Strage di Bologna: processo alle battute finali
Ma il castello accusatorio della Procura non sta in piedi
D’Amato, Tedeschi e Carlos lo Sciacallo: gli esoterici teoremi dei “sapori premonitori”

DI GIAN PAOLO PELIZZARO E GABRIELE PARADISI

6/3/2022 – Il processo ai cosiddetti mandanti dell’attentato del 2 agosto 1980 davanti alla Corte d’Assise di Bologna è alle battute finali. I sostituti procuratori generali nelle loro requisitorie hanno chiesto, fra l’altro, l’ergastolo per l’ex primula nera di Reggio Emilia, Paolo Bellini, con isolamento diurno per tre anni.

Uno dei principali indizi del teorema sulla presunta campagna mediatica messa in piedi – secondo le ipotesi della Procura Generale – dai presunti mandanti della strage Licio Gelli, Umberto D’Amato e Mario Tedeschi (tutti deceduti tra il 1993 e il 2015) per inquinare le indagini e impedire l’accertamento della verità è costituto nientemeno che da un articolo di giornale.

«Ora che è andata bene, siamo autorizzati a parlarne. In coincidenza col “vertice” di Venezia, per qualche giorno si è temuto il peggio. Il “Piano C”, C come Carlos, il terrorista al soldo di Gheddafi e che ha al suo attivo, tra l’altro, il sequestro a Vienna dei ministri dei Paesi produttori di petrolio, era scattato alle ore 21,55 di giovedì 19 giugno. Nel momento stesso in cui l’Air Force One con a bordo il Presidente degli Stati Uniti atterrava all’aeroporto romano di Ciampino. Carter arrivava con i suoi G-Men, gli agenti speciali e gli uomini della CIA. Da giorni, a Venezia, si rimboccavano le maniche quelli dell’Intelligence e dell’MI5 britannico, gli specialisti dello SDECE, agenti canadesi e giapponesi, i durissimi del SGS-9 e dei Servizi Segreti della Germania Federale. Ma era soprattutto alle forze di sicurezza e di polizia italiane, agli uomini del Vicecapo ella Polizia Santillo, che bisognava far ricorso. Tutti messi in allerta, sin dai primi di marzo, dal Mossad, il servizio segreto israeliano. Dal 19 al 23 giugno, contro Carter a Roma o contro i partecipanti alla Conferenza dei Sette veneziana, poteva registrarsi sul calendario, “il giorno dello sciacallo”. Un attentato terroristico spettacolare».

Questo è il brano d’apertura dell’articolo dal titolo “Carlos sconfitto da Santillo”, firmato da tale Arthur Baldwin e pubblicato sul numero del 6 luglio 1980 dal settimanale “Il Borghese”, diretto da Mario Tedeschi. Secondo il castello accusatorio sostenuto dalla Procura Generale al vaglio da mesi davanti alla Corte d’Assise di Bologna nell’ambito del cosiddetto processo ai mandanti dell’attentato del 2 agosto 1980, questo pezzo sarebbe la prova regina della campagna mediatica organizzata da Licio Gelli e dal prefetto Federico Umberto D’Amato per ostacolare le indagini sulla strage, addirittura ancora prima di compiere l’attentato stesso.

Di più.

Il 14 gennaio scorso, la Procura Generale di Bologna, ai sensi dell’art. 121 del Codice di Procedura Penale e in vista della requisitoria finale dei pubblici ministeri Umberto Palma e Nicola Proto, ha depositato un’ulteriore memoria di 110 pagine per cristallizzare l’impianto accusatorio contro gli imputati viventi Paolo Bellini, Domenico Catracchia (l’amministratore dei condomini di via Gradoli a Roma negli anni Settanta e Ottanta) e Piergiorgio Segatel (all’epoca capitano del Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Genova), contro coloro deceduti durante il dibattimento come Quintino Spella (all’epoca capo centro del Sisde di Padova) e soprattutto contro quelli morti da tanti anni e ritenuti i mandanti della strage come Licio Gelli e Umberto Ortolani della Loggia P2, Federico Umberto D’Amato e lo stesso Mario Tedeschi.

Questa memoria della pubblica accusa non aggiunge sostanzialmente nulla rispetto alle precedenti memorie (in particolare quella al Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Bologna «a sostegno della richiesta di rinvio a giudizio di Paolo Bellini»).

Tuttavia, il documento sembra costituire – così come l’altra «a sostegno delle conclusioni della Procura Generale nei confronti di Paolo Bellini», del 9 febbraio 2022 – una sorta di anticipazione di giudizio su fatti e circostanze fondamentali per il teorema accusatorio.

Sospetti e accuse gravissime soprattutto nei confronti di molti imputati deceduti da anni (quindi senza alcuna difesa), presentate senza alcun contraddittorio fra le parti, in un contesto di sostanziale violazione della legittimità costituzionale e mancato rispetto delle norme del giusto processo. Gli imputati morti, ai quali vengono ascritte condotte gravissime, infatti, non si sono potuti difendere né in fase di indagini preliminari, né davanti al Giudice per l’udienza preliminare, né in dibattimento.

Tutto questo desta profonda inquietudine.

Gran parte delle fonti di prova sono insussistenti, così come molte delle conclusioni che appaiono infondate, discutibili e ai limiti della logica, come nel caso di questo articolo de “Il Borghese” del 6 luglio 1980, presentato come una delle prove regina della presunta campagna mediatica orchestrata – secondo l’accusa – dai presunti mandanti della strage: Licio Gelli, Federico Umberto D’Amato e Mario Tedeschi per depistare il lavoro dei giudici di Bologna.

Il Borghese: l’articolo del 6 luglio 1980

A pagina 54 di questa memoria, la Procura Generale sottolinea testuale: «Appare significativo il pezzo, dal sapore “premonitore”, del 6 luglio 1980: Carlos è il terrorista al centro di tutte le trame eversive internazionali». Ma il passaggio più grave e inquietante è questo: «In nuce, c’è già l’indicazione della pista che, dopo la strage del 2 agosto 1980, verrà periodicamente riproposta, senza mai elementi concreti di sostegno, per attaccare i risultati raggiunti dai giudici di Bologna».

Dunque, letta in questo modo, proprio articolo de “Il Borghese” del 6 luglio 1980 non solo avrebbe un «sapore premonitore», intendendo con questa subdola formula una sorta di esoterica profezia dell’arrivo in Italia del terrorista tedesco esperto di esplosivi Thomas Kram la mattina del 1º agosto 1980 e la sua successiva presenza in stazione (come ha affermato lo stesso Carlos) il giorno dopo, quando esplodeva l’ordigno nella sala d’aspetto di seconda classe. Ma conterrebbe, in particolare, la divinatoria previsione della futura scoperta di come l’inspiegabile e inspiegata presenza di Kram sul luogo dell’attentato e della sua appartenenza al gruppo Carlos (a partire da metà del 1979), inquadrato nel ramo tedesco dell’organizzazione Separat con compiti tecnico-logistici, fosse stata deliberatamente insabbiata per 25 anni.

A questo punto, occorre verificare gli inauditi presagi ipotizzati dalla Procura Generale di Bologna e attribuiti a Mario Tedeschi, Federico Umberto D’Amato e Licio Gelli.

Come avevamo spiegato nell’articolo del 16 febbraio scorso, D’Amato – all’epoca dei fatti e quindi nel giugno-luglio-agosto 1980 – era il direttore della Polizia di Frontiera: proprio quella che, a Chiasso la mattina di venerdì 1º agosto 1980, aveva fermato e perquisito Thomas Kram al momento del suo ingresso in Italia in treno, proveniente da Karlsruhe.

D’Amato doveva essere (per doveri d’ufficio del suo incarico) a conoscenza dell’arrivo del sospetto terrorista tedesco e – visto che il prefetto era da anni un punto di riferimento nevralgico al ministero dell’Interno – non poteva non aver saputo che lo stesso Kram era a Bologna il giorno della strage. Questa scoperta, infatti, venne fatta dalla Digos di Bologna il 7 agosto 1980, incrociando i precedenti d’archivio, le presenze nelle strutture ricettive di Bologna e provincia con le informazioni che pervenivano dagli organi centrali del ministero dell’Interno (in particolare, Ucigos, Polizia di Frontiera, Interpol e Criminalpol).

Partendo da una delle frasi contenute nella lettera riservata che il prefetto D’Amato inviò nell’estate del 1981 all’allora ministro dell’Interno Virginio Rognoni dopo la scoperta del suo nome negli elenchi della P2 («non c’è stato argomento di rilevanza di cui non sia stato chiamato a occuparmi: dalle origini, la natura, i collegamenti internazionali del terrorismo, al caso Moro; dalla strutturazione, competenza, funzionamento dei nuovi servizi segreti, al mantenimento e sviluppo di rapporti con i servizi paralleli e alleati») e dando per scontato, quindi, che D’Amato fosse perfettamente al corrente di tutto questo (se non lo fosse stato, avrebbe significato che il suo ruolo e la sua influenza all’epoca sarebbero state del tutto sopravalutate), ci siamo domandati perché (se realmente fosse stato complice dello scellerato disegno eversivo attribuito a Gelli) non abbia mai – né direttamente né indirettamente – fatto trapelare queste informazioni ai suoi complici le quali – se fosse fondata l’ipotesi della Procura Generale – avrebbero rappresentato per gli stragisti un colpo di fortuna senza precedenti, avendo loro a disposizione informazioni e persone sui quali scaricare tutte le responsabilità.

Purtroppo per gli inquisitori bolognesi, tutto questo non si è mai verificato.

Il prefetto D’Amato (che scriveva su “Il Borghese” utilizzando lo pseudonimo di Abate Faria) mai ha fatto il nome del terrorista tedesco Thomas Kram e mai ha attribuito, anche velatamente, l’attentato al gruppo Carlos, nel quadro della violazione del cosiddetto Lodo Moro. E Mario Tedeschi, che ha impegnato molte volte il suo settimanale per documentare tutta una serie di anomalie delle indagini sulla strage, non ha mai pubblicato la notizia della presenza a Bologna di un uomo del gruppo Carlos.

Ma andiamo con ordine.

Prima domanda: è vero che l’articolo del 6 luglio 1980 de “Il Borghese” contiene, in nuce, l’indicazione della pista che ha come protagonista il gruppo Carlos?

Seconda domanda: è vero che questo articolo (che lo ricordiamo è uscito circa un mese prima della strage) alludesse – quasi in chiave profetica – alle minacce di ritorsione (e quindi al rischio attentati) che proprio in quei giorni il governo italiano (attraverso il ministero dell’Interno da una parte e il ministero della Difesa dall’altra) registrava in modo pressante e preoccupante da parte palestinese per il mancato rispetto degli accordi bilaterali occulti e cioè, in particolare, la mancata liberazione del giordano di origini palestinesi, Abu Anzeh Saleh, il capo della rete clandestina del FPLP di George Habbash in Italia, arrestato e poi condannato in primo grado (il 25 gennaio 1980) per il traffico dei lanciamissili di fabbricazione sovietica Sam 7 Strela, sequestrati la notte tra il 7 e l’8 novembre 1979 nei pressi del porti di Ortona, in provincia di Chieti?

Terza domanda: è vero che l’articolo de “Il Borghese” dal presunto «sapore premonitore» facesse esplicito riferimento all’escalation di minacce di azioni ritorsive contro il governo italiano da parte della dirigenza palestinese e degli ultimatum che il Sismi, attraverso il centro di Beirut, aveva trasmesso a Roma nelle settimane precedenti proprio per la smentita pubblica da parte del governo Cossiga dell’esistenza di un accordo occulto con i palestinesi, nonché la mancata rimessa in libertà di Saleh?

Per rispondere a questi interrogativi, abbiamo una sola possibilità: interrogare i documenti, rileggere, analizzare e verificare il contenuto dell’articolo firmato da Arthur Baldwin e confrontarlo con le ipotesi al vaglio della Corte d’Assise di Bologna.

Chi era la fonte dell’allarme attentato che avrebbe obbligato il governo italiano a mettere in campo misure di sicurezza eccezionali in previsione del vertice dei G7 di Venezia del 22 e 23 giugno 1980?

L’allarme per un possibile attacco terroristico al summit G7 di Venezia – secondo l’autore dell’articolo de “Il Borghese” – era stato lanciato sin dai primi di marzo 1980 dal servizio segreto israeliano: «Le informazioni pervenute dal Mossad furono accolte e valutate maledettamente sul serio». Da qui la decisione del governo italiano, guidato da Francesco Cossiga, di organizzare il vertice in una località tecnicamente inviolabile e cioè nella sede della Fondazione Giorgio Cini sull’isola di San Giorgio Maggiore a Venezia.

Le straordinarie misure di sicurezza per il G7 – secondo “Il Borghese” – erano state adottate dal vice capo della Polizia, prefetto Emilio Santillo, il quale per anni aveva guidato l’Ispettorato Generale per l’azione contro il terrorismo (poi Servizio di Sicurezza), creato nel 1974 dopo lo scioglimento dell’Ufficio Affari Riservati. Di fatto, Santillo aveva ereditato le disciolte strutture degli Affari Riservati dopo il trasferimento di D’Amato ai vertici della Polizia di Frontiera e aveva preso il suo posto nel nuovo organismo antiterrorismo. Da qui, il titolo dell’articolo “Carlos sconfitto da Santillo”.

È vero che nelle settimane, nei mesi precedenti il vertice di Venezia, c’erano state ripetute, insistenti e sempre più allarmanti notizie di possibili attentati in Italia?

Sì, ciò risulta vero.

Da settimane, o meglio da mesi, infatti, il governo italiano era destinatario – sia attraverso i canali della Pubblica Sicurezza sia attraverso il Sismi, il servizio segreto militare – di sempre più allarmanti minacce di azioni ritorsive contro il nostro Paese per il mancato rispetto dei «taciti accordi» con la dirigenza palestinese riguardo alla mancata scarcerazione di Abu Anzeh Saleh. Il 12 maggio 1980, al Sismi viene confermata dagli uomini di George Habbash (il leader del FPLP) «la data del 16 maggio quale termine ultimo per la risposta da parte delle autorità italiane alle richieste del FPLP. In caso di risposta negativa, la maggioranza della dirigenza e della base del FPLP intende riprendere – dopo sette anni – la propria libertà di azione nei confronti dell’Italia».

Sempre al Sismi (Seconda Divisione, diretta dal colonnello Armando Sportelli, e dalla quale dipendeva l’attività del capo centro di Beirut, colonnello Stefano Giovannone) era pervenuta la conferma che il Fronte popolare per la liberazione della Palestina di Habbash aveva preso contatto con Carlos. La circostanza è stata confermata l’8 ottobre 1986 a verbale (nell’ambito dell’istruttoria veneziana sul traffico di armi OLP-Brigate Rosse) dall’allora colonnello Silvio Di Napoli, vice di Sportelli alla Seconda Divisione: «Dopo la prima condanna inflitta agli autonomi e al giordano [Abu Anzeh Saleh] pervenne da Giovannone l’informativa secondo cui il FPLP aveva preso contatti con il terrorista Carlos. Ciò avallò la minaccia prospettata da Habbash».

Le minacce erano valutate con estrema preoccupazione tant’è che il direttore della Seconda Divisione, Armando Sportelli, sentì l’urgenza di recarsi personalmente dal procuratore generale presso la Corte d’Appello de L’Aquila (alla vigilia del processo di secondo grado per la vicenda dei lanciamissili di Ortona), Vincenzo Basile, per ottenere clemenza nei confronti dell’imputato detenuto Abu Anzeh Saleh. Queste inusuali richieste di benevolenza e indulgenza da parte dell’alto esponente del nostro servizio segreto militare si infransero sul muro dell’intransigenza e della fermezza dei magistrati abruzzesi.

Dal verbale di sommarie informazioni di Armando Sportelli del 24 febbraio 2014, nell’ambito del procedimento penale a carico di Thomas Kram: «Tant’è che io stesso andai a parlare con il pubblico ministero de L’Aquila […] Avevamo in mano sempre questa benedetta lettera [del FPLP] carica di minacce alle quali noi credevamo».

Quindi l’allarme per le minacce di ritorsione da parte palestinese era – in quel momento – un fatto reale, concreto e preoccupante.

In contemporanea, il clima di forte preoccupazione per un possibile attentato era alimentato inoltre dalle allarmanti notizie che pervenivano all’Ucigos (l’organismo che aveva preso il posto del Servizio di Sicurezza) attraverso una fonte protetta (presumibilmente un’antenna del Mossad) attiva proprio a Bologna.

L’8 marzo 1980, questa fonte aveva puntualmente informato l’Ucigos che la permanenza in carcere di Saleh, provocata dalla condanna subita in primo grado dal Tribunale di Chieti il 25 gennaio 1980, aveva provocato negative reazioni nel FPLP e che la mancata scarcerazione del giordano rappresentava una seria minaccia per la nostra sicurezza.

L’organizzazione di George Habbash aveva fatto trapelare l’inquietante informazione secondo la quale stava mettendo in atto «una ritorsione» contro l’Italia se non fosse stato liberato Abu Anzeh Saleh, colui che da anni era a capo della struttura militare clandestina del FPLP. La minaccia prospettata dalla fonte bolognese verrà ripetuta, con toni ancora più allarmanti, l’11 luglio del 1980, quando il direttore dell’Ucigos, prefetto Gaspare De Francisci, trasmette una nota riservata personale al direttore del Sisde, generale Giulio Grassini, per metterlo al corrente delle minacce di ritorsione da parte palestinese.

Tutto questo, tre settimane prima dell’attentato del 2 agosto 1980.

2 agosto 1980: la stazione di Bologna sventrata dalla trage

Non è finita.

Il giorno successivo all’allarme attentato sul caso Saleh, il 12 luglio 1980 il direttore dell’Ucigos scriveva una seconda nota personale, questa volta al direttore del Sismi, generale Giuseppe Santovito, sul ruolo e sulle attività della giornalista Rita Porena e i suoi contatti con Bassam Abu Sharif dello FPLP in Libano. Lo scambio di corrispondenza tra il direttore dell’Ufficio Centrale per le Investigazioni e le Operazioni Speciali e il capo dell’intelligence militare ebbe a protrarsi fino al 1º agosto 1980, a poche ore dall’attentato di Bologna. La fonte informativa che riferiva su Saleh era la stessa che – sempre da Bologna – riferiva sulla Porena. È, dunque, evidente che intorno alla vicenda dei missili di Ortona e sulle minacce di ritorsione da parte del FPLP di Habbash si concentrano le inquietudini e la preoccupazione dei nostri apparati di sicurezza e in particolar modo del ministero dell’Interno.

Le informazioni della fonte bolognese dell’Ucigos erano particolarmente accurate e queste, sì, in qualche modo profetiche. Sarà proprio Rita Porena, il 19 settembre 1980, a rilanciare dalle pagine del “Corriere del Ticino” le depistanti dichiarazioni sulla strage di Bologna di Abu Ayad, alias Salah Khalaf, braccio destro di Arafat, numero due di Fatah e capo di Jihaz al-Rasd, l’apparato di sicurezza dell’Olp. Ayad aveva diffuso la sua depistante verità sulla strage di Bologna il 16 settembre 1980 con una intervista al quotidiano di sinistra libanese in lingua araba “As Safir”, stampato a Beirut e finanziato dalla Siria in cui il leader palestinese attribuiva la responsabilità dell’attentato ai falangisti (destre maronite) nei cui campi si erano addestrati estremisti di destra provenienti da diversi Paesi europei. Le “rivelazioni” di Ayad vennero riprese da vari quotidiani italiani il 17 settembre 1980: “Corriere della Sera”, “La Stampa”, “la Repubblica”, “Il Messaggero”, “l’Unità” e “l’Avanti”.

Le dichiarazioni di Abu Ayad piombarono sull’inchiesta della Procura di Bologna come un meteorite, proprio alla vigilia della trasmissione degli atti all’Ufficio Istruzione per la prosecuzione delle indagini con rito formale. Il capo del servizio segreto palestinese agì in piena autonomia rispetto ai nostri servizi segreti e in concomitanza con la trasmissione degli atti da parte del procuratore Ugo Sisti all’Ufficio Istruzione. Il tempismo con il quale Ayad si mosse, legittima il sospetto che qualcuno lo abbia preventivamente informato sul fatto che l’inchiesta stava per passare di mano ed essere presa in carico da un giudice istruttore che conosceva molto bene Abu Anzeh Saleh, con il quale aveva avuto amichevoli frequentazioni a Bologna fino all’arresto del giordano per la vicenda dei missili di Ortona.

È un dato di fatto che fra gli ultimi atti istruttori compiuti da Ugo Sisti vi fossero proprio le richieste di accertamenti urgenti sulle dichiarazioni di Abu Ayad e che i primi atti istruttori compiuti da Aldo Gentile, il giudice istruttore al quale venne assegnata l’inchiesta sulla strage, fossero proprio il prosieguo degli accertamenti e delle indagini sulla pista (falsa) lanciata dal numero due di Arafat il 16 settembre 1980 e ripresa dall’intervista di Rita Porena ad Abu Ayad sul “Corriere del Ticino” del 19 settembre 1980.

Questo, sì, fu il primo, gravissimo tentativo di ostacolare le indagini sull’attentato del 2 agosto 1980 e stupisce che il depistaggio sia stato organizzato a Beirut dal capo del servizio segreto palestinese (è la cosiddetta pista libanese, così chiamata negli atti giudiziari della prima inchiesta sulla strage).

Peraltro, forti timori e preoccupazioni per possibili attentati contro il presidente americano Jimmy Carter sono stati confermati anche dallo stesso Richard Newton Gardner, all’epoca ambasciatore degli Stati Uniti a Roma nel suo libro di memorie “Missioni: Italy” (Mondadori, 2004).

Agli inizi di giugno 1980, Gardner e il suo staff d’Ambasciata erano impegnati nella complicata e delicata organizzazione dell’imminente viaggio in Italia del presidente Carter. Erano in programma una serie di incontri istituzionali a Roma e poi la trasferta a Venezia per partecipare al G7 del 22 e 23 giugno. Su questi preparativi gravava la gestione del rischio di possibili attentati.

Scrive Gardner: «La nostra preoccupazione crebbe ulteriormente quando le Brigate Rosse diffusero un comunicato in cui avvertivano, con tono minaccioso, che intendevano ostacolare il summit di Venezia: “Queste bestie, che vogliono trasformare Venezia in uno zoo per tutto il mese di giugno, pensano di starsene tranquille e credono che non incontreranno alcuna resistenza da parte del proletariato. Che illusione! Noi, le Brigate Rosse, siamo pronte a dargli il nostro benvenuto”».

Anche in questo caso, l’allarme per possibili attentati era un fatto reale, concreto e preoccupante.

Sarà, poi, una coincidenza, ma proprio nel maggio del 1980 era arrivato in Veneto Antonio Savasta per riorganizzare la colonna veneta delle Brigate Rosse la quale – a settembre del 1979 – aveva preso in carico e custodito sulle colline del Montello vicino a Treviso l’arsenale palestinese (armi, munizioni e mezza tonnellata di esplosivo T4 e Semtex), trasportato da Mario Moretti, Riccardo Dura e Sandro Galletta a bordo della barca a vela “Papago” di proprietà dello psichiatra di Falconara Massimo Gidoni, fiancheggiatore delle BR (Operazione Francis). Per altra coincidenza, il nome di Savasta è citato fra i contatti che Carlos aveva all’interno delle Brigate Rosse.

Va ricordato che tracce di esplosivo Pentrite (utilizzato come booster, «preinnesco o innesco secondario») sono state trovate fra i capelli del cosiddetto scalpo, e cioè parte di volto di donna erroneamente attribuito a una delle vittime della strage, Maria Fresu, così come risulta dalla perizia tecnica esplosivistica depositata dai periti Danilo Coppe e Adolfo Gregori, consulenti tecnici nominati dalla Corte d’Assise di Bologna nell’ambito del processo a carico dell’ex Nar Gilberto Cavallini.

Non solo.

Il 18 giugno 1982, all’aeroporto Leonardo da Vinci (Roma Fiumicino) veniva fermata per un controllo la cittadina tedesca Christa Margot Fröhlich, trovata in possesso di una valigia contenente due detonatori e foderata da tre chili e mezzo di miccia detonante, contenente esplosivo ad alta velocità di tipo Pentrite, una sostanza detonante che entra nella composizione del Semtex. La Fröhlich, anche lei con un passato di militante nelle Cellule Rivoluzionarie, era entrata nel gruppo Carlos tramite Thomas Kram ed era impiegata come insospettabile corriere per il trasporto di armi e ordigni esplosivi occultati in valigie da viaggio.

Valutati nel loro complesso, tutti questi elementi non fanno altro che confermare il clima di allarme che si era registrato alla vigilia del vertice G7 di Venezia del 22 e 23 giugno 1980, così come riportato da “Il Borghese”. Ad alimentare ancora di più le preoccupazioni del governo italiano sarebbero state le informazioni pervenute dal Mossad.

Possiamo, onestamente, affermare che questo articolo dal presunto «sapore premonitore» contenesse in nuce – come afferma la Procura Generale di Bologna – «l’indicazione della pista che, dopo la strage, verrà periodicamente riproposta» per attaccare i risultati raggiunti dei giudici di Bologna?

Risposta: assolutamente no.

Questa suggestiva ipotesi è del tutto infondata. L’articolo de “Il Borghese” non faceva altro che registrare le preoccupazioni che erano circolate alla vigilia del summit di Venezia e l’allarme generato dalle informazioni trasmesse dal servizio segreto israeliano su un possibile coinvolgimento di Carlos e del suo gruppo.

Governo, polizia e servizi di sicurezza erano al corrente delle gravi minacce di ritorsione provenienti dagli ambienti palestinesi e il fatto (specifico così come testimoniato dal vice direttore della Seconda Divisione del Sismi, Silvio Di Napoli) che il FPLP di George Habbash aveva preso contatto con Carlos, dopo la condanna in primo grado di Abu Anzeh Saleh.

Il terrorista Carlos

Ricordiamo che il nome di Saleh è stato trovato nelle carte del terrorista venezuelano nella sua base a Budapest dai servizi di sicurezza ungheresi e che l’annotazione riportava il numero (904) della casella di posta attiva alle Poste di Bologna e aperta dallo stesso Saleh e che nell’agenda di quest’ultimo, sequestrata al momento della perquisizione subita dai carabinieri il giorno del suo arresto nella sua abitazione bolognese, il 14 novembre 1979, venne trovata l’annotazione della casella postale 904 con la quale comunicava e scambiava messaggi e documenti con Carlos e il suo gruppo.

È pertanto certo che le autorità italiane si aspettassero un’azione, un attacco, un attentato ritorsivo e credevano che l’occasione potesse essere proprio – anche per l’enorme clamore che avrebbe potuto provocare – il palcoscenico internazionale offerto dal G7 di Venezia, così come era già accaduto cinque anni prima a Vienna – il 21 dicembre 1975 – quando un commando misto tedesco-palestinese comandato da Carlos aveva assaltato la sede dell’Opec, prendendo in ostaggio sessanta persone durante la riunione semestrale dei Paesi produttori di petrolio, dopo aver ucciso un poliziotto austriaco, un addetto alla sicurezza iracheno e un economista libico.

«Il colpo più destabilizzante – scriveva “Il Borghese” – poteva essere vibrato nel momento più difficile e pericoloso per la stessa pace nel mondo». Come abbiamo visto, quei timori e quelle preoccupazioni erano oggettivamente fondate.

«Nessuna considerazione politica, ben inteso, ha ingombrato la mente dei quasi quindicimila uomini, dodicimila italiani, delle forze di sicurezza che a Venezia – riportava il settimanale di Mario Tedeschi – hanno vigilato sull’incolumità dei sette capi di Stato e di Governo convenuti».

Dunque, nessun «sapore premonitore», nessuna pista preconfezionata, nessuna allusione a altri, imprevedibili eventi. Anzi. Nell’articolo de “Il Borghese” sono riportate informazioni che – a distanza di 42 anni – possono essere finalmente confermate, sulla base di documenti all’epoca non consultabili perché conservati negli armadi blindati della Stasi, la polizia segreta dell’allora Germania Est.

Partiamo da quanto scriveva “Il Borghese” nell’articolo incriminato dalla Procura Generale di Bologna. Questo è il passaggio più delicato e importante: «Secondo il Mossad e le informazioni raccolte, elaborate ed analizzate dall’Aman (il Servizio Segreto delle forze armate di Israele) e dallo Shabak (chiamato anche Shin-Beth, equivalente in Israele dell’FBI americano), quattordici uomini, tutti terroristi classificati e conosciuti, avevano lasciato le basi e i campi di addestramento in Libia e nello Yemen del Sud alla fine di gennaio. Quattro di essi vennero segnalati a Francoforte, due a Vienna e uno a Roma, verso la metà di maggio. Gli elementi dei Commandos della notte, i gruppi speciali israeliani dislocati in Libia, segnalavano al tempo stesso la scomparsa di Carlos, il terrorista che ha accesso sotto la tenda di Gheddafi».

Secondo “Il Borghese” Carlos era proprio in quel momento in stretto contatto con Gheddafi. La formula giornalistica utilizzata è che Carlos fosse al soldo del leader libico. È vero? Secondo le informazioni contenute in una serie di relazioni informative della Stasi, il 1º luglio 1980, su segnalazione del servizio di sicurezza ungherese (AVH – telegramma delle ore 12:15), la Stasi viene informata della partenza da Budapest con volo IF 311 con destinazione Berlino Est di Carlos (con passaporto diplomatico siriano a nome Adil Fawaz Ahmed), del suo braccio destro Johannes Weinrich (con passaporto diplomatico siriano a nome Jean Salibi) e di sua moglie, la tedesca Magdalena Kopp (con passaporto diplomatico siriano a nome Touma Maryam). Nello stesso telegramma dell’AVH, la Stasi segnalava l’intenzione di Carlos di recarsi a Tripoli il 2 luglio 1980 con volo IF 860.

La notizia era fondata: il 2 luglio 1980, Carlos partiva infatti da Berlino Est con destinazione Tripoli con volo di linea IF 860, utilizzando la falsa identità di diplomatico siriano di nome Adil Fawaz Ahmed. Durante il soggiorno nella capitale libica, Carlos scambia una serie di telegrammi codificati con il suo braccio destro Johannes Weinrich, alloggiato insieme alla Kopp al Palasthotel di Berlino Est. Carlos resta in Libia fino al 9 luglio 1980, poi fa ritorno per un giorno a Budapest e il 10 luglio rientra a Berlino Est, raggiungendo Weinrich e Kopp al Palasthotel. Per il viaggio di ritorno da Tripoli a Budapest Carlos aveva utilizzato un altro passaporto diplomatico siriano a nome Michel Khouri.

Quindi, per un’altra straordinaria coincidenza (chiamiamola così), quando il 6 luglio 1980 esce in edicola “Il Borghese” con l’articolo incriminato firmato da Arthur Baldwin, Carlos – dopo un periodo di assenza – si trovava proprio a Tripoli da Gheddafi.

Ma c’è dell’altro.

Dai documenti dei servizi di sicurezza tedesco-orientali e ungheresi dell’epoca, sopravvissuti al crollo del Muro di Berlino, sappiamo che Johannes Weinrich (alias Steve), braccio destro di Carlos e numero due dell’organizzazione Separat, usando il passaporto diplomatico siriano intestato a Jean Salibi, l’11 giugno 1980 rientrava a Budapest proveniente da Tripoli via aereo. Non sappiamo per quanto tempo Steve abbia soggiornato in Libia, ma sappiamo che il 27 maggio 1980 era partito da Budapest diretto a Bucarest. Quindi è verosimile che il numero due del gruppo Carlos dopo questa data abbia preso un aereo dalla capitale rumena per volare a Tripoli. Dai fascicoli della Stasi sappiamo inoltre che Weinrich e Carlos erano in stretto contatto con Abu Shreda Salem, nato nel 1947 in Libano e ufficiale del servizio segreto libico. Salem, per conto di Gheddafi, si occupava del supporto tecnico-logistico e della fornitura di armi, munizioni ed esplosivi al gruppo Carlos.

Non va dimenticato, infine, come il nome di Johannes Weinrich sia emerso nella primissima fase delle indagini sulla strage, appena una settimana dopo l’attentato alla stazione ferroviaria nell’ambito degli accertamenti svolti dalla Digos di Bologna dopo la scoperta del nome di Thomas Kram nel registro dell’Albergo Centrale in via della Zecca a Bologna la notte tra il 1º e il 2 agosto 1980.

Il 9 agosto 1980, infatti, facendo seguito a una richiesta di informazioni inviata dal questore Italo Ferrante il 7 agosto 1980, la Criminalpol, con un telegramma indirizzato alla Questura di Bologna e per conoscenza agli organi centrali della sicurezza del ministero dell’Interno, trasmetteva il testo tradotto in italiano di un dispaccio pervenuto dalla polizia criminale tedesca (BKA): «Kram Thomas, nato 18.7.1948 Berlino – Residente Bochum. Motivo soggiorno del predetto a Bologna est sconosciuto […] Per quanto attiene a sue relazioni passate est emerso che medesimo habet avuto contatti con Johannes Weinrich, Sabine Eckle e Rudolf Schindler (componenti del gruppo Cellule Rivoluzionarie) e attualmente ricercati in quanto terroristi pericolosi, nonché con altre persone simpatizzanti con le quali est tuttora in rapporti».

Ciò dimostra come – in un arco temporale di sette-nove giorni – la polizia italiana era stata in grado di raccogliere importanti informazioni e riscontri sul conto del tedesco del gruppo Carlos, presente a Bologna il giorno della strage.

A distanza di tanto tempo, sarebbe interessante verificare la notizia de “Il Borghese” relativa all’allarme pervenuto dal Mossad e i dettagli riguardanti i movimenti dei quattordici sospetti terroristi a Francoforte, Vienna e Roma già nel mese di marzo del 1980.

Per concludere, resta il fatto, comprovato e insuperabile alla luce dei documenti e dei riscontri emersi, che l’ipotesi che questo articolo additato dalla Procura Generale costituisca la prova regina della presunta campagna mediatica orchestrata da “Il Borghese”, ispirata dal prefetto D’Amato e pagata con presunti «anticipi» da parte di Gelli a Tedeschi (con fondi distratti dal Banco Ambrosiano) per ostacolare il lavoro dei magistrati di Bologna, sia del tutto infondata e illogica.

Non solo le informazioni contenute nell’articolo de “Il Borghese” avevano un fondamento reale, ma nulla avevano a che fare con una inesistente strategia depistante per un evento che si sarebbe verificato 27 giorni dopo. Nei giorni precedenti il G7 di Venezia, il governo italiano temeva un’azione eclatante in occasione del vertice del 22 e 23 giugno 1980. Nessuno in quel momento poteva prevedere che l’attentato sarebbe stato compiuto settimane dopo non nella città lagunare, ma a Bologna.

A meno che i magistrati di Bologna non vogliano accreditare improbabili teorie magico-esoteriche, volendo attribuire a D’Amato e Tedeschi poteri sovrannaturali di preveggenza tali da preconizzare – con 26 giorni di anticipo – l’arrivo in Italia dell’uomo di Carlos del settore logistico esperto di esplosivi e la sua inspiegabile presenza a Bologna il giorno dell’attentato. Solo così, infatti, si potrebbe spiegare il senso dello stravagante sospetto per il quale l’articolo de “Il Borghese” del 6 luglio 1980 avesse un inopinato «sapore premonitore» rispetto a quello che poi realmente accadde il 2 agosto 1980.

Il teorema della Procura Generale di Bologna si infrange, infatti, su un dato non eliminabile e non ascrivibile ai presunti stragisti e cioè l’arrivo in Italia – la mattina di venerdì 1º agosto 1980 – di Thomas Kram, fermato e perquisito al posto di polizia di frontiera di Chiasso da un commissario capo di polizia che dipendeva, per funzioni e gerarchia, proprio dal prefetto Federico Umberto D’Amato.

Un’ultima annotazione: se mai dovesse passare da un’aula di tribunale l’infausta equazione criticare = depistare, ciò costituirebbe un gravissimo colpo alla democrazia, alla libertà di pensiero e al sacrosanto diritto di informare ed essere informati in modo corretto. Un’inaccettabile eventualità, questa, che riporterebbe la civiltà giuridica indietro di oltre cent’anni.

Articoli correlati:

Be Sociable, Share!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.