Camici per Covid e lavoratori sfruttati
Indagato anche imprenditore cinese di Reggio

6/7/2022 – Anche un imprenditore residente nel reggiano è indagato, e la sua ditta perquisita, nell’ambito della maxi inchiesta della Procura di Prato per la “truffa” dei camici per l’emergenza Covid: un maxi appalto sfociato in una miriade di subappalti irregolari e nello sfruttamento massiccio di manodopera straniera, soprattutto cinese.

Violazione del divieto di subappalto in contratti con la pubblica amministrazione, frode nelle forniture pubbliche, truffa aggravata ai danni dello Stato, sfruttamento del lavoro e impiego di manodopera clandestina, indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato, sottrazione di cose sottoposte a sequestro disposto nel corso di un procedimento penale o dall’autorità amministrativa, violazione di sigilli, falsità ideologica commessa da privato in atto pubblico e falsa attestazione a un pubblico ufficiale su identità o qualità personali proprie o altrui: sono questi i reati contestati dalla Procura di Prato a 16 indagati nell’ambito di una maxi operazione condotta dalla polizia e che ha portato a 10 arresti. L’inchiesta ha fatto luce sulla fabbricazione di camici per l’emergenza Covid, realizzati secondo le accise sfruttando operai stranieri. Alcune aziende cinesi avevano ricevuto in subappalto una maxi commessa vinta da un consorzio.

Reparto Covid (foto di repertorio)

Nelle province di Prato, Roma, Pavia, Modena e Isernia gli investigatori della polizia e il personale del “Gruppo Specializzato prevenzione e contrasto ai gravi fenomeni di sfruttamento lavorativo” di Prato della Asl Toscana Centro hanno eseguito le misure cautelari personali emesse dalla Procura pratese che ha disposto 4 custodie cautelare in carcere, 6 arresti domiciliari, 2 divieti di esercitare uffici direttivi in persone giuridiche e/o imprese e 4 obblighi/divieti di dimora.

L’inchiesta, avviata nel dicembre del 2020, svolta dalla Squadra Mobile di Prato, nonché dal Gruppo Specializzato dell’Asl di Prato, è stata supportata da attività tecniche ed è nata dall’esposto presentato da una sigla sindacale che ha denunciato le condizioni di sfruttamento poste in essere dai titolari di una ditta operante nel settore tessile riconducibile a cittadini cinesi ai danni di un lavoratore senegalese.

I conseguenti approfondimenti investigativi hanno consentito di ricostruire come la azienda cinese fosse inserita in un complesso sistema di gestione illecita delle commesse di fornitura dei camici e tute impiegate dal personale sanitario per la protezione dal Covid destinati ad appalti pubblici e la cui produzione ha visto come centro nevralgico nazionale le attività manifatturiere condotte da cittadini cinesi e ubicate nella provincia di Prato, spiega la Procura in una nota, “in grado di garantire l’abbattimento dei costi di produzione derivante dallo sfruttamento del lavoro e dalla reiterata violazione delle norme in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro e della previdenza”.

Le indagini hanno consentito di raccogliere gravi elementi indiziari a carico di imprenditori cinesi ritenuti responsabili di aver sfruttato lavoratori in condizioni di bisogno, tra cui cittadini pakistani, bengalesi, cinesi e centrafricani, molti dei quali irregolari sul territorio nazionale, impiegati in modo continuativo, anche per 12 ore al giorno e nei giorni festivi, alla fabbricazione di milioni di dispositivi sanitari oggetto di appalti pubblici. Tute e camici che venivano realizzate per lo più in regime di sfruttamento lavorativo all’interno di aziende condotte anche in via di fatto da cittadini di nazionalità cinese nell’ambito di un subappalto illecito, non autorizzato dalla pubblica committenza.

Nelle province di Reggio Emilia, Lecco, Pisa, Campobasso, Vicenza, Bologna, Arezzo, Torino, Brescia, Lecce, Pavia, Modena e Isernia, sono stati notificati ulteriori informazioni di garanzia nei confronti di altrettanti indagati, non destinatari di misura cautelare ma di perquisizione personale e domiciliare, estesa anche ai luoghi di lavoro (aziende tessili), e/o sequestro preventivo di beni.

Infine è emersa anche una ipotesi di indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato, relativa agli emolumenti della cassa integrazione guadagni elargiti per alcuni dipendenti di aziende che in realtà hanno continuato ad essere impiegati stabilmente nel periodo dell’emergenza pandemica. Soddisfazione è stata espressa per l’operazione dal questore di Prato Giuseppe Cannizzaro: “L’indagine svolta dalla Squadra Mobile della Questura di Prato conferma come la provincia sia centro nevralgico, a livello nazionale, della produzione tessile e manifatturiera, sia legale che “illecita”. La sistemica violazione dei diritti dei lavoratori, delle norme in materia di sicurezza e previdenza comporta un abbattimento dei costi di produzione che attira sistemi criminali di portata nazionale. Inoltre, l’inchiesta conferma come la criminalità straniera di origine cinese, soprattutto da profitto, abbia superato la tradizionale “endogamia”, e avvii proficue collaborazioni con il crimine”.

Il prefetto Francesco Messina, direttore centrale Anticrimine, ha sottolioneato come l’inchiesta abbia portato anche al “sequestro di 43 milioni di euro in beni e capitali frutto di attività illecite”: beni e capitali che dovranno essere “riacquisiti dallo Stato”.

Be Sociable, Share!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.