7 luglio, la revisione fa sempre paura. E il sindaco Vecchi vota per la democrazia della piazza

8/7/2015Partecipazione di tutti, a cominciare dalle fasce meno abbienti, alla vita democratica; dissenso perché senza esercizio del dissenso non può esserci democrazia; legittimazione democratica del potere. Sono i tre temi principali dell’intervento del sindaco Luca Vecchi, durante la commemorazione dei Martiri del 7 Luglio 1960, ieri sera nella piazza a loro intitolata a Reggio Emilia, nel 55° anniversario del loro sacrificio.
E a questi tre messaggi tramandati nell’oggi dai ragazzi con le magliette a strisce (le indossavano come segno di condivisione durante la manifestazione), il sindaco Vecchi ne ha aggiunto un quarto: i fatti del 7 Luglio non ammettono “revisioni” storiche tali da alterare il senso di quei messaggi, di quelle testimonianze di libertà e democrazia, con fini di “furbizia e strumentalità”.

CHIUSURA A RICCIO: LE REVISIONI STORICHE SONO UN TABU’
 La chiusura a riccio di fronte a ogni ipotesi di rilettura dei fatti del 7 luglio nel loro contesto storico, soprattutto sul fil rouge che legherebbe i morti  di Reggio Emilia e la strategia della tensione sino alla bomba, non fascista ma palestinese,  di Bologna (he dire allora della genesi delle Brigate Rosse?) risponde a esigenze di consenso del sindaco e del Pd, ma suona anche  a conferma dell’incapacità dei principali attori politici e culturali reggiani di compiere un pur cauto sforzo critico e di revisione della vulgata su eventi che hanno segnato la storia del territorio e del Paese. E su questo piano inclinato, i morti di Reggio Emilia vengono strumentalizzati ai fini di un progetto politico settario.

Colpisce oggi, in particolare, l’affermazione sulla “legittimazione democratica del potere” in un ragionamento non superficiale sul potere delle tecnocrazie e della finanza. Posto che sia verosimile l’influenza dei moloch finanziari, delle elite mondialiste, dei gruppi Biedelberg, dell’Opus Dei e chi più ne ha più ne metta,  una domanda sorge comunque  spontanea: sarebbe forse la piazza, magari mediatica,  secondo il sindaco di Reggio Emilia, a fornire la legittimazione democratica? Se sì, questo non sarebbe peronismo, al più gollismo di sinistra in salsa emiliana?
Illuminante, in proposito, questo passaggio del discorso di Vecchi: “Pensando ai ragazzi del 7 Luglio ’60, dobbiamo oggi porci il tema del potere, cioè a chi appartiene, chi lo gestisce e come lo conduce. Dobbiamo voler riportare, oggi come nel ’60, la politica democratica al controllo dell’economia, della finanza, del sapere, della tecnologia, delle risorse”.

IL DISCORSO DI VECCHI
“E’ ancora vivo nella nostra comunità – ha detto fra l’altro il sindaco di Reggio Emilia –  il ricordo di Lauro Farioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri e Afro Tondelli, i Martiri del 7 Luglio, così come quello di Cesare Campioli, che abbiamo ricordato poco fa in Sala del Tricolore, sindaco di Reggio nel ’60,  antifascista, tra coloro che si spesero per fermare la deriva violenta innescata da un autoritarismo che si riaffacciava sulla scena della storia del nostro Paese. La loro memoria è viva, nella nostra sensibilità, ci aiuta a essere consapevoli, ad essere responsabili anche rispetto a questa stessa memoria, e a guardare avanti.
“Ci aiutano a capire le parole di Carlo Levi, in quel 1960:
‘Reggio Emilia è una città esemplare: dalla vita costruita in un’antica tradizione di libertà reale, guadagnata nelle lotte del lavoro e nella guerra partigiana. In questa città, anche questa volta tutti possono dire con orgoglio quello che tutti gli italiani liberi vorrebbero dire: c’ero anch’io’. Questo era la nostra comunità nel 1960. Questo è ancora oggi la nostra città”.

NESSUN REVISIONISMO
“Quando nella storia si consumano fatti tragici – ha proseguito il sindaco Vecchi – si ha spesso la tendenza a revisionare quei fatti stessi. Ebbene, per il 7 Luglio ’60 non può essere così: non c’è spazio per alcun revisionismo che alteri il senso e la realtà dei fatti. Si lascino alle spalle furbizie e intenti strumentali. Piuttosto, i familiari delle vittime e noi tutti attendiamo ancora atti di giustizia che chiariscano e stabiliscano le reali responsabilità. Quel giorno di luglio di 55 anni fa, lo Stato purtroppo sparò a se stesso: questo fu il tragico atto che si consumò e di cui resta nella memoria un segno doloroso”.

IL FILO ROSSO
“Un filo rosso – ha detto il sindaco – lega la democrazia italiana del ’60 al contesto europeo di oggi. Un filo che passa per tre temi cruciali. Il primo è la partecipazione, come valore universale, a cui nella vita democratica tutti, a cominciare dai ceti sociali meno abbienti, devono poter accedere. Nel ’60 l’Italia aveva già una grande Costituzione, che però non era ancora attuata e perciò la partecipazione poteva essere negata, soprattutto alle fasce più fragili e meno abbienti. E’ quello stesso valore che oggi rischia di venir meno, come dimostrano la mancata partecipazione al voto, il chiudersi rispetto a forme di impegno collettivo e responsabile, la mancata adesione alle istituzioni democratiche. Cioè quelle istituzioni che oggi, proprio per questo, sono chiamate a creare nuove condizioni di partecipazione.
“Il secondo tema, strettamente legato al primo, è il dissenso. Allora come oggi, il rischio è leggere il dissenso in chiave negativa. Non c’è democrazia, in realtà, senza dissenso. Il dissenso serve. Il dissenso delle minoranze arricchisce chi è maggioranza, arricchisce la democrazia. Nel ’60 si voleva soffocare il dissenso, non lo si voleva recepire. E oggi la rappresentanza politica è un tema critico, proprio come la partecipazione, forse perché c’è una carenza nel saper leggere, recepire e dialogare con il dissenso. Eppure, misurarsi con un punto di vista diverso è fondamentale, è democrazia; non a caso la nostra Costituzione sancisce nell’Articolo 21 la libertà di opinione ed espressione, e questo Articolo chiama ancora una volta le istituzioni a interrogarsi. La democrazia è fatica, è ascolto.
“Il terzo tema, certamente connesso agli altri due – ha sottolineato il sindaco Vecchi – è quello del potere, la legittimazione, la gestione e il controllo democratico del potere. Credo che questo tema debba essere affrontato senza reticenze: oggi in questa legittimazione e controllo del potere c’è una carenza a cui può supplire, e non raramente supplisce, un altro potere. Questo potere, ‘altro’ dal potere controllato democraticamente, è il potere delle tecnocrazie, ad esempio della finanza autodeterminata. Un potere che non è di tutti. La tecnica nelle sue svariate declinazioni può divenire tecnocrazia, cioè un preciso esercizio del potere, nel nostro tempo assai poco controllato dalla democrazia e ben saldo, invece, nelle volontà di indirizzo di chi ha raggiunto posizioni dominanti.

“Pensando ai ragazzi del 7 Luglio ’60, dobbiamo oggi porci il tema del potere, cioè a chi appartiene, chi lo gestisce e come lo conduce. Dobbiamo voler riportare, oggi come nel ’60, la politica democratica al controllo dell’economia, della finanza, del sapere, della tecnologia, delle risorse. Quei ragazzi erano, come noi oggi, ricercatori di democrazia, di libertà e pari opportunità nell’accedere ai diritti, senza escludere i doveri, la responsabilità che fa delle persone cittadini adulti. Quei ragazzi ci dicono oggi quanto sia importante riflettere e agire sulla base di questo legame, forte ed evidente, tra partecipazione, dissenso e controllo del potere”.

“Ci possono aiutare in questo – ha concluso il sindaco – simboli che troviamo nella storia di Casa Cervi a Campegine e che sono parte autentica del nostro modo di essere: il trattore e il mappamondo. Il trattore indica le nostre radici salde e concrete, il mappamondo è la nostra capacità di guardare al mondo e al futuro. Tradizione e innovazione hanno plasmato nel tempo l’antropologia emiliana e, unite allo spirito di sacrificio per la democrazia, esse ci spingono a riflettere e progettare il nostro futuro”.

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