STRAGE DI BOLOGNA
Processo ai morti nel fantastico mondo dei depistaggi
Chiesti a Bellini risarcimenti multimilionari

DI PIERLUIGI GHIGGINI

3/3/2022 – Nell’udienza di ieri in tribunale a Bologna , è andato in scenda di nuovo il “processo ai morti”, intendendo per morti i presunti mandanti della strage alla stazione di Bologna (Gelli, Ortolani, Federico Umberto d’Amato e Mario Tedeschi) i quali in quanto deceduti da tempo non possono difendersi né replicare al teorema della Procura generale, vale a dire della continuità della strage alla stazione con lo stragismo degli anni 80 connesso ai “servizi” deviati e al cancro della P2.


I quanto morti non sarebbero processabili, i presunti mandanti; invece invece il loro nome, specialmente quello del cosiddetto Venerabile di Arezzo continua a risuonare nell’aula del Tribunale di Bologna. L’effetto è da brividi, perché sembra la trasposizione in chiave 2.000 di certi processi medievali post mortem nei quali il cadavere di turno veniva disseppellito, vilipeso in ogni modo e infine bruciato davanti al popolo plaudente.

Così ieri in una arringa della parte civile si è parlato a lungo di Gelli, del generale Grassini e del colonnello Amos Spiazzi, e abbiamo udito liquidare come depistaggio, more solito, le informazioni sulla “pista internazionale” fatte pervenire dallo stesso Gelli ai vertici dei servizi italiani, poche settimane dopo la maledetta strage. Gelli, ha detto l’avvocato, era uomo potentissimo e capo di fatto dei servizi segreti dell’Argentina dei generali fascisti. Di conseguenza il suo non poteva essere altro che un depistaggio.

E se Gelli, putacaso, avesse detto invece la verità, come del resto sostenuto molti anni dopo da personaggi insospettabili, come il presidente Cossiga? Ma già, Cossiga subiva l’influenza di D’Amato, il quale a sua volta era un burattino nelle mani di Gelli: lo abbiamo già sentito sostenere senza la minima incertezza, più o meno in questi termini, dalla Procura Generale. E nella montagna delle supposizioni che confermano altre supposizioni, radicate in larga misura negli articoli di una testata storica come Avvenimenti e di altri giornali militanti a sinistra (e filopalestinesi), il processo rischia seriamente di naufragare, sempre che – ma non vogliamo minimamente crederci – la sentenza non sia già scritta.

Anche perché è diventata evidente una contraddizione di notevole portata contenuta nel castello accusatorio: se fosse vera la continuità tra Bologna e lo stragismo precedente, non si vede perché la pista internazionale accettata come verità storica per la strage di piazza Fontana del 1969 (l’istruttoria Salvini mise in luce l’intervento dei servizi americani) non debba valere per la strage di Bologna a proposito della pista internazionale (mediorientale) della quale non mancano indizi e prove a profusione.

Tuttavia si preferisce scivolare oltre, ripiegando ancora una volta nel fantastico mondo dei depistaggi. Ed è quello che abbiamo visto, in una sfida in campo aperto alla logica e al buon senso, anche nell’attacco senza precedenti sferrato dalla Procura Generale di Bologna alla Polizia Scientifica di Roma che, nella ripulitura della famosa intercettazione di Carlo Maria Maggi, ha dimostrato che il Maggi non parlò di “sto aviere… che portava la bomba” bensì dello “sbaglio di un corriere“.

Una ripristina della verità che di colpo ha fatto crollare uno dei pilastri su cui si basa l’accusa di compartecipazione alla strage a carico dell’ex killer reggiano Paolo Bellini. Tuttavia per la Procura a sbagliarsi sarebbe stata proprio la Polizia Scientifica, condizionata dalla “campagna” sulla pista mediorientale (ad esempio gli articoli pubblicati negli ultimi due anni da Reggio Report) e perciò vittima più o meno consapevole di un infame depistaggio. Teorema orrendo, e non fosse ridicolo, ma offerto come sgabello alla Corte che peraltro, avendo negato una terza perizia super partes sull’intercettazione Maggi, sarà lei a decidere in ultima istanza se considerare valida una conclusione o l’altra…

In attesa del verdetto, e liquidando la Polizia scientifica come inattendibile e condizionabile dai depistatori di turno, la Procura ha così chiesto per Paolo Bellini l’ergastolo duro, col massimo possibile di isolamento diurno: pena accessoria che potrebbe significare anche far uscire di senno una persona oppure, nel caso di Bellini, seriamente malato, non potere essere curato con le terapie salvavita alle quali viene sottoposto da tempo, e dunque finire rapidamente in una cassa da morto.

LE RICHIESTE RISARCITORIE A CARICO DI BELLINI, SEGATEL E CATRACCHIA

Così ieri in vista del verdetto, sono arrivate anche le richieste risarcitorie dello Stato, delle Ferrovie e delle parti civili.

L’avvocato Andrea Speranzoni, del collegio di parte civile, ha chiesto risarcimenti milionari a Paolo Bellini, Piergiorgio Segatel e Domenico Catracchia. Le richieste, per ogni singola parte rappresentata dal legale (55 famigliari della vittime, la Regione Emilia-Romagna e il comune di Bologna) , non sono state lette nell’ udienza di ieri, nella quale Speranzoni ha pronunciato una lunga arringa (che continuerà venerdì 4 marzo), ma consegnate alla Corte d’Assise.

Per quanto riguarda i due Enti pubblici , Speranzoni ha chiesto che Bellini sia condannato a risarcire ad entrambi la somma di 2 milioni di euro, dunque 4 milioni di euro, mentre per Segatel e Catracchia la richiesta di risarcimento è di 400mila euro a testa, 200mila al Comune e altrettanti alla Regione.

L’avvocato Armando D’Apote, che rappresenta le Ferrovie dello Stato, oggi Rfi, ha consegnato alla Corte una richiesta risarcitoria che ammonta in totale a quasi 13 milioni di euro.

Inoltre l’avvocato dello Stato, Andrea Cecchieri, ha chiesto che Bellini contribuisca in solido in solido con gli ex Nar Francesca Mambro, Valerio Fioravanti e Gilberto Cavallini al pagamento dei “2.134.273.007,02 euro, stabiliti con sentenza passata in giudicato dal Tribunale civile di Bologna, nel 2014, come risarcimento per la Presidenza del Consiglio dei ministri, il ministero dell’Interno e quello delle Infrastrutture e dei Trasporti”.

Inoltre Cecchieri chiede che “venga concessa a favore delle amministrazioni dello Stato costituite parti civili una provvisionale esecutiva a carico di Bellini pari a 59.972.861,31 euro“. Per quanto riguarda gli altri due imputati, Piergiorgio Segatel e Domenico Catracchia, la richiesta è di condannare “alla pena di giustizia e al risarcimento di tutti i danni morali e patrimoniali arrecati alle amministrazioni dello Stato costituite parti civili con liquidazione in separata sede”.

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