Il Tricolore del Solitario (che morì per aver denunciato i delitti comunisti) donato al comune di Reggio

24/4/2022 -Questa mattina, nella Sala del Tricolore del Comune di Reggio Emilia, Chiara Morelli, nipote del partigiano Giorgio MorelliIl Solitario“, ha donato al comune di Reggio Emilia la bandiera tricolore sventolata dal balcone del municipio nel pomeriggio del 24 aprile 1945, giorno della Liberazione di Reggio Emilia. A ricevere il significativo dono – dalla nipote del partigiano cattolico e giornalista, morto nell’agosto 1947 a soli 21 anni per aver denunciato senza tregua, dopo la guerra, i delitti commessi dai partigiani comunisti – è stato il sindaco Luca Vecchi che, nel ringraziare Chiara Morelli, ha definito “prezioso” il Tricolore del Solitario “più che mai simbolo della Liberazione della nostra città dalla barbarie del nazifascismo, per il momento storico e il luogo in cui venne sventolato – ha detto Vecchi – Lo custodiremo con cura e faremo in modo che sia messo a disposizione della cittadinanza, attraverso un percorso ad hoc che ne illustri la precipua storia”.

Giorgio Morelli, attraverso i memorabili articoli pubblicati sulla Nuova Penna, denunciò sino all’ultimo i delitti compiuti dopo la guerra dai partigiani comunisti, implacabile accusatore dei vertici dell’Anpi e del Pci come mandanti di numerosi omicidi, compreso quello di don Pessina ucciso nel giugno 1946 sul sagrato di San Martino Piccolo. Una determinazione lucida, documentata e straordinariamente coraggiosa, che gli costò la vita. Morì a 21 anni, malato ai polmoni, per i postumi irrimediabili dell’agguato (nove pallottole) tesogli da due killer comunisti. Dopo un lungo oblio, la sua figura fu rivalutata e svelata al grande pubblico da Gian Paolo Pansa ne Il sangue dei vinti, tuttavia i reggiani non gliene furono grati. La raccolta della Nuova Penna, con gli articoli del Solitario (testimonianza inoppugnabile sulle nefandezze accadute dopo la Liberazione) è stata salvata nel 2010 grazie alla ristampa anastaticoapromossa da un gruppo di ricercatori e giornalisti e realizzata da Diabasis col contributo finanziario della Fondazione Manodori (allora guidata da Antonella Spaggiari) dopo che la prima ristampa realizzata da Ercole Camurani negli anni settanta era misteriosamente scomparsa dalla biblioteche reggiane.

Giorgio Morelli nacque ad Albinea il 29 gennaio 1926, secondo figlio di Mario e Maria Rossi. Fin da giovane maturò una profonda passione per il giornalismo: la fede cattolica e gli ideali antifascisti lo portano a scrivere con lo pseudonimo “Il solitario” per i “Fogli Tricolore”, ciclostilati clandestini, prodotti da un gruppo di giovani antifascisti reggiani nell’autunno 1943 e distribuiti porta a porta, senza titolo né data, che riportavano solamente in alto a destra un tricolore tracciato a matita. Nella primavera del 1944 salì in montagna per unirsi alla formazione partigiana della 26a Brigata Garibaldi, dalla quale uscì alla nascita della formazione partigiana di orientamento cattolico delle Fiamme Verdi, la 284a Brigata “Italo”, fondata da Carlo, il sacerdote don Domenico Orlandini.

Nel periodo della formazione partigiana, fondò con l’amico Eugenio Corezzola il giornale partigiano “La Penna”, divenuto poi – dopo la Liberazione – la “Nuova Penna” che uscì sino alla morte di Morelli, nel 1947

Amico di Azor (Mario Simonazzi, vice-comandante cattolico della 76a Brigata SAP) fu profondamente colpito dal suo assassinio alla fine di marzo 1945 da parte di partigiani legati al Pci. Oltre a questo caso, l’impegno profuso sulle pagine del suo giornale si caratterizzò (nel difficile clima dell’immediato post-liberazione) per la denuncia delle uccisioni avvenute nel reggiano a opera dei comunisti . Nonostante le minacce e le intimidazioni ricevute (compresa l’infame l’espulsione dall’Anpi per “indegnità”, sorte peraltro toccata alcuni decenni dopo all’Otello Montanari del Chji sa parli) Morelli proseguì nella sua attività giornalistica ma la sera del 27 gennaio del 1946 fu ferito in un agguato mentre rientrava a casa a Borzano: gli attentatori gli scaricarono contro sei colpi di rivoltella. Le ferite gli arrecarono seri danni fisici che lo portarono invece a morire il 9 agosto successivo, a soli 21 anni ad Arco di Trento. I vertici del Pci reggiano avevano comunque raggiunto il loro obiettivo: quello di far fuori un giovane partigiano, giornalista avviato a una certa carriera politica, troppo scomodo e che gli avrebbe dato sempre del filo da torcere.

24 APRILE 45: GIORGIO MORELLI ATTRAVERSO REGGIO COL TRICOLORE

All’alba del 24 aprile 1945, dopo una notte di intensi movimenti nemici di truppe in ritirata, le avanguardie statunitensi della 34a Divisione RedBull giunsero alle porte della città arrestandosi a San Maurizio dove si incontrarono con i partigiani della 37a Brigata GAP. Intanto le formazioni partigiane si avvicinarono nella mattinata, concentricamente, alla città: dalla via Emilia, da sud sulla SS63 e da Montecchio-Cavriago, da nord ancora sulla SS63.

Il CLN aveva respinto la resa offerta dal vice-Capo della Provincia Ercelli: Reggio doveva essere liberata dalle formazioni partigiane. I fascisti erano in ritirata dal giornata precedente, mentre gruppi di tedeschi, ormai sbandati, cercavano di lasciare la città per dirigersi verso il Po, aprendosi la strada combattendo a Reggio come in tutta la provincia.

Scontri si ebbero intorno alle tredici nelle zone di Due Maestà, Buco del Signore, San Pellegrino e Rivalta; mentre i partigiani provenienti dalla montagna e collina erano già alla periferia di Reggio, le squadre SAP cittadine uscirono allo scoperto effettuando alcuni colpi di mano nei confronti dei tedeschi ancora presenti in città. Intorno alle 16, varie pattuglie della 26esima Brigata, aggirate le postazioni tedesche, entrarono in città da Porta Castello. Contemporaneamente vari gruppi di sappisti scandianesi e delle Fiamme verdi attraversarono la circonvallazione ed entrarono a loro volta in città, tra Porta Castello e San Pietro, percorrendo le vie verso il centro storico, bersagliati dalla raffiche dei franchi tiratori fascisti. Nell’attuale via Tassoni, a poca distanza dalla chiesa di San Pellegrino, furono uccisi il garibaldino Tim (Enzo Lazzaretti) e Grappino (Bruno Bonicelli) delle Fiamme Verdi, in piazzale Lepanto cadde la partigiana Mimma (Maria Montanari).

Quel pomeriggio, fu proprio lo stesso Giorgio Morelli, sceso dalla montagna, a percorrere per primo su una bicicletta le strade di Reggio Emilia sventolando il Tricolore. Quello stesso Tricolore fu poi issato intorno alle 16.20, sul balcone del Municipio da Morelli e da altri tre partigiani delle Fiamme Verdi.

L’ ARTICOLO DI MORELLI SU REGGIO DEMOCRATICA DEL 24 APRILE 45

Ed ho pianto.

Alle ore 17 del 24 aprile sono entrato in Reggio, primo patriota della montagna ad annunciare al popolo l’ora della Liberazione.

Ho percorso le vie della città, mentre ancora s’udiva al di fuori il rombo del cannone, ed ho gridato a quanti incontravo sul mio cammino che i patrioti scesi dalla montagna erano alle porte e stavano per entrare a compiere l’ultima tappa della riscossa nazionale.

Al primo apparire ho udito, sorpreso, una applauso forte e sincero che si è propagato veloce per le strade percorse; che è man mano cresciuto in un’onda di entusiasmo e di commozione; che si è tramutata dopo pochi minuti in un’atmosfera elettrizzata dalla più spontanea e sconosciuta gioia del popolo.

Ho gridato con tutta la mia voce la prima parola di libertà dopo tanti anni di schiavitù; ho recato ai fratelli della città l’annuncio dell’arrivo dei “Volontari della libertà”.
Ho portato sul petto, per le contrade sino a ieri calpestate dallo straniero, il primo Tricolore, simbolo della vera Italia.

Ho visto questo popolo reggiano uscire in massa dalle porte, sbucare di corsa dalle vie, aprire tutte le finestre, gettare mazzi di fiori. Ho visto centinaia di braccia protese in un vano arresto, ed i volti di questa gente dischiudersi in un sorriso indimenticabile.
Ho udito una marea di voci, di evviva, di grida, di sensazioni indicibili, e sopra tutto questo mi è giunto: il calore di un applauso instancabile che la mia giovinezza non ha mai raccolto.

Ed ho pianto.

Ho pianto perché l’ora che ho vissuto oggi è la sola che abbiamo attesa da tempo con ansia infrenata; che è rimasta chiusa, soffocata, imprigionata in noi durante le ore della nostra lotta clandestina; che è straziata da tutte le torture incise sui corpi dei martiri; che è vilipesa dalle rappresaglie dello straniero; che è incorporata dal sangue dei nostri caduti; ma è un’ora che, in questa primavera di elevazione, è sbocciata nella più rivoluzionaria purificazione a ridare al popolo fiducia nella Pace, nella Giustizia, nella Libertà.
In quest’ora, sino ad oggi sconosciuta o forse incompresa, il sacrificio silenzioso e sublime di tutti i miei fratelli di lotta, ha ricevuto nella manifestazione ardente del popolo la sua più alta consacrazione”
.

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Una risposta a 1

  1. Ivaldo Casali Rispondi

    24/04/2022 alle 16:54

    Onore a questi veri partigiani che ebbero il coraggio di denunciare i crimini compiuti dai partigiani comunisti!

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