nei libri di storia, non ci devono essere monumenti, non ci devono essere istituzioni pubbliche che ricordano “crimini partigiani”. Una Croce a Cernaieto sulle fosse comuni dei soldati fascisti trucidati dai partigiani dopo la resa. Ecco: non esiste. L’abbattono di notte. Viene rialzata. La bruciano. Viene rialzata. La segano. La rialzano. Scrivono minacce. Si alzano proteste di ex partigiani, di nuovi comunisti, addirittura qualcuno scrive volantini con le vecchie sigle partigiane. Non ci devono essere “crimini partigiani”. Ma è una balla.  Non è vero. E’ un ingiustizia. Quanto può essere forte la risposta ad una ingiustizia? Strano, i partigiani, i comunisti, i sindaci, gli storici della resistenza dovrebbero saperlo? Così alla destra reggiana che mangia lo stesso formaggio grana dei rossi, si aggiungono giornalisti con un passato di sinistra, politici di opposizione, ricercatori locali, figli, parenti delle vittime. Gente del luogo, montanari che sanno come sono andate le cose. Un fronte, un piccolo fronte per la verità.

Che ha vinto? No, non ha vinto. Il potere non ha cambiato di mano, la storia ufficiale è sempre la stessa, ed i “crimini partigiani” per i sindaci reggiani non esistono. Ogni tanto, però, in campagna, in montagna, nei campi qualcuno mette una Croce, nei luoghi dove i partigiani commisero i crimini. E qualcuno si è messo anche a scrivere libri su questa sporca guerra. Luca Tadolini

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Una risposta a 1

  1. Claudio Rispondi

    06/12/2019 alle 14:58

    Buongiorno signor Luca Tadolini, sono Claudio Laratta di “partigiani con le mani rosso sangue”, volevo sapere se esistono le foto di alcune vittime della Strage.
    Potete inviarmi una email? Grazie mille.

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