ESCLUSIVO/ “La mia vita da infiltrato”
Parla Paolo Bellini: intervista video, l’anticipazione

“Non sono uno stragista, a Bologna il 2 agosto non c’ero
Non farò il coperchio di questo sarcofago”

L’INFILTRATO

Intervista a Paolo Bellini

a cura di Gian Paolo Pelizzaro e Gabriele Paradisi

con la collaborazione di Pierluigi Ghiggini


31/7/2022 – «Io non sono uno stragista». «Io non ero a Bologna il 2 agosto 1980».

«Io non faccio parte né del SISDE, né del SISMI, né dei massoni».

«Con me hanno sbagliato indirizzo. Io non farò il coperchio di questo sarcofago!».

«Io non sono qui per dire chissà che cosa per creare un antagonismo all’interno del mio processo. Nel modo più assoluto. Il mio processo deve andare come deve andare. Siccome non mi hanno fatto parlare nel processo, per paura, perché loro lo sanno che io non sono quello là del filmato. Loro lo sanno che la Bonini (Maurizia Bonini, ex moglie di Paolo Bellini) racconta delle barzellette. Loro lo sanno che molti son passati di lì (in dibattimento) e hanno raccontato cose non vere. Io dico queste cose a voi per quello che vi ho detto che vi considero (dei giornalisti non di parte) e perché nel processo di Bologna non mi hanno fatto parlare. Perché io ero da condannare e basta. Perché io devo essere il coperchio di quel sarcofago».

«Mi avete voluto usare come coperchio per chiudere il sarcofago (della strage di Bologna, , ndr.)? Avete inventato tutte queste cose per 40 anni su di me? Adesso Basta!».

«Avevano studiato tutto. Deve essere lui. È l’unico rimasto vivo. Deve essere lui, per forza. Ed ecco perché non ho potuto parlare».

«Io non ho mai conosciuto né visto nessuno di quelli che loro citano (riferendosi soprattutto a Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Luigi Ciavardini e Gilberto Cavallini, ndr.) e neanche Gelli».

Paolo Bellini

PARLA PAOLO BELLINI

Per la prima volta, la cosiddetta ex “primula nera”, il killer reggiano o l’ex estremista di Avanguardia nazionale (così è descritto nelle cronache giudiziarie) apre il misterioso libro della sua vita e racconta ciò che ha tenuto segreto per oltre quattro decenni.

In particolare, Bellini parla dei suoi rapporti con l’allora procuratore di Bologna Ugo Sisti e svela il suo ruolo all’interno di un gruppo ristretto e super segreto di persone collegate all’allora segretario nazionale della Democrazia cristiana, Flaminio Piccoli. E spiega il motivo della sua compresenza all’Hotel Lembo di Bologna – dal 21 al 23 febbraio 1980 – insieme all’estremista tedesco membro del gruppo Carlos, Thomas Kram.

1 – Ugo Sisti alla Mucciatella e il mistero del «terzo uomo»

Bellini squarcia il velo anche su un’altra circostanza mai del tutto chiarita e gravida di misteri e cioè i motivi che indussero l’allora procuratore capo di Bologna, Ugo Sisti, a recarsi la sera di domenica 3 agosto 1980 – il giorno dopo l’attentato alla stazione ferroviaria – proprio a casa della famiglia Bellini, in località Mucciatella di Quattro Castella, in provincia di Reggio Emilia. Il giallo di questa presenza scoppiò la mattina del giorno dopo, lunedì 4 agosto, quando gli agenti della Uigos di Reggio Emilia lo trovarono in una delle stanze dell’albergo dei genitori di Paolo Bellini.

Ugo Sisti la mattina di sabato 2 agosto 1980 era in ferie nelle Marche. Informato dell’esplosione, rientrò d’urgenza a Bologna a bordo di un elicottero dei Carabinieri. Per tutta la giornata del 2 agosto il capo della Procura rimase defilato, lontano dai cronisti e giornalisti.

Ugo Sisti

La mattina del giorno dopo, domenica 3 agosto, Sisti era in sede negli uffici della Procura e questo lo si deduce dal fatto che alle ore 10 e 30 il dott. Sisti, come capo della Procura della Repubblica di Bologna, diramava alle agenzia di stampa il comunicato stampa in cui si dava notizia che lo scoppio avvenuto nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione era stato provocato da un ordigno e quindi si procedeva con l’ipotesi del delitto previsto dagli articoli 285 (strage, allo scopo di attentare alla sicurezza dello Stato) e 422 del Codice Penale (strage – chiunque, al fine di uccidere, compie atti tali da porre in pericolo la pubblica incolumità).

Sisti parteciperà nel corso della giornata di domenica 3 agosto alle riunioni in Prefettura insieme, fra gli altri, al presidente del Consiglio, Francesco Cossiga, al ministro della Difesa Lelio Lagorio, ai vertici dei servizi di sicurezza e dell’Ucigos, e – in particolare – al segretario nazionale della Democrazia cristiana, Flaminio Piccoli. Suo referente politico.

Poi di Sisti di riperdono le tracce fino alla sera, quando – invece di rientrare a Bologna dopo un presunto viaggio-lampo a Milano – va alla Mucciatella, accompagnato da un amico avvocato, Luigi Corradi, legale di fiducia della famiglia Bellini. Corradi – da quanto risulta – non si fermò a dormire nella casa-albergo dei Bellini. Mentre Ugo Sisti pernottò alla Mucciatella.

La mattina presto del giorno dopo, lunedì 4 agosto, il procuratore di Bologna venne svegliato dagli agenti di polizia, che lo identificarono nel corso della perquisizione domiciliare. La cosa strana è che non venne identificato nessun altro quella mattina di coloro che erano presenti nell’albergo dei Bellini, neanche dei giovani muratori meridionali che avevano trascorso la notte alla Mucciatella.

Sisti la sera del 3 e la mattina del 4 agosto sarebbe stato insieme a una terza persona (quello che Paolo Bellini chiama «il terzo uomo») ancora oggi non identificata.

C’è da sottolineare che i poliziotti della Uigos di Reggio Emilia nella relazione di servizio del 4 agosto 1980, relativa alla perquisizione nella casa-albergo dei Bellini alla Mucciatella, non riportarono il nome dell’alto magistrato, che invece sembra sia stato riferito a voce ai vertici della Procura della Repubblica di Reggio Emilia. Il nome di Ugo Sisti venne riportato in una seconda relazione di servizio redatta soltanto due anni dopo, il 1° marzo 1982, da uno degli agenti operanti quella mattina del 4 agosto 1980 alla Mucciatella, il maresciallo di PS Salvatore Bocchino.

Dal racconto di Paolo Bellini si scopre che la sera del 3 agosto 1980 Ugo Sisti si precipitò dai Bellini alla Mucciatella per due motivi, per una doppia emergenza:

«Lui (Ugo Sisti, ndr.) non sapeva che Bellini Aldo aveva un figlio latitante. Non sapeva niente, poverino. Non lo sapeva. Lui lo apprende prima del 4 agosto 1980 perché lui (Ugo Sisti) è andato là alla Mucciatella anche per quello. Lo apprende perché qualcheduno all’interno della Polizia, che era un suo referente (ne aveva due all’interno). Lui (Sisti) aveva due referenti all’interno della Polizia i quali lo informavano di tutto quello che succedeva. Gli raccontarono che c’era uno (Rolando Balugani) che era arrivato (alla Questura di Bologna) dalla polizia di Reggio Emilia che stava facendo un casino fuori del normale per far inserire un tal Bellini Paolo di Reggio Emilia (nella nota lista dei 50 ricercati di destra). E naturalmente Sisti ci avrà impiegato due secondi a capire cosa stava accadendo.

Si è inalberato evidentemente, no? E si è mosso di conseguenza. È andato nel pallone. Era andato nel pallone».

«Poi c’è il terzo uomo (riferendosi al misterioso personaggio presente con il dott. Sisti la mattina di lunedì 4 agosto 1980 alla Mucciatella nella casa albergo della famiglia Bellini, durante la perquisizione fatta dalla Polizia, ndr.) di Salvatore Bocchino (maresciallo di PS in forza alla UIGOS di Reggio Emilia che coordinò la perquisizione alla Mucciatella). Io avrei voluto chiedergli: ma aveva i capelli ricci e i baffi? E alla signora Bonini le avrei voluto chiedere: cosa è successo la notte dal 3 al 4 agosto 1980

Il terzo uomo non era quindi l’avvocato della famiglia Bellini, Luigi Corradi, come invece si è affermato durante il processo in Corte d’Assise. Corradi accompagnò il procuratore Sisti all’albergo dei Bellini verso l’ora di cena del 3 agosto 1980, ma poi non si fermò alla Mucciatella. Ritornò a Reggio Emilia la sera e poi partì con la famiglia per andare in vacanza a Cecina.

Chi è dunque il «terzo uomo»?

*****

Questa intervista nasce con modalità un po’ rocambolesche.

Nel maggio del 2020, dopo la pubblicazione del nostro articolo sulla testata online Reggio Report e relativo alla sorprendente scoperta della presenza del sedicente brasiliano Roberto Da Silva (alias Paolo Bellini) insieme a Thomas Kram all’Hotel Lembo di Bologna il 22 e 23 febbraio 1980, abbiamo contattato più volte l’avvocato Manfredo Fiormonti, difensore di fiducia di Bellini, per chiedere un’intervista al suo assistito.

Ogni nostra richiesta cadde nel vuoto.

Nonostante tutto, abbiamo continuato comunque a scavare e a scrivere sugli spostamenti di Roberto Da Silva tra il 1° e il 2 agosto 1980 per cercare di verificare la bontà dell’alibi dell’imputato.

E, studiando e analizzando gli atti della vecchia istruttoria del 1983, scoprimmo che quasi tutti i testimoni della famiglia Bonini avevano reso versioni dei fatti puntuali, univoche e concordanti. Le uniche due persone che – all’epoca – non vennero ascoltate né dai Carabinieri né dai magistrati furono Marina Bonini, vedova di Guido Bellini, fratello di Paolo, e la loro figlia Daniela, che nell’ agosto del 1980 aveva 9 anni. Come vedremo più avanti, proprio la presenza o meno della nipote Daniela con lo zio sedicente Roberto Da Silva la mattina del 2 agosto 1980 rappresenta un aspetto irrisolto, mai chiarito, della vicenda così come è stata rielaborata sulla base della nuova versione dei fatti resa da Maurizia Bonini, ex moglie di Paolo Bellini.

Terminato il processo in Corte d’Assise e trascorsi ormai quasi due anni da quei nostri tentativi falliti con l’avvocato Fiormonti, all’inizio di aprile di quest’anno Paolo Bellini si è messo in contatto tramite email con Pierluigi Ghiggini di Reggio Report, dapprima inviando alcuni commenti e valutazioni, poi manifestando seppur timidamente e con una certa apprensione la volontà ad essere intervistato.

C’era infatti l’ostacolo della sua posizione di collaboratore di giustizia che lo vincola e lo limita in modo severo.

Per questo abbiamo dovuto inoltrare formale istanza al Tribunale di Sorveglianza di Roma per chiedere l’autorizzazione al colloquio videoregistrato con Bellini.

Alla fine, ottenuta l’autorizzazione da parte del magistrato di sorveglianza il 23 giugno 2022, siamo riusciti a registrare con Paolo Bellini tre lunghi colloqui in videoconferenza:

  • Il 25 giugno 2022 (3 ore, 57 minuti e 36 secondi)
  • Il 4 luglio 2022 (5 ore, 1 minuto e 22 secondi)
  • L’11 luglio 2022 (4 ore, 8 minuti e 28 secondi).

Abbiamo registrato anche altri due segmenti (chiamiamoli addendum) per chiarire e approfondire alcuni temi in particolare (durante i colloqui qualche volta abbiamo commesso alcuni errori di data o di nomi e quindi siamo stati costretti a fare delle errata corrige ai fini della registrazione).

Durante l’intervista è intervenuto anche Pierluigi Ghiggini, direttore di “Reggio Report” che da tempo ospita i nostri articoli e le nostre inchieste.

Thomas Kram nel passaporto dell’epoca

2 – Il mistero dell’Hotel Lembo di Bologna

Tornando alla vicenda dell’Hotel Lembo (per noi il tema principale su cui avevamo necessità di capire cosa era realmente accaduto nei giorni 22 e 23 febbraio 1980 a Bologna), questa circostanza inspiegabilmente era sfuggita un po’ a tutti.

Perché?

Questo clamoroso tassello – nonostante sia stato reso noto per la prima volta due anni fa – è stato stranamente espunto dai temi oggetto di esame durante il dibattimento in Corte d’Assise nel corso del processo sui presunti mandanti della strage del 2 agosto.

Così come è rimasto fuori del processo l’altro straordinario tassello collegato alla vicenda dell’Hotel Lembo tra Roberto Da Silva e Thomas Kram, e cioè l’incontro che Paolo Bellini ebbe nella primavera del 1980 (tra maggio e giugno, in occasione di una fiera a Bologna) con un’agente israeliana.

I due trascorsero una notte all’Hotel Tre Vecchi di Bologna e Bellini afferma che in quella circostanza subì un debriefing da parte del Mossad, proprio a causa del suo “contatto” con il tedesco del gruppo Carlos che operava anche come emissario dei palestinesi.

«Ero stato drogato e intervistato dal MOSSAD proprio nel 1980 inerente al periodo in cui io vivevo a Bologna e nel periodo in cui era in piedi la trattativa tra il Fronte popolare per la liberazione della Palestina e chi di competenza per ricucire lo strappo che si era creato nel Lodo Moro».

Bellini svelò i particolari di questo incontro con l’agente israeliana in tempi non sospetti per la prima volta a verbale il 2 novembre 1999, davanti al pubblico ministero della DDA di Bologna, dott.ssa Maria Vittoria De Simone.

«Io in quel periodo, da febbraio 1980, ero inserito in un ambito ben definito della Democrazia cristiana. La DC in quel periodo aveva un interesse ben preciso e non dovevano essere usati elementi dei Servizi».

«Serviva qualcuno che non avesse contatti con i Servizi e allora chi hanno preso? Chi hanno usato? Bellini»

«Hanno usato Bellini per ricucire lo strappo che si era venuto a creare con l’arresto di quelli dei missili di Ortona (i tre autonomi romani e Abu Anzeh Saleh, nel novembre 1979, ndr.)».

Abu Anzeh Saleh

Come spiega in questa lunga, difficile e faticosa intervista videoregistrata a distanza, Bellini negli anni – fin dal 1983, in tempi di certo non sospetti – ha cercato di disseminare nella foresta degli atti giudiziari, nei suoi interrogatori, briciole di verità inconfessabili come Pollicino nella fiaba di Charles Perrault, aspettando il momento giusto per aprire il suo vaso di Pandora: «Nell’attesa che un giorno finalmente potessi raccontare quello che all’epoca non potevo svelare. Avevo fatto un giuramento…».

E qui si scopre un altro mistero: il giuramento che Paolo Bellini fece nel febbraio 1980, dopo l’incontro a Roma con Ugo Sisti in occasione dei funerali di Vittorio Bachelet, al Santuario della Madonna di Pietralba in Trentino Alto Adige.

«Sì, sono andato lì con un signore a fare un giuramento. C’è stato un appuntamento per fare un giuramento su una certa cosa…».

A Pietralba, Santuario Mariano molto caro sia a Sisti sia a Piccoli.

3Imputato nel «processo del secolo», con data di scadenza

Nato a Reggio Emilia, 69 anni, una vita eufemisticamente spericolata, sempre oltre i limiti (degna di un film di Quentin Tarantino), con una lunga, complessa e tragica carriera criminale iniziata all’età di neanche 22 anni con l’omicidio dell’ex amico e militante di Lotta Continua Alceste Campanile, commesso il 12 giugno 1975 (alla domanda quanti omicidi ha compiuto e confessato ha risposto che non sa dirlo con esattezza, «9, 10, 11… troppo doloroso per ricordarlo»), Paolo Bellini ha sempre evitato i giornalisti dei quali non si è mai fidato, fin dai tempi in cui il suo nome venne per la prima volta associato pubblicamente alla strage di Bologna in un articolo della “Gazzetta di Reggio” di venerdì 12 marzo 1982.

Anche durante il processo in Corte d’Assise a Bologna che lo ha visto protagonista come imputato, Bellini ha sempre mantenuto il massimo riserbo.

«Io tutte queste cose le avrei dette al processo. Quello che dico a voi lo volevo dire pari pari al processo».

Non solo: «Nelle mie dichiarazioni spontanee io volevo iniziare da dove hanno iniziato loro (riferendosi alla pubblica accusa, ndr), dagli anni Settanta a venire in avanti. E proseguendo volevo entrare in quello che era realmente accaduto a Bologna dal febbraio 1980 a il 2 agosto 1980, giorno della strage. Ma il presidente mi ha fermato…».

Bellini ha subito un processo assai singolare, quasi unico nel suo genere, una sorta di versione moderna e aggiornata di una santa inquisizione nella quale, invece di valutare e giudicare una serie di ipotesi di reato, si è cercato in buona sostanza di fare il processo alla storia di una persona, scavando nel suo passato fin dagli anni dell’adolescenza, indagando sulla storia dei suoi familiari, con il dichiarato intento di ritagliare addosso all’imputato l’abito del terrorista nero, dello stragista al soldo della Loggia P2.

Il processo che si è celebrato davanti alla Corte d’Assise di Bologna da aprile 2021 ad aprile 2022 – nonostante il roboante e suggestivo teorema accusatorio – si è svolto in fretta e furia in piena pandemia: un vero e proprio tour de force, con ritmi forsennati, mai visti prima (neanche fosse un rito per direttissima), con due udienze a settimana per un totale di 76 udienze, calendarizzate per poter terminare il dibattimento entro e non oltre la data limite del 17 aprile 2022, giorno in cui sarebbe andato in pensione il presidente del collegio giudicante. Ecco il perché di tutta quella fretta, di tutta quella frenesia nel serrare i tempi del dibattimento.

«Il processo del secolo con data di scadenza, come il mascarpone».

«Questo processo non si doveva celebrare con un presidente che doveva andare in pensione».

«Processo con data di scadenza come il mascarpone. Il presidente della Corte d’Assise Francesco Maria Caruso doveva andare in pensione il 17 aprile 2022».

Due volte a settimana l’imputato usciva di casa alle 4 del mattino per mettersi in viaggio direzione Bologna per arrivare entro le 9, orario d’inizio dell’udienza. Tra un’udienza e l’altra, montagne di documenti che di volta in volta venivano riversati agli atti del dibattimento e che dovevano essere recuperati, letti e valutati.

4 – La fabbrica dei depistaggi

La tabella di marcia non si è fermata neanche quando Bellini ha rischiato la morte, dopo un infarto avuto proprio durante la drammatica udienza del 3 settembre 2021, nel corso della testimonianza di un ambiguo personaggio, un pregiudicato per reati contro il patrimonio, tale Dino Bartoli, il quale nel 1983 venne trasferito con un subdolo sotterfugio dal carcere di Is Arenas in Sardegna a quello di Reggio Emilia. Bartoli – si scoprirà in seguito – era manipolato dall’allora procuratore Elio Bevilacqua per puntellare il “racconto” di un altro detenuto, un ladro di mobili e oggetti d’arte, di nome Gianfranco Maggi proprio sul presunto ruolo di Paolo Bellini nella strage di Bologna.

Bevilacqua era il Maestro Venerabile della Loggia massonica “Città del Tricolore” di Reggio Emilia.

Tutta la storia raccontata da Maggi e ripetuta da Bartoli era attribuita a Guido Bellini, il fratello maggiore di Paolo, morto un anno prima, il 29 aprile del 1982.

Un depistaggio. Anche maldestro.

Il 21 aprile del 1983, Bartoli – riferendo quanto apprese da Maggi, il quale a sua volta avrebbe saputo queste cose dal fratello di Paolo Bellini, nel frattempo deceduto – disse che la mattina del 2 agosto Paolo Bellini e un tale di nome Luciano Ugoletti accompagnarono in auto alla stazione di Bologna le seguenti persone: Stefano Delle Chiaie, Gaetano Orlando, Elio Massagrande e un tedesco.

Un tedesco…

Un’armata Brancaleone.

Dall’auto sarebbero scesi Delle Chiaie, Orlando e il misterioso tedesco per depositare “il materiale” in stazione, mentre nell’auto sarebbero rimasti Bellini e gli altri tre…

Immaginiamo la scena e mettiamola a confronto con le immagini riprese dal misterioso turista austriaco Harald Polzer con la sua cinepresa Super 8 prima e dopo le 10: 25 del 2 agosto 1980.

Non c’è un solo dettaglio che combacia.

La bufala aveva contorni grotteschi. Infatti, lo stesso Bartoli si accorse di aver commesso un grave errore, perché aveva citato e collocato nella stessa autovettura sei persone.

Bartoli e Maggi avevano raccontato una gigantesca panzana.

Eppure, Dino Bartoli – come abbiamo detto – è stato richiamato a deporre davanti alla Corte d’Assise per ripetere questa roba. Per Bellini è stato troppo. Dopo la drammatica udienza di due giorni prima in cui il presidente della Corte Caruso gli aveva di fatto dato la patente di mentitore seriale, «il carico emotivo» è stato troppo pesante e Bellini ha ceduto, accusando un grave malore.

Sul suo ricovero in ospedale e sull’intervento che ha subito, la Corte d’Asside ha chiesto anche una perizia, perché – probabilmente – qualcuno sospettava che l’imputato cercasse di marcare visita per allungare i tempi di un processo con data di scadenza come per un prodotto alimentare deperibile.

Ma tant’è.

5 – Imputato senza via di scampo e anche spiato in aula

Terminato il processo, per Bellini si è aperta una nuova fase: quella della vitale necessità di raccontare – per la prima volta – la sua versione dei fatti e riferire tutto quello che avrebbe dovuto riferire in dibattimento, ma che non ha fatto perché messo nelle condizioni di non farlo, poiché giudicato del tutto inattendibile.

Va ricordato che Bellini non è mai stato interrogato durante le indagini preliminari e quindi non ha mai potuto replicare alle varie contestazioni e quindi discolparsi. E durante il processo – in particolare, come abbiamo accennato, nel corso dell’udienza del 1º settembre 2021 – nel corso dello svolgimento delle sue dichiarazioni spontanee, il presidente della Corte, Francesco Maria Caruso, lo ha bruscamente interrotto e gli ha metaforicamente consegnato la patente di mentitore seriale, mettendolo nella difficile condizione psicologica di non poter proseguire nella sua difesa.

Bellini ha capito che il presidente della Corte aveva abbandonato il suo ruolo super partes di garante e arbitro, rispetto alle parti che si confrontano dialetticamente (accusa e difesa) nel processo, e si era schierato con chi lo stava accusando di tutto e il contrario di tutto.

È stato in quel momento che l’imputato ha preso atto che da quel processo sarebbe uscito soltanto con una condanna all’ergastolo.

Per l’imputato Bellini l’impatto psicologico è stato enorme.

«La realtà è questa: tu (riferendosi al presidente della Corte d’Assise, Caruso) mi hai discriminato! Davanti ai giudici popolari tu hai detto, presidente, che io sono uno che mente, sono uno che ha raccontato bugie per tutta la vita»

Adesso è un fiume in piena.

Bellini non aspetta altro che un magistrato non orientato o schierato ideologicamente lo interroghi al più presto non solo per confermare quanto ci ha raccontato in questa lunga e sofferta intervista, ma soprattutto per riferire quello che neanche a noi ha voluto svelare.

Verità che attendono di essere rese note da decenni e che fanno parte del vissuto di quest’uomo.

Bellini si rivolge così ai suoi grandi accusatori: «Io a questi compromessi non ci sto. Io a queste porcherie non ci sto. Voi mi avete danneggiato e non poco. Mi avete massacrato. Mi avete impedito di dire quello che dovevo dire durante il processo».

Bellini, infatti, afferma – e non a torto – di aver visto gravemente compromesso il suo diritto alla difesa nel corso del processo. È stato anche spiato, attraverso microfoni sempre attivi nascosti sul banco dell’imputato per ascoltare i dialoghi con i suoi difensori.

«Ci tenevano sotto controllo in aula. Mi sono sentito spiato durante il processo. C’erano degli altri microfoni sempre attivi di fronte ai difensori e all’imputato».

Collaboratore di giustizia condannato all’ergastolo con fine pena nel 2033 in regime di detenzione domiciliare, Bellini è stato condannato all’ergastolo il 6 aprile 2022 dalla Corte d’Assise di Bologna con l’accusa di concorso in strage insieme a quattro presunti complici (con i quali non è mai emerso, in nessuna circostanza, alcun contatto, alcun legame, diretto o indiretto): Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini (condannati in via definitiva, nel 1995 e nel 2007) e Gilberto Cavallini (condannato in primo grado all’ergastolo, nel 2020).

«A me quello che interessa è la realtà e la verità. Avete toccato la persona sbagliata, avete schiacciato il bottone sbagliato. Loro ci credono ancora, loro ancora pensano che io possa collaborare come pensano loro. Che devo fare? Mi devo inventare le barzellette? Ma poi, chi conosci? Io non conosco nessuno. Ci sono tonnellate di atti in cui si dice che io non conosco nessuno di quelli che sono stati indicati come estremisti, terroristi e che sono stati condannati per questi fatti. Non ho mai avuto contatti con questa gente. Ma soprattutto in quel periodo in cui io ero inserito nel gruppo di Piccoli».

6 – «Sono innocente. Io con Bologna non c’entro nulla»

Bellini respinge tutte le accuse, lo fa con forza, veemenza, con sdegno. Proclama a gran voce la sua innocenza e grida la propria totale estraneità per quanto riguarda l’attentato del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna: «Non è l’ergastolo che mi fa paura. Ne sto già scontando uno e non arriverò vivo a fine pena nel 2032-2033. È l’accusa di strage che non accetto. Io con quella roba lì di Bologna non c’entro nulla».

E ripete: «Non sono un terrorista, un fascista, un nazista. Non sono uno stragista. Sarò un bandito, sì, ho commesso vari omicidi dei quali ho confessato di essere l’autore e per i quali sto pagando tutte le mie responsabilità, ma non sono né un terrorista né uno stragista».

Parlando dei suoi trascorsi politici, Bellini ripete fino all’ossessione che non è mai stato un militante organico di Avanguardia Nazionale, l’organizzazione di estrema destra che faceva capo a Stefano Delle Chiaie e Adriano Tilgher.

Bellini ha conosciuto e frequentato in particolare due giovani di Massa Carrara appartenenti ad Avanguardia nazionale, all’epoca studenti all’Università di Parma, Fulvio Cagetti e Giulio Firomini. In particolare, fu con quest’ultimo che Bellini ebbe una sorta di amicizia o legame più stretto. Ma non ci fu mai l’inserimento ufficiale di Bellini nel movimento politico di Delle Chiaie. Per l’accusa, questi contatti e queste relazioni sarebbero la prova della «intraneità» del reggiano in questa organizzazione.

Ma – nonostante le tante forzature e riletture dei trascorsi politici giovanili dell’imputato – non è mai emersa un solo riscontro documentale o testimoniale alla tesi che Bellini sia stato un appartenente organico di Avanguardia nazionale. Questo «inserimento», infatti, non c’è mai stato, come invece ci fu per decine di altri militanti di estrema destra. Bellini giocava una partita tutta sua, del tutto personale, tenendo sempre un piede dentro e uno fuori. Un cane sciolto.

Era un battitore libero, legato a una sola realtà: la sua famiglia che alcuni hanno definito un clan:

«Io ero un infiltrato e ho anche sfruttato quei contatti anche per recuperare armi che poi mi sono servite per regolare conti personali o della mia famiglia».

Adriano Tilgher sciolse pubblicamente Avanguardia nazionale il 7 giugno 1976 (anticipando di un giorno il provvedimento del ministero dell’Interno) nel corso di una conferenza stampa a Roma e gli aderenti e militanti diedero vita a una sorta di diaspora. Molti ripararono all’estero.

Tramite Pietro Firomini, fratello di Giulio, Bellini conobbe anche un altro esponente di Avanguardia nazionale, Piero Carmassi, latitante in Spagna. Lo incontrò a Madrid quando con la moglie Maurizia Bonini alla fine di luglio del 1976 andarono in vacanza nel Paese dell’ex Caudillo Francisco Franco, scomparso otto mesi prima, il 20 novembre 1975. Ma nel luglio del 1976, Avanguardia nazionale non esisteva più perché si era autosciolta un mese prima. Restavano, sì, i contatti e i rapporti con gli ex appartenenti a quel gruppetto di Massa Carrara (c’erano stati anche alcuni passaggi di armi, fra cui la pistola usata per sparare ad Alceste Campanile, consegnata da Bellini a Pietro Firomini per disfarsene), ma concretamente non ci fu mai una vera e propria militanza stabile e organica nel movimento di Delle Chiaie.

Né prima, né dopo.

«Mai stato militante organico di Avanguardia Nazionale. Ero un infiltrato. Mi ero infiltrato in Avanguardia nazionale».

Il presunto “momento politico” di Paolo Bellini terminò bruscamente il 23 settembre 1976 quando venne spiccato contro di lui un mandato di cattura per aver sparato la sera del giorno prima quattro colpi d’arma da fuoco contro Paolo Relucenti, un romano di 39 anni, per questioni d’onore (era l’amante della sorella Maurizia).

Da quel momento inizia la sua latitanza.

È documentato che il 22 novembre 1976 Bellini si trovava in Brasile. Il 15 giugno 1977, Paolo Bellini (con la nuova identità di Roberto Da Silva) otteneva il passaporto brasiliano. Il 16 giugno usciva dal Brasile e il 17 giugno 1977 rientrava in Italia con le false generalità brasiliane di Roberto Da Silva. La sua latitanza terminò la sera del 14 febbraio 1981 quando i carabinieri lo arrestarono nei pressi di Pontassieve (insieme a un altro “esperto” di ruberie di mobili antichi e oggetti d’arte, il ricettatore Giuseppe Fabbri, poi ucciso da Bellini sette anni dopo, il 10 gennaio 1988) a bordo di un furgone noleggiato a Zurigo il 19 gennaio.

Il sedicente Roberto Da Silva venne smascherato dal SISDE il 30 dicembre del 1981: in quel momento era detenuto a Sciacca. È ancora coperta dal mistero l’identità della fonte che passò l’informazione al servizio segreto civile.

«Chi ha detto al SISDE che Roberto Da Silva era Paolo Bellini ed era ristretto nel carcere di Palermo il 30 dicembre del 1981?»

Paolo Bellini in famiglia

7 – Maurizia Bonini, la Grande Accusatrice

Ma l’elemento centrale di tutto il processo, la cosiddetta “prova regina”, che ha portato alla condanna all’ergastolo di Paolo Bellini è di fatto una sola. Il pilastro sul quale poggia tutto il peso del castello accusatorio è l’ambigua e insidiosa testimonianza della ex moglie di Paolo Bellini, Maurizia Bonini, nata a Reggio Emilia il 14 novembre 1954. Segno zodiacale: Scorpione.

La donna – attraverso una serie di ingannevoli piroette – è riuscita a cambiare versione almeno tre volte nel corso di poche settimane.

La prima volta l’11 luglio 2019 nel corso di un’intercettazione ambientale nella sua abitazione (in quel momento la Bonini era ancora un familiare informato sui fatti, ma era intercettata come fosse un’indagata). La donna nel corso di una drammatica conversazione con il figlio Guido, commentando il fotogramma dell’uomo del filmato Polzer diffuso dai notiziari tv e dai giornali, dice «per me è lui». Questo scatena l’ira del figlio che insorge contro la madre: «Per me assolutamente no. Ma te ne rendi conto che ha la faccia diversa completamente qua… non è lui. Sei fuori, ma te sei fuori, ma te sei malata».

Bonini Maurizia – La conversazione col figlio Guido dell’11 luglio 2019
Bellini bambino, con la cicatrice sul labbro

A questo punto, la Bonini tradisce qualcosa di inquietante, perché sembra quasi riferire qualcosa appreso da altri: «Infatti lui era a Bologna, perché è dimostrato che era a Bologna».

È dimostrato? Questa affermazione è destituita di ogni fondamento. Nessuno, infatti, in tutti questi anni di indagini è mai riuscito a dimostrare – prova alla mano, senza ombra di dubbio – che Paolo Bellini fosse a Bologna la mattina del 2 agosto 1980. E per dimostrare che Bellini fosse a Bologna la Procura Generale utilizzerà un filmato amatoriale di un misterioso turista austriaco residente in Svizzera (Harald Polzer) e Maurizia Bonini per sostenere questa ipotesi.

Ma i dati e gli elementi oggettivi urtano contro questa congettura.

La seconda piroetta testimoniale è del 2 agosto 2019 quando la Bonini in compagnia del fratello Michele, della cugina cognata Marina Bonini e della nipote Daniela Bellini (rispettivamente vedova e figlia del defunto Guido, fratello di Paolo Bellini) sono convocati nella stazione della Polizia Stradale di Modena Nord per essere ascoltati dai magistrati della Procura Generale di Bologna (i quali avevano già nel loro fascicolo la trascrizione dell’intercettazione ambientale dell’11 luglio). La sala d’aspetto del posto di polizia è infestata di microfoni per intercettare i colloqui fra i quattro familiari testimoni.

Qui la Bonini cambia versione.

Parlando con i parenti, ripete con insistenza e in modo persuasivo che l’uomo del fotogramma non è Paolo Bellini: «Ci assomiglia, ma non è lui. Non è lui».

Ma poi davanti ai magistrati, decide o le viene suggerito di sfumare la sua versione perché a verbale rassegnerà una formula assai ambigua, diciamo ambivalente: «Può somigliare a Paolo, ma non posso dire che è lui».

Non dice più «non è lui», ma «non posso dire che è lui».

Questa “sfumatura” spalanca la porta a mille sospetti.

Il 5 agosto 2019, gli inquirenti, avendo incassato la “sfumatura” messa a verbale che differiva rispetto a quanto la donna aveva detto al figlio Guido l’11 luglio 2019, iscrivono sul registro degli indagati Maurizia Bonini per false informazioni al pubblico ministero.

E così si arriva all’ultima capriola testimoniale, all’ultimo e definitivo cambio di versione con il verbale di interrogatorio di persona sottoposta a indagini del 12 novembre 2019, dove Maurizia Bonini, ammonita dai magistrati, risponde in questo modo:

«Nella foto che ho avuto modo di vedere pubblicata da Canale 5, almeno così ricordo, io riconobbi con certezza Paolo Bellini quale persona ritratta nella medesima fotografia. Si tratta della stessa immagine che l’ufficio mi ha mostrato il giorno 2 agosto 2019 durante l’esame testimoniale».

Poco più avanti, sempre a verbale, forse per un eccesso di zelo, si lascia andare a queste affermazioni, tirando in ballo la famosa catenina: «Nel corso dell’esame del 2 agosto 2019, mi “sono attaccata” ad una catenina, per non voler riconoscere Paolo nella persona ritratta nella fotografia. Questo in quanto il mio cuore rifiutava la possibilità che la persona ritratta fosse mio marito Paolo».

Questo è quanto.

L’esito del processo è tutto legato a questa testimonianza.

Per il resto, il grande teorema è rimasto indimostrato.

Così come indimostrato e indefinito è rimasto il movente ascritto ai quattro presunti mandanti (Licio Gelli, Umberto Ortolani, Federico Umberto D’Amato e Mario Tedeschi) tutti deceduti da anni.

8 – «Distrutte le foto Polaroid scattate al Passo del Tonale»

Ebbene, rivolgendosi direttamente alla sua grande accusatrice, Maurizia Bonini, la sua ex moglie (sposata il 12 ottobre 1970: 17 anni lui, 16 anni lei), Paolo Bellini va giù duro e svela un particolare inquietante del tutto ignorato:

«La signora Bonini, che ha sempre mentito, non ha mai raccontato cosa è successo la sera del 3, la notte tra il 3 e il 4 e la mattina del 4 agosto 1980 quando eravamo al Tonale».

«Quando siamo su al Tonale io prendo una macchina fotografica Polaroid e faccio le foto quando siamo in piscina. E in piscina che foto ci sono? Roberto Da Silva e siamo al 4, 5, 6, 7, 8 e 9 agosto 1980 dove c’è Roberto Da Silva alias Paolo Bellini con i baffi, i ricci e senza catenina. Bene, Bonini Maurizia ha strappato e buttato via quelle foto!».

«Nelle intercettazioni ci sono delle cose da rabbrividire».

«Non sono io la persona ripresa in quel filmato amatoriale. Io di crocefissi non ne ho mai avuti! Io avevo al collo una medaglietta raffigurante la Madonna della Ghiara di Reggio Emilia, regalatami da don Padre Venanzio e Padre Iotti quando ero in Collegio dai Servi di Maria».

A fine luglio del 1976, Paolo Bellini fece un viaggio in Spagna con Maurizia Bonini. La figlia Silvia era a Torre Pedrera dai nonni. Durante quel viaggio, «la Bonini la notte nel sonno chiamava Carlo, Charles (riferendosi all’amante Carlo Lanzoni, ndr.). Al rientro dalla Spagna, andammo a Torre Pedrera dove in mare persi la catenina con la Madonnina».

Paolo Bellini il giorno del matrimonio

9 – «Io la mattina del 2 agosto 1980 non ero a Bologna!»

«L’uomo ripreso nel filmato Polzer non ha la cicatrice sul lato sinistro della bocca come ho io. Me la sono fatta quando ero piccolo, cadendo con la bicicletta. E soprattutto io non ho la “fossa delle Marianne” qui sul petto, tra lo sterno e la base del collo, come invece ha quello del filmato. Anche la signora Bonini ha dovuto ammettere – quando ha visto quel filmato – che quell’uomo aveva i capelli completamente diversi dai miei».

«Io la mattina del 2 agosto 1980 non ero a Bologna. Alle 9-9,30 ero a Rimini nei pressi dell’Acquario all’appuntamento con mia suocera, la signora Eglia, Maurizia Bonini e i due bambini, Silvia e Guido che aveva poco più di 15 mesi. Con noi c’era mia nipote Daniela, la figlia di mio fratello Guido che andai a prendere la mattina presto a Scandiano. Dopo una breve colazione in un chioschetto, in un baretto, io, la Bonini e tre bambini siamo partiti in macchina per il Passo del Tonale».

Il presunto grande ritardo di 4 o 5 ore rispetto all’orario stabilito (8,30) dell’arrivo di Roberto Da Silva (alias Paolo Bellini) all’appuntamento il 2 agosto 1980 nei pressi dell’Acquario di Rimini con la moglie, i due figli e la suocera non mise in allarme nessuno. E’ credibile una versione del genere?

«Siccome l’appuntamento era fissato verso le 8,30, è mai possibile che le due donne (Maurizia Bonini e la madre Eglia Rinaldi, ndr.) con un bambino di 16 mesi e una bambina di 9 anni se ne stiano belle tranquille ad attendere Bellini (alias Da Silva) che era in viaggio da Scandiano di Reggio Emilia con a bordo della vettura Golf rossa la nipotina Daniela di 9 anni? È credibile che Maurizia Bonini e la madre Eglia non abbiano effettuato una ricerca presso l’Hotel Mosè di Torre Pedrera (come da accordi) dove c’erano tutti i familiari della Bonini (il padre Tullio, il fratello Michele e sua moglie Paola Fontanesi, ndr).

Paolo Bellini (al centro) al mare con la famiglia Bonini

Se avessi avuto un grave ritardo avrei avvertito, avrei telefonato. In extremis, avrei avvertito mia cognata Marina, la mamma di Daniela. E invece, dalle dichiarazioni della Bonini sembra che lei e la madre e i due bambini con una certa nonchalance sarebbero rimaste beate e tranquille 4 o 5 ore ferme davanti al Delfinario di Rimini in attesa del Bellini (alias Da Silva) che comunque era sempre un ricercato latitante».

10 – «Nel gruppo ristretto di Flaminio Piccoli e Ugo Sisti»

Il racconto di Paolo Bellini, soprattutto in riferimento al suo ruolo di agente mediatore o emissario (spendibile) per il gruppo ristretto che faceva capo a Flaminio Piccoli e che aveva come terminale cruciale nella città di Bologna proprio Ugo Sisti, è qualcosa di inedito e clamoroso.

Flaminio Piccoli nel 1980 (ph. Vezio Sabatini)

Per questo abbiamo cercato nel modo più rigoroso di non influenzare l’intervistato, evitando di fornire qualsiasi informazione prima che lui congedasse la sua versione dei fatti. Volevamo essere sicuri che il suo racconto fosse genuino e veritiero.

Paolo Bellini ha svelato qualcosa che – finalmente – permette di rimettere al loro posto le tante tessere di un mosaico complesso e quasi incomprensibile, e di capire come andarono le cose nei mesi precedenti l’attentato del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna. La necessità da parte dei vertici della DC di ricucire lo strappo del Lodo Moro, intervenuto dopo l’arresto del giordano di origini palestinesi Abu Anzeh Saleh, il capo dell’FPLP in Italia e residente proprio a Bologna, si fece impellente proprio tra gennaio e febbraio 1980. E questa urgenza venne gestita dai vertici di Piazza del Gesù a Roma segretamente, al di fuori dai consueti canali della diplomazia parallela e cioè al di fuori e all’insaputa dei servizi di informazione e sicurezza.

Questo Bellini lo spiega molto bene.

11 – «Con Kram all’Hotel Lembo non fu una coincidenza»

E alla domanda se la compresenza del sedicente brasiliano Roberto Da Silva e del tedesco Thomas Kram nello stesso Hotel Lembo di Bologna il 22 e 23 febbraio 1980 fosse o meno una coincidenza, Paolo Bellini ha risposto così: «Non fu una coincidenza».

«I fatti veri li so io, li ho vissuti io. Hanno subito tentato di screditare questa cosa. Poi hanno detto (riferendosi alla pubblica accusa) che hanno trattato ampiamente la storia di Kram, hanno fatto indagini corposissime sulla pista palestinese. Ma voi non avete trattato un bel niente, perché se aveste trattato la storia di Kram avreste scoperto che Kram ha dormito insieme a tal Roberto Da Silva in un periodo storico un po’ particolare a Bologna. (Quell’incontro) faceva parte della ricucitura della trattativa del Lodo Moro, perché con l’arresto di quei signori dei missili di Ortona era accaduto di tutto e di più. I servizi di sicurezza italiani e stranieri sono tutti intervenuti in questa storia, chi più chi meno. Ma dovete sapere che la trattativa che era nata in quel periodo era una trattativa che non sapeva nessuno. Lo sapevano soltanto quelli del gruppo ristretto di Piccoli, fra i quali io…».

«Ugo Sisti faceva parte del gruppo ristretto di Flaminio Piccoli, come lo era Vittorio Bachelet e altri…».

«I miei contatti con il Presidente (Francesco Cossiga, ndr.), i miei contatti con Piccoli, i miei contatti con Sisti che faceva parte del gruppo ristretto di Piccoli…».

In particolare, su Flaminio Piccoli e sulla cordata segreta che si attivò dopo la condanna di Abu Anzeh Saleh e dei tre autonomi romani (25 gennaio 1980) per la vicenda del traffico dei lanciamissili sequestrati nei pressi del porto di Ortona il 7 novembre 1979, Paolo Bellini ha fornito molti particolari, molti dettagli, ma ha sempre tenacemente ripetuto che non poteva dire di più perché le prove, i riscontri e i nomi degli eventuali testimoni ancora in vita di questa incredibile storia li svelerà soltanto all’autorità giudiziaria.

*****

Conclusioni e ringraziamenti

Il nostro augurio è che questa testimonianza possa servire per proseguire nella ricerca della verità, fuori da interessi di parte, schemi ideologici o di altra natura, con il solo obiettivo di dare finalmente una risposta credibile ai tanti interrogativi e ai tanti misteri che ancora oggi incombono su questa tragedia.

Qualcuno si straccerà le vesti per quello che Paolo Bellini dice in questa intervista. Noi consigliamo ai soliti esagitati guardiani della “memoria” di ascoltare bene e con attenzione le parole dell’intervistato, prima di gridare al complotto, allo scandalo e – peggio – al depistaggio.

Qui non ci sono né complotti né depistaggi.

Tutto quello che Bellini ha dichiarato ha trovato finora riscontri negli atti giudiziari. E su alcune questioni alle quali non ha voluto rispondere alle nostre domande, ha affermato in modo chiaro e perentorio che attende di essere interrogato dagli inquirenti.

Concludiamo, rivolgendo il nostro sentito ringraziamento alla presidenza del Tribunale di Sorveglianza di Roma e in particolare al magistrato competente, la dott.ssa Angela Salvio, per la sua grande sensibilità nell’aver esaminato la nostra istanza ed aver concesso a Paolo Bellini l’autorizzazione a farsi intervistare, nonostante tutte le difficoltà di questo complesso caso giudiziario.


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