STRAGE DI BOLOGNA
Difensore ricoverato, rinviate al 23 le arringhe per Bellini
“Assolvete Catracchia e Segatel”: buona fede, regole violate, mancanza di prove

9/3/2022 – Processo strage di Bologna: slitta a mercoledì 23 marzo l’inizio dell’arringa dei difensori di Paolo Bellini, . Gli interventi dei due legali dell’imputato, Manfredo Fiormonti e Antonio Capitella, erano in calendario per venerdì 11 e mercoledì prossimo, ma oggi Fiormonti ha chiesto e ottenuto un rinvio dalla Corte d’Assise bolognese presieduta da Francesco Maria Caruso.
Alla base della richiesta, ha spiegato lo stesso Fiormonti, c’è il fatto che Capitella, che avrebbe dovuto parlare per primo, è ricoverato in ospedale e potrebbe anche essere sottoposto a un intervento chirurgico. La Corte ha accolto la richiesta di rinvio, aggiornando quindi il processo proprio al 23 marzo.

Nell’udienza di oggi sono comunque cominciate le arringhe dei difensori. Hanno preso la parola i legali di Domenico Catracchia e dell’ex capitano dei Carabinieri Piergiorgio Segatel: per entrambi i rispettivi avvocati Massimo Nucaro Amici e Anna Colubriale, hanno ampiamente argomentato le richieste di assoluzione.

Paolo Bellini

LE ARRINGHE

Domenico Catracchia, amministratore di alcuni immobili di via Gradoli a Roma usati come covi, in momenti
diversi, dalle Brigate rosse e dai Nar, avrebbe reso dichiarazioni false ai magistrati della Procura generale di
Bologna, ma in buona fede. Questa la tesi sostenuta dall’avvocato Nucaro Amici che questa mattina ha aperto, con la sua arringa, gli interventi dei difensori dei tre imputati – oltre a Catracchia, appunto, Paolo Bellini e Piergiorgio Segatel- nel nuovo processo sulla strage del 2 agosto 1980.
La Procura generale aveva chiesto la condanna a tre anni e sei mesi di Catracchia per false informazioni al pubblico ministero, accusandolo di aver mentito sul fatto di aver affittato, nel 1981, un appartamento in via Gradoli a Paolo Moscucci, che era il prestanome dei Nar Giorgio Vale e Francesca Mambro, e di essersi rifiutato di spiegare il contenuto di un’intercettazione ambientale che faceva riferimento a una audizione dello stesso Catracchia, con riferimenti all’ex direttore del Sisde Vincenzo Parisi.

Le palazzine di via Gradoli

Nucaro, respingendo nettamente l’ipotesi di un legame tra Catracchia e i Servizi, ha affermato che il suo assistito ha negato di aver affittato l’appartamento a Moscucci semplicemente perché, a 40 anni di distanza dai fatti e considerata anche la sua età ormai avanzata, non si ricordava più della circostanza. “Se gli fosse stato esibito il verbale con le dichiarazioni che rese all’epoca- ha sottolineato il legale- probabilmente le avrebbe confermate”

La buona fede di Catracchia sarebbe ulteriormente dimostrata dal fatto che “in un’intercettazione ambientale lo si sente dire alla moglie che non si ricordava di Moscucci, di cui aveva dimenticato anche il nome esatto”. Oltre a questo, Nucaro ha evidenziato che il suo cliente “ha sempre collaborato con la giustizia, fornendo anche, nel corso di questa inchiesta, documenti che gli investigatori non avevano trovato e che hanno dato un contributo importante alle
indagini”.

Da qui la richiesta di assoluzione o, in subordine, l’applicazione della non punibilità sulla base del primo comma
dell’articolo 384 del Codice penale. In questa seconda ipotesi, si stabilirebbe, in sostanza, che Catracchia avrebbe mentito per “coprire” un reato commesso in precedenza, vale a dire il fatto di aver affittato l’appartamento in nero. In via ancora più subordinata, Nucaro ha chiesto il riconoscimento delle attenuanti generiche e il riconoscimento della collaborazione del suo assistito con gli inquirenti.

“REGOLE VIOLATE PER ACCUSARE SEGATEL”
E veniamo all’arringa, pronunciata nel pomeriggio, dall’avvocato Anna Colubriale difensore di Segatel.

Le dichiarazioni rese in fase di indagine dall’ex capitano dei Carabinieri, Piergiorgio Segatel -su cui è in parte basata l’accusa di depistaggio nei suoi confronti nel processo sulla strage del 2 agosto 1980- sono “totalmente inutilizzabili“.
Questo perché, ha sostenuto l’avvocato Colubriale – quelle dichiarazioni rese dall’ex militare ai Pg bolognesi quando ancora non era indagato, “sono frutto di una violazione del Codice di procedura penale”.
In particolare la Procura Generale felsinea avrebbe violato l’articolo 63 del Codice, in base al quale “se davanti all’Autorità giudiziaria o alla Polizia giudiziaria una persona non sottoposta alle indagini rende dichiarazioni dalle
quali emergono indizi di reità a suo carico, l’autorità ne interrompe l’esame, avvertendola che a seguito di tali
dichiarazioni potranno essere svolte indagini nei suoi confronti, e la invita a nominare un difensore.

Le precedenti dichiarazioni -recita il testo dell’articolo- non possono essere utilizzate
contro la persona che le ha rese”.

Il problema, ha spiegato la legale, è che in quella circostanza i pg non interruppero l’esame di Segatel, che quindi proseguì senza la presenza di un difensore, e per questa ragione le dichiarazioni rese allora devono essere
ritenute inutilizzabili.

L’avvocato ha poi preso in esame il secondo pilasgtro sul secondo su cui si reggerebbe l’imputazione di depistaggio a carico di Segatel, per il quale i pg hanno chiesto una condanna a sei anni, vale a dire le dichiarazioni di Mirella Robbio, moglie dell’esponente di Ordine nuovo, Mauro Meli. Secondo la Procura generale, infatti, Segatel avrebbe mentito per ostacolare le indagini proprio quando smentì Robbio, che afferma di aver ricevuto, nel luglio del 1980, una visita da parte dello stesso Segatel, il quale avrebbe detto che “la destra stava preparando qualcosa di veramente grosso”, e per questo l’ufficiale le avrebbe chiesto di riallacciare i rapporti con il Msi di Genova e con gli amici del marito per “cercare di capire cosa fosse in preparazione”. In fase di indagine Segatel ha poi negato di essere
andato a trovare Robbio dopo la strage, dicendole “hai visto cosa è successo?” o una frase simile.
Nella sua arringa, la legale ha messo in dubbio l’attendibilità di Robbio, ponendo l’accento in particolare sulle diverse
versioni da lei fornite, nel corso degli anni, sugli incontri con l’allora capitano dei Carabinieri avvenuti prima e dopo la strage alla stazione ferroviaria di Bologna. Incontri che lo stesso imputato, peraltro, non ha negato. Segatel, infatti, nella sua testimonianza in aula ha dichiarato di aver incontrato la donna dopo la strage perché “poteva avere informazioni utili, anche se si era staccata dall’ambiente” dell’estrema destra, visto che si stava separando dal marito latitante, affermando invece che nell’incontro avvenuto prima dell’attentato chiese a Robbio informazioni sull’omicidio del magistrato romano Mario Amato, assassinato il 23 giugno 1980 dai Nar Gilberto Cavallini e Luigi Ciavardini.

In sostanza, Colubriale ha ridimensionato la portata delle dichiarazioni di Mirella Robbio, da un lato sostenendo che “ha tentato di nobilitare una collaborazione dettata invece solo da ragioni utilitaristiche”, e dall’altro sottolineando che “non c’è niente che possa confermare la sua versione dei fatti”.
Quanto alla posizione del suo assistito, la legale afferma, senza mezzi termini, che a suo carico “sono completamente carenti o mancanti gli elementi costitutivi” del reato di depistaggio che gli viene contestato. Non è provato che Segatel abbia mentito, non si capisce quale vantaggio l’ex Carabiniere si sarebbe procurato depistando le indagini e, se anche venisse dimostrato che ha dichiarato il falso, non c’è la prova che l’abbia fatto per sviare l’inchiesta. Peraltro, ha oservato ancora la legale, sulla strage del 2 agosto “ci sono conoscenze ormai cristallizzate, che non possono essere scalfite dalle dichiarazioni di Segatel”.

Da qui la richiesta, “premessa la totale inutilizzabilità delle dichiarazioni” rese dall’ex Carabiniere in fase di indagine, dell’assoluzione “perché il fatto non sussiste, o con la formula che la Corte riterrà più
giusta”.

(FONTI: AGENZIA DIRE, ANSA.IT)


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