Perchè uccisero Facio: una spy story della Resistenza
“Il pezzo mancante”, nuovo libro di Massimo Salsi. L’intervista

11/8/2022 – A coronamento di anni di ricerche – una fatica premiata dal ritrovamento di importanti documenti ne National Archives britannici e nell’Archivio Storico dell’Esercito Italiano –  il ricercatore parmigiano Massimo Salsi ha pubblicato con Albatros un libro molto denso sulla storia della Resistenza nel Parmense e Lunigiana. 

Si intitola “Il pezzo mancante-Una spy story nella Resistenza Italiana”, e costituisce un contributo di assoluto rilievo alla ricostruzione della storia eroica quanto tragica del comandante Dante Castellucci “Facio”, calabrese di Sant’Agata d’Esaro, esponente di punta del gruppo dei fratelli Cervi a Campegine, eroe delle battaglie del Lago Santo e di Borgotaro, infine fucilato ad Adelano di Zeri il 21 luglio 1944 dopo un’imboscata ordita dai vertici della Brigata Liguria. Salsi inquadra il caso Facio nelle vicende militari dell’Appennino parmense e in particolare nello scontro fra servizi segreti americani e britannici sullo sfondo  dalle opposte visioni dei rispettivi comandi strategici: scontro che determinò l’annullamento dell’operazione Nembo, con cinquecento paracadutisti italiani che dovevano essere lanciati sul crinale appenninico a sostegno delle formazioni ribelli. 

Il pezzo mancante è un duplice riferimento a Facio: è il pezzo di mortaio che fu usato come falso pretesto per la liquidazione del comandante del Battaglione “Picelli”, e  sono i misteri che ancora persistono su chi, e perché, fu deciso da una parte del Pci in montagna (ma non solo) un omicidio politico tra i più infami della Resistenza Italia. Nell’ intervista che segue, l’autore dialoga sugli aspetti salienti del libro, dove non mancano colpi di scena, ricostruzioni mai così in dettaglio, e rivelazioni inedite. 

Alla figura di Facio, Massimo Salsi  ha già dedicato un breve saggio dal titolo “Le due fughe”, nei giorni intercorsi tra  l’assalto fascista ai Campi Rossi e la fucilazione dei sette fratelli Cervi e di Quarto Camurri, al poligono di tiro di Reggio Emilia, nella livida alba del 28 dicembre 1943. 

Il pezzo mancante di Massimo Salsi


L’INTERVISTA A MASSIMO SALSI

Nelle 466 pagine de “Il pezzo mancante”, tu proponi una ricostruzione inedita e per certi versi clamorosa delle vicende della Resistenza nel Parmense e in Lunigiana che culminarono con l’assassinio politico del comandante partigiano Dante Castellucci “Facio” per opera di un “tribunale” – in realtà tu ne contesti la stessa definizione – di comandanti e di dirigenti del Pci in montagna (come Antonio Cabrelli e Renato Jacopini). In sostanza inquadri l’agguato e la fucilazione avvenute ad Adelano di Zeri il 21 luglio 1944 nel contesto di una guerra tra i servizi segreti americani (l’Oss) e il servizio segreto britannico.

Su quali documenti inediti fondi principalmente la tua ricostruzione?

La ricerca da me intrapresa oltre 10 anni fa aveva lo scopo di chiarire le motivazioni e le circostanze precise in cui avvenne nel luglio 1944 l’eliminazione dell’eroico comandante partigiano Dante Castellucci (Facio). Nonostante gli sforzi interpretativi compiuti da vari storici (Ricci, Vietti, Capogreco, ecc.) rimanevano irrisolti i nodi centrali della vicenda. Mi resi conto da subito che le testimonianze ufficiali (Cabrelli, Jacopini, ecc.) erano monche di riferimenti che, dopo i primi approfondimenti, mi erano sembrati essenziali. Ma lo erano anche le testimonianze della parte offesa, ossia i partigiani appartenenti al Battaglione parmense “ Picelli” (Musiari, Pocaterra, Seghettini, ecc.). Troppo parziali e troppo condizionate dal contesto storico nel quale erano state rilasciate non sarebbero state sufficienti a chiarire il complicato quadro politico-militare in cui si svolse il disarmo del “Picelli” e l’uccisione del suo comandante. Bisognava allargare lo sguardo alle vicende più generali della Resistenza nel Nord Emilia, agli importanti e drammatici avvenimenti svoltisi in contemporanea nel parmense, ai rapporti tra gli Alleati inglesi e americani, alle azioni svolte dalle loro missioni a contatto con le formazioni partigiane. Tutti elementi completamente trascurati fino ad allora. Sono ripartito dunque dalla ricostruzione degli avvenimenti del parmense e mi sono trovato anche qui di fronte a enormi omissioni relativamente alla vicenda del Comando di coordinamento di Compiano che, guarda caso, giunge a conclusione nello stesso giorno e nello stesso luogo dell’eliminazione di Facio. 

Massimo Salsi (da facebook)

Si è trattato di ricostruire un grande affresco il cui puzzle era stato frammentato in una molteplicità di tasselli. Mancavano intere scene, quali ad esempio la battaglia per la difesa dei Territori liberi del Taro, nella quale il battaglione Picelli ha avuto un ruolo di rilievo. Per ricostruirle è stato necessario scandagliare gli archivi italiani e in parte quelli inglesi. Se poi alle buone ipotesi di ricerca si associa anche la fortuna il risultato può essere entusiasmante. Di fondamentale importanza la consultazione dei fondi dell’Archivio Storico dello Stato Maggiore Italiano a Roma – praticamente inesplorati dagli storici della Resistenza -, e i National Archives inglesi. Tutte le fonti sono accuratamente citate nel testo.

Tu riveli l’esistenza, nel fronte Ovest Cisa, di importanti formazioni partigiane autonome, che facevano capo non a organizzazioni politiche ma al Comando Interalleato. Tuttavia questo elemento, pur decisivo nello scacchiere del 1944, è sempre stato ignorato o accantonato dalla storiografia resistenziale. Per quale ragione?

Per la verità non è una rivelazione: la presenza di queste formazioni nell’Ovest Cisa e la loro dipendenza dal Comando Interalleato era nota. Solo con la costituzione del Comando Generale del CVL nel giugno del ’44 iniziò un processo – anche se non lineare – che portò alla creazione di Comandi unificati tra formazioni autonome e dipendenti dai partiti (PCI, Pd’A, ecc.). Gli autonomi rimasero autonomi anche in seguito e nel CLN si posero in gran parte sotto l’egida della DCPerò il comando militare effettivo fu sempre esercitato solo ed esclusivamente dalle missioni alleate inglesi o americane

Nel dopoguerra i capi di queste formazioni, anche nelle relazioni finali presenti negli Istituti Storici della Resistenza, tesero a sfumare questa loro appartenenza iniziale assimilandosi al CLN anche se in molti casi il loro contributo alla lotta di liberazione era stato militarmente molto superiore rispetto alle formazioni di partito. La visione azionista, che considerava i militari dell’ex Regio Esercito poco più che ex fascisti, ebbe il sopravvento, anche se i comunisti, a onor del vero, furono i veri artefici dell’unità di tutte le forze patriottiche comprendenti anche gli autonomi. Il “Picelli” di Facio pur appartenendo alla

“Garibaldi” parmense si trovava schierato tra due brigate autonome (la Julia e la Beretta) e col consenso del proprio Comando collaborò lealmente con esse nella battaglia per la difesa di Borgotaro.

Tu parli dell’operazione Nembo, quella che doveva essere l’operazione più importante del comando italiano di Brindisi a sostegno della Resistenza nel Nord. Dovevano essere lanciati a Borgotaro ben 500 paracadutisti dell’Esercito del Sud, cobelligerante con gli Alleati. Tutto però saltò all’ultimo momento: perché? Chi non volle quell’operazione che avrebbe cambiato il corso della Resistenza in Italia?

Bisogna fare una premessa storica. Americani e Inglesi erano in forte contrasto sulla strategia politico-militare da seguire in Italia. Gli Americani non avevano fretta di liberare l’Italia perché ritenevano più conveniente – per i loro interessi – aprire un nuovo fronte nel Sud della Francia. Gli Inglesi al contrario volevano accelerarne la liberazione per invadere con le proprie truppe i Balcani. (Poi nella previsione di un fallimento armarono i partigiani di Tito in funzione anti russa.) 

Alla fine non si misero d’accordo e ciascuno andò per la propria strada. Gli americani trasferirono varie divisioni dall’Italia nel Sud della Francia, gli Inglesi tentarono da soli di sfondare la Linea Gotica con l’Operazione Olive. In questo contesto nasce l’Operazione Nembo (tecnicamente fu denominato prima “Piano x” poi “Operazione Albergo”). Come hai detto sarebbe stato il più importante contributo delle forze regolari italiane alla liberazione del Paese. 500 paracadutisti aviolanciati in Alta Val di Taro da oltre 45 aerei da carico, ampiamente riforniti di armi di ogni genere. 

Qui a Compiano, sotto il comando del colonnello Pietro Laviani (Lucidi), direttamente in contatto con il Comando Interalleato, si era costituito il Territorio Libero del Taro. L’operazione doveva scattare a Borgotaro – Passo della Cisa (fronte tirrenico) qualche giorno prima dell’attacco inglese a Ravenna (fronte adriatico). 

L’OSS (Servizio segreto americano) portò avanti la propria politica senza curarsi troppo degli ostacoli che sarebbero nati nella realizzazione dei piani inglesi. Gli aerei che dovevano trasportare i paracadutisti furono utilizzati per il trasferimento delle truppe americane nel Sud della Francia, e quindi il lancio invece di essere effettuato nel momento più favorevole dell’occupazione di Borgotaro, venne posticipato all’inizio di agosto. Nel frattempo i partigiani che avevano sostenuto per otto giorni uno scontro vittorioso coi Tedeschi dovettero ritirarsi. La maggior parte delle formazioni partigiane che si erano impegnate nella difesa di Borgotaro furono scompaginate e per sfuggire al rastrellamento si frazionarono in piccoli gruppi. Solo il “Picelli” rimase perfettamente efficiente ed integro. Approfittando della situazione di debolezza degli autonomi presso la sede del costituendo Comando Unico spezzino ad Adelano di Zeri fu attuato un colpo di mano. 

Ne fece le spese il Colonnello Laviani (Lucidi) che anziché divenire il capo della IV Zona Operativa parmense, apuana e spezzina fu arrestato. L’ordine d’arresto venne direttamente dal Comando Generale del CVL che aveva sede a Milano. L’unica formazione che lo avrebbe potuto sostenere – e che quindi rappresentava un ostacolo per la realizzazione del piano -, il Picelli, fu circondata e disarmata e Facio fucilato. Il gen. Alexander tentò di lanciare comunque i paracadutisti, modificandone la destinazione,

non più in Val Taro ma nel Modenese. Il lancio essendosi reso impossibile anche nella zona di Montefiorino fu annullato definitivamente. Anche in conseguenza del fallimento di questa operazione gli Inglesi furono poi sconfitti dai Tedeschi sul fronte di Ravenna e fecero buon viso a cattiva sorte riconoscendo “sportivamente” l’egemonia dei loro alleati americani sul nostro Paese. Quindi stesero un velo sulla competizione che li aveva visti perdenti e sugli avvenimenti che l’avevano caratterizzata.

Nella tua ricostruzione dei fatti tra la primavera e l’estate del 1944, il comandante Facio – già leggendario per la battaglia di marzo al Lago Santo – si staglia una volta di più come l’eroe della battaglia di Borgotaro, l’unico che con i suoi uomini riesce a tenere in scacco per giorni e giorni l’esercito tedesco al passo del Brattello. Per contro emerge nuovamente l’ambiguità di Antonio “Salvatore” Cabrelli che abbandona la sua postazione. Un comportamento che avrebbe meritato davvero la corte marziale. Perchè invece Facio salvò il suo sottoposto, che poi ordì il complotto per assassinarlo? In sostanza, a chi rispondeva realmente “Salvatore” Cabrelli?

Dante Castellucci “Facio”

Al Picelli di Facio, considerato a ragione una delle formazioni più efficienti della zona, fu affidato il settore più a rischio di sfondamento di tutta la linea difensiva creata dai partigiani intorno alle valli del Taro e del Ceno. Facio per otto giorni sostenne con forze numericamente molto inferiori i pesantissimi attacchi degli agguerriti gruppi tattici tedeschi ai passi che avrebbero aperto loro la via verso Borgotaro ( Brattello e Borgallo). Per espugnare le posizioni del Picelli i Tedeschi avrebbero dovuto sacrificare centinaia di uomini. Tentarono in diversi modi. Con l’assalto diretto, con l’accerchiamento e col bombardamento. Ma evidentemente Facio aveva adottato una tattica molto intelligente basata sul continuo spostamento delle sue postazioni e con un’attenta sorveglianza dei punti d’accesso che i tedeschi avrebbero potuto utilizzare per prenderlo alle spalle. Non possiamo affermare che Antonio Cabrelli fosse “sottoposto” a Facio. Lo era solo per quanto riguarda le funzioni di commissario politico di un distaccamento, il Gramsci/Ognibene appartenente al battaglione “Picelli”. Ma Cabrelli era contemporaneamente l’uomo al quale il Comando regionale Toscano congiuntamente a quello Ligure avevano affidato il compito di creare il comando unico spezzino.

Ritirare un intero distaccamento dalla linea difensiva durante l’attacco tedesco dell’8 luglio fu indubbiamente un atto gravissimo. Tant’è vero che quest’episodio è stato letteralmente cancellato dalle cronache della Resistenza.

Ma come avrebbe potuto Facio inviare alla corte marziale l’uomo designato al comando politico di tutti i partigiani spezzini? I capi partigiani del livello di Cabrelli ricevevano degli ordini ma soprattutto delle direttive che li lasciavano liberi di decidere personalmente, in tante circostanze, il da farsi. Se non operavano correttamente potevano poi essere destituiti. Cosa che avvenne appunto al Cabrelli nel dicembre 1944. Inoltre il PCI nel dopoguerra chiese a Salvatore di relazionare sul caso Facio. Invece di raccontare la verità, anche in quella circostanza, mentì. Come aveva mentito sulle sue relazioni con le organizzazioni comuniste dissidenti. Questi fatti gli costarono l’allontanamento definitivo dal partito. Il Cabrelli comunque non si sarebbe mai assunto da solo delle decisioni così gravi. Fu indubbiamente spalleggiato dalla Missione Oss di “Corvo” e da un dirigente regionale del partito sotto copertura.

Sotto il titolo “L’Innominato” tu dedichi diverse pagine a Piero Montagnani (poi Montagnani Marelli), dirigente del Pci in Emilia deputato alla Costituente e vicesindaco di Milano. Quale la sua relazione con l’affare Facio? E quale personalità si nascondeva  dietro il nome cospirativo di Nello, che i documenti indicano come il presidente del cosiddetto “tribunale” che decise la fucilazione di Facio? 

Si cela certamente un dirigente del PCI che svolse un ruolo notevole nella Resistenza. Ce lo fa capire Cabrelli nella sua relazione sul caso Facio alla direzione del partito. 

Il nome “Nello” era stato probabilmente utilizzato da questo dirigente comunista durante l’attività clandestina nel ventennio fascista. Poi con l’inizio della Resistenza a questi nomi se ne aggiunsero altri che potevano essere conosciuti anche dagli altri partiti antifascisti. Ecco perché nella storia della resistenza spezzina questo personaggio compare una sola volta con lo pseudonimo di Nello. E’ evidente che era conosciuto principalmente con altri nomi. 

Il nome Nello potè emergere per la presenza di Antonio Cabrelli (Salvatore) anch’esso appartenente per molti anni ai gruppi di dirigenti comunisti operanti nella clandestinità. Se avessi saputo chi si cela sotto Nello lo avrei scritto nel libro. Ma sono certo che altri ricercatori possano prima o poi identificarlo con certezza. Deve esserci un documento o una testimonianza certamente inedita in cui si dice Nello era il tal dei tali. Per il momento il mistero permane anche se dopo la mia ricerca il gruppo dei possibili Nello si è notevolmente ristretto. È sintomatico il fatto che Giorgio Amendola dopo aver espresso giudizi su Nello, in una lettera del 1944, dica poi, in una nota del libo “Lettere a Milano”, di non conoscerlo.

Tu riveli un fatto drammatico che precedette la fucilazione di Facio: lo scontro tra il battaglione Picelli e la colonna di Giustizia e Libertà che alla metà di luglio circondò armata il campo di Facio e disarmò i suoi uomini, per una questioni di lanci di materiale bellico. Cos’era accaduto? Quale fu la reazione di Castellucci?

Questa del disarmo del battaglione Picelli da parte della Colonna Giustizia e Libertà è la più importante delle omissioni riscontrabili nelle dichiarazioni scritte su commissione della 12^ Garibaldi parmense allo scopo di “salvare il salvabile”.

I lanci che dovevano essere effettuati dagli Inglesi sul campo di Ca’ Menage a partire dalla notte del 15/16 luglio 1944 erano tre. Avrebbero dovuto essere gestiti dal Maggiore inglese Clifford membro del comando autonomo di Compiano ed erano destinati in primis alla brigata “Beretta” che comprendeva il battaglione Centocroci e il Picelli. Siccome la Centocroci si era momentaneamente sciolta e viveva una grave crisi di comando il compito di ricevere i lanci era del Picelli che pose il proprio comando direttamente sul campo di Ca’ Menage. 

Poi il maggiore Clifford decise di aggregarsi ad un convoglio di ex prigionieri alleati che stavano per essere trasferiti via mare oltre le linee, quindi passò la consegna al maggiore Gordon Lett

Lett commise l’errore di affidare la ricezione dei lanci a coloro che in assenza del comandante Gino Cacchioli (Beretta) avevano, senza il consenso delle formazioni interessate, rivendicato il comando della brigata Beretta che volevano trasformare da autonoma in 4ª Brigata Garibaldi Liguria. Naturalmente Lett si aspettava un’equa distribuzione delle armi a tutte le componenti. Ma questo non avvenne e le armi lanciate nel primo e nel secondo giorno furono tutte incamerate dall’unica formazione comunista della zona ossia quella di Primo Battistini (Tullio) che da piccolo distaccamento fu subito promosso a brigata.

Restava da ricevere il terzo lancio. La sera del 18 luglio non essendo arrivato alcun preavviso gli uomini di Tullio si ritirano da Ca’ Menage. Ma aerei alleati sorvolavano il campo con l’evidente intento di effettuare un lancio. I segnali furono accesi e armi e munizioni furono raccolte dal Picelli e distribuite agli uomini di Facio. Per un giorno nessuno rivendicò queste armi, che in effetti erano state lanciate dagli Americani per la Colonna Giustizia Libertà accampata in una vallata attigua. Per la sera tra il 20/21 fu annunciato il terzo lancio inglese. Tutto l’apparato di ricezione era pronto quando all’improvviso il campo di Ca’ Menage fu circondato dalla Colonna Giustizia e Libertà. Venne sparata qualche raffica poi, capita la situazione, Facio ordinò ai suoi di deporre le armi e il “Picelli” fu disarmato. I segnali non poterono essere accesi e gli aerei dovettero rientrare alla base con il loro carico. Successivamente Facio fu invitato presso il Comando di Tullio e fucilato.

Il libro solleva dubbi sul fatto  che fosse avvenuto un processo, comunque illegale, a Facio. Perché?

Sollevare dubbi sulle testimonianze, particolarmente in presenza di grosse omissioni, è parte integrante del lavoro dello storico che deve vagliarle mettendole a confronto con fatti accertati da documenti d’epoca.

Facio, che faceva parte del gruppo Cervi, arriva ai monti dopo essere scampato alla condanna a morte decisa dal Comitato militare del Pci di Reggio Emilia, e alla fucilazione da parte dei tedeschi. E prima di essere fucilato dai suoi compagni partigiani nelle montagne di Zeri, torna per sei giorni nel reggiano. Cosa va a fare? Vi è una relazione tra le condanne a morte che lo avevano inseguito in pianura e il suo assassinio in montagna?

Come ho spiegato dettagliatamente nel saggio “Le due fughe”, Dante parte dalla sua base di Fontana Gilente per questo blitz a Campegine perché ha dei conti in sospeso col delatore che fece fallire il suo tentativo di liberare i fratelli Cervi. 

La delazione provocò il suo arresto e quello di tre ex prigionieri di guerra inglesi divenuti formidabili partigiani. La trappola scattò quando Castellucci era già entrato travestito da Tedesco nel carcere di Reggio Emilia. I tre non riuscirono a fuggire come Dante dalla Cittadella di Parma (seconda fuga) e furono molto probabilmente giustiziati. La mancata liberazione dei Cervi rese poi possibile la loro fucilazione. Il legame affettivo che Dante aveva instaurato con i Cervi e con i loro parenti lo spinse a quest’azione che indubbiamente aveva lo scopo di vendicarli. Ma il delatore, o i delatori, non si fecero trovare. 

La decisione del comandante dei partigiani del Nord Emilia Porcari valse a cancellare definitivamente la condanna a morte del CLN reggiano? Esiste una relazione tra quella condanna a morte e quella poi decretata in montagna?

Al momento non abbiamo elementi concreti per affermarlo ma nemmeno per escluderlo. Facio sapeva delle cose sulle vicende reggiane che avrebbero potuto danneggiare politicamente molta gente. D’altronde, come abbiamo chiarito, in montagna Castellucci si trovò ad operare in un contesto completamente diverso. Qui agirono motivazioni essenzialmente politiche e militari.

In definitiva, per quale ragione Dante Castellucci Facio fu alla fine ucciso dai suoi stessi compagni?

Credo che sia giunto il momento di rivedere quest’affermazione che presuppone un’unità monolitica delle formazioni partigiane. In Italia il Comitato di Liberazione Nazionale ha saputo tenere insieme forze che in altre realtà europee si sono scontrate militarmente (mi riferisco alle componenti laiche, da un lato e a quelle monarchiche dall’altro). Se non scoppiò una guerra civile dentro la guerra civile fu essenzialmente per la mediazione esercitata a sinistra dal PCI e a destra dalla Democrazia cristiana. Quest’incontro è simbolicamente rappresentato nel parmense da due figure quali l’ing. Giacomo Ferrari (Arta) del PCI e dal prof. Achille Pellizzari (Poe) della DC che con lungimiranza e buonsenso seppero pilotare forze potenzialmente contrapposte fino alla Liberazione. Ma nemmeno questi due partiti erano esenti da lotte interne , anche molto aspre, che nella Resistenza ebbero il loro peso.

Facio, che non era comunista, se lo fosse stato avrebbe chiesto di essere iscritto al partito, era stimato dai propri partigiani e dai vertici del PCI parmense che in quel periodo subirono, assieme a quelli spezzini, una forte ristrutturazione. Chi l’uccise rappresentava forze in netta contrapposizione politica rispetto a quelle che fino a quel momento avevano guidato, in una lotta epica, tutte le formazioni dell’Alta Val Taro. Queste forze agivano anche all’interno del Partito comunista che ufficialmente operava per l’unità nazionale: forze che del resto  si assunsero la responsabilità politica della fucilazione di Facio, come attestò lo stesso Renato Jacopini nel suo Canta il gallo del 1960. Si tratta di quella doppiezza che ho ampiamente affrontato in questo  libro, e che il dirigente comunista parmense Porcari definiva attendismo. 

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