Il mistero Maria Fresu e 36 anni di intrighi
Qualcuno fece sparire due cadaveri
Perchè va riscritta da zero la storia della strage di Bologna

DI GIAN PAOLO PELIZZARO E GABRIELE PARADISI

Gabriele Paradisi
Gian Paolo Pelizzaro

18/1/2022 – Non c’è. Non si trova. È sparita. Il suo nome non è fra quelli dei feriti ricoverati in ospedale. Il suo corpo è introvabile, non giace in nessun obitorio. Dopo l’esplosione dell’ordigno nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione di Bologna, lei è praticamente svanita nel nulla.

Fra le macerie dello scalo ferroviario distrutto dalla bomba troveranno soltanto la sua carta d’identità, qualche indumento, un borsone da viaggio e una valigia. Sparita anche la sua borsetta. Dal giorno in cui i suoi genitori hanno ritrovato e riconosciuto il corpo straziato della nipotina Angela, per gli inquirenti lei – la mamma della piccola – è ufficialmente (e misteriosamente) dispersa.

Questa è l’incredibile e tragica storia di Maria Fresu, una giovane mamma di 24 anni residente a Montespertoli, in provincia di Firenze, ma oriunda di un paesino sardo della comunità montana Monteacuto nel sassarese, che quel sabato 2 agosto 1980 si trovava alla stazione di Bologna con sua figlia di tre anni e due amiche, in attesa di partire in vacanza.

Maria Fresu con la figlioletta Angela

Agosto 1980. I parenti di Maria Fresu sono disperati. Non capiscono cosa stia accadendo. Vengono sballottati a destra e a manca, ma non hanno nessuna notizia, nessuna traccia. Nessun aiuto. Nessuna informazione attendibile. Nulla di credibile. Tante ipotesi. Alcune oltre l’inaudito. Molte chiacchiere di corridoio e anche raccapriccianti pettegolezzi di alcuni anonimi avvoltoi che sospettavano un ruolo attivo della giovane madre nell’attentato, arrivando addirittura a ipotizzare il macabro sacrificio della figlia per amore nei confronti di un misterioso personaggio.

Bologna, la ricerca dei cadaveri

La Procura di Bologna, i carabinieri e la polizia non sanno che pesci prendere, ma – soprattutto nelle prime settimane – sembrano paralizzati dall’incredibile fatto che la donna risulta irreperibile. Non si trova il suo corpo, non si sa che fine abbia fatto. È morta nell’esplosione? È viva e vaga senza memoria? Si è resa irreperibile dopo l’attentato? L’hanno fatta sparire? Eppure, nonostante la singolarità e l’enormità del caso, nessuno sembra volerla cercare veramente. Trascorrono i giorni e di Maria Fresu non c’è più nessuna traccia, tranne quella lasciata nella memoria di una sua amica poco prima dello scoppio della bomba. A parte qualche verifica di rito, qualche ricerca sbadata, nessuno indaga seriamente sull’incomprensibile sparizione di quella giovane mamma.

Maria è sparita.

La storia della strage del 2 agosto 1980 va riscritta da zero.

Partendo proprio da qui…

«Sussiste il rischio che i poveri resti della donna siano rimasti tra le macerie. Per ora posso solo dire che con la collaborazione dell’Autorità Militare, che ha messo a disposizione mezzi tecnici e uomini, è in corso un accuratissimo setacciamento dell’enorme cumulo di macerie».

Rispondeva così Luigi Persico, sostituto procuratore della Procura della Repubblica di Bologna, nel primo pomeriggio dell’8 agosto 1980, durante il consueto incontro con la stampa, alle domande dei cronisti che volevano sapere che fine avesse fatto Maria Fresu, madre della piccola Angela di soli tre anni, trovata senza vita nella stazione devastata dall’esplosione di sei giorni prima.

La conferenza stampa del magistrato era di appena due giorni dopo il rito funebre celebrato nella Basilica di San Petronio a Bologna per una parte delle vittime durante il quale sfilò anche la tragica bara bianca della piccola Angela. La notizia di quel candido feretro, allineato insieme ad altri sette vicino all’altare maggiore della chiesa, e della misteriosa sparizione della mamma fece il giro del mondo. Ne riferirono anche le cronache dei funerali pubblicate in Spagna sul El Pais, in Austria sul Neue Tiroler Zeutung e negli Stati Uniti sul Daily American.

Maria, nata a Nughedu di San Nicolò nel sassarese il 6 febbraio del 1956 e poi emigrata con tutta la numerosa famiglia in Toscana, più precisamente a Montespertoli in provincia di Firenze, era insieme alla sua bambina di tre anni alla stazione di Bologna quella mattina di sabato 2 agosto 1980 in compagnia di due amiche, in attesa di prendere il treno per recarsi qualche giorno in villeggiatura a Rovereto, in Trentino.

Nella stessa mattinata dell’8 agosto, Silvana Ancillotti – l’amica di Maria Fresu e Verdiana Bivona, quest’ultima rimasta uccisa insieme alla piccola Angela – sopravvissuta all’esplosione, non era più in prognosi riservata all’Ospedale Maggiore.

«Non sa ancora – scriveva il cronista dell’Ansa – la terribile notizia della morte delle due sue amiche (Maria Fresu, appunto, con la figlia, e Verdiana Bivona, anche questa fra le vittime), con le quali doveva trascorrere qualche giorno di serena vacanza sul Lago di Garda. “Come stanno le altre?”, chiede ogni tanto ad infermieri e medici e visitatori. Nessuno ha avuto ancora il coraggio di darle la triste notizia».

I vertici della Procura della Repubblica di Bologna spingevano per avvalorare l’ipotesi che Maria Fresu era stata fatta a pezzi dalla bomba e che i suoi resti sarebbero poi finiti nelle oltre 250 tonnellate di macerie rimosse dalla stazione e trasportate in un’area demaniale denominata Prati di Caprara, nella periferia di Bologna a poca distanza dall’Ospedale Maggiore, utilizzata dal Genio Militare.

«Si cerca fra le macerie depositate in un cortile dell’Esercito – scriveva l’Ansa l’8 agosto 1980 – periti giudiziari e tecnici dell’esercito stanno lavorando per riuscire a trovare qualche brandello di corpo umano, qualche frammento di ossa. L’ipotesi è che Maria Fresu, la giovane scomparsa nella tragedia della stazione (ufficialmente è dispersa dal momento dello scoppio) si sia letteralmente disintegrata per l’esplosione».

Le parole che filtrano dagli uffici della Procura sono pesanti come macigni. C’è una persona, certamente presente nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione, con sua figlia e due amiche, nel momento in cui esplode la bomba e che poi sparisce letteralmente nel nulla, ma qualcuno alla Procura di Bologna inizia a manovrare per evitare di indagare a fondo su quella misteriosa sparizione di persona o di cadavere.

Sempre dall’Ansa dell’8 agosto: «La sua figlioletta, Angela, di tre anni, è morta sul colpo, e la sua piccola bara è stata portata l’altro pomeriggio, assieme ad altre sette, nella Basilica di San Petronio per la cerimonia funebre. Anche i parenti di Maria Fresu hanno poche speranze: qualcuno pensa a un improvviso quanto comprensibile stato di choc della giovane madre; uno choc che l’avrebbe portata a salire su un treno qualsiasi e a scendere non si sa dove. Qui, smemorata, potrebbe ora vagare senza sapere chi è e dove si trova. Il padre fornisce una breve serie di dati anagrafici di Maria: nata a Nughedu San Nicolò, in provincia di Sassari, il 6 febbraio 1956, residente a Montespertoli (Firenze). La giovane è alta un metro e 55, capelli castani».

Il giorno prima della conferenza stampa di Persico e cioè giovedì 7 agosto 1980, in Questura gli uomini della Digos di Bologna, incrociando le informazioni in loro possesso con quelle già agli atti d’archivio, facevano una scoperta sorprendente: la notte tra il 1° e il 2 agosto aveva pernottato in un alberghetto del centro città poco distante dalla stazione un estremista tedesco militante nell’organizzazione terroristica di estrema sinistra Cellule Rivoluzionarie, in stretto collegamento con il leader di quel gruppo, il terrorista tedesco Johannes Weinrich, alias Steve, ricercato dall’antiterrorismo della Germania Ovest. Kram era arrivato al valico di Chiasso (in Svizzera) la mattina di venerdì 1° agosto 1980 con il treno 201 delle ore 10 e 30 proveniente da Karlsruhe. Era stato fermato, identificato e perquisito (poiché iscritto sulla Rubrica di Frontiera della polizia italiana dal 12 maggio come «sospetto appartenere organizzazione terroristica Cellule Rivoluzionarie») e poi rilasciato perché i documenti di riconoscimento trovati in suo possesso erano risultati validi. Kram era quindi entrato in Italia con il treno 307 delle ore 12 e 08 diretto a Milano. Nessuno nel nostro Paese, in quel momento, poteva lontanamente sospettare che il capo gerarchico di Kram e cioè Johannes Weinrich (soprannominato “il terrorista con la cravatta”) fosse il numero due del gruppo Carlos, responsabile delle operazioni militari della ORI. Comunque, due giorni prima, la sera del 5 agosto 1980, dopo aver frettolosamente lasciato l’Italia come un ladro nella notte senza lasciare alcuna traccia, Kram era riuscito a entrare nel settore Est di Berlino, dopo essere stato in un primo momento respinto al Checkpoint Charlie (posto di blocco di Friedrichstrasse).

Kram, come tutti gli altri membri del gruppo Carlos, era iscritto dalle autorità della DDR sul registro delle persone da tenere sotto controllo (FO – Fahndung Objekt). Qualcosa di simile alla nostra rubrica di frontiera. Il funzionario di polizia del Checkpoint Charlie che aveva registrato e respinto Kram avvisò immediatamente il dipartimento antiterrorismo della Stasi (l’Hauptabteilung HA XXII), nella persona del capitano Wilhelm Borostowski, inviando al contempo un appunto manoscritto con ulteriori dettagli anche al maggiore Helmut Voigt, capo della Sezione 8ª del XXII Dipartimento che aveva in carico la gestione della pratica Separat. Per un’altra straordinaria coincidenza, quella stessa notte, con un volo da Budapest, arrivarono a Berlino Est anche Weinrich e Magdalena Kopp, moglie di Carlos.

Intanto a Bologna, sempre il 7 agosto, il dott. Persico aveva conferito incarico a due marescialli dell’Esercito e uno dell’Arma dei Carabinieri di esaminare le macerie della stazione a Prati di Caprara alla ricerca dei resti di Maria Fresu. Le attività peritali di ricerca terminarono un mese dopo, il 6 settembre. Nelle oltre 250 tonnellate di materiale setacciato, i tre periti non trovarono i resti di Maria Fresu. Fra i reperti poi consegnati alla polizia giudiziaria, però, c’erano le seguenti parti corporee (nessuna delle quali riconducibile alla donna dispersa):

  • Un pezzo osseo e di capillizio.
  • Una mano destra incompleta, rappresentata dalle ultime tre dita, esili, di tipo terminale, con unghie allungate, con tracce come di lacca chiara che poi venne erroneamente (o sbrigativamente) tumulata nella bara di Maria Fresu insieme al noto lembo facciale.

Tuttavia, nella relazione tecnica dell’8 settembre 1980 consegnata al sostituto procuratore Luigi Persico dal maresciallo ordinario Bartolomeo Gasperoni della Legione Carabinieri di Bologna, oltre a una serie di libretti di lavoro e tessere ferroviarie di personale delle FS e della società che gestiva il bar-tavola calda all’interno della stazione, si scoprì che nel materiale setacciato erano state ritrovate soltanto tre carte di identità di due vittime (Angelina Marino e Salvatore Seminara) e una donna ferita: Silvana Ancillotti.

La notizia è sorprendente se pensiamo che fra le macerie della stazione era stata ritrovata anche la carta di identità della sua amica Maria Fresu, qualche suo indumento, una borsa da viaggio e una valigia. Mentre lei era sparita insieme alla sua borsetta. Dunque, la presenza di questi due documenti di riconoscimento, se vogliamo escludere l’ipotesi che tutte e due le donne al momento dell’esplosione tenessero le loro carte di identità in mano, dimostrerebbe che qualcuno – dopo lo scoppio – iniziò a frugare nelle tasche, nei portafogli e nelle borse dei feriti e delle vittime alla ricerca di qualcuno.

O qualcuna.

Ricordiamo che tutta l’area diventò scena del crimine soltanto a tarda sera di quel sabato 2 agosto, quando, rimossa gran parte delle macerie della ex sala d’aspetto di seconda classe, venne ritrovato il cratere creato dall’esplosione della bomba. Tutta quell’area interessata dall’esplosione rimase così accessibile e aperta a tutti per circa 12 ore. Tutta quella zona per troppo tempo non fu delimitata e dichiarata off-limits. Chiunque avrebbe potuto infiltrarsi e inquinare la scena del crimine.

2 agosto 1980: le macerie della stazione di Bologna

Comunque, che a Prati di Caprara non ci fossero i resti di Maria Fresu era chiaro fin dall’11 agosto: «Il ritrovamento di una gonna aveva fatto ben sperare – riportava l’Ansa – ma non è la sua: questa è in tinta unita, quella della Fresu era a fiori». Quelle ricerche fra le macerie della stazione lasciano il campo al sospetto che servissero per prendere tempo. Doveva essere di vitale importanza, infatti, trovare una soluzione credibile al mistero della scomparsa di quella donna dalla scena del crimine.

Per la cronaca, il giallo sulla sorte di Maria Fresu era scoppiato – come prevedibile – la sera di lunedì 4 agosto 1980, quando i genitori di Maria, il papà Salvatore di 61 anni e la mamma Rosina Piliu, arrivati a Bologna il giorno precedente alla ricerca della figlia e della nipotina, riconobbero all’obitorio i poveri resti della piccola Angela. Fu in quel tremendo momento che i Fresu si resero conto che la loro figlia era scomparsa.

Introvabile.

Il primo, istintivo interrogativo che esplose nella mente affranta dei signori Fresu fu semplice e devastante: perché qui abbiamo il corpicino della povera Angela mentre di Maria, invece, non c’è nessuna traccia?

C’è da dire che il 4 agosto 1980 era iniziato nel peggiore di modi. Come sappiamo, infatti, la mattina all’alba, l’Uigos di Reggio Emilia, nel corso di una perquisizione presso l’albergo-ristorante con piscina coperta alla Mucciatella, in località Quattro Castella, di proprietà dei genitori di Paolo Bellini, invece di trovare il latitante reggiano, scoprirono e identificarono nientemeno che il capo della Procura della Repubblica di Bologna, Ugo Sisti.

«In serata – riportava l’Ansa – è stato possibile apprendere alcune precisazioni sulle generalità delle salme portate dopo l’esplosione all’Ospedale Maggiore. Angela Fresu risulta nata il 3 settembre 1977 ad Empoli e residente a Montespertoli (Firenze); Verdiana Bivona, nata il 2 giugno 1958 a Castel Fiorentino, era residente nella stessa cittadina della provincia di Firenze».

L’altra loro amica, Silvana Ancillotti, era ricoverata in rianimazione all’Ospedale Maggiore, mentre la madre della piccola Angela risultava dispersa. Da quel preciso momento, l’attenzione dei cronisti inizia a posarsi con insistenza su Maria Fresu. Qualcuno ai piani alti della Procura di Bologna sapeva che era questione di ore la fuga di notizie sulla sparizione di una delle vittime della strage.

Il giorno prima, il 3 agosto, erano accadute tre cose molto importanti. In tarda mattinata, erano arrivati a Bologna il ministro della Difesa, Lelio Lagorio, accompagnato dal direttore del Sismi, generale Giuseppe Santovito, i quali nel primo pomeriggio si recarono in Prefettura «per prendere contatti con le autorità cittadine e successivamente alla sala operativa del Comando Militare di Bologna che coordina l’impiego dei reparti militari impegnati nelle operazioni di soccorso».

Ugo Sisti

In mattinata, il capo della Procura della Repubblica di Bologna, Ugo Sisti, prima di partire per trascorrere il weekend alla Mucciatella, aveva diffuso agli organi di stampa il suo comunicato ufficiale sulla tragedia alla stazione che sgombrava il campo dall’ipotesi dello scoppio accidentale per spiegare che le indagini proseguivano per il reato di strage:

«In relazione allo scoppio avvenuto il 2 agosto 1980 presso la Stazione Centrale, tenuto conto delle risultanze dei sopralluoghi eseguiti nella giornata di ieri con la collaborazione del collegio peritale, dell’avvenuto ritrovamento di alcuni reperti che saranno oggetto di speciali accertamenti e a seguito delle nuove constatazioni, operate dall’Ufficio nel sopralluogo delle ore 00,15 di stanotte, a rimozione ultimata delle macerie, che hanno permesso di evidenziare un probabile focolaio a forma di cratere sito sul pavimento della sala di attesa di seconda classe, in corrispondenza di una struttura muraria completamente disintegrata e in direzione del punto di maggior danneggiamento di una delle carrozze ferroviarie dell’Adria Express, la Procura della Repubblica deve ora dare corso alla verifica delle ipotesi del delitto p.p. dagli articoli 285 e 422 del Codice Penale (strage diretta ad attentare alla sicurezza dello Stato), commesso mediante collocazione di ordigno, nella necessaria comparazione di tutte le risultanze finora emerse, e avendo presenti tutte le prospettazioni già affidate fin dal primo momento ai periti».

Fra i periti medico-legali, un posto di rilievo nel collegio peritale lo aveva proprio il professor Giuseppe Pappalardo. La nomina dei periti, avvenuta il 2 agosto 1980 «con provvedimento verbale» da parte della Procura della Repubblica per l’«assoluta urgenza», era stata formalizzata dal sostituto procuratore Luigi Persico 48 ore dopo, il 4 agosto. Bene, come abbiamo già accennato, la mattina di domenica 3 agosto, alle ore 8 e 30, Luigi Persico autorizzava il trasporto «a mezzo necrofori» di quel «resto umano consistente a una testa umana appartenente a cadavere di sesso femminile» dall’Ospedale Malpighi all’Istituto di Medicina Legale dove qualcuno ne aveva fatto richiesta.

«Lo scrivente – si legge sulla perizia medico-legale Pappalardo del novembre 1980 su «di una parte di volto umano» – era verbalmente incaricato dall’Ufficio della Procura della Repubblica di Bologna di procedere ad indagini tecniche volte alla possibilità di identificazione personale di una parte di volto umano risultata giacente presso questo obitorio dal giorno 3 agosto e di cui lo scrivente veniva per la prima volta a conoscenza il 16 agosto, nel corso della propria settimana di turno, dietro segnalazione della dottoressa Gabriella Negrini che già aveva partecipato all’opera di ricognizione e descrizione dei cadaveri trasportati all’Istituto di Medicina Legale dalla stazione ferroviaria di Bologna, dopo l’esplosione del 2 agosto 1980».

Intorno a quella macabra maschera facciale si creò, fin dal primo momento, un’attenzione particolare. Un interessamento quasi morboso finalizzato ad associare in ogni modo quei resti umani all’identità di Maria Fresu, sparita nel nulla dopo l’esplosione, tanto forte da far superare al perito medico legale ogni ostacolo scientifico che dimostrava che il gruppo sanguigno della Fresu era del tutto differente (gruppo 0) da quello del lembo facciale (gruppo A). Quella parte di volto era di un’altra donna, anche lei mai trovata. Ma finì lo stesso nella bara della giovane madre di origini sarde, insieme a quei resti di mano ritrovati fra le macerie della stazione ai Prati di Caprara.

Tre giorni dopo l’arrivo di quei resti umani all’Istituto di Medicina Legale, il 6 agosto 1980, scoppiava ufficialmente e pubblicamente il caso della giovane madre di 24 anni, dispersa dopo la strage. Come abbiamo già riportato nell’intervista alla criminologa Immacolata Giuliani, la notizia della sparizione di una delle vittime è contenuta in questo take dell’Ansa:

«Alla Polizia Ferroviaria nessuno si è presentato per riferire su volti di giovani in fuga – ha testualmente detto un funzionario – E tanto meno per disegnare identikit. Sull’ipotesi che lo scoppio sia avvenuto accidentalmente e contro la stessa volontà dell’attentatore, o semplice “portaborse”, lo stesso funzionario ha espresso seri dubbi. Il discorso, fatto sul piano del semplice scambio di opinioni, è interrotto dall’arrivo di due giovani di Montespertoli di Empoli, in provincia di Firenze. Sul volto hanno i segni della rassegnazione, ma ancora una sottile traccia di speranza li porta a continuare la peregrinazione. Risultano fra le vittime la piccola Angela Fresu, di tre anni, e Verdiana Bivona, di 22 anni. All’Ospedale Maggiore è Silvana Ancillotti, di 22 anni, ricoverata in prognosi riservata. Dello stesso gruppo faceva parte Maria Fresu, di 24 anni, madre della piccola Angela, la quale appunto i due parenti non riescono a trovare. “Sono passati ormai quattro giorni dall’esplosione – dicono – e non riusciamo a trovarla”. Viene loro assicurato tra le vittime, tutte identificate, tranne quattro di sesso maschile, la donna non c’è anche se restano dubbi poi sfumati su alcuni resti e parte di un volto. Ma negli ospedali loro non riescono a trovarla».

È la prima volta che si ipotizza, su fonti aperte, che quel lembo facciale potesse essere tutto quello che rimaneva della povera Maria Fresu.

Sempre il 6 agosto, a mezzogiorno, Silvana Ancillotti, l’unica sopravvissuta di quel gruppo di tre amiche e una bambina in viaggio verso Rovereto, in Trentino, viene interrogata dalla polizia giudiziaria. La giovane donna è ricoverata nel reparto di medicina dell’Ospedale Maggiore.

Questo il suo inquietante racconto: «Mi sono trovata alla stazione di Bologna il giorno 2 corrente verso le ore 9 del mattino. Mi trovavo in compagnia di due amiche e della figlia di una di queste. Le predette mie amiche si chiamano Bivona Verdiana, abitante a Vallecchio (FI), e l’altra Maria di cui non ricordo bene il cognome, ma credo che sia Fresu e la bambina di nome Angela è la figlia di anni 3 della citata Maria. Come dicevo, con le suddette mie amiche mi sono trovata alla stazione di Bologna e per sapere quale treno dovevamo prendere per Rovereto, ci siamo dapprima attardate presso i cartelloni indicanti gli orari dei treni e quindi siamo andate all’Ufficio Informazioni presso la biglietteria, dove venivamo a sapere che il treno per Rovereto sarebbe per le ore 11. Forse verso le ore 9,45, stanche di girare per la stazione, abbiamo deciso di aspettare il treno presso la sala di attesa. Non ricordo se ci siamo sedute in quella di prima o seconda classe. Posso precisare che ci siamo sedute tutte e tre insieme alla bambina e ai rispettivi bagagli, nell’angolo sinistro rispetto a chi entra. Preciso nell’angolo sinistro posto di fronte all’ingresso della sala di aspetto. Nell’attesa, siamo andate anche ad acquistare dei panini, tornando però sempre nella sala di attesa e prendendo posto nel luogo dinanzi detto. Allorché si è verificata l’esplosione, tanto io che le mie amiche e la bambina eravamo insieme nella sala di aspetto. Subito dopo la deflagrazione, appena mi sono ripresa, ho visto accanto a me fra le macerie Bivona Verdiana e la piccola Angela, le quali ancora respiravano anche se perdevano sangue. Non ho visto in quella occasione Maria e ricordo di avere pensato che fosse sotto i calcinacci nascosta alla mia vista. Subito dopo sono stata estratta dalle macerie e portata in ospedale», in condizioni molto gravi.

Verdiana lavorava come operaia in un laboratorio di pellame a Montespertoli. Anche Maria lavorava in una pelletteria, ma a Empoli. Silvana, invece, era un’operaia della fabbrica Doria a Castel Fiorentino.

Dal 6 agosto, i cronisti iniziano a battere la pista della «donna dispersa». In Procura hanno un grosso problema. «Maria Fresu, 24 anni, di Montespertoli (Firenze), è sempre data per dispersa», scrive l’Ansa il 9 agosto. «I resti della madre della piccola Angela, tre anni, morta tra le macerie della stazione, vengono cercati fra i detriti dell’ala distrutta dallo scoppio, depositati da una settimana nell’area militare dei Prati di Caprara». E qui il cronista aggiunge un dettaglio interessante: «Possono accedere alla zona solo gli “addetti ai lavori”, segnati in un elenco – con nome e cognome – dal comando di zona dell’Esercito e dai magistrati. L’obiettivo è quello di trovare un brandello di carne o alcune ossa che possano far risalire alla giovane donna dispersa. Ormai caduta la possibilità che Maria Fresu vaghi senza memoria in qualche località, per l’eccessivo tempo già trascorso, gli inquirenti cercano fra le macerie».

Il professor Giuseppe Pappalardo, nella sua perizia medico legale, ricostruisce in questo modo il ritrovamento (a suo dire del tutto accidentale) del cosiddetto scalpo: «Nella cella frigorifera dell’obitorio dell’Istituto di Medicina Legale dell’Università di Bologna il giorno 14 agosto abbiamo rinvenuto, avvolto in un lenzuolo bianco con cartellino recante la dicitura “proveniente dall’Ospedale Malpighi”, un lembo di volto umano, glabro e con capelli lunghi, assieme ad un frammento osseo, quasi denudato, corrispondente ad un’epifisi femorale con adeso frammento di cotile».

Per questa perizia, il 27 novembre 1980 Pappalardo incassò dall’erario 355mila lire come liquidazione degli onorari.

Da quanto si legge, sembra quasi che il dottor Pappalardo lavorasse al buio, ignorando (o facendo finta di ignorare) quanto veniva pubblicato (fin dal 6 agosto 1980) sulla sorte di Maria Fresu e sull’ipotesi che quel frammento di volto femminile potesse rappresentare l’unica traccia biologica esistente della giovane donna svanita nel nulla. Ma tant’è.

Il 22 agosto 1980, Luigi Persico, che la mattina dell’attentato risultava il reggente della Procura della Repubblica di Bologna (che fine aveva fatto il procuratore Ugo Sisti?), delegava il brigadiere Ceccarelli del nucleo di polizia giudiziaria del suo ufficio a recarsi all’Ospedale di Castiglion Fiorentino «onde portare presso l’Istituto di Medicina Legale i campioni colà prelevati» ai «prossimi congiunti» (padre, madre, il fratello e le sorelle) di Maria Fresu. Il prelievo ematico era stato ritenuto «necessario ai fini dell’identificazione dei resti di un volto giacente alla Medicina Legale di Bologna».

Il 23 agosto 1980, «dietro richiesta di un campione di sangue per accertare il gruppo sanguigno dei genitori e dei fratelli e sorelle di Maria Fresu – scrive il prof. Pappalardo nella sua perizia medico-legale – il medico prelevatore dell’Ospedale San Verdiana di Castefiorentino, prossimo alla residenza della famiglia Fresu, provvedeva autonomamente ad effettuare il gruppaggio presso la sezione del locale centro emotrasfusionale» e quindi comunicava al perito e quindi all’autorità giudiziaria bolognese gli esiti di questi esami. Padre, madre, il fratello e quattro sorelle di Maria risultavano avere gruppo sanguigno 0 Rh+, mentre le altre due sorelle avevano 0 Rh-.

Vennero, inoltre, effettuati prelievi di saliva ai genitori, al fratello e alle sorelle (tranne Giovanna e Francesca), «verso la metà di settembre» 1980. Attenzione. Il 18 agosto (quattro giorni prima del prelievo del sangue ai familiari), Giuseppe, 50 anni, e Giuseppina, 22 anni, rispettivamente padre e sorella minore di Maria Fresu, furono convocati a Bologna per “riconoscere” in quei brandelli di carne, denti e frammenti di osso la loro congiunta. I familiari della giovane donna scomparsa, davanti a quei raccapriccianti resti umani, pensarono di intravedere qualcosa del volto della loro cara. Non era un riconoscimento diretto vero e proprio (che sarebbe stato tecnicamente impossibile), ma qualcosa più simile a una vera e propria forzatura.

E qui, abbiamo un altro elemento che non torna: il prelievo dei campioni di sangue e di saliva ai familiari di Maria Fresu venne fatto dopo e non prima il controverso riconoscimento del cadavere della giovane madre attraverso quel lembo di volto strappato dal cranio di una donna che doveva essere nelle immediate vicinanze dell’ordigno. Questo dimostra che in quelle ore, in quei giorni, c’era una fretta mortale nel chiudere il caso di Maria Fresu. Altrimenti non si spiega perché il riconoscimento dello scalpo non sia stato fatto dopo l’esame e la comparazione dei campioni di sangue.

In parole povere, prima procedono al riconoscimento di Maria Fresu attraverso lo scalpo e poi faranno i prelievi, gli esami ematici e la comparazione del gruppo sanguigno. Perché hanno invertito l’ordine degli accertamenti?

Sarà proprio il padre di Maria, Giuseppe Fresu, un anno dopo, a raccontare a due giornalisti del settimanale Epoca (sul numero del 1° agosto 1981) come andarono veramente le cose:

«La morte si è abbattuta sulla mia famiglia d’improvviso ed io non riesco a scordarmi, a perdonare chi ha ucciso mia figlia e mia nipote. Così, il giorno seguente [domenica 3 agosto, ndr] io e la mia Rosina arrivammo a Bologna; all’obitorio, in mezzo a una scena apocalittica, riconoscemmo, orrendamente straziato, il corpicino di Angela. Di quello di Maria, mia figlia, invece nessuna traccia: così in me e mia moglie si accese un filo di speranza. Vuoi vedere, ci dicemmo, che l’esplosione le ha causato uno choc violento, le ha fatto magari perder la memoria, e ora, in piena confusione, la nostra Maria gira per l’Italia?».

Salvatore, vecchio pastore sardo trasferitosi undici anni prima dalla Sardegna alla campagna fuori Firenze, prosegue nel suo racconto da film horror:

«Siccome la storia di mia figlia, che non si trovava, cominciò a tener cartello sui giornali ecco che, mentre la si cercava dappertutto, vennero su a fungaia gli sciacalli: ci fu chi addirittura scrisse, nero su bianco, d’averla incontrata in Francia insieme a Marco Affatigato, uno dei “neri” ad essere per primi coinvolti nella strage», proprio sulla base di un identikit predisposto sulle informazioni fornite da un testimone che aveva detto di aver visto due giovani allontanarsi dalla stazione con aria sospetta prima dell’esplosione.

Quell’identikit, una volta eliminata l’ipotesi che potesse essere Affatigato (il giorno della strage era a Nizza, dove viveva da ricercato da qualche anno), venne in seconda battuta accollato proprio al latitante Paolo Bellini, sulla base di una foto autenticata del reggiano trovata nel fascicolo dell’ufficio passaporti della Questura di Reggio Emilia, risalente al luglio 1975 nella quale, però, Bellini era senza baffi e senza barba. Quindi, stando a quanto spiegò il padre della Fresu, sulla stampa qualcuno ipotizzò addirittura un ruolo (attivo o inconsapevole) della figlia dispersa nell’organizzazione dell’attentato. C’era chi sospettava anche il compagno di Maria (o marito, ma nessuno ha mai saputo chi fosse il padre della piccola Angela), coinvolto in qualche modo, secondo alcuni, nell’organizzazione dell’attentato.

Sciacalli.

«Solo un paio di settimane dopo – concludeva il papà di Maria – un funzionario mi convocò nel suo ufficio e mi disse: “Guardi, signor Fresu, di sua figlia non c’è traccia. Non possiamo continuare a considerarla dispersa. Quindi siccome tutti i resti umani sono ormai stati identificati, restano soltanto da assegnare questa ciocca di capelli, questo occhio sinistro, questo labbro inferiore, queste tre dita. Secondo lei, appartengono a sua figlia?”. A me cadde il mondo addosso: mia figlia era quella roba lì? Purtroppo, in mezzo all’angoscia, mi parve di riconoscere l’occhio come quello di Maria. “Metta quella roba in una cassetta”, dissi al funzionario dell’obitorio: la presi e, ora, ciò che resta della mia ragazza riposa accanto alla nipotina, qui, nel cimitero di Montespertoli».

Il povero Salvatore si sbagliava. Il signor Fresu, difatti, non poteva neanche lontanamente immaginare o sospettare che nella bara di sua figlia aveva messo un pezzo di faccia di un’altra persona. L’intrigo (come in un macabro gioco delle tre carte) è durato fino al 7 luglio 2016. Ma a quella data, sia il signor Salvatore sia la mamma erano ormai ambedue scomparsi (lei il 18° anniversario della strage, il 2 agosto 1998, e lui il 24 agosto 2003) e quindi si portarono nella tomba la tragica, ma erronea consapevolezza che della loro povera figlia era rimasto solo una specie di scalpo.

Tutto è filato liscio, senza sorprese e senza sgraditi curiosi e ficcanaso per 36 anni, infatti, fin quando il giudice in pensione Rosario Priore e l’avvocato Valerio Cutonilli hanno dato alle stampe il loro saggio I segreti di Bologna nel quale si ipotizzava – per la prima volta – che il copro di Maria Fresu non poteva essersi disintegrato (o vaporizzato) nell’esplosione e che la perizia del medico legale, prof. Pappalardo, non fosse attendibile.

Tre anni dopo quell’intuizione, la biologa genetico-forense Elena Pilli – durante il processo di primo grado a carico dell’ex Nar Gilberto Cavallini, su incarico della Corte d’Assise di Bologna – ha riesumato quei poveri resti (il cosiddetto scalpo e i resti della mano di donna), appunto «quella roba lì» come l’aveva chiamata il signor Salvatore, rinchiusi nella bara al posto della salma di Maria Fresu, e in base all’esame del Dna ha scoperto l’inevitabile: nessuno di quei brandelli umani appartiene alla giovane mamma sepolta a Montespertoli. Non solo: quando quarantuno anni fa furono consegnati alla famiglia, era già evidente che quel pezzo di volto e gli altri resti umani non potevano appartenere a Maria Fresu perché il suo gruppo sanguigno era diverso da quello dello scalpo. Ma il prof. Pappalardo, per chiudere il caso, si inventò la sbrigativa soluzione della cosiddetta “secrezione paradossa”.

Poteva quella «maschera incompleta di volto» appartenere a qualche altra vittima della strage? Questa ipotesi venne all’epoca subito accantonata per due motivi: non solo perché il gruppo sanguigno del brandello di volto non coincideva con quello delle uniche due donne morte nell’esplosione che presentavano gravissime lesioni al cranio («dal volto irriconoscibile», come scrisse il prof. Pappalardo), Vincenzina Sala di 50 anni (gruppo 0) ed Enrica Frigerio di 57 anni (gruppo B Rh-). Ma soprattutto perché il cosiddetto scalpo apparteneva a una giovane donna, quindi non compatibile con l’età di queste due vittime.

Se il cosiddetto scalpo non è ciò che resta della povera mamma della piccola Angela e non appartiene né a Vincenzina Sala né a Enrica Frigerio, allora di chi è?

E allora si torna all’interrogativo di partenza: che fine ha fatto Maria Fresu? Se il corpo della giovane donna non si trova, significa che manca anche il corpo a cui apparteneva quel brandello di volto femminile. Quindi, sono spariti due cadaveri. A chi appartiene lo scalpo sepolto nella bara della Fresu? Alla donna che ha, forse inconsapevolmente, trasportato su richiesta di qualcuno la valigia con l’ordigno all’interno della stazione? Non avendo nessuna risposta a questi interrogativi, rimane una sola, agghiacciante domanda: perché hanno fatto sparire questi due cadaveri e perché, oggi a distanza di 41 anni, nessuno vuole indagare su questo spaventoso mistero?

Ecco perché la storia della strage del 2 agosto 1980 va riscritta da zero.  

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