Strage di Bologna: Bellini e le voci dell’innocenza

DI GIAN PAOLO PELIZZARO


16/5/2022 – Maurizia Bonini: «A me quello che avevan scritto subito, dopo c’hanno aggiunto ancora qua… han cambiato delle parole… poi hanno ristampato, m’hanno fatto firmare… non quella prima… perché mentre scrivevano… mi leggevano dal computer, stampavano, poi correggevano delle parole… Beh, vè, forse ho fatto male a dir che c’assomiglia».

Marina Bonini: «Eh?».

Maurizia Bonini: «Forse ho fatto male a dir che c’assomiglia, ma non è lui. Per me non è lui. Che ci assomiglia, ma non è lui».

Maurizia Bonini: «M’han chiesto, è lui? Ho detto, può somigliare, non posso dir che è lui. Può somigliare, perché… non posso dir che non è lui, non posso dir che è lui […] Han tirato fuori anche l’atto di separazione anche del ’79 (incomprensibile) boh, ho detto… l’avrò fatta perché m’hanno, mi è stata consigliata di farla, all’epoca, perché ero giovane. Facevo quello che lui, che lui (incomprensibile)… Può somigliare, però non posso dir che è lui (inc.). non ha la catenina (inc.) quella catenina lì che ha al collo lui non (inc.) quando l’hanno vista, non ce l’ha la catenina […] Lì non ce l’aveva… ah, l’hanno scritto loro».

Maurizia Bonini, nata 67 anni fa a Reggio Emilia, è l’ex moglie di Paolo Bellini, condannato all’ergastolo in primo grado il 6 aprile scorso con l’accusa di essere il quinto esecutore materiale della strage di Bologna, in concorso con Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Luigi Ciavardini e Gilberto Cavallini, tutti ex appartenenti ai NAR (Nuclei Armati Rivoluzionari).

Daniela Bellini è la nipote di Paolo Bellini, figlia di Marina Bonini e di Guido Bellini, fratello maggiore di Paolo, deceduto il 29 aprile del 1982. Oggi Daniela ha 51 anni. Il 2 agosto 1980 aveva nove anni. Quel giorno, di mattina presto, la mamma Marina accompagnò la figlia Daniela all’appuntamento con lo zio Paolo per prenderla e portarla in montagna con la sua famiglia (con la zia Maurizia e i cuginetti Silvia e il piccolo Guido). La presenza di Daniela con lo zio Paolo, la mattina della strage, costituisce uno degli elementi più controversi e incompatibili con il presunto coinvolgimento di Bellini nell’attentato alla stazione ferroviaria.

La domanda – che peraltro ha tormentato anche i giudici della Corte d’Assise di Bologna durante il dibattimento – è sempre stata una: dov’era Daniela mentre lo zio partecipava all’organizzazione dell’attentato? Dove avrebbe lasciato la nipote Daniela mentre lui, Bellini, scorrazzava davanti alla cinepresa del turista tedesco che filmava dal vagone del treno internazionale straordinario Adria-Express, fermo sul 1° binario della stazione di Bologna?

È credibile immaginare che Paolo Bellini abbia lasciato per non si sa per quanto la nipote sola in macchina, mentre lui partecipava all’esecuzione della strage?


È venerdì 2 agosto 2019, ore 10.

Sono state convocate quattro persone, un uomo e tre donne, tutte insieme (stesso luogo, stesso orario), per essere sentite a verbale dai due sostituti procuratori della Procura Generale di Bologna, Umberto Palma e Nicola Proto, nell’ambito dell’inchiesta sui cosiddetti mandati dell’attentato del 2 agosto 1980: Licio Gelli, Umberto Ortolani, Federico Umberto D’Amato e Mario Tedeschi.

Tutti deceduti da anni.

L’indagine ha come principale indagato Paolo Bellini, nato a Reggio Emilia il 22 giugno del 1953, latitante in Brasile dal settembre 1976 al 14 febbraio 1981, “commerciante” di mobili antichi rubati con vaghe simpatie per la destra extraparlamentare. Bellini era già stato indagato per strage già nel 1983 (in quel momento era ancora latitante e le indagini sul suo conto erano iniziate pochi giorni dopo l’attentato, coordinate dalla Procura della Repubblica di Reggio Emilia), ma venne prosciolto in istruttoria il 28 aprile del 1992 dopo dodici anni di indagini. Scontati pochi mesi di carcere, Bellini (dopo essersi reso disponibile a collaborare con la giustizia) venne rilasciato. Da quel momento, con la copertura di autotrasportatore, si trasformerà in killer infiltrato negli ambienti della mala calabrese di Reggio Emilia.

L’arresto nel ristorante del suocero

Già imputato di diversi furti e rapine, Bellini verrà arrestato dalla polizia poco prima della mezzanotte del 3 giugno 1999 dopo una sparatoria nel ristorante “Il Capriolo” ancora pieno di clienti nell’ omonima frazione di Reggio Emilia, tra Canali e Albinea, di proprietà di Tullio Bonini, padre della sua ex moglie Maurizia. Dopo quattro anni e sei mesi, il signor Tullio decise di chiudere l’attività che aveva con tanta passione e sacrificio portato avanti per 63 anni insieme alla moglie Eglia e ai figli Michele e Maurizia. Le serrande de “Il Capriolo” vennero abbassate il 28 dicembre del 2003: ultimo giorno di apertura. Tullio Bonini morì quindici anni dopo, il 2 gennaio 2018. Aveva 91 anni.

La famiglia Bonini, soprattutto Maurizia e il fratello Michele, non avrebbero mai perdonato Paolo Bellini per quella ennesima brutta storia di violenza e criminalità che aveva ancora una volta coinvolto la loro famiglia, in particolare l’attività commerciale dei loro genitori.

Da qui, molto probabilmente, soprattutto nell’animo della ex moglie Maurizia, iniziarono a crescere sempre più forti motivi di risentimento, astio o addirittura odio per quell’uomo che le aveva di fatto rovinato la vita sin da quando lei era un’adolescente. Paolo Bellini e Maurizia Bonini, infatti, si sposarono il 12 ottobre del 1970: lui aveva 17 anni e lei 16. Da quel prematuro matrimonio il 30 marzo del 1971 nacque la figlia Silvia.

Una storia tribolata, movimentata, a tratti drammatica che ha segnato la vita soprattutto di quella giovane donna che per anni è stata al fianco di Paolo Bellini, anche nei momenti più turbolenti e complicati come quelli della sua latitanza. In effetti, per dare credibilità al rapporto con il sedicente brasiliano Roberto Da Silva, Maurizia Bonini e Paolo Bellini (per procura, rappresentato in Tribunale dal padre Aldo) decisero di separarsi, cercando di rendere plausibile la loro “nuova” relazione. Ottenuta la separazione, Paolo Bellini, con la nuova identità brasiliana di Roberto Da Silva, poteva a quel punto frequentare sua moglie sotto mentite spoglie, sostituendosi a sé stesso latitante. Un escamotage degno di un film della commedia all’italiana.

Un matrimonio prematuro. I sospetti di tradimenti. E poi, furti, rapire, un tentato omicidio. Le prime condanne e il mandato di cattura. La latitanza. La separazione del febbraio 1979. Accuse di strage, arresto e coinvolgimento nelle indagini di un’intera famiglia. Il divorzio nel 2006. Una vita di guai, seccature e patimenti, sempre a causa di Paolo. Tutto questo sembra aver avuto un pesante impatto psicologico su Maurizia Bonini e sulla sua famiglia e potrebbe aver avuto un peso decisivo nei ripensamenti maturati nelle fasi finali delle indagini coordinate dalla Procura Generale di Bologna sulla strage del 2 agosto 1980 (alla ricerca dei presunti mandanti), dopo averle avocate a sé il 1° febbraio 2019, in seguito all’archiviazione precedentemente disposta dalla Procura della Repubblica di Bologna dell’esposto depositato dall’Associazione dei familiari delle vittime della strage.

Bellini, dopo l’arresto avvenuto nel ristorante del suocero, decise di trasformarsi in collaboratore di giustizia. Si autoaccusò di vari omicidi, fra cui quello a sfondo politico del giovane militante di Lotta Continua Alceste Campanile, freddato con due colpi di pistola la sera del 12 giugno 1975 lungo una stradella di campagna tra Montecchio e Sant’Ilario. Nella sua nuova veste di “pentito”, Bellini iniziò a collaborare con giustizia nell’ambito delle varie inchieste sulla cosiddetta trattativa Stato-Mafia (un escamotage che gli permise di evitare una lunghissima permanenza in carcere).

«Amo la vita movimentata»

Tutto sembrava finalmente filare liscio per l’ex killer reggiano pentito. In un primo momento inserito nel programma di protezione dei collaboratori di giustizia, poi abbandonato per motivi di famiglia, ormai fuori dal carcere, lontano circa 450 km da Reggio Emilia e dagli ambienti della sua turbolenta gioventù, residente in una cittadina della provincia di Roma a Sud Est dalla Capitale, con una nuova attività commerciale questa volta legale (pizzaiolo), Bellini non poteva immaginare che stava per cadergli in testa una nuova tegola giudiziaria. Questa volta molto più pesante e pericolosa.

Bellini – come fosse una sorta di confessione delle sue aspirazioni di vita, rispondendo a uno dei quesiti del suo foglio matricolare e caratteristico dell’Esercito Italiano, anno di leva 1973 – diceva di «amare la vita movimentata». Ma questa volta, le sue spericolate ambizioni giovanili (come nella canzone di Vasco Rossi) verranno superate dalla dura realtà dei fatti.

Il 26 febbraio 2019, infatti, la Procura Generale di Bologna chiese al Giudice per le indagini preliminari la revoca di questa sentenza di non luogo a procedere nei confronti di Paolo Bellini. La riapertura delle indagini a carico di Bellini era legata a un presunto nuovo elemento probatorio: i fotogrammi di un filmino amatoriale Super 8 girato da un turista tedesco residente in Svizzera, Harald Polzer, poco prima e poco dopo l’esplosione alla stazione di Bologna. Secondo gli inquirenti, l’uomo con i baffi, maglietta celeste e pantaloni scuri, ripreso in quelle immagini, sarebbe stato proprio Paolo Bellini, qualificato come esponente di Avanguardia Nazionale.

Il 28 maggio 2019, il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Bologna disponeva la revoca della sentenza di proscioglimento del 1992, autorizzando così la riapertura delle indagini a carico di Bellini, il quale – nel frattempo, come abbiamo detto – aveva rinunciato allo status di collaboratore di giustizia nell’ambito dei vari procedimenti penali sulla cosiddetta trattativa Stato-Mafia.

Bellini pensava di aver imboccato, finalmente, un diverso e più sereno percorso di vita, dopo anni di eccessi, malavita e carcere, anche attraverso un nuovo matrimonio con una donna dell’Est Europa, dopo il traumatico divorzio con Maurizia Bonini.

Il giorno della “verità”

Ma torniamo al “giorno della verità” (almeno nelle esasperate aspettative degli inquirenti): venerdì 2 agosto 2019.

Come detto, quattro persone, tre donne e un uomo, vengono convocate formalmente in veste di testimoni alle ore 10 nella stazione della Polizia Stradale Modena Nord (nella cui sala d’aspetto i magistrati avevano fatto installare le microspie dove dovevano essere eseguite le «escussioni testimoniali» dei familiari di Paolo Bellini). Ma di fatto, i quattro sono considerati come dei sospettati e quindi equiparabili a degli indagati.

Sfruttando le varie deroghe a quanto disposto degli articoli 266, 267 e seguenti del Codice di Procedura penale, previste dalla legge 12 luglio 1991 n° 203 «circa i presupposti della gravità giudiziaria» contro la grande criminalità organizzata, terrorismo, strage o omicidio aggravato, la Procura Generale di Bologna decise di mettere in campo un articolato sistema investigativo, attraverso l’utilizzo super invasivo di intercettazioni delle conversazioni o comunicazioni telefoniche e ambientali. I testi sono stati equiparati a un clan dei Corleonesi, nella convinzione di “catturare” qualche confidenza utile per incastrare Paolo Bellini.

In particolare, l’art. 266 del CPP recita testuale: «L’intercettazione di comunicazioni tra presenti è consentita solo se vi è un fondato motivo di ritenere che ivi si stia svolgendo attività criminosa». A distanza di 39 anni…

Questo complesso meccanismo investigativo è ben descritto nel decreto di intercettazione «in via d’urgenza di comunicazioni tra presenti» della Procura Generale presso la Corte d’Appello di Bologna del 16 luglio 2019, indirizzato al Giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Bologna. Ai quattro testimoni convocati dai sostituti procuratori generali alle ore 10 del 2 agosto 2019 è stato riservato un “trattamento” investigativo degno di parenti di latitanti di massima pericolosità come Matteo Messina Denaro.

Testimoni indagati

I destinatari di questo particolare trattamento investigativo speciale sono tutti imparentati fra loro: Guido Bonini, nato a San Paolo (Brasile) il 22 aprile 1979, figlio di Paolo Bellini e Maurizia Bonini; Maurizia Bonini, nata a Reggio Emilia il 14 novembre 1954, ex moglie di Paolo Bellini; Michele Bonini, nato a Reggio Emilia il 16 agosto 1947, fratello di Maurizia ed ex cognato di Paolo Bellini; Daniela Bellini, nata a Reggio Emilia il 13 dicembre 1970, figlia del defunto Guido Bellini (fratello maggiore di Paolo Bellini) e la madre Marina Bonini, nata a Reggio Emilia il 22 novembre 1951, cugina di Maurizia Bonini.

Proprio nei giorni precedenti il 39° anniversario della strage, i già sbiaditissimi ricordi dei quattro testimoni relativi alla giornata del 2 agosto 1980 vennero pesantemente suggestionati, condizionati e influenzati da una capillare e martellante campagna stampa, alimentata da continue fughe di notizie fatte trapelare – sapientemente – sui media nazionali (agenzie di stampa, giornali e tv). Lo “scoop” principale era rappresentato dall’accostamento del fotogramma dell’uomo ripreso nel filmino amatoriale Polzer con una vecchia foto di Paolo Bellini, presentati come fossero la stessa persona.

In questo clima, la Procura Generale ordinò un massiccio servizio di intercettazione e ascolto, facendo installare decine di microspie nelle autovetture di Guido Bonini, Maurizia Bonini, Marina Bonini, Michele Bonini e Daniela Bellini. Altre “cimici” vennero installate nelle abitazioni delle stesse persone (cucine, sale da pranzo e camere da letto). In tutti i loro telefonini vennero attivati programmi trojan capaci di intercettare conversazioni, telefonate e scambi di messaggi sms e Whatsapp 24 ore su 24.

Queste invasive attività di intercettazione e ascolto hanno avuto una durata di 40 giorni a partire dalla data dell’effettivo allaccio delle linee.

Sempre nei giorni precedenti la convocazione di questi “testimoni” trattati come indagati, prevista per la mattina del 2 agosto 2019 presso la stazione della Polizia Stradale di Modena Nord, gli inquirenti fecero eseguire una complessa serie di perquisizioni domiciliari, nei luoghi di pertinenza non solo del principale indagato, ma soprattutto nelle abitazioni, luoghi di pertinenza e nelle autovetture dei familiari “testimoni sospettati” (alla ricerca soprattutto di una fantomatica catenina d’oro con crocefisso).

Paolo Bellini, Guido Bonini, Maurizia Bonini, Silvia Bonini (figlia primogenita di Paolo Bellini e Maurizia Bonini), Michele Bonini nonché altre quattro persone (don Ercole Artoni, Annalisa Daolio, Marta Iotti e Marta Bellini) vennero sottoposte a perquisizione domiciliare. Anche in questo caso, furono fatte trapelare alla stampa varie indiscrezioni relative al sequestro di ciondoli e catenine d’oro. Dettagli del tutto ininfluenti ai fini del riconoscimento dell’uomo ripreso nel filmato amatoriale girato poco prima e poco dopo l’esplosione dell’ordigno nella stazione di Bologna.

Il doppio standard

Il dispositivo tecnico-investigativo messo in campo dalla Procura Generale di Bologna è straordinario. Nulla a che vedere con quanto fatto nei circa dieci anni di indagini sulla cosiddetta pista palestinese, in cui vennero iscritti sul registro degli indagati i due terroristi del gruppo Carlos, Thomas Kram e Christa-Margot Fröhlich. In questo caso, fu disposta una sola intercettazione ambientale nella quale – dopo essere ritornato in albergo, Hotel Palace di via Monte Grappa dopo la sua comparsata in Procura, alla presenza del sostituto procuratore Enrico Cieri e del procuratore capo di Bologna, Roberto Alfonso – alle ore 12 e 45 del 25 luglio 2013 Thomas Kram, parlando al telefono in lingua tedesco con un’altra persona, riferendosi al suo incontro con i magistrati bolognesi, affermava testuale «è tutto come il Poker. Ho giocato a Poker. Ho fatto centro con quei due (riferendosi ai magistrati titolari dell’inchiesta, Cieri e Alfonso)». Poi, l’ex membro del gruppo Separat, indagato per strage, la sera è andato a mangiare la pizza con Guido Ambrosino, il giornalista italiano del “manifesto” residente in Germania, e Antonella Beccaria, anche lei del “manifesto”, oggi collaboratrice de “Il Fatto Quotidiano”, convocata come teste d’accusa nel processo a carico di Paolo Bellini, in qualità di esperta…

Un disarmante ed evidente esempio di doppio standard.

La presunta “prova regina”

Come detto, al centro delle nuove indagini sulla strage di Bologna c’è il filmino amatoriale dell’ormai defunto turista tedesco residente in Svizzera, Harald Polzer, il quale – durante il viaggio di ritorno dalla sua vacanza a Bellaria trascorsa con la famiglia – ha ripreso con la sua cinepresa portatile Kodak Super 8 alcuni attimi prima e dopo l’esplosione dell’ordigno nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione. Polzer filmava dal finestrino del vagone del suo treno internazionale straordinario Ancona-Basilea (Adria Express) che arrivò a Bologna con 71 minuti di ritardo: precisamente alle ore 10 e 13 di sabato 2 agosto 1980.

In particolare, in una breve sequenza ripresa minuti dopo lo scoppio, si vede un giovane uomo vestito con una maglietta celeste, pantaloni scuri (forse jeans) e baffi che cammina sulla banchina del 1° binario, sfilando proprio sotto i vagoni del treno Adria Express da dove Polzer stava filmando. Ebbene, dalla visione di alcuni fotogrammi estrapolati da questo video amatoriale e prodotti dai legali dell’Associazione dei familiari delle vittime la Procura Generale di Bologna ha «rilevato una spiccata somiglianza» con Paolo Bellini, l’ex latitante di Reggio Emilia già indagato nel 1983 per concorso in strage e poi prosciolto – come abbiamo già accennato – con sentenza istruttoria di non luogo a procedere il 28 aprile del 1992.

«Uno dei temi probatori del supplemento di indagini – sottolineavano i due sostituti procuratori generali Umberto Palma e Nicola Proto nella loro memoria a carico di Bellini del 9 febbraio 2022 – era costituito dall’esame del filmato amatoriale girato dal turista Harald Polzer alla stazione di Bologna in concomitanza con l’attentato del 2 agosto 1980. Dalla copia del filmato venivano estrapolati alcuni fotogrammi riprendenti un soggetto che presentava una spiccata somiglianza con Paolo Bellini».

Perizia antropometrica Potenza-Perri, pagina 42

La «spiccata somiglianza»

Da questa «spiccata somiglianza» gli inquirenti – nell’elaborazione del loro teorema accusatorio – arrivavano alla conclusione che Bellini e i suoi familiari all’epoca (1983) mentirono circa l’alibi di quella giornata. Una deduzione basata soltanto su alcuni fotogrammi di quel filmino amatoriale. Nessun altro elemento probatorio concreto – se non una rilettura pasticciata dei presunti legami che l’ex latitante reggiano avrebbe avuto con ambienti dell’estrema destra – è emerso per collegare fattualmente, concretamente e logicamente la presunta presenza di Paolo Bellini alla stazione di Bologna dopo l’esplosione e l’organizzazione dell’attentato. Nessun indizio, nessun elemento di fatto è stato trovato circa i presunti legami tra Bellini e gli altri quattro condannati per la strage, tutti appartenenti allo spontaneismo armato dei Nuclei Armati Rivoluzionari: Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini condannati in via definitiva e Gilberto Cavallini condannato in primo grado.

Eppure, nonostante la totale assenza di un quadro logico-probatorio certo e inconfutabile, la Procura Generale di Bologna incassava l’autorizzazione alla riapertura delle indagini sul criminale reggiano, inquadrandolo in un più ampio contesto indiziario in cui venivano indicati i mandanti della strage: Licio Gelli, Umberto Ortolani, Federico Umberto D’Amato e Mario Tedeschi. Tutti morti da anni, quindi non processabili.

Come abbiamo detto, il perno centrale intorno al quale ruotava l’architettura dell’intero castello accusatorio della Procura Generale era proprio il filmato di Harald Polzer, il turista tedesco residente in Svizzera (a Horw, nel cantone di Lucerna), messo a disposizione delle autorità italiane da lui stesso giorni dopo un altro gravissimo attentato compiuto in Italia: quello al treno rapido 904 partito da Napoli e diretto a Milano, domenica 23 dicembre del 1984. È passata alla storia giudiziaria italiana come la strage di Natale.

L’ordigno era stato collocato sulla griglia portabagagli della carrozza numero 9 di seconda classe al centro del convoglio ed esplose mentre il treno percorreva la grande galleria dell’Appenino tosco-emiliano, nei pressi del Comune di Vernio in provincia di Prato. Le tragiche immagini di quest’altra strage ferroviaria italiana scossero Polzer e rievocarono in lui i devastanti ricordi di quattro anni prima, in parte immortalati nel suo filmino delle vacanze in Italia dell’estate del 1980.

Fu così che Polzer – tra la fine di dicembre 1984 e gli inizi di gennaio 1985 – decise di contattare la nostra Ambasciata di Berna per mettere a disposizione delle autorità italiane la sua pellicola originale. «Nel consegnare la predetta bobina – scriveva l’allora direttore generale per l’Emigrazione al ministero degli Esteri, Sergio Berlinguer, nella sua lettera di trasmissione del filmato al capo di Gabinetto del ministero di Grazia e Giustizia, Salvatore Zarahbuda, datata 10 gennaio 1985 – il signor Polzer ha dichiarato che la sua tardiva offerta di consegnare il materiale è motivata dalla impressione in lui suscitata dal recente attentato sul treno Napoli-Milano, e dal conseguente sentimento di rimorso».

Perizia antropometrica Potenza-Perri, pagina 43

Nel filmino Polzer compare anche Picciafuoco

Il 16 gennaio 1985, la pellicola Polzer era già nelle mani dell’allora consigliere istruttore del Tribunale di Bologna Vincenzo Luzza e del sostituto procuratore Guido Marino della locale Procura della Repubblica, titolari dell’istruttoria sulla strage. Ma qui emerge il primo, grande interrogativo: perché il filmato non venne utilizzato nell’ambito delle indagini a carico di Paolo Bellini, indagato per strage già da circa due anni?

Peraltro nella pellicola Polzer è stato ripreso anche Sergio Picciafuoco, il balordo di Osimo con vaghe simpatie di destra, un criminale comune che viveva di espedienti, presente sul marciapiede del terzo binario della stazione di Bologna al momento dell’esplosione dell’ordigno. Rimase anche ferito e si fece medicare al Pronto Soccorso, fornendo ai sanitari un nome falso. Picciafuoco era latitante dal 1970 (era colpito da una sfilza di mandati di cattura per reati comuni) e viaggiava con documenti falsi intestati a Eraclio e Adelfio Vailati.

Polzer lo inquadra e fa uno zoom su di lui con la sua cinepresa dal finestrino sul lato opposto del vagone: si vede quest’uomo stempiato, magro allampanato, vestito di chiaro, con un borsone di colore rosso nella mano destra, mentre si guarda intorno con fare spaesato e confuso. Un’immagine quasi spettrale, di qualcuno disorientato, in stato confusionale. Sarebbe bastata breve sequenza per escludere ogni sua ipotetica partecipazione all’attentato. Invece, la pellicola di Polzer (come nel caso Bellini) non venne utilizzata e Picciafuoco venne indagato e condannato all’ergastolo il 16 maggio 1994 come esecutore materiale della strage insieme a Fioravanti e Mambro nel processo di secondo grado.

La coincidenza della presenza di Picciafuoco alla stazione di Bologna, che i giudici definirono «inquietante», poteva essere facilmente chiarita proprio dalle eloquenti immagini riprese da Polzer. Il latitante marchigiano era sul marciapiede del 3° binario, sul lato opposto rispetto alla sala d’aspetto di seconda classe dove era stato collocato l’ordigno, e stazionava confuso e smarrito poco dopo l’esplosione. Quei fotogrammi su cui nessuno ha mai voluto analizzare con animo e occhi privi di preconcetti parlano più di mille parole. Eppure, nonostante queste immagini e la sua assoluzione definitiva del 18 giugno 1996, per la Procura Generale di Bologna Sergio Picciafuoco era da considerarsi comunque coinvolto nell’organizzazione dell’attentato.

«La circostanza di fatto evidenziata dalla Corte di Cassazione fu ritenuta idonea a depotenziare il grave quadro indiziario emerso nelle precedenti fasi di merito – si legge nella memoria «a sostegno delle conclusioni della Procura Generale nei confronti di Paolo Bellini» del 9 febbraio 2022 – costituito principalmente dalla presenza del Picciafuoco alla stazione di Bologna (definita dalla Corte fiorentina “presenza inquietante”) in concomitanza con l’attentato terroristico e dall’accertata falsità della giustificazione resa, sul punto, dall’imputato. Successivi accertamenti compiuti da questo Ufficio consentono ora di rivedere il giudizio espresso nei confronti di Sergio Picciafuoco (ferma restando la non punibilità dello stesso per il giudicato assolutorio) in virtù di nuove e significative acquisizioni probatorie effettuate nell’ambito di una ricostruzione dei fatti di maggiore ampiezza, volta ad accertare l’intero quadro delle responsabilità coinvolgenti eventuali mandanti e coesecutori della strage».

Ovviamente, fra le «nuove e significative acquisizioni probatorie» non compaiono le immagini di Sergio Picciafuoco che barcolla sulla banchina del binario 3 della stazione di Bologna, ripreso da Polzer con la sua cinepresa Super 8 poco dopo l’attentato, nelle quali il latitante di Osimo è in evidente stato confusionale, smarrito e spaesato dopo l’esplosione. Questi fotogrammi restituiscono di questa persona una immagine del tutto estranea a un eventuale esecutore della strage. Di tutto questo, non c’è un solo riferimento nelle migliaia di atti prodotti dalla magistratura bolognese.

Sergio Picciafuoco è morto il 22 marzo 2022 a Castefidardo, in provincia di Ancona. Forse non ha mai saputo – non avendolo mai visto – che in quel filmino amatoriale c’era la prova della sua innocenza.

Fughe di notizie e testimoni suggestionati

I quattro testimoni sotto indagine (Maurizia, Michele, Marina Bonini e Daniela Bellini) sono stati convocati tutti insieme nella stazione della Polizia Stradale di Modena Nord alle ore 10, lontani da taccuini, microfoni e telecamere degli occhiuti cronisti di giudiziaria che solitamente brulicano negli uffici giudiziari bolognesi. Nei giorni precedenti, puntualmente alla vigilia del 39° anniversario della strage, una sapiente regia occulta aveva scatenato una massiccia campagna stampa, rilasciando ad agenzie e organi di stampa più fidati, una valanga di indiscrezioni e anticipazioni relative alle indagini su Paolo Bellini, l’ex criminale latitante di Reggio Emilia già indagato per strage nel 1983. Al centro delle nuove indagini c’è – come abbiamo detto – un fotogramma estrapolato da un filmino amatoriale del turista tedesco che riprese gli attimi prima e dopo l’esplosione dell’ordigno.

Secondo la Procura Generale di Bologna, quel fotogramma ritraeva proprio lui, Bellini, definito l’uomo dei misteri, nato il 22 giugno del 1953 a Reggio Emilia, con un passato turbolento, costellato di lati oscuri e coni d’ombra, poi trasformatosi in collaboratore di giustizia nell’ambito delle inchieste sulla presunta trattativa Stato-Mafia.

Quell’immagine, nel teorema accusatorio, costituisce la prova del fatto che Bellini mentì all’epoca e con lui avrebbero mentito tutti coloro che confermarono il suo alibi per la giornata di sabato 2 agosto. L’uomo ripreso nel filmino amatoriale che cammina minuti dopo l’esplosione sulla banchina del 1° binario della stazione di Bologna, sfilando accanto al treno internazionale straordinario Ancona-Basilea (Adria Express) e facendosi riprendere dal turista tedesco con la sua cinepresa Kodak Super 8, sarebbe proprio Paolo Bellini. Resta un mistero il perché quel filmato – nella disponibilità dei giudici di Bologna fin dal gennaio del 1985 – non sia stato utilizzato all’epoca, durante le prime indagini a carico dell’ex latitante reggiano.

Ma tant’è.

Tra farsa e tragedia

I quattro testimoni erano del tutto all’oscuro di quanto sta per accadere alle loro vite di piccoli borghesi di provincia. Le loro auto, i loro telefoni, le loro abitazioni erano sottoposte a intercettazione e ascolto da parte della polizia su delega dell’autorità giudiziaria. Ogni loro conversazione, telefonata o messaggio erano ascoltate e analizzate dalla polizia giudiziaria. Nulla poteva sfuggire a quell’eccezionale sistema di controllo, ascolto e sorveglianza.

La famiglia Bonini – come abbiamo visto – era già stata coinvolta nelle spericolate vicende giudiziarie di Paolo Bellini nel 1983, quando – dopo il suo arresto a Pontassieve il 14 febbraio del 1981 – la magistratura (in questo caso la Procura di Reggio Emilia) si convinse del suo coinvolgimento della strage sulla base di una pasticciata indagine della Questura di Reggio Emilia che portò perfino all’arresto di funzionario della locale Squadra Mobile (il maresciallo Rolando Balugani) per violazione del segreto d’ufficio e istruttorio.

Per mesi, le Procure di Reggio Emilia e Bologna indagarono su Paolo Bellini prima e dopo il suo arresto nel febbraio del 1981, reduce da un ennesimo furto di mobili antichi nelle ville sulle colline fiorentine.

I magistrati di Reggio Emilia e Bologna si erano convinti del coinvolgimento nell’attentato di Paolo Bellini. Due dei quattro testimoni della famiglia Bonini-Bellini (Maurizia e il fratello Michele) erano già stati interrogati prima dai Carabinieri del Nucleo Operativo e poi dal giudice istruttore Vincenzo Luzza nell’ambito del filone d’inchiesta che già vedeva l’ex latitante reggiano indagato per strage. Gli inquirenti sentirono a verbale anche la madre di Maurizia, la signora Eglia, e la nuora Paola Fontanesi, moglie di Michele.

Ma all’epoca, le indagini dell’Ufficio Istruzione del Tribunale di Bologna – proprio sulla base delle loro testimonianze e dei riscontri effettuati dai militari dell’Arma – confermarono le dichiarazioni di Bellini in merito al suo alibi per il 2 agosto 1980. All’epoca Bellini usava la falsa identità brasiliana di Roberto Da Silva. La sua latitanza iniziò presto, alla fine dell’estate del 1976. Dopo essere stato condannato per tentato omicidio per futili motivi di onore (sparò all’amante di una delle sorelle, tale Paolo Relucenti), il 23 settembre 1976 venne colpito da mandato di cattura. Fu così che all’età di 24 anni espatriò clandestinamente, riparando in Brasile dove prese la falsa identità di Roberto Da Silva.

Con questo nome rientrò in Italia il 17 giugno del 1977 e si stabilì a Foligno, in provincia di Perugia. Cinque giorni dopo il suo arrivo, si iscrisse come socio all’Aero Club della città e il 24 giugno prese alloggio definitivamente presso l’Albergo Nunziatella dove fissò il suo domicilio.

L’ufficio della Polizia di Stato di Foligno il 12 luglio 1977 rilasciò al falso brasiliano un permesso di soggiorno valido tre mesi per motivi di studio.

Il 14 febbraio 1981 (sei mesi dopo la strage), il presunto quinto esecutore dell’attentato del 2 agosto 1980, al soldo dei presunti mandanti Licio Gelli, Umberto Ortolani, Federico Umberto D’Amato e Mario Tedeschi, direttore del settimanale “Il Borghese”, venne arrestato dai carabinieri di Pontassieve per furto di mobili, sempre sotto falso nome di Roberto Da Silva.

Un ulteriore elemento che mette in crisi il castello accusatorio nei confronti di Bellini è contenuto proprio in alcuni atti dei faldoni nella vecchia istruttoria a suo carico risalente al 1983. Il presunto quinto attentatore, non solo dopo la strage trascorse una settimana di vacanza in un residence al Passo del Tonale (dal 2 al 9 agosto 1980) insieme alla famiglia (Maurizia Bonini e i figli Silvia e Guido) e alla nipote Daniela, all’epoca di 9 anni. Ma addirittura – dopo il suo ritorno all’Hotel Due Spade di Fidenza in provincia di Parma (dove aveva soggiornato dal 23 luglio al 1° agosto 1980, perché poco distante dall’Ospedale di Parma dove era ricoverato il fratello maggiore Guido per un male incurabile) – il 19 agosto 1980 (17 giorni dopo l’attentato di Bologna) Paolo Bellini (sempre col nome di Roberto Da Silva) si recò alla Questura di Foligno per depositare una istanza su carta bollata per chiedere all’autorità di polizia di poter soggiornare in Italia a tempo indeterminato non più per motivi di studio, ma per motivi di lavoro. Il nulla osta gli venne concesso dalla Questura di Foligno il giorno dopo, il 20 agosto 1980.

Questo comportamento è compatibile con quello di un terrorista professionista, al soldo di Licio Gelli, Umberto Ortolani, reduce da un gravissimo attentato? Questo particolare, come molti altri, non è mai stato esaminato o dibattuto nel corso del processo in Corte d’Assise.

Un alibi da demolire

Rispetto alle risultanze probatorie della vecchia istruttoria coordinata dal giudice istruttore del Tribunale di Bologna Vincenzo Luzza, che portarono al proscioglimento di Paolo Bellini, nel 2019 lo scenario appariva totalmente cambiato. Il fotogramma del filmino amatoriale sembrava aver finalmente risolto il caso.

Marina Bonini – all’epoca dell’istruttoria Luzza – non venne sentita a sommarie informazioni, né venne ascoltata la piccola Daniela, perché minorenne. Eppure, a caldo, le due donne avrebbero potuto chiarire meglio ciò che accadde la mattina presto del 2 agosto 1980, quando Paolo Bellini andò a prendere la nipote Daniela per portarla con lui e la sua famiglia in vacanza in montagna. Marina Bonini è la cognata di Paolo Bellini, vedova di Guido Bellini, fratello maggiore di Paolo, e madre di Daniela, la nipote che – all’epoca dei fatti in questione e cioè sabato 2 agosto 1980 – era in macchina con lo zio Paolo Bellini. La bambina, accompagnata dallo zio Paolo, partì presto la mattina di sabato 2 agosto 1980 da Scandiano (in provincia di Reggio Emilia). Stando all’alibi verificato dagli inquirenti nel 1983, zio e la nipote Daniela a bordo di una VW Golf colore rosso, noleggiata in Svizzera, presero la strada per Rimini, dove li attendevano Eglia Rinaldi in Bonini e Maurizia Bonini, rispettivamente suocera e moglie separata di Paolo Bellini, nonché i loro figli, Silvia e il piccolo Guido. Bellini arrivò con oltre un’ora di ritardo all’appuntamento: la suocera, la moglie in compagnia dei due figli ingannarono l’attesa in un bar nei pressi dell’Acquario dei Delfini.

«Sono partita da Torre Pedrera la mattina del 2 agosto – dichiarò a verbale Maurizia Bonini il 14 marzo 1983 – Sono andata a Rimini, dove mi ha accompagnato mia madre in macchina insieme ai miei due bambini. A Rimini avevo appuntamento con Paolo nei pressi dell’Acquario dei Delfini, per le ore 8,30 circa. Io e mia madre siamo arrivate a Rimini verso le ore 8,20 circa, abbiamo aspettato nei pressi di un bar sito vicino all’acquario e verso le 9-9,15 circa è arrivato Paolo. Abbiamo preso qualcosa al bar impiegando circa mezz’ora e poi ci siamo avviati verso l’autostrada» via Modena-Verona. Destinazione Top Residence, Passo del Tonale sulle Alpi Retiche (al confine tra le province di Trento e Brescia), dove avrebbero trascorso una settimana di vacanza in montagna.

La dinamica dei fatti venne confermata a verbale anche dalla madre di Maurizia, la signora Eglia Rinaldi in Bonini, il 14 marzo 1983: «Al mattino successivo [2 agosto 1980] partimmo io e mia figlia verso le ore 8 dall’Hotel Mosè alla volta di Rimini, dove ci fermammo nei pressi dell’Acquario, dove ci sono i delfini, vicino a un piccolo bar. Giunti nei pressi del bar, abbiamo aspettato per circa cinque minuti in macchina, poi, visto che Paolo non si faceva ancora vedere, siamo andate al bar dove abbiamo aspettato per altri 20-25 minuti. Verso le ore 9-9,10 circa Paolo è arrivato, ha preso qualcosa al bar, mi sembra una pasta o cappuccino, non ricordo, e poi mia figlia e lui sono partiti subito alla volta della montagna. Paolo è arrivato portando con sé la figlia di suo fratello Guido di nome Daniela».

I carabinieri – su delega del giudice istruttore di Bologna Vincenzo Luzza – interrogarono un po’ tutti (tranne Marina Bonini, moglie di Guido Bellini, fratello maggiore di Paolo, in quel periodo ricoverato in ospedale a Parma, e sua figlia Daniela) e giunsero alla conclusione che «tutti hanno dato versioni concordanti». Il capitano Paolo Pandolfi, comandante della Prima Sezione del Nucleo Operativo della Legione Carabinieri di Bologna, fece verificare infine il percorso, i tempi di percorrenza e le distanze dei vari spostamenti di Paolo Bellini (Fidenza-Torre Pedrera e Rimini-Passo del Tonale) durante la giornata di sabato 2 agosto 1980 e le verifiche portarono alle seguenti conclusioni:

«Lo scrivente, sulla base dei viaggi effettuati da personale dipendente nelle stesse distanze, riferisce quanto segue:

Da Fidenza a Torre Pedrera, percorrendo la distanza in autostrada alla velocità di 120 km orari, si impiegano circa due ore.

Da Torre Pedrera al Passo del Tonale, percorrendo il tratto autostradale fino a Trento via Modena-Verona e proseguendo poi su strada normale, si impiegano circa 7 ore».

Le indagini accertarono l’arrivo dei Bellini nel tardo pomeriggio-sera del 2 agosto 1980 al Top Residence al Passo del Tonale e i registri d’albergo, esaminati dai carabinieri, confermarono la registrazione di Roberto Da Silva (alias Paolo Bellini), Maurizia Bonini e dei figli Silvia e Guido, nonché della nipote Daniela. I testi vennero inoltre interrogati di nuovo dal giudice istruttore Vincenzo Luzza e tutti confermarono a verbale le dichiarazioni rese in precedenza ai carabinieri.

L’alibi di Paolo Bellini non presentava buchi o aspetti controversi.

Un teorema indimostrato

Con la condanna di Bellini si è cercato di allargare il perimetro del teorema accusatorio iniziale con il coinvolgimento anche dell’organizzazione extraparlamentare di estrema destra Avanguardia Nazionale, all’epoca capeggiata da Stefano Delle Chiaie e Adriano Tilgher. Delle Chiaie è morto il 9 settembre 2019, mentre Tilgher, nato a Taranto 74 anni fa, è ancora vivo. Insieme a Delle Chiaie venne anche lui indagato per la strage, arrestato, scarcerato nel 1988 e infine assolto con formula piena da tutte le accuse.

Tilgher, il 6 aprile scorso, commentando la sentenza della Corte d’Assise di Bologna, ha dichiarato: «Ricostruzione capziosa. Tra Bellini e Avanguardia Nazionale un abisso. Ho tentato invano di farmi interrogare, respinta anche la mia memoria [scritta]. Non conosco Bellini e non conosco il processo. Bellini non è mai stato di Avanguardia Nazionale e avercelo attribuito è un falso storico. Ho cercato in tutti i modi di farmi interrogare presso la Corte d’Assise di Bologna dove si svolgeva il processo, ma hanno rifiutato e soprattutto hanno rispedito indietro al mittente una memoria in cui dimostravo con documenti alla mano l’assoluta estraneità di Bellini ad Avanguardia Nazionale e denunciavo tutte le falsità costruite dall’ accusa e dalle parti civili contro Avanguardia Nazionale in quel processo».

Ricordiamo che Avanguardia Nazionale – come gruppo politico extra parlamentare di destra – venne disciolto formalmente nel 1976 per effetto della cosiddetta legge Scelba (legge 20 giugno 1952, n° 645, proposta dall’ allora ministro dell’Interno democristiano Mario Scelba, in attuazione della XII disposizione transitoria e finale della Costituzione che introduceva nel nostro ordinamento il reato di apologia del fascismo). Quindi nel 1980, Avanguardia Nazionale non esisteva più già da quattro anni. La dirigenza e la struttura del movimento erano state di fatto smantellate.

Verità sgradite

Ma torniamo alla relazione del capo della Digos di Bologna, Stefano Fonsi, relativa all’ascolto delle conversazioni di quattro testimoni della nuova inchiesta sulla strage.

È venerdì 2 agosto 2019. L’ambiente sottoposto a intercettazione ambientale è la sala d’attesa della sottosezione della Polizia Autostradale Modena Nord. Nella stanza infestata di “cimici” ci sono i familiari di Maurizia Bonini, la ex moglie di Paolo Bellini la quale – in poco tempo – balzerà alle cronache giudiziarie nazionali come la teste chiave del processo ai cosiddetti mandanti dell’attentato del 2 agosto 1980, conclusosi il 6 aprile scorso davanti alla Corte d’Assise con la condanna, appunto, del cosiddetto killer reggiano.

Le attività di ascolto ambientale iniziano alle ore 10.

Arrivati nella sala d’aspetto della Polizia Stradale di Modena Nord, i testimoni attendono di essere convocati dai magistrati (i sostituti procuratori generali Nicola Proto e Umberto Palma). Maurizia, Michele e Marina Bonini e Daniela Bellini iniziano a parlare fra di loro (erano stati intercettati anche nelle loro abitazioni e nelle loro autovetture). Si scambiano informazioni, commentano le indagini, si condizionano a vicenda, soprattutto sulla base di ciò che da giorni leggono e sentono dai media in merito alle nuove indagini su Paolo Bellini. In questi colloqui fra testimoni sospettati, i loro ricordi si mescolano, si diluiscono e si confondono con quelli degli altri, si influenzano fra di loro, si pongono interrogativi e si danno risposte il più delle volte animate da forti impulsi emotivi. Si percepisce la loro ansia, i timori, i dubbi che nutrono e la paura di finire ancora una volta nel tritacarne giudiziario.

Perizia antropometrica Potenza-Perri, pagina 44

«Io non posso dire che è lui»

Ma c’è un elemento, un solo fatto che mette d’accordo tutti, sin dal primo momento: l’uomo ripreso nel filmino amatoriale Polzer non è Paolo Bellini. Nessuno di loro, a partire da quella che diventerà la testimone chiave che porterà alla condanna dell’ex killer reggiano, Maurizia Bonini, durante i loro colloqui e conversazioni intercettate dagli inquirenti dirà che quell’uomo che passeggiava sul primo binario della stazione di Bologna poco dopo l’esplosione era proprio Paolo Bellini.

La prima ad essere chiamata per essere interrogata è proprio Maurizia Bonini. Sono le ore 10,15 del 2 agosto 2019. La ex moglie di Paolo Bellini è l’unica “testimone” alla quale gli inquirenti mostreranno, nel corso dell’audizione, il fotogramma estrapolato dal filmino Polzer. Alle ore 11,34 la Bonini torna nella sala d’aspetto, avendo terminato il suo interrogatorio. Su quel fotogramma a lei mostrato dai magistrati, la donna commenta così, rivolgendosi ai parenti:

«All’epoca… però vicenda… fotogramma della stazione io… no, non posso dire che assomiglia a quello lì […] Ho detto… ah, boh, non lo so, no dica… è lui o non è lui… ma come faccio a dire che è lui? Non c’è… no, non quelli (incomprensibile) può somigliare, ma io non posso dire che è lui… Per me non è lui! Non ha la catenina, gli ho detto, per me ha sempre avuto una catenina… non si vede la catenina».

Ancora: «A me hanno chiesto il fatto della foto… ci pensi bene. Mi fa, ma è lui questo? Io non posso dire che è lui, cioè ci assomiglia, ma io non posso dire che è lui in quella foto lì […] A me quello che aveva scritto subito, dopo c’hanno aggiunto ancora qua… han cambiato delle parole… poi hanno ristampato, m’hanno fatto firmare… non quella prima… perché mentre scrivevano… mi leggevano dal computer, stampavano, poi correggevano delle parole. Beh, vé, forse ho fatto male a dir che c’assomiglia […] Forse ho fatto male a dir che c’assomiglia. Ma non è lui, per me non è lui… che ci assomiglia, ma non è lui».

Prosegue Maurizia Bonini: «Guido [il figlio avuto con Paolo Bellini] dice che non è lui in quella foto lì. Per te è lui?»

Michele Bonini: «Non mi sembra».

Daniela Bellini: «A me non sembra».

Michele Bonini: «Io con, con quel (inc.) lì, non l’ho mai visto così, eh».

Maurizia Bonini: «Neanch’io».

Michele Bonini: «Con quei capelli lì, io l’avrei visto».

Daniela Bellini: «Neanch’io […] Io avrei detto, non è lui, non lo riconosco. Tu cos’ hai detto?».

Maurizia Bonini: «Assomiglia, ma che non era lui».

Daniela Bellini: «Ah».

Maurizia Bonini: «Non posso dire che sia lui! Tutti dicono che ci assomiglia».

A questo punto, dopo uno scambio di battute con la nipote Daniela, l’ex moglie di Paolo Bellini si lascia sfuggire una frase a dir poco sconcertante: «Ah, io sono stata vaga, perché se per caso io devo dire… vengo a dir la verità, mi arrestano, eh».

Cosa intendeva dire Maurizia Monini con quelle parole? È stata intimidita? Ha subito pressioni o velate minacce? Qual è la verità inconfessabile che se svelata le avrebbe fatto rischiare il carcere?

Daniela Bellini: «Sembra un hippy. Sembra un hippy, un figlio dei fiori. A me sembra più uno straniero da quella foto che ho visto… uno straniero, un tedesco».

Maurizia Bonini: «Però, lasciamo perdere, perché non posso giurarlo, sicuramente non posso riconoscere una foto così, anche perché non ho un’immagine visiva di com’ era all’epoca, perché la foto che è sul passaporto, questa qua è la foto di un passaporto… aveva molti capelli […] All’ epoca, però quel fotogramma della stazione io non posso dire che assomiglia a quelli lì».

In questo passaggio la donna che diventerà la teste chiave contro Paolo Bellini confessa e conferma (senza sapere di essere intercettata), nonostante l’enorme pressione degli inquirenti, la sua verità e ripete la sua versione e cioè che l’uomo del fotogramma non è il suo ex marito: «Non lo so, no dica, dica è lui o non è lui? Ma come faccio a dir che è lui? I giornali dicono… no, non quelli… può somigliare, ma io non posso dire che sia lui, per me non è lui! Non ha la catenina, gli ho detto. Per me ha sempre avuto una catenina… non si vede la catenina lì».

Queste parole (tecnicamente si tratta di un mancato riconoscimento di persona), intercettate dagli inquirenti, avrebbero dovuto far cadere tutte le accuse contro Paolo Bellini. Ma la Procura Generale di Bologna non intendeva e non poteva arrendersi davanti alla disarmante evidenza dei fatti.

I magistrati a un certo punto, convinti che la presenza di Daniela Bellini costituiva un elemento insormontabile per sostenere l’accusa contro Paolo Bellini, cercarono di far dire a Maurizia Bonini che la nipote Daniela non fosse arrivata con lo zio Paolo a Rimini, ma che fosse già con loro all’Hotel Mosè a Torre Pedrera: «A me m’hanno chiesto se c’era anche la Daniela (parola non chiara, verosimilmente dice “albergo”). No, gli ho detto la Daniela non c’era. La Daniela era [venuta con Paolo], questo son sicura».

Daniela Bellini: «Ma in albergo dove, a Rimini?».

Maurizia Bonini: «Eh, non c’eri. Eh… cioè han cercato di […] Gli ho detto no, no. La Daniela non c’era. La Daniela è venuta con lui».

Marina Bonini: «Le parole del verbale (inc.) ci aggiungono delle cose».

Daniela Bellini: «Ah, io me lo rileggo, eh».

Il secondo teste ad essere chiamato per essere interrogato è Marina Bonini, la mamma di Daniela. Entra alle ore 11,43 e termina alle ore 12,40.

Marina Bonini conferma il fatto che – all’epoca delle indagini del 1983 – lei non era stata sentita dagli inquirenti e poi aggiunge: «Ma io c’ho dei vuoti… saranno i dispiaceri […] Voleva la conferma se sono andata a… oppure no… Non mi ricordo come è stato, io so che mi sono accordata sicuramente con mia cugina (Maurizia Bonini)».

Alle ore 12,47 viene chiamato Michele Bonini per essere sentito a verbale. Uscirà alle ore 13,05.

Poi sarà la volta di Daniela Bellini, l’ultima a essere interrogata in quello che per gli inquirenti bolognesi doveva essere il “giorno della verità”, ma che alla fine si trasformerà in una gigantesca débacle giudiziaria.

Daniela entra nella stanza dei magistrati alle ore 13,07 e uscirà al termine delle sommarie informazioni alle ore 13,34. La nipote di Paolo Bellini, pur non conservando i ricordi della giornata del 2 agosto 1980, si è lasciata andare ad alcune considerazioni importanti: «Cioè praticamente io secondo Paolo ero un…».

Marina Bonini: «Sì eri in viaggio con lui».

Daniela: «Sì, ero in viaggio con lui».

Maurizia Bonini: «C’eri ve’ Dani!».

Daniela Bellini: «Eh?».

Maurizia Bonini: «C’eri ve’?».

Daniela Bellini: «Sì».

Maurizia Bonini: «Se eri anche su al Tonale».

Daniela Bellini: «Ma se hanno i documenti, voglio dire…».

Maurizia Bonini: «Sei stata registrata perché mi hanno chiesto tipo i preventivi, ecc…».

Daniela Bellini: «Ecco appunto, allora perché se hanno la conferma del Tonale con i documenti registrati, perché mi hanno chiamata?».

La domanda di Daniela getta una luce sinistra sulle indagini.

Maurizia Bonini: «Voi due (rivolgendosi alla cugina Marina e alla nipote Daniela) siete due stralunate, smemorate, vi ho fatto passare per smemorate, che avete (parola incomprensibile), con tutti i dispiaceri».

Daniela Bellini: «Ma comunque scusa mamma (rivolgendosi alla madre Marina Bonini), è confermato che ci sono, che ci sono stata, che lui ha detto che m’avete portata».

Marina Bonini: «Ti ho detto che non mi ricordavo dove ti ho portata».

Daniela Bellini: «Dove?».

Marina Bonini: «Come sei andata, non mi ricordavo».

Daniela Bellini: «Cioè, non ti ricordavi dove sono andata e come sono andata, ma sono andata».

Marina Bonini: «Sì».

Daniela Bellini: «Quindi, sta di fatto che c’ero. Quindi, c’ha una difesa a suo favore».

La nipote di Paolo Bellini dimostra una particolare lucidità di ragionamento e di sintesi. In questo scambio emerge tutta la verità degli innocenti.

Daniela Bellini: «Scusami Mauri, ma con tutti gli strumenti che hanno no, bastava fare l’esame della fotografia con gli strumenti che hanno […] Come faceva ad essere quel giorno lì, con noi, con te, con me… vabbè, sarà, con me, con me siamo venuti da te. Non ne ho idea. Quella foto lì allora, perché è importante, no, l’orario di quella foto lì».

Come sappiamo, quei fotogrammi del filmino Polzer vennero girati poco dopo l’esplosione. Quindi ben dopo le ore 10,25 del 2 agosto 1980.

Daniela Bellini: «Beh, scusami è, allora io dov’ero alle 10? In macchina da sola mentre lui era in stazione? […] Ma si fan quei lavori lì? Scusate eh? Dov’ero io?».

Maurizia Bonini: «È una domanda che ci facciamo anche noi».

Daniela Bellini: «Non ho mica capito! Secondo te lui lasciava una in macchina vicino alla stazione di Bologna da sola, una cinna, da sola alla stazione di Bologna, con la gente che circola in giro!».

Maurizia Bonini: «La foto l’han fatta vedere solo a me».

Termina così quella che per i magistrati della Procura Generale di Bologna doveva essere il “giorno della verità”. A ben vedere, fu il giorno della verità, ma non quella che speravano gli inquirenti.

Nelle 1.328 ore di ascolto e intercettazione registrate dalla polizia non è emerso nulla in più e di diverso rispetto a questo che abbiamo riportato. In un Paese normale, con una magistratura normale e attenta alla ricostruzione della oggettiva realtà dei fatti, questa inchiesta doveva essere immediatamente archiviata. Seppur suggestiva, la narrazione costruita intorno a quel fotogramma Super 8 si era dissolta di fronte alle parole dei familiari di Paolo Bellini, in particolare della ex moglie Maurizia Bonini, la quale – prima e dopo il suo interrogatorio – non ha fatto altro che ripetere che quell’uomo raffigurato nel fotogramma del filmino Polzer non era suo marito.

Forse, molti dei misteri che circondano l’inspiegabile cambio di versione della testimone chiave potranno essere chiariti nel processo di appello.


Le immagini di questo articolo sono tratti dalla perizia antropometrica redatta dal prof. Saverio POTENZA e dall’ ing. Alessandro PERRI

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