Una ricerca “assolve” Celio Rabotti deputato fascista, podestà di Castelnovo Monti e commissario Rsi di Reggio
“Insensata la rimozione dalla galleria dei sindaci”

28/2/2021 – Il gruppo consiliare Castelnovo nè Cuori di Nadia Vassallo ha reso pubblica oggi una ricerca sulla figura di Celio Rabotti, deputato fascista ed ex podestà di Castelnovo Monti per il quale i gruppi Castelnovo Libera e M5S con la mozione hanno chiesto che la foto di Rabotti sia tolta, o il vetro infranto, dalla galleria dei sindaci castelnovesi dallìUnità d’Italia ad oggi.

La ricerca, che Reggio Report pubblica di seguito integralmente, “assolve” Rabotti: non aderì a logge segrete, tanto meno alla P2, bensì a una loggia riservata di piazza del Gesù, e ne lui né la loggia furono oggetto di indagini. Non fu responsabile della deportazione degli ebrei reggiani e durante la guerra di Liberazione, si adoperò con azioni umanitarie, in particolare per salvare partigiani prigionieri.

“Il gruppo consiliare Castelnovo ne’ Cuori – scrive in una nota Nadia Vassallo – si chiede come sia potuto accadere che dal nulla dopo 80 anni si sviluppasse tale accanimento su un personaggio appartenente alla storia, e ritiene insensato il provvedimento richiesto di censurarne l’immagine.
La storia non si censura, la storia va studiata e serve per sviluppare coscienza critica”.

Pubblichiamo di seguito il comunicato, che sintetizza i risultati della ricerca, e la ricerca integrale.

IL COMUNICATO

“Il gruppo consiliare Castelnovo ne’ Cuori ha prodotto una propria ricerca sulla figura di Celio Rabotti, ex podestà di Castelnovo e Deputato fascista.
La ricerca è scaricabile a questo link.
I risultati della ricerca smentiscono i contenuti espressi dalla mozione di Castelnovo Libera e M5S nel chiedere la rimozione della foto di Rabotti dalla raccolta fotografica dei sindaci dall’Unione d’Italia a oggi, e smentisce anche gli argomenti usati nella discussione in Consiglio comunale.

Celio Rabotti


In particolare:

  • Rabotti non apparteneva a logge segrete massoniche bensì si era iscritto nel 1966 ad una loggia riservata a personaggi eminenti, come è uso in massoneria (loggia Virtus di Bologna all’Obbedienza di Piazza del Gesù, poi loggia Tricolore a Reggio Emilia, ndr.) e né lui e neanche la loggia furono oggetto di indagini.
  • Rabotti non ha alcuna responsabilità sul sequestro dei beni mobili e immobili degli ebrei, il loro arresto, la detenzione, il trasferimento ad Auschwitz e la loro morte. I dieci ebrei reggiani che subirono quella sorte furono oggetto della ordinanza nazionale di polizia emessa dal Ministro degli Interni Buffarini-Guidi del 1/12/1943 e successiva circolare provinciale del Questore di Reggio.
  • Rabotti in qualità di Podestà (che in quel momento era denominato Commissario Prefettizio) si limita a comandare l’inventario in duplice copia delle opere d’arte e dei beni preziosi sotto sequestro dagli ebrei, iniziativa che andò a vuoto perché chi poteva possedere preziosi era già scappato da tempo e i pochi rimasti erano pressoché nullatenenti.
  • Rabotti votò a scrutinio segreto le leggi razziali del 14 dicembre 1943 e questo lo si sa per certo essendo stato un voto all’unanimità, prevedibile e scontato in quanto la Camera dei deputati era composta solo da fascisti selezionati, al contrario del Senato che era di nomina Reale ed espresse così 9 voti contrari su 164.
    Nella ricerca si danno risposte anche a numerose altre insinuazioni, smentendole.
    Cercando la figura di Rabotti su fonti documentali sono emersi anche numerosi fatti positivi sul suo operato di amministratore e anche di punto di riferimento per le forze di Liberazione che fu utile per lo scambio di prigionieri (il capo dei GAP reggiani per un ufficiale austriaco) e per altre azioni dal carattere umanitario.
    Il gruppo consigliare Castelnovo ne’ Cuori si chiede come sia potuto accadere che dal nulla dopo 80 anni si sviluppasse tale accanimento su un personaggio appartenente alla storia, e ritiene insensato il provvedimento richiesto di censurarne l’immagine.
    La storia non si censura, la storia va studiata e serve per sviluppare coscienza critica”.
    Castelnovo ne’ Cuori la capogruppo Nadia Vassallo

Ricerca su Celio Rabotti, ex Podestà e Deputato. a cura del gruppo consigliare Castelnovo ne’ Cuori – capogruppo Nadia Vassallo

Castelnovo ne’ Monti 28 febbraio 2022
Gruppo consiliare Castelnovo ne’ Cuori

La vicenda Celio Rabotti aperta con la mozione del consigliere Davoli assieme al consigliere
Pigoni di Castelnovo Libera, e al consigliere Maioli del M5S, atta a rimuovere la sua immagine
dalla raccolta fotografica di tutti i sindaci e podestà dall’unione di Italia, esposta nella sede
comunale, si è per ora conclusa con il voto contrario cel Consiglio e con l’invito di Davoli a tutti
coloro che non hanno accolto la mozione a vergognarsi
.
Questa sua condanna morale ci ha fatto riflettere e pensare che vengono esecrate le persone
troppo spesso e disinvoltamente e gratuitamente: in questo caso a essere oggetto di tale giudizio
siamo noi che abbiamo votato contro e anche Celio Rabotti, morto nel 1975, che è stato oggetto
di un processo sommario dopo 80 anni che è nato dal nulla.
Chiariamo subito: Celio Rabotti è stato un campione di fascismo e noi non nutriamo nostalgia,
fascino o stima per il fascismo, anzi, lo deploriamo in ogni forma, anche in quelle attuali che “col
loro strascico di intolleranza, di sopraffazione e di servitù, nascono in punta di piedi facendosi
chiamare con altri nomi”, come scriveva Primo Levi.
Ma siamo anche contro alla strumentalizzazione dell’antifascismo, nel senso che crediamo
importante che la memoria serva per edificare coscienze e valori di libertà nelle nuove generazioni
e non a rinfocolare l’odio e lo scontro del passato per non mettere mai fine a una pagina di storia.
E siamo anche contro alla mentalità fanatica di chi distrugge i documenti e i monumenti della
storia
come tristemente succede ancor oggi in parti del mondo dove l’integralismo cieco che va al
potere smantella le vestigia di civiltà antichissime.
La storia va rispettata per come è e offre a tutti una opportunità di crescita dialettica, la storia non
è un culto di icone col quale esercitare venerazione o rimozione.
Premesso tutto ciò, vogliamo affermare l’inconsistenza delle accuse del consigliere Davoli e
motivare in modo appropriato quanto diciamo sulla base di quello abbiamo raccolto attraverso
una nostra ricerca.
Le responsabilità di Rabotti sono l’aver partecipato al ventennio fascista con adesione convinta e
in posizione preminente attraverso ruoli politici e amministrativi, era cioè un uomo di potere di
quell’epoca.
Queste responsabilità non diventano personali nel merito dell’arresto, dell’internamento e
dell’assassinio degli ebrei reggiani, e la sua figura successiva non è quella di un manovratore
occulto di trame eversive massoniche.
Di Rabotti inoltre si conoscono anche meriti in campo amministrativo per Castelnovo e la
montagna, ed anche l’impegno diplomatico e umanitario all’interno del conflitto fra partigiani e
nazi-fascisti, riconosciuto di fatto nel dopoguerra.
A queste conclusioni noi arriviamo senza pretendere che qui si fermi lo studio del passato, anzi.
Auspichiamo che le intenzioni dichiarate di coinvolgere gli studenti nella ricerca storica trovino
una compiuta realizzazione.

STUDIANDO IL CASO RABOTTI
Studiando il caso Rabotti si studia qualcosa di più importante dei fatti di una singola persona, si
studia la “normalità” vissuta e accettata dalla maggioranza di un popolo che ha abbracciato il
fascismo, ovvero la morte della libertà e dei diritti in favore di una dittatura e di una ideologia che
tutto giustifica. Si studia il vasto consenso, la condivisione, la complicità o l’acquiescenza della
maggioranza di un popolo, possibile attraverso il sopimento della coscienza e della ragione, modi
di essere e di fare che portano ad una responsabilità collettiva verso la persecuzione razziale, la
guerra e il sopruso verso il dissenso e il diverso.
Da ciò si può trarre lezione per l’oggi e per il domani.
Presentiamo ora i risultati della nostra ricerca che cerca di dar risposta agli addebiti a Celso
Rabotti presenti nella mozione.


La mozione poggia sulle seguenti accuse:

“appartenenza alla Loggia massonica Virtus, definita segreta dalla Commissione Parlamentare di
Indagine sulla Loggia P2”

“posizione attiva nel promulgare le famigerate leggi razziali prima come parlamentare e poi
come membro della Camera dei Fasci e delle Corporazioni”

“complicità nell’assassinio di dieci reggiani inermi”.
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Gruppo consiliare Castelnovo ne’ Cuori
“appartenenza alla Loggia massonica Virtus, definita segreta dalla Commissione
Parlamentare di Indagine sulla Loggia P2”
Nella mozione si fa riferimento al rinvenimento “di una lista di 963 persone affiliate alla P2” e il
collegamento con Rabotti viene fatto attraverso il paragrafo seguente: “Il nome Celio Rabotti…
risulta iscritto nell’elenco degli affiliati di una SUCCESSIVA lista di aderenti a Loggia Massonica
segreta, Virtus di Bologna.”
Attraverso gli aggettivi “successiva” e “segreta” oltre che al richiamo alla commissione
parlamentare sulla loggia P2, si cerca di accreditare una relazione con la P2.
Più esplicitamente, durante la presentazione della mozione in aula consiliare, il consigliere Davoli
ha dichiarato:
“Wikipedia aveva equivocato e l’aveva messo fra gli aderenti alla Loggia P2… rimane il fatto che è
sempre stato sottoposto a indagine della commissione P2 ed è stato trovato in una loggia segreta.
Non sto a dilungarmi su cosa significhi loggia segreta, che non è esattamente l’iscrizione a un
circolo di bridge. Le logge segrete in Italia sono intervenute in tantissimi fatti gravissimi della
nostra vita repubblicana. La P2 ha tentato con un progetto molto ben strutturato di ribaltare
l’ordine democratico in Italia, e anche altre logge si sono… si sono espresse più che negli affari in
interventi politici anche efferati, sono coinvolte anche in attentati ed altre cose. QUINDI QUESTO
SIGNORE NEL DOPOGUERRA ERA ISCRITTO A UNA LOGGIA SEGRETA CHE TRAMAVA
CONTRO LO STATO.”
La logica del consigliere Davoli si basa sul “quindi”, il quale darebbe valore probatorio alla
sequenza di errori di attribuzione, insinuazioni, generalizzazioni volte alla suggestione.
La realtà documentaria è tutt’altra cosa rispetto a queste insinuazioni.
I fatti sono che la commissione parlamentare per le indagini sulla Loggia P2 fece perquisire e
sequestrare i documenti e gli archivi delle sedi centrali dei due ordini massonici italiani, ottenendo
così il quadro completo delle logge presenti in Italia.
Il volume quarto di 1457 pagine, Tomo II, Serie II “Documentazione raccolta dalla commissione”,
dal titolo “Altre forme massoniche coperte”, presenta la seguente nota redazionale (al netto di
incisi non significativi):
“Nel deliberare la pubblicazione della documentazione in questione la Commissione ha disposto
che essa fosse ricompresa in un volume separato e preceduta da una nota redazionale per
chiarire:
1) che le forme organizzative di cui il Volume tratta sono del tutto distinte, storicamente e
sostanzialmente, dalla loggia massonica denominata P2, oggetto dell’inchiesta parlamentare;
2) che esse risalgono a periodi cronologicamente anteriori alla legge 25 gennaio 1982, n. 17, sul
divieto delle associazioni segrete;
3) che pertanto l’interesse della Commissione è limitato esclusivamente alla preesistenza, rispetto
alla P2, di un uso organizzativo massonico consistente nel configurare un regime particolare di
riservatezza con cui circondare essenzialmente, anche se non esclusivamente, le adesioni di
personalità eminenti.
In particolare preme rilevare che nessuna indagine è stata fatta, perché esulante dal mandato della
Commissione, circa la consistenza effettiva delle posizioni soggettive singole…
Ciò che importava era unicamente la constatazione che nella metodologia delle organizzazioni
massoniche italiane vigeva questo collegamento spontaneo e automatico fra reclutamento d’èlite
e applicazione del regime di particolare riservatezza.”
Quindi: Rabotti non fu oggetto di indagine della Commissione P2, si iscrisse nel 1966 ad una
loggia coperta, non segreta, ovvero con ulteriore grado di riservatezza dedicata a personalità
eminenti; la loggia Virtus alla quale Rabotti si iscrisse non fu indagata né imputata di alcunché.
Non solo: nella loggia coperta Virtus di Bologna confluì anche la loggia coperta Tricolore di Reggio
Emilia composta da una ventina di persone, perlopiù di alto livello sociale cittadino, ad alcuni dei
quali venne anche intitolata una strada una volta defun
“posizione attiva nel promulgare le famigerate leggi razziali prima come parlamentare e poi
come membro della Camera dei Fasci e delle Corporazioni”
La mozione dice: “Si chiede che al Consiglio comunale di verificare se quanto affermato dalle fonti
giornalistiche e storiche indicate sia vero… data la notorietà e il ruolo ricoperto dal Rabotti nelle
Istituzioni, a partire dagli anni 20 del secolo XX. Verificare inoltre la sua posizione attiva nel
promulgare le famigerate leggi razziali, ad iniziare dal RD-L 5 settembre 1938, n. 1390, convertito
nella Legge 5 gennaio 1939, n. 26, a seguire.
La vita politica di Celio Rabotti è nota: nato a Castelnovo ne’ Monti, classe 1896, qualifica di
geometra, combattente volontario nella prima guerra mondiale, ha partecipato all’occupazione di
Fiume voluta da Gabriele D’Annunzio. Come ufficiale addetto al comando ha avuto modo di
frequentare giornalmente il poeta, dal quale ha assimilato la particolare visione dell’adesione al
fascismo. Si dice esista un prolifico carteggio con D’Annunzio. Dopo l’adesione al Partito
Nazionale Fascista ha percorso rapidamente i vari gradi della carriera politica. Podestà di
Castelnovo ne’ Monti, è stato poi eletto deputato al Parlamento nel 1934 e nel 1939 nominato
Consigliere Nazionale alla Camera dei Fasci e delle Corporazioni. Trasferitosi in città ha ricoperto
la carica di presidente del Consorzio Cooperativo delle Ferrovie Reggiane e dell’Istituto Autonomo
Case Popolari e nel periodo 1942 – 1945 è stato Commissario prefettizio e Podestà del Comune
di Reggio (cariche analoghe con giurisdizione comunale).
Con l’avvento della Repubblica Sociale di Salò la dirigenza fascista fu completamente rinnovata,
“mentre il podestà Celio Rabotti, l’unico dei vecchi a riemergere, ritorna alla guida del Comune di
Reggio, ma con un compito tutt’altro che politico” cit. Mauro Del Bue – Una storia Reggiana.
In data 8 agosto del 1944 il Capo della Provincia nomina Rabotti Ispettore Straordinario per la
zona montana con sede a Castelnovo ne’ Monti “con incarico di sovraintendere alla vita dei
comuni montani, esaminare le necessità e proporre al Capo della Provincia i necessari
provvedimenti nell’interesse delle amministrazioni comunali e dei singoli amministrati”. cit. G.
Franzini – Storia della Resistenza Reggiana
Possiamo quindi affermare senza tema di smentita che Celio Rabotti aderì con convinzione fin
dalla prima ora al fascismo e nel ventennio fece carriera, prima amministrativa come podestà,
successivamente fece carriera politica come deputato, così come altri anche nel dopoguerra han
seguito analoghi percorsi da sindaco a parlamentare. Inusuale invece che sia tornato a ricoprire la
carica di podestà, seppur premiato a farlo nel capoluogo provinciale.
Dell’attività locale dell’amministratore Rabotti riportiamo in altro capitolo, qui ci concentriamo sul
suo ruolo di parlamentare nell’approvare le leggi razziali.
Celio Rabotti fu fra i deputati che all’unanimità votarono le leggi razziali del 1938.
La pagina facebook della Camera dei deputati il 24 gennaio 2021 riporta una copia della prima
pagina del verbale della seduta e scrive: “Scuole elementari separate per bambini ebrei, difesa
della razza nella scuola italiana e fascista, provvedimenti per la difesa della razza. Le leggi razziali
furono approvate per acclamazione il 14 dicembre 1938. In base all’articolo 63 dello Statuto
Albertino, che prescriveva lo scrutinio segreto per la votazione finale di un disegno di legge, il
presidente dell’Assemblea, Costanzo Ciano, dovette richiamare i deputati a deporre nell’urna il
proprio voto.”
La pagina del verbale riporta quanto segue: “L’on. Presidente, accolto da vibranti acclamazioni,
apre la seduta alle ore 16. Entra nell’aula S.E. il Capo del Governo Duce del Fascismo, salutato da
un’ardente manifestazione di omaggio e al grido di Duce! Duce! L’onorevole Presidente ordina il
saluto al Duce! La Camera risponde con un solo possente “A noi”!…”
Questa era la situazione alla Camera dei deputati, mentre il 20 dicembre al Senato la situazione fu
leggermente diversa. Il Senato era l’unica istituzione politica del Paese non completamente
fascistizzata. Infatti della Camera alta, che secondo lo Statuto albertino era di nomina regia, alla
fine degli anni Trenta facevano parte molti senatori scelti da Vittorio Emanuele III prima del 1922.
Se dunque in Italia c’era un luogo dove il dissenso verso la dittatura poteva manifestarsi quello
era il Senato, che proprio in quanto “regio” godeva di una legittimazione autonoma rispetto al
regime che infastidiva non poco i fascisti, i quali non a caso periodicamente chiedevano la
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Gruppo consiliare Castelnovo ne’ Cuori
chiusura di Palazzo Madama. Alla votazione, svolta a scrutinio segreto, sulle leggi razziali presero
parte 164 senatori, i voti contrari furono nove. Al voto non parteciparono i nove senatori ebrei
cercando di non attirare su di sé la vendetta di Mussolini che, informato della possibilità che
alcuni senatori ebrei potessero prendere la parola, avrebbe risposto “Appurare ma lasciar fare.
Peggio per loro. È un modo per risolvere la faccenda”.
Questo era lo stato delle cose nel parlamento italiano di cui Celio Rabotti era deputato.
Quindi, alla domanda “Celio Rabotti votò contro, si palesò contrario in parlamento?” La risposta è
no.
Ma facciamo anche l’altra domanda, quella vera che conclude i ragionamenti: “Qu anti in Italia si
esposero contro le leggi razziali?”
La maggioranza dei cittadini, anche quelli espatriati, tollerarono o approvarono la soppressione
dei diritti civili di una minoranza ritenuta diversa.
Nel 1943 la soppressione divenne fisica, e ancora una volta nessuno si mosse per fermarla.

Perecuzione degli ebrei: la circolare di Buffarini-Guidi


“complicità nell’assassinio di dieci reggiani inermi”
La mozione recita: “… La sua risolutezza nell’organizzare la confisca dei beni di dieci cittadini
reggiani di etnia ebrea, e al successivo internamento, deportazione nel campo di sterminio di
Auschwitz, da cui conseguì morte immediata all’arrivo, nelle camere a gas, il giorno 26 febbraio
1944”.
E a seguire: “La complicità nell’assassinio di dieci cittadini italiani di religione ebraica, residenti in
Reggio e provincia”.
E ancora: “… infine perché come commissario prefettizio di Reggio Emilia emise ordinanza per il
sequestro dei beni, e favorì l’arresto, l’internamento e la successiva morte nelle camere a gas”.
Durante la discussione in aula consigliare il consigliere Davoli afferma che:
“Questo signore a ottobre – novembre ha firmato l’ordinanza per il sequestro, anzi prima per
l’obbligo di denuncia di tutti i beni mobili e immobili per quanto riguardava i cittadini ebrei residenti
nel reggiano con particolare riferimento, scrive, ad opere d’arte, gioielli, beni preziosi. Man mano
che i pochi ebrei che non sono fuggiti… presentano questo elenco in prefettura vengono arrestati.
Altri verranno arrestati a casa. C’è l’episodio della Finzi per esempio che è stata avvisata dal
maresciallo dei carabinieri di non presentarsi, di scappare, e lei invece va in caserma e dice “ma
perché devo scappare? Io non ho fatto niente.” Purtroppo quando va in caserma c’è il
comandante della milizia che la fa arrestare immediatamente e finirà ad Auschwitz.”
Il consigliere Davoli su Rabotti inoltre aggiunge: “Poi c’è la Repubblica sociale e viene
immediatamente nominato direttamente dal ministro degli interni Buffarini-Guidi, proprio per la sua
fedeltà al regime, Commissario Prefettizio. E si distingue subito per i cosiddetti atti di bontà:
impone agli ebrei di segnalare tutti i loro beni, che poi glieli confiscano, e li arresta, è autorità unica
sulla piazza più importante decide che vengano arrestati, portati a Fossoli e di lì ad Auschwitz”.
Ma niente di quanto detto e scritto corrisponde al vero.
L’arresto degli ebrei non era competenza dei Podestà, o meglio ancora dei Commissari prefettizi
come vennero chiamati con l’avvento della RSI, i quali erano sì tutti di nomina del ministero degli
Interni in quanto graditi, e non solo Rabotti.
L’arresto e la detenzione in campi di concentramento è una decisione del Ministro Buffarini-Guidi
tramite ordinanza telegrafica del 1/12/1943 a tutti i Capi Provincia.
Il testo dice:
N.5 Comunicasi, per la immediata esecuzione, la seguente ordinanza di polizia che dovrà essere
applicata in tutto il territorio di codesta provincia:
“”I° tutti gli ebrei, anche se discriminati, a qualunque nazionalità appartengono, e comunque
residenti nel territorio nazionale debbono essere inviati in appositi campi di concentramento. Tutti i
loro beni, mobili ed immobili, debbono essere sottoposti ad immediato sequestro, in attesa di
essere confiscati nell’interesse della Repubblica Sociale Italiana, la quale li destinerà a beneficio
degli indigenti sinistrati dalle incursioni aeree nemiche.
2° Tutti coloro che, nati da matrimonio misto, ebbero, in applicazione delle leggi razziali italiane
vigenti, il riconoscimento di appartenenza alla razza ariana, devono essere sottoposti a speciale
vigilanza degli organi di polizia.””
Siano intanto concentrati gli ebrei in campi di concentramento provinciali in attesa di essere riuniti
in campi di concentramento speciali appositamente attrezzati
IL MINISTRO BUFFARINI – GUIDI
A questa ordinanza seguì il 3/12/1943 una circolare riservata urgente della Questura di Reggio
Emilia indirizzata ai Comandi compagnie interna ed esterna dei Carabinieri, all’ufficio P.S. ferrovia,
alla milizia ferroviaria, alla squadra politica. In essa si riprendevano le disposizioni del Ministero
degli Interni oltre a dettagliarne le modalità.



Celio Rabotti fu invece l’autore di un’altro decreto dell’11/12/1943, che contrariamente a quanto il
consigliere Davoli ha affermato, non disponeva affatto il sequestro di beni mobili e immobili, bensì
l’inventario auto-redatto delle opere d’arte e dei gioielli posseduti e sotto sequestro già da
ordinanza nazionale del Ministro e da circolare provinciale del Questore.
Il testo dice:
Municipio di Reggio Emilia
N.17696 di P.G. lì 11 Dicembre 1943 – XXII
Oggetto requisizione delle opere d’arte di proprietà ebraica.
Per vostra opportuna norma Vi informo che con provvedimento in corso è stato disposto il
sequestro di tutte le opere d’arte appartenenti ad ebrei, anche se discriminati, o ad istituzioni
israelitiche. Per opere d’arte si intendono non solo le opere d’arte figurativa (pittura, scultura,
incisione, ecc.) ma anche le opere d’arte applicata, quando, per il loro pregio, non possono essere
considerate oggetti di uso comune.
I proprietari o i detentori dei beni sottoposti al sequestro, dovranno presentare entro le ore 12 di
domenica 19 corr. mese una denuncia per iscritto in duplice esemplare a questo Comune –
Segreteria Generale- che provvederà ad inoltrarla, tramite la locale Prefettura, al Sopraintendente
alle Gallerie di Modena.
Dalla denuncia dovrà risultare:
1) la qualità delle opere, ed una sommaria descrizione;
2) l’autore di esse, ove sia noto;
3) la località ove l’opera è attualmente conservata.
Una copia della denuncia dovrà essere restituita all’interessato, con il timbro dell’Ufficio ricevente;
essa costituirà la prova dell’ottemperanza alla legge sul sequestro.
Le disposizioni relative al sequestro delle opere d’arte, si intendono anche alle collezioni di oggetti
di antichità, alle raccolte numismatiche, alle raccolte di cimeli e in genere alle cose di cui alle
lettere a), b) ed e) dell’art. 1 della Legge 1 giugno 1939, n. 1089, sulla tutela delle cose di interesse
artistico e storico.
Il Commissario Prefettizio
(C. Rabotti)


Scrive Antonio Zambonelli, già direttore di Istoreco:
“Ma quando, il 13 dicembre successivo, il vigile urbano del comune di Reggi Emilia Dino Guidetti
compì un veloce giro per consegnare il decreto di requisizione delle opere d’arte di proprietà
ebraica alle ventinove famiglie israelite residenti nel territorio comunale, ne trovò presenti soltanto
dieci.
I componenti di alcune erano già stati arrestati, altri, come già accennato, prevedendo il
precipitare degli eventi, si erano già allontanati dalla città fin dall’inizio dell’occupazione germanica.
Nel giro di pochi giorni, a partire dal 5 dicembre, i sette ebrei del comune di Reggio presenti al
proprio domicilio erano stati tratti in arresto. Vi si aggiunse Lucia Finzi di Correggio. Infine anche
Benedetto Melli e la moglie Lina Jacchia vennero arrestati alla frontiera e trasferiti a Reggio in stato
di detenzione”.
Dall’elenco dei beni sequestrati infine risulta: il negozio in Via Emilia San Pietro dei coniugi Melli
era privo di merce, la parte di casa ad uso abitazione in via Monzermone 6 dal valore di L. 373
della vedova Ravà e le figlie, il podere di 50 biolche a San Prospero Strinati delle sorelle Corinaldi
condotto a mezzadria con i fratelli Bigi.
Per riassumere, si può affermare quindi che Rabotti non ebbe parte in causa nell’arresto, nella
detenzione, nel trasferimento ad Auschwitz e nell’assassinio dei dieci ebrei reggiani, e per quanto
riguarda il sequestro dei beni lui si limitò a disporne l’inventario da parte degli stessi ebrei. Inoltre,
l’ordine di comunicare detto inventario non è causa o origine di arresti poiché le persone arrestate
furono prelevate nelle loro abitazioni, o arrestate alla frontiera, o, nel caso della signora Lucia
Finzi, trattenuta in caserma a Correggio dai Carabinieri. Infine, 8 su 10 di questi arrestati erano
nullatenenti, quindi non detenevano opere d’arte o preziosi.
E’ doveroso ricordare inoltre che altri 12 ebrei di origine libica in confino a Castelnovo ne’ Monti
vennero arrestati, furono rinchiusi in altro campo di concentramento e tutti si salvarono.


Altre affermazioni del consigliere Davoli in aula consiliare
“Tutto assieme (n.d.r.: si riferisce alla stampa locale che a suo parere dà informazioni inesistenti
sul suo conto e non riporta i suoi comunicati), compreso le telefonate che ho ricevuto da noti
massoni che vivono a Castelnovo Monti, con minacce velate, mi fanno pensare che stranamente
questo personaggio sia tutelato in tutti i modi, anche iperbolici.”
Non abbiamo commenti da fare al riguardo.
Nel merito della testimonianza a favore di Celio Rabotti redatta da Margherita Valli, interprete negli
anni 1944-1945 per la Platzkommandantur di Reggio Emilia, il consigliere Davoli dice:
“Questa signora è l’interprete che le S.S. di stanza a Reggio pagano, pagavano, per tradurre. Cosa
dice questa signora che assiste agli interrogatori dei partigiani torturati: “ Ma no, è una brava
persona, Andava a lavorare anche con la febbre. Si dava da fare. Faceva arrivare la tessera
onoraria a uno all’altro. Io vi chiedo onestamente se una testimonianza di questo tipo sia
attendibile. Io credo che se avessero chiesto a questa signora: “Ma lei cosa ne pensa di Adolf
Hitler?” “Oh” dice “è un vegetariano, non è un sanguinario perché è un vegetariano, poi ama i
cani! Ha un pastore tedesco, lo accarezza spesso, accarezza i bambini. E’ una brava persona. Io
scommetto che avrebbe detto lo stesso di Adolf Hitler. E questa è la testimonianza che mi si porta
dicendo che è una brava persona.”
Occorre ricordare che il Platzkommandantur di Reggio Emilia era un ufficio amministrativo che
trattava pratiche burocratiche, dipendente dal comando di Parma, in esso non vi erano S.S. come
anche non vi erano in altri luoghi reggiani, e non venivano eseguite torture. Il resto, ovvero come è
stata derisa la dottoressa Valli e insinuato sulla sua attendibilità è oggetto del giudizio di chi legge.
“Poi c’è questo episodio, sì del Maggio, quando viene chiamato, molto strano, io ho avuto
informazioni su quel signore che lo chiama però a questo punto direi che l’affiliazione massonica
ha giocato. A lui non succede nulla, il suo successore, che c’è stato solo venti giorni, Miselli, viene
arrestato, portato in carcere, minacciato eccetera, fino a quando verrà rilasciato. Questo signore
invece, Celio Rabotti, il nostro concittadino, non farà un giorno di galera.”
Celio Rabotti si iscriverà alla massoneria nel 1966 e del fatto citato si darà conto nel capitolo
successivo, dove si richiama il rispetto che venne portato a Rabotti dai protagonisti della
Liberazione.
“Poi cosa succede: lascia Reggio Emilia, va a Brescia, e parliamo del primo dopo guerra in cui tutti
erano poveri, e improvvisamente si trova ad avere dei grandissimi fondi e cosa fa? Fa partire quella
che diventerà la CIPZOO che molti conoscono, il più grosso allevamento italiano che fornirà
pulcini a tutti gli allevamenti italiani. Diventa talmente grande negli anni, settore avicolo, cereali,
settore suinicolo, settore bovino, che verrà venduta credo negli anni 80 ad una multinazionale
americana”.
Sulla testata web locale Redacon, il sig. Umberto Casoli risponde al consigliere Davoli con due
commenti che smentiscono sia il collegamento di Celio Rabotti e del figlio con la succitata
CIPZOO, sia lo stato di ricchezza accreditatogli:
“Celio Rabotti non c’entra nulla con la CIPZOO di Brescia che è stata fondata da Paolo Rabotti,
figlio dell’ing. Learco Rabotti che aveva altri due figli (Paola e Cicci).
Celio aveva un solo figlio di nome Corrado.
È tutto molto semplice: basta sapere le cose!
Umberto Casoli”
A lui risponde il consigliere Davoli che mostra di conoscere l’interlocutore perché lo chiama
Professore, e torna ad alludere agli ingenti capitali di Rabotti, chiedendosi se provengono da una
vincita al lotto.


Non si fa attendere la replica di Umberto Casoli:
“Ripeto che Paolo Rabotti era figlio dell’ing. Learco, residente a Brescia in quanto direttore di un
importante stabilimento metalmeccanico dalla fine della prima guerra mondiale. Celio non era
fratello di Learco quindi non era zio del fondatore della CIPZOO che poteva contare su importanti
finanziamenti propri della città. Per rispetto della verità aggiungo che non mi risulta che Celio
Rabotti disponesse, dopo la guerra, di ingenti ricchezze tanto che a Coviolo (dove visse dopo il
’45) venne spesso raggiunto e sostenuto da aiuti economici e alimentari provenienti da un vecchio
amico castelnovese.
Con questa breve nota termina la mia partecipazione ad un dibattito che non mi avvince.
Umberto Casoli”


Ecco infine la parte terminale del discorso del consigliere Davoli:
“Sono stato, e lo dico …, e spero non sia vero, ma mi viene detto da un esponente della sinistra
locale che ha lavorato nel settore, che qui si conosce bene cos’ha fatto Rabotti, da parte di chi lo
conosceva veramente bene, e tutti sanno perché aveva questi fondi, e questa è un’altra domanda
che vi dovreste fare, dopo il sequestro alle famiglie ebree. Queste famiglie non possono più
protestare o testimoniare, sono tutti morti. Dopo ci sono dei segreti anche inconfessabili, che non
si possono riportare qua perché sono stati detti anche in camera caritatis, ma ci son stati degli
accordi, anche finanziari, con alcuni esponenti anche della Resistenza, e sarebbe bene, sarebbe
bene, che queste cose uscissero perché questa non è la storia astratta dei libri. Abbiamo un uomo
a Castelnovo ne’ Monti che si è reso complice prima della persecuzione e poi dell’assassinio di
queste persone. E voi volete far finta di niente? Andate a commemorare le pietre d’inciampo di
queste persone che sono state uccise e vi dimenticate di questo assassino? Io mi vergogno per
voi. Comunque la coscienza non ve la posso dare, fate come volete, io questa mozione, questa
volta non la ritiro, ovviamente, e voglio vedervi in faccia quando voterete contro”.
Con questo affondo il consigliere Davoli si è guadagnato la presente ricerca, che speriamo serva a
lui per chiedere scusa a tutti coloro ha recato offesa.

La galleria dei sindaci di Castelnovo Monti


Un altro punto di vista sulla figura di Rabotti
Celio Rabotti fu un fascista convinto e un uomo di potere, seppur locale, con prestigio nazionale
dovuto alla sua carica di onorevole del Regio parlamento.
Niente di cui andar fieri nell’attualità del dopoguerra, anzi, molto da biasimare.
Ma di lui emergono anche giudizi, aneddoti, testimonianze che lo riscattano dal punto di vista
umano e di amministratore.
Andiamo per ordine.
Da un testo redatto dallo stesso Rabotti apprendiamo che intervenne per limitare i danni a
Pasquale Marconi, allora Podestà di Castelnovo ne’ Monti, che abbracciò uno ad uno gli ebrei
libici in confino a Castelnovo mentre venivano caricati su un pullman; le conseguenze si limitarono
alla sua rimozione dalla carica.
Sempre da Pasquale Marconi fu tributato il ringraziamento al Podestà Rabotti il 25 febbraio 1933
con lettera autografa, per quanto fatto per portare l’acqua a Castelnovo con la costruzione del
nuovo acquedotto. In precedenza, nel 1931, aiutò la costruzione dell’ospedale procacciando un
mutuo di 700.000 lire.
Le vicende con Marconi si intrecciano ancora quando su sua richiesta favorisce l’incontro di
Pasquale con il figlio Emilio che si nascondeva presso una famiglia fidata nella bassa reggiana:
Rabotti mandò il suo fidato autista e un vigile urbano altrettanto fidato e non iscritto al partito
fascista a prelevarlo e portarlo a Viano dove il padre lo attendeva. In seguito lo stesso Emilio
avvertì Rabotti nell’aprile del 45 dell’arresto del padre ad opera dei tedeschi e lui intervenne con
esito positivo presso il colonnello Dollmann.
Infine nel dicembre del 1944 Rabotti si incontrò con i partigiani presso la canonica di Viano per
uno scambio di prigionieri: Dino Soragni – Muso, comandante dei GAP di Reggio Emilia, in favore
di un ufficiale austriaco. In precedenza la mediazione fu condotta a Baiso presso la canonica del
cugino Monsignor Filippo Rabotti. La delegazione partigiana in entrambi i casi era composta da
Pasquale Marconi e Osvaldo Salvarani.
Il 1° maggio del 1945, sei giorni dopo la Liberazione, Rabotti camminava liberamente a
Castelnovo affiancato dal giovane esponente socialista Sergio Rivi, quando passando nei pressi
del palco di una manifestazione sportiva fu invitato da Virgilio Camparada a salire, chiamandolo
con il titolo di Onorevole. Camparada era vicepresidente del CLN provinciale ed esponente del
Partito d’Azione.
Appare evidente che Rabotti venne considerato dalla parte dei liberatori come uomo del dialogo e
quindi riferimento per i rapporti che anche in una guerra civile occorre avere con la controparte.
Concludiamo con la testimonianza della dottoressa Margherita Valli derisa dal consigliere Davoli,
lasciando a ciascuno la libertà di scegliere a chi prestar affidamento.
“Ho accettato l’invito dell’amico Prof. Ugo Bellocchi a scrivere queste righe anzitutto per ricordare
la figura di un grande Reggiano, l’allora Podestà Celio Rabotti, il quale, in quei tempi difficili, sia
nella sua qualità di Podestà di Reggio, sia in quella di Ispettore della montagna, non si è mai
risparmiato per il bene dei suoi concittadini.
Veniva al comando tedesco, scriveva, telefonava, aveva sempre qualcuno da aiutare. Anche in
quel periodo in cui fu molto ammalato, assai dimagrito, non risparmiò mai se stesso. Io non
ricordo episodi particolari, anche perché non gli ho mai fatto da interprete: ricordo però che alla
fine della guerra io andavo dicendo che i Reggiani avrebbero dovuto fare al Podestà Rabotti un
monumento più alto della torre del Bordello, per i suoi meriti.
Non ha mai fatto il cortigiano ai tedeschi (come faceva certa gente, che veniva a sfoderare le
tessere del ’20 e del ’21), ha sempre svolto il suo lavoro con grande rettitudine. Un giorno risposi
io al telefono: “Signorina Valli, dica al dott. KRIEGER, una povera donna, un caso pietoso …”.
Quante lettere sue ho tradotto con casi pietosi!”.
Noi, da parte nostra, crediamo che l’accanimento verso un personaggio della storia di 80 anni fa
non abbia un senso razionale.
Gruppo consiliare Castelnovo ne’ Cuori

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4 risposte a Una ricerca “assolve” Celio Rabotti deputato fascista, podestà di Castelnovo Monti e commissario Rsi di Reggio
“Insensata la rimozione dalla galleria dei sindaci”

  1. Alessandro Raniero Davoli Rispondi

    28/02/2022 alle 19:49

    COME IMMAGINAVO, DOPO LE PRESSIONI DI CONOSCENTI MASSONI, DEL MURO DI GOMMA DELL’AMMINISTRAZIONE BINI CHE HA MANCATO ALLA PAROLA DATA, ALL’ACCORDO POLITICO DI MAGGIO 2021, CON IL QUALE MI CHIESERO DI RITIRARE LA MOZIONE PER FARE UNA RICERCA STORICA TRAMITE ISTORECO, POI MAI SVOLTA. DOPO L’INTERVENTO DI NOSTALGICI FASCISTI, LA CENSURA O LA MANOMISSIONI DELLE MIE DICHIARAZIONI, ECCO PUBBLICATA UNA COSIDETTA RICERCA STORICA, CHE ISTORECO E AMPI, IMBARAZZATE, NON HANNO VOLUTO FARE.
    GRAZIE ALLA NADIA VASSALLO, CONSIGLIERE DELLA “MAGGIORANZA DI COMPLEMENTO”.

    Ricerca condotta da nostalgici fascisti? O da simpatizzanti massoni? Sono convinto sempre più che un uomo (vale anche al femminile), onesto e libero non può essere massone. Oggi ne ho avuto una ulteriore prova.
    Alessandro Raniero Davoli
    Consigliere comunale, capogruppo CASTELNOVO LIBERA

  2. Gianni Rispondi

    01/03/2022 alle 09:25

    E’ mai possibile che il signor Davoli quando perde l’elezione gridi al broglio elettorale e ora che la ricerca storica gli dà torto lui scorga in essa trame massoniche e fasciste?
    Lui chiedeva la ricerca e noi l’abbiamo fatta.
    La ricerca non si basa su opinioni o insinuazioni come il signor Davoli ha mescolato e sparso a piene mani anche durante la seduta del consiglio comunale, nella ricerca ci sono documenti che attestano in modo chiaro i fatti: i verbali della commissione P2 dichiarano non esserci alcuna relazione fra logge riservate e P2 o trame eversive, sono le circolari del Ministro dell’Interno e della questura che ordinano l’arresto degli ebrei e il sequestro dei beni e non il decreto di Rabotti per l’inventario in duplice copia degli oggetti d’arte sequestrati che gli stessi proprietari dovevano redigere.
    Noi non simpatizziamo per il fascismo, non siamo massoni, siamo una lista civica che ogni tre per due ha subito le insinuazioni offensive del signor Davoli, l’ultima delle quali è quella contenuta in questo suo commento, e la precedente è stata fatta in consiglio comunale con l’esortazione di vergognarci perché privi di coscienza.
    Noi francamente non capiamo come si possa fare stalkeraggio di un personaggio storico e ancor meno capiamo come si possa non prendere atto dalla ricerca pubblicata che gran parte delle cose scritte e dette sono sbagliate e offensive.
    L’onestà intellettuale imporrebbe le scuse e invece si persevera con l’aggressione verbale.

    Gianni Marconi

  3. Daniela Baroni Rispondi

    01/03/2022 alle 11:15

    E’ stata svolta una ricerca storica a titolo del tutto gratuito da un gruppo Consigliare di minoranza (specifico che la documentazione recuperata è consultabile in archivi pubblici da qualsiasi cittadino dotato di tempo e interesse).
    E’ stata fatta una ricostruzione degli eventi utilizzando tali documenti.
    La storia è ricostruzione di eventi e non è verità assoluta, nulla vieta di approfondire ulteriormente la tematica e apportare nuovi elementi.

    A che scopo quindi attribuire etichette di appartenenza a persone per questa questione?

    Propongo invece a chi ha interesse ad approfondire tale argomento di farsi carico personalemnte della “fascicolazione-raccolta” di tutti i documenti reperiti dai vari cittadini o enti, delle testimonianze ricevute, dei documenti non ufficiali rintracciabili, etc che possano portare nel tempo ad una seria analisi storica quanto più possibile veritiera.

    La storia non va cancellata e dovrebbe servire alle generazioni future per non ripercorrere determinate strade (questo purtroppo non sempre accade ma almeno bisogna far dei tentativi).

    Saluti Daniela Baroni

  4. Alessandro Raniero Davoli Rispondi

    01/03/2022 alle 19:23

    Vorrei rispondere, per quanto possibile pacatamente, al signor Gianni Marconi, già candidato, ma non eletto, nella lista Castelnovo né Cuori, emanazione delle Cicogne di Montagna, comitato al quale io stesso avevo dato il mio appoggio, sottoscritto la mia firma. Comitato costituito per riaprire il Punto Nascite, il reparto Maternità dell’Ospedale Sant’Anna, chiuso dal governatore Stefano Bonaccini nel 2017.
    La lista capeggiata dalla portavoce delle Cicogne, Nadia Vassallo, (scarso però il risultato elettorale del maggio 2019, meno della metà dei voti della lista che io rappresento), la ricerca “storica” è condotta, così si afferma, da alcuni del comitato elettorale che avrebbero preparato l’articolo sul podestà fascista, massone e commissario prefettizio Celio Rabotti.
    La mozione presentata per la prima volta ad aprile del 2021 in aula a Castelnovo Monti, dal M5S e dal mio gruppo consiliare, chiedeva con forza di appurare la verità sul podestà fascista Celio Rabotti, tramite ricerca storica, da far eseguire dall’Istituto pubblico ISTORECO, (Istituto per la Storia della Resistenza e della Società contemporanea), e non da dilettanti come mi pare sia Marconi.
    Il dibattito in consiglio comunale si era concluso, concordando il ritiro della mozione, (maggio 2021) con l’impegno dell’Amministrazione di Castelnovo Monti di interessare ISTORECO e, (a scopo didattico), gli studenti delle scuole superiori, a svolgere una ricerca sulla figura controversa del castelnovese Celio Rabotti, da concludersi entro novembre, dicembre 2021.
    Per essere pronti alla celebrazione della giornata della memoria del 27 gennaio 2022. Con scuse inaccettabili, la ricerca non è stata fatta. E l’impegno politico preso in consiglio comunale, non al bar!, non è stato rispettato. Tanto vale la parola di un’amministrazione PD.
    Nel frattempo altri fatti singolari sono accaduti, telefonate e incontri con “simpatizzanti” massoni e “nostalgici” più o meno velati del Ventennio fascista, mi hanno dato da pensare.
    Testimonianze pubblicate a favore del Rabotti, come quella dell’interprete che aveva lavorato per la 1º SS-Panzer-Division, “Leibstandarte SS Adolf Hitler” (reparti SS corazzati presenti a Reggio Emilia dopo l’8 settembre 1943), pagata dalla Wermacht, (l’esercito occupante tedesco) e generiche “voci” di paese che descrivevano il podestà fascista Celio Rabotti come un “buono”, apparivano perlomeno dubbie se non inattendibili.
    Miei post sulla mia pagina Facebook, presi e distorti, virgolettando sui giornali frasi non mie e rifiutando la pubblicazione di qualunque mio comunicato, compresa una intervista di un corrispondente locale. Censura totale.
    La reazione rabbiosa di storici di “destra-destra” o di fascisti convinti, oltre che ripeto di riconosciuti massoni, sia del GOI che dell’Obbedienza massonica di Piazza del Gesù, la Gran Loggia d’Italia degli ALAM, mi hanno fatto riflettere a quanto ancora questi signori ritengano importante difendere a tutti i costi la memoria di Celio Rabotti, morto nel 1974. Accostare la massoneria, ancorché fosse l’obbedienza di Piazza del Gesù, che fu dichiaratamente filofascista, alla persecuzione degli ebrei in Italia è ancora un tabu.
    Il gotha del fascismo era allora formato da massoni della Gran Loggia d’Italia degli ALAM, Gran Maestro Raul Palermi: Dino Grandi, Italo Balbo, Giuseppe Bottai, Ulisse Igliori, Curzio Malaparte, Michele Bianchi, Cesare Maria De Vecchi, Emilio De Bono, Attilio Teruzzi e Achille Starace … in totale oltre 267 i parlamentari fascisti affiliati, “fratelli” nelle varie obbedienze massoniche italiane. Il PNF, Partito Nazionale Fascista dovrebbe a ragione essere rinominato PNFM, Partito Nazionale Fascista Massone !
    Lo stesso D’Annunzio, in odore di massoneria, scrisse col sindacalista e massone Alceste De Ambris la Carta del Carnaro per Fiume e ammise: “Senza l’appoggio incondizionato della massoneria, l’impresa di Ronchi non avrebbe potuto raggiungere il suo obbiettivo”. Partecipò alla sanguinosa e infame impresa di Fiume, il legionario, il fascista della prima ora, il maggiore Celio Rabotti, “massone e fascista”, anzi fascistissimo come sarà per tutto il Ventennio.
    Innegabile il suo voto favorevole alle infami leggi razziali, come membro del parlamento, partito unico fascista, e poi nominato membro della Camera dei Fasci e delle Corporazioni … a Castelnovo Monti però deve essere ricordato come “un fascista buono”. Sua la firma sulla circolare con la quale si chiedeva l’elenco dei beni, (in vista del sequestro) alle 29 famiglie ebree di Reggio Emilia … (un uomo buono appunto …)
    Questo accanimento nella difesa della memoria del “fascista buono” che buono proprio non fu, è interessante, e pone interrogativi forti assieme al silenzio imbarazzato di ISTORECO e ANPI.
    I dieci cittadini reggiani assassinati nelle camere a gas di Auschwitz, il 26 febbraio 1944, e poi inceneriti nei forni crematori, “passati per il camino” non hanno voce: Ada, Bice, Olga Corinaldi, Lucia Finzi, Lina Jacchia Melli, Benedetto Melli, Beatrice Ravà Rietti, Ilma Rietti, Iole Rietti, Oreste Sinigaglia.
    Paolo Pigoni, Luca Maioli e Alessandro Raniero Davoli hanno voluto prestare la propria voce a loro, una voce e un ricordo. Abbiamo voluto parlare della loro storia, rendendo loro onore all’interno dell’aula consiliare di Castelnovo Monti, 78 anni dopo la loro persecuzione e uccisione, iniziata nel 1938 e conclusa in atroce agonia il 26 febbraio 1944.
    Di fronte all’aula consiliare vi è la foto di Celio Rabotti, colui che votò le nove infami leggi razziali contro di loro, colui che, a capo della città di Reggio Emilia, burocrate complice, diede corso alla persecuzione e agevolò il loro arresto … complice di assassini, complice attivo di boia fascisti e nazisti. Quegli ebrei non si arrestarono da soli, non salirono di loro volontà nei carri bestiame del treno che li deportò, non si incenerirono da soli …
    Non tutti gli italiani furono “brava gente”, non certo il podestà, commissario prefettizio, massone, Celio Rabotti.
    Questa verità da fastidio, la si vuole censurare? E’ evidente il tentativo, ed è criminale …
    Questa la mia opinione.
    Per quanto riguarda infine al suo accenno, signor Gianni Marconi, alla mia denuncia per brogli elettorali alle elezioni amministrative, denuncia documentata con testimonianze, depositata a giugno 2019 presso la Procura della Repubblica di Reggio Emilia, (allora purtroppo retta dal procuratore capo Marco Mescolini, poi rimosso d’autorità dal CSM per la nota vicenda Palamara – deputati PD Lotti e Ferri), nulla si è più saputo.
    Vien da pensare che sia stata fatta volutamente sprofondare sotto decine di fascicoli polverosi … nel luogo dove finiscono istanze “scomode” per il sistema attuale, politico, affaristico, “criminale e massonico” che tanto potere ha nella nostra provincia.
    A proposito, anche il boss Nicolino Grande Aracri è affiliato alla massoneria, lo sapeva? …. ha presente l’inchiesta Aemilia, la ndrangheta, i politici del PD a dire che qui non c’è mafia, che qui abbiamo gli anticorpi, dalla presidente della provincia Sonia Masini ai segretari del PD che hanno comprato casa dai boss, al sindaco Luca Vecchi, che a sua insaputa, certo, ha perso le fatture della casa, alla sua signora, nipote di un defunto killer di ‘ndrangheta, il fratello del nonno sopranominato “Il Feroce”, a Graziano Del Rio che va a Cutro per la Festa del Santo Crocefisso e non ricorda a casa di chi ha dormito …?
    Tutto si tiene: il fascista massone Celio Rabotti “è un buono”, il boss di mafia è un massone, i politici massoni non vedono o non ricordano, la Procura ha il capo scelto dalla politica … e comunque Davoli “fa stalking ad un personaggio storico … massone”
    (Che dopo essere stato assolto dalle false accuse di stalking e molestie della signora Masini ora mi si voglia fare un processo per stalking del fascista massone Rabotti … ?)
    Ma di queste cose lei Gianni Marconi non vuole certo sentir parlare, non si tratta delle granaglie dei mangimi della cooperativa di sinistra, dei quali lei era un esperto rappresentante commerciale, ora in pensione.
    Lei certamente le elezioni le ha perse signor Marconi, non essendo nemmeno stato eletto, più che cicogna dall’ala rotta, mi pare diventato un uccello alleato della maggioranza PD: in fondo è la sua antica casa di provenienza.
    Se ne stia bene, tanti cari saluti … uhm … compagno o fratello?

    Saluti ai lettori,

    Alessandro Raniero Davoli
    Consigliere comunale, capogruppo, CASTELNOVO LIBERA
    Consigliere Unione Montana, gruppo Lega-Fratelli d’Italia

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