Origine e segreti del Lodo di Stato / Quarta puntata
L’Italia liberò i terroristi palestinesi, ma rifiutò
lo stesso trattamento a Moro prigioniero delle Br
La storia di un’escalation, le lettere dello statista dal carcere, i documenti del Ministero dell’Interno

DI GABRIELE PARADISI E GIORDANA TERRACINA

7/11/2021 – «È stato un anno (il 1970, ndr.) di cospirazioni locali e internazionali contro la nostra rivoluzione; cospirazioni che sono giunte fino a scatenare una guerra di sterminio contro di noi». «La Resistenza palestinese però è sopravvissuta – ha detto rivolto ai guerriglieri – Le masse vogliono ora che voi teniate il dito sul grilletto, riempiate i vostri cuori di fede e fiducia e lavoriate con continuità, cosicché sia possibile passare dalla rivoluzione ad una guerra popolare di liberazione […] i fucili non taceranno mai fino alla liberazione dell’intera Palestina». Questo il messaggio per il nuovo anno, il 1971, rivolto da Yasser Arafat ai guerriglieri palestinesi che – decimati dal duro scontro armato con la Giordania, seguito ai dirottamenti di Zarqa del “settembre nero” del 1970 – stavano faticosamente cercando di riorganizzarsi.

Negli anni a seguire, quel dito fu effettivamente tenuto fermo sul grilletto da parte delle organizzazioni palestinesi, mettendo sotto scacco le cancellerie occidentali, le quali, come abbiamo visto nelle precedenti puntate, cercarono in ogni modo di trovare soluzioni, più o meno onorevoli, per scongiurare i pericoli che ne derivavano.

Il governo italiano, forse più di altri, lavorò strenuamente, in quei primi anni Settanta, per giungere ad un patto strutturale coi palestinesi che potesse risparmiare al nostro Paese atti terroristici. Patto che in effetti fu messo in atto e di cui esistono numerose prove concrete che nel seguito cercheremo di analizzare.

Aldo Moro prigioniero delle Br

MORO RIVELA IL “SEGRETO DI STATO”

Il primo cenno esplicito e per certi versi clamoroso, ad un accordo che coinvolgeva il nostro governo e le organizzazioni terroristiche palestinesi, è della primavera del 1978, mentre Aldo Moro era prigioniero delle Brigate Rosse. E fu proprio lo statista democristiano, grande tessitore di quel patto segreto, a rivelarlo drammaticamente.

Il 21 aprile 1978, venne reso noto il famoso appello del Papa Paolo VI agli “uomini delle Brigate rosse”:

«Io scrivo a voi, uomini delle Brigate Rosse: restituite alla libertà, alla sua famiglia, alla vita civile l’onorevole Aldo Moro […] e vi prego in ginocchio, liberate l’onorevole Aldo Moro, semplicemente, senza condizioni…».

Moro intuì che quelle parole finali, “senza condizioni”, erano un chiaro segnale che oramai, in ogni ambito, aveva vinto la linea della fermezza e della non trattativa con le Br.

Così, tra il 22 e il 30 aprile, un uomo disperato e consapevole che la sua fine si stava avvicinando – e, come sappiamo, giunse il 9 maggio – scrisse sei lettere nelle quali portava esplicitamente in luce qualcosa di clamoroso e di “indicibile”: in realtà non era vero che lo Stato non fosse mai sceso a patti con organizzazioni terroristiche. Era accaduto più volte.

Era accaduto in particolare con le organizzazioni terroristiche palestinesi che dal 1968 stavano mettendo a ferro e fuoco l’Europa e in grave difficoltà i governi di ogni Paese occidentale.

Le sei “lettere palestinesi” erano indirizzate a persone molto vicine allo statista democristiano: Luigi Cottafavi[1], Flaminio Piccoli[2], Erminio Pennacchini[3], Renato Dell’Andro[4], Riccardo Misasi[5]. Una lettera dall’elaborazione molto tormentata, ne esistono infatti tre diverse versioni, venne da Moro indirizzata al suo partito: la Democrazia Cristiana.

I riferimenti all’atteggiamento di indulgenza e di clemenza nei confronti dei palestinesi sono espressi in quelle sei lettere esplicitamente senza mezzi termini:

Lettera a Cottafavi

«E ciò dimenticando che in moltissimi altri paesi civili si fanno scambi e compensazioni e che in Italia stessa per i casi dei Palestinesi ci siamo comportati in tutt’altro modo […]», lettera scritta tra il 22 e il 23 aprile 1978 recapitata a Cottafavi.

Congresso Dc: Flaminio Piccoli al centro, sotto Moro e Zaccagnini

Lettera a Flaminio Piccoli

«Aggiungo qualche osservazione per il dibattito interno che spero abbia giuste proporzioni e sia da te responsabilmente guidato. La prima osservazione da fare è che si tratta di una cosa che si ripete come si ripetono nella vita gli stati di necessità. Se n’è parlato meno di ora, ma abbastanza, perché si sappia come sono andate le cose. E tu, che sai tutto, ne sei certo informato. Ma, per tua tranquillità e per diffondere in giro tranquillità, senza fare ora almeno dichiarazioni ufficiali, puoi chiamarti subito Pennacchini che sa tutto (nei dettagli più di me) ed è persona delicata e precisa. Poi c’è Miceli e, se è in Italia (e sarebbe bene da ogni punto di vista farlo venire) il Col. Giovannoni [Giovannone], che Cossiga stima.

Dunque, non una, ma più volte, furono liberati con meccanismi vari palestinesi detenuti ed anche condannati, allo scopo di stornare gravi rappresaglie che sarebbero state poste in essere, se fosse continuata la detenzione. La minaccia era seria, credibile, anche se meno pienamente apprestata che nel caso nostro. Lo stato di necessità è in entrambi evidente. Uguale il vantaggio dei liberati, ovviamente trasferiti in Paesi Terzi», lettera recapitata a Piccoli il 29 aprile 1978.

Erminio Pennacchini e Giulio Andreotti

Lettera a Erminio Pennacchini

«Si tratta della nota vicenda dei palestinesi che ci angustiò per tanti anni e che tu, con il mio modesto concorso, riuscisti a disinnescare. L’analogia, anzi l’eguaglianza con il mio doloroso caso, sono evidenti. Semmai in quelle circostanze la minaccia alla vita dei terzi estranei era meno evidente, meno avanzata. Ma il fatto c’era e ad esso si è provveduto secondo le norme dello Stato di necessità, gestite con somma delicatezza […] Di fronte alla situazione di oggi non si può dire perciò che essa sia del tutto nuova. Ha precedenti numerosi in Italia e fuori d’Italia ed ha, del resto, evidenti ragioni che sono insite nell’ordinamento giuridico e nella coscienza sociale del Paese. Del resto è chiaro che ai prigionieri politici dell’altra parte viene assegnato un soggiorno obbligato in Stato Terzo. […] Lascio alla tua prudenza di stabilire quali altri protagonisti evocare. Vorrei che comunque Giovannoni [Giovannone] fosse su piazza […]», lettera scritta il 23 aprile e recapitata a Pennacchini il 29 aprile.

Renato Dell’Andro, eletto Giudice costituzionale, giura davanti al presidente Cossiga e a Nilde Iotti

Lettera a Renato Dell’Andro

«Tu forse già conosci direttamente le vicende dei palestinesi all’epoca più oscura della guerra. Lo Stato italiano, in vari modi, dispose la liberazione di detenuti, allo scopo di stornare grave danno minacciato alle persone, ove essa fosse perdurata. Nello spirito si fece ricorso allo Stato di necessità. Il caso è analogo al nostro, anche se la minaccia, in quel caso, pur serissima, era meno definita. Non si può parlare di novità né di anomalia. La situazione era quella che è oggi e conviene saperlo per non stupirsi. Io non penso che si debba fare, per ora, una dichiarazione ufficiale, ma solo parlarne di qua e di là, intensamente però. Ho scritto a Piccoli e a Pennacchini che è buon testimone», lettera scritta il 23 aprile e recapitata a Dell’Andro il 29 aprile.

Stefano Giovannone

Lettera alla Democrazia Cristiana, terza versione (mai recapitata)

«Bisogna pur ridire a questi ostinati immobilisti della D.C. che in moltissimi casi scambi sono stati fatti in passato, ovunque, per salvaguardare ostaggi, per salvare vittime innocenti. Ma è tempo di aggiungere che, senza che almeno la D.C. lo ignorasse, anche la libertà (con l’espatrio) in un numero discreto di casi è stata concessa a Palestinesi, per parare la grave minaccia di ritorsioni e rappresaglie capaci di arrecare danno rilevante alla comunità. E, si noti, si trattava di minacce serie, temibili, ma non aventi il grado di immanenza di quelle che oggi ci occupano. Ma allora il principio era stato accettato. La necessità di fare uno strappo alla regola della legalità formale (in cambio c’era l’esilio) era stata riconosciuta. Ci sono testimoni ineccepibili: i quali potrebbero avvertire il dovere di dire una parola chiarificatrice. E sia ben chiaro che, provvedendo in tal modo, come la necessità comportava, non si intendeva certo mancare di riguardo ai paesi amici interessati, i quali infatti continuarono sempre nei loro amichevoli e fiduciosi rapporti», lettera (terza versione) indirizzata alla Democrazia cristiana ma mai recapitata (in questa versione).

Lettera a Riccardo Misasi

«La casistica, sulla quale più volte mi sono soffermato è al riguardo altamente indicativa, dagli innumerevoli casi di salvezza di ostaggi fino ai casi dei palestinesi di cui si è parlato», lettera a Misasi scritta il 30 aprile.

LA RAGIONE DI STATO: LETTERA A COSSIGA DEL 29 MARZO (CHE DOVEVA RESTARE SEGRETA)

Giulio Andreotti e Francesco Cossiga

Già nella lettera del 29 marzo 1978 a Cossiga, che doveva restare segreta ma che le Br resero pubblica allegandola al loro comunicato n. 3, Moro faceva riferimento alla «ragione di Stato», che nelle settimane successive, come vediamo nelle lettere palestinesi, diventò «Stato di necessità». Moro metteva in guardia le istituzioni che la condizione drammatica in cui si era venuto a trovare poteva portarlo a dire qualcosa di molto sconveniente:

“Potrei essere indotto a parlare in maniera sgradevole e pericolosa…”

«[…] Nella circostanza sopra descritta entra in gioco, al di là di ogni considerazione umanitaria che pure non si può ignorare, la ragione di Stato. Soprattutto questa ragione di Stato nel caso mio significa, riprendendo lo spunto accennato innanzi sulla mia attuale condizione, che io mi trovo sotto un dominio pieno ed incontrollato, sottoposto ad un processo popolare che può essere opportunamente graduato, che sono in questo stato avendo tutte le conoscenze e sensibilità che derivano dalla lunga esperienza, con il rischio di essere chiamato o indotto a parlare in maniera che potrebbe essere sgradevole e pericolosa in determinate situazioni. […]».

E quella cosa «sgradevole e pericolosa», forse il vero “segreto della Repubblica”, Moro finì per accennarla in quelle sei drammatiche lettere, invocando in ben due occasioni la convocazione del colonnello Stefano Giovannone[6], capocentro del Sid poi Sismi a Beirut, che conosceva tutti i dettagli di quel patto tra uno Stato sovrano soggetto a “ratifica parlamentare”e organizzazioni terroristiche“prive di rappresentanza politica democratica”.

SOLO MINO PECORELLI COMPRESE LE PAROLE DI MORO

Solo Mino Pecorelli seppe interpretare, all’epoca, le parole di Moro. Nel numero di OP – Osservatore politico, sinistramente datato 9 maggio 1978, giorno del ritrovamento del cadavere dello statista democristiano in via Caetani, ma distribuito in edicola la settimana precedente scrisse:

«Lo Stato italiano ha progressivamente abdicato, a favore del nulla. Il vuoto di potere è stato riempito da un superpotere occulto. Prendiamo il caso Moro. In una lettera il presidente della dc, invitando quelli del suo partito a trattare con i terroristi, ha fatto un preciso riferimento all’espatrio a suo tempo concesso ad un nucleo di terroristi palestinesi. L’accenno di Moro ci consente di rivelare alcuni retroscena.

Mino Pecorelli

La vera ragione per cui furono rispediti in patria i palestinesi sorpresi a Fiumicino mentre si accingevano a far saltare in aria un aereo della “El Al” fu quella di evitare che essi (o loro complici) compissero una strage[7]. Dunque, dice Moro, motivi di opportunità e considerazioni di carattere umanitario, consigliarono in quell’occasione il governo italiano di sacrificare la forma per venire a patti con i terroristi. Perché oggi non fare altrettanto? […] All’epoca della scampata strage di Fiumicino fu scritto che i terroristi palestinesi erano uomini di Arafat. Il leader dell’Olp intende restituire una patria ai palestinesi attraverso negoziati internazionali, cioè giocando su occasionali contraddizioni tra le superpotenze. Rivale di Arafat, giudicato troppo “autonomo”, con l’unico scopo di tenere perennemente aperta la questione araba, è il Fronte del Rifiuto. Guidato da George Habbash e da Wadi Addad [Haddad] (recentemente scomparso a Berlino Est, sua seconda patria) il Fronte è una emanazione diretta del KGB di Mosca».

Mino Pecorelli assassinato

Ma quali e quanti furono i «precedenti numerosi», quel«numero discreto di casi», richiamati da Aldo Moro, in cui venne concessa clemenza a palestinesi arrestati o anche condannati?

Il caso dei cinque di Ostia l’abbiamo già analizzato in dettaglio, ma tra il 1972 e il 1973, possiamo individuare diverse altre situazioni analoghe e per certi versi anche più gravi e delicate. Proviamo a raccontare queste storie sulle quali il giornalismo nostrano e la pubblicistica in genere, hanno indugiato poco o nulla e solo per dovere di cronaca nel momento esatto in cui certi episodi avvenivano.

Come ha ammesso il prof. Domenico Guzzo[8], parlare di quel terrorismo era come attaccare «uno dei miti della sinistra occidentale, quello della lotta di resistenza e di indipendenza palestinese», dunque qualcosa che era meglio non toccare, lasciando che l’oblio del tempo prevalesse.

Noi, a cinquant’anni da quei fatti, vogliamo invece riportarli in luce per collocarli storicamente dove meritano.

UNA STORIA DA RILEGGERE, CINQUANT’ANNI DOPO

Quando nasce il “lodo Moro”

La nascita del lodo, o perlomeno le prime serie trattative per una sua realizzazione, può essere ragionevolmente collocata nel 1972. In quell’anno le formazioni e i diversi movimenti terroristici palestinesi si erano riorganizzati, dopo la débâcle subita nel “settembre nero” del 1970 per mano giordana, si erano stabiliti in Libano e avevano ripreso le azioni in Europa con grande violenza.

Il Fronte popolare per la liberazione della Palestina (Fplp), il gruppo guidato da George Habbash, di matrice marxista-leninista, secondo per dimensioni all’interno dell’Olp solo ad al-Fatah, aveva deciso di esportare la lotta fuori dai confini mediorientali, andando a colpire Paesi terzi che intrattenevano relazioni politiche ed economiche con Israele.

George Habbash

«Gli aerei della El Al sono per noi un obiettivo militare più che legittimo: non solo perché appartengono al nemico, non solo perché più di ogni altro mezzo legano l’isola Israele con le altre sponde, ma perché provvedono anche al trasporto di munizioni e di truppe. E sono guidati da ufficiali di riserva dell’aviazione israeliana. In guerra è lecito colpire il nemico ovunque egli sia, e tale regola ci conduce anche negli aeroporti dove gli apparecchi della El Al atterrano o decollano. Vale a dire in Europa».

Dottor Habash, lei dimentica che su quegli aerei vi sono passeggeri che non sono israeliani ma cittadini di paesi neutrali. E dimentica anche che quegli aeroporti non appartengono agli israeliani ma a paesi neutrali. Rispettare i paesi neutrali è un’altra legge di guerra.

«A parte il fatto che questi aeroporti si trovano sempre in paesi filosionisti, io le ripeto che abbiamo il diritto di combattere il nostro nemico ovunque egli sia. Quanto ai passeggeri non israeliani, essi si recano in Israele. Poiché non abbiamo alcuna giurisdizione sul paese che ci è stato rubato e che viene chiamato Israele, e giusto che chiunque si rechi in Israele debba avere il nostro permesso. Del resto, paesi come la Germania, l’Italia, la Francia, la Svizzera contano numerosi ebrei tra i loro cittadini e a questi ebrei essi consentono di servirsi del loro territorio per combattere gli arabi. Se l’Italia, ad esempio, è una base per colpire gli arabi, gli arabi hanno tutto il diritto di usare l’Italia come base per colpire gli ebrei […] È giusto che Europa e America sappiano fin da ora che non ci sarà pace per loro finché non ci sarà giustizia in Palestina. Vi attendono giorni scomodi […] Gli attacchi del Fplp non si basano sulla quantità, ma sulla qualità. Noi riteniamo infatti che uccidere un ebreo lontano da un campo di battaglia abbia più effetto che uccidere cento ebrei in battaglia; perché provoca maggior attenzione […] Bisogna ricordarvi continuamente che noi esistiamo»[9].

ATTENTATI E STRAGI: L’ESCALATION DEL 1972 FIRMATA FPLP

La strategia del Fplp, in quel 1972, si sviluppò sostanzialmente su due fronti: da un lato vennero messi in atto attentati che colpivano il nervo scoperto dell’Occidente, ovvero l’approvvigionamento energetico; dall’altro tentarono o attuarono stragi indiscriminate, con l’intento di terrorizzare e rendere insicuri i cittadini di quei Paesi terzi che intrattenevano normali rapporti con Israele, mettendo le rispettive cancellerie nella condizione di trattare o di cercare compromessi, quasi sempre poco onorevoli.

Vediamo gli episodi più significativi che attestano questa escalation[10].

Il 6 febbraio 1972, violente esplosioni seguite da incendi, interessano due centrali della società del gas naturale Nederlandse Gasunie, a Ravenstein e Ommen. I giornali locali descrivono gli attentati come «il più grande atto di sabotaggio del dopo guerra in Olanda».

L’8 febbraio 1972, viene colpita la fabbrica Strüver KG di Amburgo, in Germania occidentale. La società produceva i motorini di avviamento per i Mirage, aerei che la Francia forniva a Israele. I responsabili di questa e dell’azione del 6 in Olanda vennero individuati in Lambri Bouhadiche, Marie-Thérèse Lefebvre, Dominique Jurilli e Mohammed Boudia. Quest’ultimo, responsabile delle operazioni del Fplp in Europa, verrà sostituito, dopo la sua morte avvenuta il 23 giugno 1973 a Parigi con un’autobomba piazzata da agenti del Mossad nell’ambito dell’operazione “Ira di d-o”, da Michel Moukharbal.

Il 22 febbraio 1972, sempre ad Amburgo viene danneggiato un oleodotto della Esso.

Il 3 agosto 1972, il mercantile israeliano Bat Tiran, partito da Fiume e diretto ad Haifa, viene dato alle fiamme.

Il 4 agosto 1972, a San Dorligo della Valle, nei pressi di Trieste e al confine con la ex Jugoslavia, viene attuato l’attentato più spettacolare. Ad essere sabotato è l’oleodotto della Siot Trieste-Ingolstadt[11]. Gli incendi provocati da cariche di tritolo interessano quattro cisterne. Per le condizioni meteorologiche favorevoli, il fuoco non raggiunge i vicini abitati e non provoca quindi vittime. Nei quattro giorni necessari a domare gli incendi andranno in fumo circa 160.000 tonnellate di petrolio greggio.

Sul fronte stragista e dei dirottamenti aerei, l’offensiva palestinese è altrettanto intensa.

Il 22 febbraio 1972, un Boeing 747 della Lufthansa in volo da Nuova Delhi a Francoforte, con 172 passeggeri a bordo, viene dirottato su Aden. Tutti i passeggeri vengono rilasciati. Israele in cambio libera quindici detenuti mentre la Germania, per riavere l’aereo integro, paga cinque milioni di dollari.

L’azione è compiuta da cinque terroristi. Li guida Yousef Khatib (già membro del commando che compì il primo dirottamento del Fplp avvenuto ad Algeri il 23 luglio 1968). Altro terrorista è Ali Taha Abu Snina “Rifaat Kamal” il quale ha anch’egli partecipato al dirottamento di Algeri e parteciperà al dirottamento dell’8 maggio 1972, dove resterà ucciso.

L’8 maggio 1972, un Boeing 707 della Sabena in volo da Bruxelles a Tel Aviv via Vienna, con 99 passeggeri a bordo, viene dirottato da un commando dell’Fplp formato da due uomini e due donne e costretto ad atterrare all’aeroporto Ben Gurion. I terroristi chiedono il rilascio di 317 arabi prigionieri in Israele. È la prima volta che si usa anche l’esplosivo Semtex. L’unità d’élite israeliana Sayeret Matkal interviene e libera gli ostaggi. Un passeggero rimane ucciso. Anche i due terroristi restano uccisi, le due donne invece vengono arrestate e condannate a 220 anni di carcere ciascuna. Una di loro verrà rilasciata dopo sette anni in uno scambio di prigionieri, mentre la seconda sarà rilasciata solo dopo undici anni[12].

L’attentato al Siot di Trieste

L’aeroporto di Fiumicino

L’aeroporto di Roma Fiumicino, scalo di grande importanza per i traffici internazionali, fu utilizzato diverse volte dai commando palestinesi. Accadde anche il 30 maggio 1972, quando tre terroristi dell’Armata rossa giapponese, gruppo legato all’Fplp, Kozo Okamoto, Tsuyoshi Okudaira e Yasuyuki Yasuda, si imbarcarono su un aereo dell’Air France diretto a Tel Aviv. Giunti all’aeroporto di Lod, scatenarono l’attacco con mitra e bombe a mano. Resteranno uccise 24 persone e due terroristi (ottanta i feriti). Yasuda venne ucciso dalle guardie israeliane, Okudaira si uccise facendosi esplodere. Okamoto venne arrestato. Condannato all’ergastolo, è stato liberato nel 1985 insieme ad altri trecento prigionieri in uno scambio con soldati israeliani catturati. Ancora oggi vive in Libano con lo status di rifugiato politico[13].

Kozo Okamoto al processo

LA STRAGE DELLE OLIMPIADI

Ma in quel drammatico 1972, l’evento che, per la sua rilevanza e per l’inevitabile risonanza mediatica che ebbe, è riuscito a travalicare i decenni e l’oblio, è sicuramente la strage alle Olimpiadi di Monaco di Baviera.

Il 5 settembre 1972, durante lo svolgimento della XX edizione dei Giochi olimpici (26 agosto – 11 settembre 1972), un commando di Settembre Nero occupò la palazzina dove erano alloggiati gli atleti israeliani. Durante l’attacco due atleti restarono uccisi mentre nove vennero catturati. Dopo estenuanti trattative i terroristi con gli ostaggi raggiunsero l’aeroporto di Fürstenfeldbruck, dove la polizia della Repubblica federale tedesca aveva teso loro un agguato.

Nella sparatoria restarono uccisi tutti gli ostaggi, cinque terroristi e un agente di polizia. Altri tre palestinesi vennero arrestati. L’operazione era stata denominata “Ikrit e Biram” dal nome di due villaggi della Galilea del nord, dai quali, nel 1948, Israele aveva espulso gli abitanti arabi e poi aveva raso al suolo nel 1953. Il capo del commando e negoziatore era Luttif Afif detto “Isa”. Gli altri membri erano Yusuf Nazzal detto “Tony”, Afif Ahmad Hamid detto “Paolo”, Khalid Jawad detto “Salah”, Ahmad Shiq Taha detto “Abu Halla”, Mohammed Safadi detto “Badran”, Adnan al-Gashei detto “Denawi”, Jamal al-Gashei, cugino del precedente, detto “Samir”.

I tre sopravvissuti, arrestati dalle autorità tedesche, erano Denawi, Badran e Samir. I tre saranno liberati il 29 ottobre 1972 quando un Boeing 727 della Lufthansa in volo da Damasco a Francoforte e Monaco, venne dirottato su Zagabria. I terroristi, minacciando di far precipitare l’aereo su Tel Aviv o su Monaco, chiesero e ottennero la liberazione dei tre autori della strage, che verranno inviati in Libia, accolti come eroi da Gheddafi.

Il 24 dicembre 1972, un palestinese viene arrestato all’aeroporto di Londra. Intendeva compiere un attentato in un’ambasciata israeliana in Scandinavia. Condannato a diciotto mesi di reclusione, verrà liberato dopo un anno.

Il 28 dicembre 1972, terroristi di Settembre Nero occupano l’ambasciata israeliana a Bangkok prendendo in ostaggio sei tra funzionari e impiegati, chiedendo il rilascio di 36 palestinesi prigionieri in Israele. Il giorno dopo rinunciano al riscatto e si fanno trasportare al Cairo.

Strage di Monaco: gli israeliani massacrati

IL COINVOLGIMENTO DELL’ITALIA

Anche l’Italia, nel 1972, finisce per essere coinvolta direttamente da questa recrudescenza del terrorismo palestinese. Abbiamo già citato l’attentato all’oleodotto del 4 agosto, ora l’obiettivo interessa più pericolosamente le persone. L’epilogo degli episodi che andremo ad elencare, alcuni di estrema gravità, è una dimostrazione che il nostro governo, al pari di altri, stava cercando di trovare una soluzione “diplomatica”, instaurando rapporti e trattative con le organizzazioni terroristiche per scongiurare attentati.

Il 28 maggio 1972, una giovane libanese viene trovata in possesso di armi (due pistole, un caricatore, altre munizioni e una bomboletta spray di gas lacrimogeno). Arrestata, verrà liberata dopo qualche settimana e spedita a Beirut. Questo è forse il primo caso dove la liberazione di un terrorista, in questo caso la giovane Kheirie Jomaa el-Amki, colta in flagranza e trovato in possesso di armi ed esplosivo, viene rapidamente messa in libertà, sorvolando con estrema leggerezza l’obbligatorietà dell’azione penale.

L’episodio che avrebbe potuto avere le conseguenze più gravi, avviene il 16 agosto 1972, quando un “mangianastri” imbottito di esplosivo, consegnato da due arabi – Adnam Mohamed Ali Hasham e Ahmed Zaid – a due ignare ragazze inglesi conosciute giorni prima e imbarcatesi a Fiumicino su un aereo della El Al diretto a Lod, esplode nel compartimento bagagli. L’aereo non precipita. I due arabi, che avevano convinto le due ragazze, pagando loro il biglietto aereo, a trasportare quel mangianastri per consegnarlo ad un fantomatico amico che le avrebbe accolte in Israele, vengono arrestati alcuni giorni dopo. In un’agendina sequestrata vengono trovati i numeri di telefono della Cancelleria dell’Ambasciata libica a Roma e di un residence dove alloggiano Mousa Salek Elhai e Saleh M. Elzaedi. primo e secondo segretario dell’Ambasciata.

LA STRAGE MANCATA DEL MANGIANASTRI

Sull’aereo viaggiavano 140 passeggeri e otto membri dell’equipaggio. Se l’attentato fosse riuscito, si sarebbe pertanto trattato di una strage tra le più gravi mai avvenute in Europa. Nonostante ciò, o forse proprio per questo, si mise immediatamente in moto la “macchina diplomatica parallela” del nostro governo.

In un «Appunto» riservato del 17 dicembre 1972, si legge:

«In relazione all’attività terroristica sul piano internazionale sono in corso colloqui riservati e non ufficiali con i vertici di varie, note, organizzazioni, in aderenza ai nostri interessi […]. Nel quadro dei citati colloqui viene considerato, in particolare, il problema concernente i due guerriglieri arabi attualmente detenuti in [un] carcere italiano (accusa di tentativo di strage. Episodio aereo israeliano) […] Al riguardo risulta che analoga segreta iniziativa è sviluppata da taluni Paesi europei; per le rispettive esigenze»[14].

Questi «colloqui riservati», «in aderenza» agli interessi dello Stato, portarono, nel giro di pochi mesi alla liberazione dei due terroristi. Le modalità con cui avvenne la loro scarcerazione e il conseguente trasferimento in Libia, suscitò grossi malumori.

Il pubblico ministero Silvia Jacopino e il giudice istruttore Francesco Amato si opposero alla liberazione dei due terroristi. Il responsabile dell’ufficio istruzione della procura di Roma Achille Gallucci avocò a sé l’inchiesta e procedette applicando la cosiddetta legge Valpreda n. 733 del 15 dicembre 1972, che conferiva al giudice il potere discrezionale di concedere la libertà provvisoria anche in presenza di reati per i quali era obbligatorio il mandato di cattura.

I due arabi, la mattina del 4 febbraio 1973, vennero fatti salire su un’auto dei carabinieri guidata dall’allora capitano Antonio Varisco, comandante del nucleo tribunale dei carabinieri e vennero accompagnati in provincia di Chieti con l’obbligo di presentarsi ai carabinieri una volta la settimana. Vi restarono due giorni, quindi si dileguarono facendo perdere per sempre le loro tracce. Di loro, probabilmente trasferiti in Libia con l’aiuto dei nostri servizi, non si saprà più nulla.

Sono a dir poco clamorose, le motivazioni che Gallucci avanzò per consentire la liberazione dei due stragisti mancati. Una disamina spietata la formulò Vittorio Lojacono, giornalista del «Corriere della Sera» e grande esperto del Medio Oriente, nel suo libro“I dossier di Settembre nero” (Bietti, 1974).

L’ANALISI DI VITTORIO LOJACONO

«Quando la notizia della libertà provvisoria viene annunciata con un breve comunicato, protestano i giornali e protesta l’ambasciatore israeliano. Naturalmente c’è chi, nonostante i “veti”, attribuisce a questo provvedimento del dottor Gallucci un significato politico, come se la libertà provvisoria fosse dovuta a una superiore “ragion di Stato”. “Niente di più fantasioso” commenta, subito, un altro magistrato. “La libertà provvisoria è stata concessa con una ordinanza chiaramente motivata”. I giornalisti, allora, vanno alla ricerca dell’ordinanza e trovano un documento che, invece di allontanare i sospetti li accresce; ed è a dir poco sorprendente per le sue elucubrazioni giuridiche.

“Secondo le risultanze peritali” si legge nel documento “l’ordigno difficilmente sarebbe potuto esplodere qualora fosse stato posto nella cabina passeggeri, in quanto il verificarsi dell’esplosione era stato programmato per una altezza superiore a quella della pressurizzazione dell’aereo. Peraltro l’esplosivo contenuto nell’ordigno era di tale entità che difficilmente avrebbe potuto causare, come in concreto non ha causato, rilevanti danni all’aereo con possibilità di disastro, tanto che poche ore dopo lo stesso aereo fu in grado di riprendere il viaggio forzatamente interrotto. Pertanto” conclude il consigliere Gallucci “pur non ricorrendo I’ipotesi del reato impossibile, in concreto è stato minimo il pericolo del verificarsi di una strage”.

Prima conclusione: gli arabi hanno sbagliato nel preparare l’ordigno, l’aereo quindi ha resistito, e questo diminuisce la responsabilità dei terroristi […]

Ed ecco ora la valutazione del “movente ideale” che ha indotto i due ad agire a quel modo: “Le indagini processuali inducono a ritenere essere stati i due detenuti non gli ideatori e gli organizzatori dell’impresa criminosa, ma gli esecutori di ordini (loro impartiti dall’altro imputato latitante) quali pedine di scarsa importanza in una organizzazione più complessa, come è dato desumere dal fatto che, fallita l’impresa criminosa, si trovarono privi di validi appoggi”.

Seconda conclusione: poiché i terroristi, compiuto l’attentato, si tro­varono “senza validi appoggi”, questo diminuisce la loro responsabilità. Continuiamo l’esame del documento: “Pur dovendo recisamente biasimare e respingere… i motivi che hanno spinto i due arabi all’azione, questo giudice, nell’esercizio del potere discrezionale sulla concessione della libertà provvisoria, non può esimersi dal concludere: Primo: la causa psicologica dei reati ascritti... si differenzia dagli stimoli che più frequentemente determinano le azioni criminose. Secondo: militano a favore dei due imputati le condizioni di vita individuale e sociale, considerando che sono nati e cresciuti in paesi da pochi anni indipendenti…”. Si arriva così alla conclusione finale: provengono da zone disagiate e quindi sono meno responsabili».

La discutibile decisione di Gallucci è evidente che si colloca in uno schema predisposto dal Governo, dove uno staff di giuristi fedeli a Moro (di fatto i destinatari delle “lettere palestinesi”, a cui si può con certezza aggiungere anche Leopoldo Elia), avevano individuato i cavilli legali e i protocolli che si potevano applicare per giungere a misure di estrema clemenza nei confronti dei terroristi palestinesi arrestati.

LA TESTIMONIANZA DI PENNACCHINI

È interessante riportare la testimonianza che Erminio Pennacchini, rilasciò al giudice istruttore di Venezia Carlo Mastelloni, proprio sulla vicenda dei due arabi del “mangianastri”. Alle minacce palestinesi, successive all’arresto di qualche terrorista colto in flagranza di reato, seguivano, sui magistrati che si occupavano della vicenda, le pressioni dei nostri Servizi e, si può immaginare, le raccomandazioni ed i timori di quei politici al Governo che erano consapevoli dell’accordo. Il tutto regolarmente sfociava nella liberazione dei terroristi medesimi.

«Mi sovviene […] un episodio circa [due] terroristi che nella fattispecie furono arrestati a Roma nel 1972 trovati in possesso di un grammofono o giradischi esplosivo [sic]. Di tanto venni informato dall’allora ministro di Grazie e Giustizia on. Gonnella, il quale mi relazionò in particolare sulle conseguenti minacce sempre provenienti da ambienti dell’Olp, adducendo altresì che i Servizi segreti gli avevano fatto delle pressioni al fine della liberazione dei precitati arabi arrestati»[15].

L’ultimo episodio terroristico del 1972 che riguarda il nostro Paese, avvenne il 26 novembre. Quattro valigie piene di armi di provenienza libica furono ritrovate all’aeroporto di Fiumicino. Secondo i quotidiani si trattava di quattro mitra di tipo Stern con sedici caricatori a mezzaluna per un totale di 480 cartucce, otto bombe a mano MK 2 denominate “ananas”, quattro bombe incendiarie MK 1, tutte di fabbricazione inglese, e due pistole Beretta calibro 7,65 complete di caricatore. I quattro arabi proprietari dei bagagli ripartirono per Il Cairo la sera stessa.

1973, LO STESSO COPIONE

L’anno successivo, il 1973, si ripropose lo stesso copione.

Il 30 gennaio 1973, tre terroristi palestinesi con passaporti israeliani furono intercettati alla frontiera tra Italia e Austria. Facevano parte del gruppo che intendeva attaccare il castello di Shoenau. L’Italia li espulse il giorno stesso.

Il 4 aprile 1973, due arabi, trovati in possesso di armi e materiale esplosivo, vennero arrestati a Fiumicino. Avevano passaporti iraniani intestati a Gholan Mirzaga e Shirazi Bahrami Riza. Il 13 agosto 1973 dopo il pagamento di una modesta cauzione (solo 500.000 lire) vennero liberati. Avevano subito condanne per quattro anni ciascuno.

Il 17 giugno 1973 a Roma, in Piazza Barberini, saltò in aria una Mercedes carica di esplosivo. I due arabi a bordo restarono feriti. Si trattava del giordano Hamid Abdul Shiblj e del siriano Abdel Hadi Nakaa. Verranno anch’essi liberati il 13 agosto 1973.

IN POCHI MESI ALMENO SETTE CASI DI TERRORISTI PALESTINESI LIBERATI

Nel giro di pochi mesi, dunque, tra il 1972 e il 1973, si contano almeno sette casi in cui terroristi palestinesi arrestati, vennero liberati a prescindere dalla gravità del reato commesso.

È abbastanza evidente che ciò poteva avvenire solo in presenza di un “accordo” che lo permetteva e grazie all’interessamento di emissari del Governo, dotati di un notevole potere persuasivo e di adeguate coperture istituzionali, che riuscivano a predisporre le condizioni affinché si realizzasse l’obiettivo.

Sicuramente era a questi precisi episodi che Aldo Moro si riferiva quando dalla prigionia brigatista implorava affinché lo stesso metodo fosse adottato anche nel suo caso. Non accadde. Moro fu ucciso, ma il “lodo”, a cui egli aveva lavorato con tanto impegno in nome della “Ragion di Stato”, gli sopravvisse.

(FINE QUARTA PUNTATA. Continua)


NOTE AL TESTO

[1] Cottafavi nel 1978 era capo della rappresentanza dell’Onu per l’Europa a Ginevra, ambasciatore fuori ruolo presso le Nazioni Unite in qualità di vicesegretario generale aggiunto. In passato era stato consigliere diplomatico di Moro quando questi era presidente del Consiglio, e suo capo gabinetto al ministero degli Esteri.

[2] Nel 1978 Piccoli era il capogruppo della Democrazia cristiana alla Camera dei Deputati, sostituirà Moro dopo la morte alla carica di presidente del Consiglio nazionale del partito.

[3] Pennacchini nel 1978 era deputato democristiano, dal 6 dicembre 1977 era presidente del Copasis, vale a dire del Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti e sul segreto di Stato; inoltre, dal 21 marzo 1977 era anche presidente della Commissione speciale dell’esame del disegno di legge n. 696 riguardante l’istituzione e l’ordinamento del Servizio per la informazione e la sicurezza).

[4] Nel 1978 Dell’Andro era sottosegretario al ministero di Grazia e Giustizia.

[5] Nel 1978 Misasi erapresidente della Commissione giustizia della Camera dei deputati.

[6] Giovannoni, Moro così lo chiama, viene invocato nella lettera a Flaminio Piccoli e in quella a Erminio Pennacchini.

[7] Il riferimento è all’arresto e successiva liberazione dei cinque palestinesi arrestati il 5 settembre 1973 in un appartamento di Ostia con due missili Sam 7 Strela. L’episodio è stato raccontato in altre parti di questo saggio.

[8] Domenico Guzzo è direttore dell’Istituto per la Storia della Resistenza e dell’Età contemporanea di Forlì-Cesena, responsabile esecutivo delle attività culturali della Fondazione Roberto Ruffilli, membro associato del Centro di ricerca LUHCIE dell’Università di Grenoble Alpes e direttore del Portale didattico-divulgativo La Diga Civile. L’Emilia-Romagna di fronte alla violenza politica e al terrorismo: storia, didattica, memoria.

[9] Intervista rilasciata da George Habbash a Oriana Fallaci nel 1970, in O. Fallaci, Intervista con la storia, BUR, Milano 2010.

[10] In Appendice sono riportati documenti che dettagliano maggiormente gli episodi riportati.

[11] Giuliano SadarIl grande fuoco – 4 agosto 1972: l’attentato all’oleodotto di Trieste, Trieste, MGS Press, 2015.

[12] Vedasi Appendice 2.

[13] Vedasi Appendice 3.

[14] In atti proc. Pen. R.G. 91/97, Procura della Repubblica di Brescia, documentazione Ministero dell’Interno, dipartimento della pubblica sicurezza, allegato n. 27 alla annotazione Ispettore Michele Cacioppo del 07/03/2006, classificato come «Appunto senza intestazione datato 17 dicembre 1972», estratto dal fascicolo Cat. D8/14 sott. 1, oggetto: «Fiumicino (Roma 16/8/1972 aereo El Al ( Boeing 707). Esplosione)». Riportato da Giacomo Pacini nel saggio “Il lodo Moro. L’Italia e la politica mediterranea. Appunti per una storia”, in Aldo Moro e L’intelligence. Il senso dello Stato e le responsabilità del potere, a cura di Mario Caligiuri, Rubbettino, 2018. Il documento è riprodotto in Appendice.

[15] G.I. Carlo Mastelloni, rg. 204/83, deposizione di Erminio Pennacchini, 6 marzo 1985. Riportato da Giacomo Pacini nel saggio “Il lodo Moro. L’Italia e la politica mediterranea. Appunti per una storia”, in Aldo Moro e L’intelligence. Il senso dello Stato e le responsabilità del potere, a cura di Mario Caligiuri, Rubbettino, 2018.

APPENDICE: I DOCUMENTI DEL MINISTERO DEGLI INTERNI

Appendice 1 / L’ESCALATION DEL 1972

In un telex dall’Olanda, in data 23 febbraio 1972, classificato riservato, avente a oggetto gli attacchi dinamitardi alle stazioni del gas, si fa richiesta alle autorità italiane competenti, di alcune informazioni in riferimento a una lista di nominativi arrestati in relazione ai fatti accaduti. Si tratta di persone residenti in Italia in diverse regioni.

L’interesse per questo documento nasce da una nota del Ministero dell’Interno, Direzione Generale della Pubblica Sicurezza, centro Nazionale di Coordinamento delle Operazioni di Polizia Criminale, del 27 novembre 1972, in cui il Direttore della Polizia Giudiziaria scrive al Direttore Centrale della Polizia Giudiziaria (Ufficio Centrale Nazionale) in proposito dell’omicidio del giornalista siriano Kannou Khor, commesso a Parigi il 13 novembre 1972. Il filo rosso che unisce avvenimenti all’apparenza così distanti è l’attribuzione degli stessi a Settembre Nero.

È oggetto di particolare attenzione il viaggio compiuto in Italia nel mese di luglio da una donna cittadina francese Marie-Thérèse Lefebvre, accusata e detenuta per complicità nell’omicidio, la quale ha noleggiato la vettura utilizzata dagli autori del fatto. Per incarico di Mohamed Boudia, detto Rabah, membro anziano del Fronte per la Liberazione della Palestina, la donna si sarebbe recata da Parigi a Venezia in aereo, in compagnia di un’altra cittadina francese Dominique Iurilli. Insieme avrebbero soggiornato nell’hotel Casanova per poi trasferirsi presso un privato vicino al Commissariato di Polizia della città. Qui avrebbe noleggiato una vettura Taunus di colore marrone metallizzato, presso l’AVISS, con la quale successivamente si sarebbe spostata insieme ad altre 3 persone, di nazionalità algerina, di cui vengono segnalati i nominativi. Tre giorni dopo, l’altra cittadina francese, avrebbe noleggiato a suo nome presso l’HERTZ o AVISS a Mestre una FIAT 850.

Marie-Thérèse Lefebvre, in base alle notizie ricevute, si sarebbe fermata nella città per circa una settimana, per poi raggiungere Francoforte in aereo per assistere ad un matrimonio, lasciando Dominique Iurilli da sola ancora a Venezia.

Tra le precedenti attività della Lefebvre viene menzionata la distruzione, messa in atto insieme agli algerini sopra citati, delle installazioni di gas in Olanda per mezzo di esplosivi, a cui sembrerebbe collegabile con la loro presenza in Italia, sulle coste adriatiche, l’attentato perpetrato a inizio agosto 1972 a Trieste contro l’oleodotto transalpino, azione rivendicata successivamente da Settembre Nero.

Segue l’elenco dei nomi di cui si chiedono notizie, rilevando che un nominativo, Lamri Bouchadiche, è già oggetto di mandato di cattura per complicità nell’omicidio di Kannou e di una domanda di arresto provvisorio da parte dell’autorità olandesi. Egli stesso ha rivendicato, come capo del commando Settembre Nero, gli attentati computi in Olanda nel febbraio 1972, avvenuto con gli esplosivi portati ai responsabili da un palestinese passando dalla Germania.    

Il 2 dicembre 1972 in una nota del Ministero dell’Interno, Direzione Generale della Pubblica Sicurezza, Servizio Informazioni Gen. e Sicurezza Interna, III, diretta al Capo della Polizia e ai Questori delle città di Milano-Torino-Genova-Roma-Venezia-Trieste, in relazioni agli attentati commessi nella notte tra il 5 e il 6 febbraio in Olanda, contro le stazioni di compressione del gas naturale a Ommen e Ravenstein, si fa espresso riferimento all’organizzazione di Settembre Nero e nello specifico al capo del commando palestinese Lamri Bouchadiche.

Nello stesso giorno ad Amburg, una violenta esplosione distrusse una fabbrica elettromeccanica.

Nel bollettino di Al Fatah, Hisad al Assifa, nei giorni successivi, vennero spiegati gli attentati compiuti in Olanda e in Germania, il primo come risposta per l’esportazione di gas verso Israele, mentre il secondo in quanto la Germania forniva i generatori per i bombardieri israeliani.

In un appunto senza data e senza firma viene riportato poi il collegamento esistente tra gli arabi, i palestinesi e l’Italia.

Secondo quanto scritto, furono i neofascisti per primi negli anni ’50, alla vigilia della guerra del 1956, a entrare in contatto con questi ultimi, lanciando un proclama ai reduci della Repubblica di Salò per formare una Legione Araba, avente lo scopo di aiutare i fratelli arabi. Avevano anche pensato all’insegna per la Legione: un manganello incrociato con una scimitarra. La penuria delle adesioni e la brevità della guerra fecero fallire il piano. Tra gli anni ’50 e ’60 i fascisti volsero allora il loro sguardo verso l’OAS e ad altre organizzazioni della destra franco algerina. Nel frattempo, il numero degli arabi residenti in Italia stava crescendo grazie alle borse di studio messe a disposizione per i Paesi del terzo mondo e al sempre crescente interesse del Governo italiano per il petrolio.

Rimanendo legati al filo rosso, è possibile collegare ancora un altro evento accaduto sempre nelle stesse giornate dei primi di febbraio.

Il riferimento è all’omicidio di cinque giordani avvenuto presso le loro abitazioni a Brühl in Germania il 6 febbraio 1972, per mano di due terroristi arabi. Si tratta di Adel Musleh Nafel Awad, Said Hamdan Abdullah Baba, Ibrahim Rushdi Ahmad Musa Nigim, Shukri Musa Ahmad Nigim e Ahmad Mubadda Quasem Ibrahim Nigim

La comunicazione proviene da un telegramma del Ministero dell’Interno, Direzione Generale della Pubblica Sicurezza, Ispettorato Generale per l’Azione contro il Terrorismo, del 20 marzo 1975. Nel testo si comunica che è giunta la notizia, da una fonte estera qualificata, della partenza dal Medio Oriente verso i Paesi Occidentali, passando per la Spagna, di un gruppo di Settembre Nero. Segue l’elenco nominativo e tra i nomi figura Ahmed Ben Ibrahim alias Hassan Muhammad Hammouda, alias Abu Fares guerrigliero già collegato agli omicidi di cui sopra.

È rilevabile anche la presenza di Ali Zibaq, la cui possibile identificazione combacerebbe con Hassen Refat alias H. A. fermato a Tarvisio il 27 gennaio 1973 e probabilmente uno degli attori dell’attacco all’oleodotto in Olanda.

Da una nota del Ministero dell’Interno, Direzione Generale della Pubblica Sicurezza, Divisioni Affari Riservati, si ha notizia di un’esplosione avvenuta la sera prima degli omicidi, nella sala di montaggio della ditta Strüver KG, che si occupa della costruzione di apparecchiature e serbatoi per auto ad Amburgo. La ditta, tra le sue diverse attività, esporta generatori per gli aerei israeliani, che vengono costruiti proprio nella sala montaggio che è stata fatta saltare. Dalle indagini emerge l’identificazione di uno dei due responsabili nella persona di Rated Hassan Ihdeib domiciliato ad Amburgo presso la Casa dello Studente, il quale successivamente viene anche riconosciuto da un testimone, il fratello di una delle vittime, come uno degli autori dell’efferato delitto. 

Il gruppo responsabile dell’attacco, sulla base delle ricostruzioni fatte e sui testimoni ascoltati, era composto da cinque elementi tutti provenienti da Londra e Beirut, che raggiunsero la città di Amburgo il 31 dicembre 1971. Seguono i nomi dei componenti algerini del commando, ricostruiti sulla base delle prenotazioni effettuate in hotel o nella richiesta di visti avanzata presso la rappresentanza d’affari tedesca in Beirut. Secondo fonti palestinesi il materiale esplosivo sarebbe arrivato sul posto prescelto mediante un corriere, quale Ufficiale di Fatah, dentro dei contenitori di biscotti e confetture arabe. I terroristi, si sarebbero ritrovati dopo gli attentati ad Aachen per ritornare poi a Beirut passando per il Belgio.

Si tratta di: Tayeb Belakhrouf alias Moises Gomer, alias Mahmud; Hassan Khalid alias Abu Feres; Josè Cunha Fatha alias Ibrahim; Dahman Harithi alias Ali; Mostafa Jadallah alias Mostafa Cakirgöz

La motivazione dell’omicidio è da ricercare nella presenza tra le vittime di un ex collaboratore con le postazioni israeliane prima del suo arrivo in Germania. L’individuazione degli obiettivi avviene per opera di un’organizzazione guidata da Fahat Djihaz Al Rasd che presenta ramificazioni segrete nell’Europa Occidentale. Il tracciato parte da Al-Rasd che segnala l’obiettivo, dopo aver effettuato delle indagini, alla centrale di Fatah, e questa a sua volta assegna l’esecuzione materiale al gruppo terroristico di Settembre Nero. “Da un dispaccio dell’Agenzia di Stampa DPA di Colonia, il 12.2.1972 giunse da Cairo la notizia che i cinque giordani erano stati giustiziati dall’organizzazione Settembre Nero, poiché i predetti avrebbero avuto contatti con postazioni israeliane”.

Nello stesso documento segue poi una segnalazione sul dirottamento del Boeing 747 della Lufthansa del 22 febbraio 1972 per Aden, rivendicato dall’Organizzazione delle Vittime dell’Occupazione Sionista, Zionsit Occupation Victmis Organisation (ZOVO). Da informazioni non confermate sembrerebbe in realtà opera di un commando del Fplp. Lo scopo del dirottamento, come si legge in una lettera inviata il 22 febbraio da Colonia e diretta alla Lufthansa, è la richiesta di un riscatto di 5 milioni di dollari da ripartire secondo indicazioni molto precise. 

Diecimila dollari americani in banconote da 100 per un totale di 1.000.000 di dollari; 4740 marchi tedeschi in banconote da 1000 per un totale di 1.500.000 di dollari; 3800 franchi svizzeri in banconote da 1000 per un totale di 1.000.000 di dollari; 10.140 franchi francesi in banconote da 500 per un totale di 1.000.000 di dollari e infine 9578 sterline in banconote da 20 per un totale di 500.000 dollari.

La somma è stata trasportata con un aereo del tipo Hansa-Jet HF B 320 dell’ Inter City-Flug, da Dusseldorf a Beirut, secondo le direttive dei terroristi.

Sulla base di alcune informazioni riportate nel telegramma del Ministero dell’Interno, Direzione Generale della Pubblica Sicurezza, Centro Nazionale di Coordinamento delle Operazioni di Polizia Criminale, l’aereo appena decollato da Nuova Delhi è stato costretto a ritornare indietro e a cambiare la rotta verso Aden, dove è atterrato.

I terroristi, secondo le indicazioni della polizia tedesca, sono saliti sull’aereo da diverse località: due a Hong Kong, uno a Bangkok e due a Nuova Delhi. L’azione di dirottamento è iniziata quando, il presunto capo è entrato nella cabina di pilotaggio mentre gli altri tenevano sotto controllo i passeggeri, armati di pistole a tamburo e bombe a mano. Nell’aereo sono stati posti diversi esplosivi.

Arrivati a Beirut, le donne sono state rilasciate a differenza dei restanti passeggeri che sono stati liberati solo al pagamento del riscatto.

Secondo informazioni di stampa il responsabile delle organizzazioni palestinesi ha fatto sapere che l’organizzazione che ha rivendicato l’attacco non esiste e che l’azione è stata eseguita solo ai fini di estorsione.

Il 18 marzo negli uffici della Questura di Pisa, un testimone dei fatti, F. B., ha rilasciato una dichiarazione, da cui emergono importanti particolari.

I terroristi parlavano tutti un inglese non fluente e per prima cosa, dopo aver preso possesso dell’aereo, chiesero se a bordo fossero presenti degli italiani. Allora facendosi il testimone avanti, il presunto capo iniziò a parlare con lui in italiano. Dopo avergli domandato le generalità, gli disse che aveva studiato in Italia senza però precisare la località. In totale gli italiani risultarono essere quattro. Le motivazioni del dirottamento che emersero dalla discussione erano da riportare agli aiuti che la Germania Occidentale aveva forniti ultimamente a Israele.

Al momento del rilascio, sempre lo stesso terrorista tenne ai passeggeri un discorso in inglese porgendo le scuse per il disturbo arrecato. Segue la descrizione del giovane terrorista, il quale si faceva chiamare Youssef El Katheeb, e del resto del commando.  Altro nome che il testimone è riuscito a sentire è quello di Hassan.

Dagli accertamenti dei fatti risulta che in Italia hanno soggiornato per motivi di studio Jaber Hassan Alì palestinese e Qasem Fayez giordano. In un altro telegramma il Ministero degli Interni, Direzione Generale della Pubblica Sicurezza, Centro Nazionale di Coordinamento delle Operazioni di Polizia Criminale chiede ulteriori indagini presso le università, sollecitate dalla polizia tedesca, per i nominativi di: Hassan Jaber, Mohamad Iben Abu Arab, Hamoud El Khatib, Mohamed Said Fayez Ossem.

Appendice 2 / IL DIROTTAMENTO DELL’8 MAGGIO 1972

L’attacco avvenne poco dopo il decollo da Vienna. L’aereo fu fatto atterrare a Lod. Qui, gli attentatori, che si dichiararono appartenenti a Settembre nero, annunciarono che avrebbero liberato gli ostaggi solo dopo il rilascio di 317 terroristi “imprigionati in Israele” e trasferiti con degli aerei in Egitto.

Dopo 23 ore di negoziati con le rappresentanze israeliane, alle ore 16.10 del 9 maggio, un gruppo dell’IDF (Israel Defense Forces, note anche col termine ebraico di Tzahal) irruppe nell’aereo, riuscì a liberare i passeggeri dopo uno scontro a fuoco con i dirottatori, di cui due rimasero uccisi, una riportò delle ferite e l’ultima fu catturata. Dalle indagini sul dirottamento del 8 maggio 1972, emersero i nomi dei dirottatori:

  1. Ahmed Musa Awwad, comandante del commando, ucciso durante lo scontro a fuoco con l’IDF, attivista del Fplp di Habash partecipò già al dirottamento dell’aereo dell’EL AL in Algeria nel luglio 1968. Si pensa che sempre lui fosse con i bambini che portarono le granate dentro l’ufficio dell’El Al di Bruxelles, usando il nome di Kamal Raafat Abd Al-Qader. L’8 settembre 1969 tre attentati contro uffici commerciali e diplomatici israeliani avvengono pressoché contemporaneamente intorno alle 12 e 45, in diverse città europee. A Bad Godesberg nei pressi di Bonn vengono lanciate due granate contro l’ambasciata israeliana. Viene arrestato Talaat Hassan Ismail di 15 anni. A Bruxelles, in seguito ad una esplosione presso gli uffici della El Al restano ferite quattro persone di cui una in modo grave. Vengono arrestati Ibrahim Abdel Razzak di 13 anni e Saadoun Kaled di 16 anni. A L’Aja un ragazzo di 16 anni Wail Mohammed Hassan viene arrestato dopo aver tentato di lanciare una bomba a mano contro l’ambasciata israeliana. La granata esplode nella casa contigua occupata dal primo segretario dell’ambasciata tedesca causando non molti danni. I quattro ragazzetti componevano il gruppo “O Ci Min” che l’Fplp ha inviato in Europa per compiere attentati. Sono ragazzi kamikaze, detti anche “ashbal” o “Tiger Cubs”. Se arrestati erano preparati a rispondere alle domande con dichiarazioni improntate al più rigido antimperialismo e antisionismo. In Europa li aveva accompagnati tra gli altri Bassam Abu Sharif.
  2. Abd Al-Aziz Yussef Mustafa Rajub, soprannominato Al-Atrash, palestinese, fu visto in Siria con addosso la divisa di ufficiale di Fatah. Appartenente all’organizzazione Settembre Nero e anche lui rimasto ucciso nella liberazione dell’aereo.
  3. Rima Issa Tanus Azizat, israeliana, partita per la Giordania durante la guerra dei Sei Giorni, unendosi prima alla frangia di Sa’iqa e poi a Fatah. Nel settembre 1970 si trasferì in Siria sempre come attivista di Fatah. Prima dell’assalto fu inviata in un campo di addestramento di Settembre Nero in Libano.
  4. Therese Suleiman Halaseh, residente in Israele, infermiera, nel 1971 attraversò il Libano in compagnia di un’altra araba-israeliana, Hibat Jerema e insieme si unirono a Settembre Nero. Rimasta ferita nello scontro a fuoco.

Tre mesi prima dell’attentato, a Rima Issa Tanus Azizat fu dato l’ordine da Abu Muhammed, appartenente a Settembre nero e conosciuto con il nome di Fakhri Omar, di recarsi a Sidon per addestrarsi all’uso della pistola Kalashnikov 9mm. Qui venne in contatto con Therese Suleiman Halaseh e Hibat Jerama che nel campo si stavano addestrando all’uso di esplosivi e granate. Dopo Sidon, Rima Issa Tanus Azizat venne portata in una casa privata a Beirut per completare il suo percorso all’uso della pistola e delle granate. Si unì a lei poco dopo anche Therese Suleiman Halaseh. In seguito, il 28 aprile giunse Abu Muhammad insieme a Abd Al-Aziz e Ahmed Musa Awwad. Il giorno della partenza dalla casa fu consegnata alle ragazze una cintura con dell’esplosivo e un beauty case con dentro una pistola e delle granate.

Il 1° maggio Rima Issa Tanus Azizat fu portata da Ahmed Awwad in un campo d’aviazione a Beirut e da qui partirono per Roma, dove però gli fu vietato l’ingresso perché senza visto. Dopo la richiesta di Ahmed gli fu concesso un visto temporaneo di transito con cui poterono lasciare l’aeroporto e dirigersi in albergo. Il giorno seguente partirono per Francoforte per attendere l’arrivo dell’altra coppia.

Il 4 maggio Abd Al-Aziz e Therese Suleiman Halaseh lasciarono Beirut in aereo arrivando a Roma e ripartendo in serata per Francoforte. Alloggiarono in un albergo diverso rispetto all’altra coppia.

Il 5 maggio si incontrarono alla stazione di Francoforte per dirigersi in treno verso Bruxelles. Durante il viaggio parlarono in ebraico tra di loro. Arrivati nella città presero due camere nello stesso albergo e comprarono delle valigie, una radio a transitor per usarne le batterie nel sabotaggio dell’aereo e delle parrucche. La mattina dell’8 maggio si diressero all’aeroporto e qui si divisero in due gruppi. Avevano dei passaporti israeliani e al passaggio alla dogana parlarono ancora in ebraico. Prima dell’imbarco Rima fu perquisita ma non si accorsero della cintura. Una volta imbarcate le ragazze si misero a sedere insieme a Abd Al-Aziz mentre Ahmed da solo si accomodò in fondo all’aereo.

Secondo quanto stabilito dopo 15 minuti dal decollo da Vienna, Therese e Rima andarono nel bagno per togliersi la cintura e tirar fuori la pistola, iniziando così l’operazione. Tutta la documentazione israeliana usata durante l’attacco è poi risultata essere falsa. Accanto ai nomi dei diretti responsabili emergono dalle indagini anche altre figure:

  1. Muhammad Yussuf Al-Najjar, alias Abu Yussuf, palestinese e membro del Comitato Esecutivo del OLP e Capo politico e responsabile della fornitura di armi a Al Fatah e dei servizi di informazione. Considerato secondo ad Arafat nell’organizzazione e responsabile degli affari dei Principati del Golfo Persico. Girava con il passaporto diplomatico algerino e iracheno. A lui si deve la progettazione dell’addestramento dei terroristi che uccisero Wasfi Tal, del volantino con cui si minacciava di uccidere Re Hussein inviato in USA, dell’attacco all’aereo della Sabena all’aeroporto di Lod e dell’operazione Bangkok.
  2. Kamal Adwan, alias Abu Al-Hasan, alias Abu Sapri, alias Abu Wail, palestinese, ingegnere, membro del Comitato Supremo di Al Fatah e responsabile del settore orientale che riguardava Israele e territori occupati. Assistente di Arafat e responsabile della propaganda e delle relazioni con l’estero. Fu artefice del conflitto tra Al Fatah e l’Fplp di Habbash in Libano. Nel 1971 fu nominato membro del Comitato politico di Al Fatah. A lui si deve la conferenza stampa tenutasi a Parigi per spiegare l’attentato di Lod. Viaggiava con il passaporto diplomatico iracheno.
  3. Kamal Nasser, portavoce dell’OLP e membro della Commissione Esecutiva.  Nel 1957 nel Parlamento giordano ebbe la rappresentanza del distretto di Ramallah. Lasciò la Siria a seguito del colpo di stato di Abu Nawar e rappresentò la fazione giordana in Siria nell’ambito del Ba’ath. Nel 1969 a seguito di un duro contrasto con Arafat diede le dimissioni, che però in seguito ritirò. Nel 1970 accompagnò Arafat in visita in Cina.

In un’intervista riportata dal giornale arabo “As-siyasa” del 5 maggio e pubblicato in Kuwait, sul capo militare delle operazioni straniere e internazionali di PNLF (Fronte Nazionale per la Liberazione della Palestina) il portavoce annunciava che l’organizzazione “intendeva scioperare nei successivi giorni contro l’emigrazione ebraica in Israele, e di conseguenza aveva avvertito gli ambasciatori arabi in Beirut”. Ci sarebbe stato un dirottamento nel Kuwait dell’aereo che trasportava emigranti ebrei, a cui sarebbe seguita la richiesta della liberazione di fedayn imprigionati in Israele in cambio degli ostaggi. L’azione era diretta verso gli stati che accettano emigranti ebrei, inclusa l’Unione Sovietica. Dopo questa dichiarazione le linee svizzere informarono che non potevano più operare in Israele. Il dirottamento dell’aereo della Sabena rappresentava il primo attentato dopo l’annuncio del PNLF.

APPENDICE 3/ 30 MAGGIO 1972: LA STRAGE ALL’AEROPORTO DI TEL AVIV

L’aeroporto Lod di Tel Aviv fu teatro di un dirottamento il 30 maggio 1972, di un aereo dell’Air France partito da Parigi via Roma. La ricostruzione degli eventi è riscontrabile nel documento del Ministero dell’Interno, Direzione Generale della Pubblica Sicurezza, Centro Nazionale di Coordinamento di Polizia Criminale, nella traduzione inviata da Israele.

I 115 passeggeri del volo scesero dall’aereo ed entrarono in aeroporto, arrivando dopo essere passati dall’Ufficio Controllo Passaporti, nella sala deposito bagagli e controllo Dogana. Qui si unirono ad altri passeggeri di un altro volo, arrivato quasi contemporaneamente. Nel gruppo erano presenti tre passeggeri giapponesi saliti nello scalo di Roma. Questi ritirarono i loro bagagli ed estrassero subito dei mitra di fabbricazione cecoslovacca (modello VZ) e delle granate a mano, con cui iniziarono a fare fuoco sulle persone in attesa del controllo dogana. Nell’attentato 104 persone restarono ferite, 26 persero la vita e tra i terroristi due furono uccisi e uno catturato. Sui passaporti trovati agli attentatori, erano state strappate le foto, presumibilmente dopo essere passati attraverso il controllo passaporti e prima dell’arrivo delle valigie per non risultare identificabili. Infatti, a seguito dell’esplosione, il riconoscimento dei terroristi morti non fu semplice a causa delle mutilazioni subite. Il terzo terrorista sopravvissuto risultò essere dall’interrogatorio Kozo Akomoto membro dell’organizzazione giapponese Armata Rossa. I primi di marzo il commando fu inviato a Beirut per ricevere un addestramento all’uso delle armi da fuoco e delle granante a mano, da parte del Fplp, per poi recarsi a Lod per eseguire un attentato e infine suicidarsi. Il gruppo giunse a Roma partendo da Beirut e passando da Parigi. I passaporti risultarono nel corso delle indagini, falsi.

I tre giapponesi Kozo Okamoto, Takeshi Okudaira e Yasukuki Yashuda, appartenevano al movimento extraparlamentare conosciuto come Regno Sekigun (Armata Rossa Unita), nato nel settembre 1969 da una riunione di 400 studenti universitari giapponesi.

I leader del movimento erano Tsumeno Mori e Hiroko Nagata. Fino a quel momento il loro gesto più significativo era stato il dirottamento a Pyongyang (Corea del Nord) di un aereo di linea, a cui aveva partecipato il fratello di uno degli attentatori di Lod, Tareski Okamoto. Nel febbraio 1971 la polizia riuscì a rintracciare la centrale del movimento tra le montagne di Karuizawa, dove alcuni esponenti di quel gruppo si erano barricati con un ostaggio. L’assedio era durato dieci giorni ed era finito con una sparatoria e la cattura dei capi. Dalla perquisizione della zona risultarono quattordici corpi di giovani torturati e mutilati, alcuni dei quali erano stati sepolti ancora vivi sotto la neve. Si accertò inoltre che i primi contatti del movimento con i palestinesi erano avvenuti in occasione di un viaggio compiuto a Tokyo da Bassam Abu Sharif, marito di Leila Khaled, portavoce del Fronte di Habbash. In seguito, alcuni giapponesi si erano recati in Giordania e in Libano per ricevere un addestramento nei diversi campi presenti. Dopo la retata della polizia il Regno Sekigun cessò la sua attività e non tutti i suoi aderenti furono arrestati.

In Libano si trovava già la vedova di Yasuko Yamamoto, ucciso dai suoi stessi compagni per contrasti, entrando in contatto con la Khaled e Bassam. Nel 1971 venne raggiunta da Fusako Shigenobu, Mariko Nakano e Takako Nabuhara. Qui girarono un film di propaganda sulla resistenza palestinese, che fu poi proiettato in Giappone e che servì con l’incasso a mantenerli.

Nello stesso periodo, i fedayn inviarono in Giappone un certo Rubeiisi Ghahen, che viaggiava con un passaporto libanese, con il compito di organizzare una centrale per inviare i superstiti dell’organizzazione in Medio Oriente. Finito il suo compito egli si trasferì a Copenaghen via Mosca. In totale furono sedici gli adepti che accettarono l’offerta e tra questi c’era il nome di Okudaira, alias Jiro, marito di Fusako Shigenobu. Kozo Okamoto fu l’ultimo che decise di lasciare il Giappone per trasferirsi prima negli USA, poi in Canada ed infine a Francoforte.

Quando venne progettato l’attentato di Lod il commando formato dai giapponesi partì da Beirut, passarono per Francoforte e Parigi; quindi, giunsero in Italia in treno dalla Svizzera. In Libano il loro contatto era Mohamed Abualhija. Usarono dei passaporti giapponesi falsi, Baisuke Namba (Okamoto), Ken Torio (Okudaira) e Sagisaki Kiiro (Yashuda), che gli vennero consegnati a Francoforte. Arrivati a Roma il 25 maggio si fermarono all’albergo anglo americano vicino a via Quattro Fontane fino al 27, per poi cambiare spostandosi alla Pensione Scaligera in via Nazionale affermando che erano appena arrivati.

Durante questo cambio di alloggio, secondo le indagini, il commando prese possesso delle armi, tre mitragliatori con dodici caricatori ciascuno e alcune granate. Si pensa che sia stato un uomo di Settembre Nero a Roma a occuparsi della consegna. Qualcosa però arrivò all’orecchio dell’Ambasciatore israeliano a Parigi, perché questi chiese al Segretario Generale del Ministero degli Esteri francese di intensificare la sorveglianza sugli aerei dell’Air France diretti a Tel Aviv, dietro segnalazione dello Shin Bet. La risposta che ricevette non fu molto soddisfacente, in quanto gli fu assicurato che i palestinesi non avrebbero mai commesso alcun atto che potesse inimicargli le simpatie che il Governo francese nutriva per la loro causa.

Da un certo punto di vista questa rappresentazione politica venne rispettata, ed infatti l’attacco avvenne a Lod e non in territorio francese. Secondo quanto fu poi riferito dai servizi di sicurezza israeliani, il vero obiettivo del commando era quello di far saltare tutti gli aerei dell’El Al presenti in pista. Il piano congegnato prevedeva un gruppo di fuoco formato da Okudaira e Yashuda che avrebbe dovuto iniziare a sparare sulla folla, permettendo così nella confusione a Okamoto di uscire sulla pista e finire la missione. Era già deciso che i tre non sarebbero comunque sopravvissuti all’attacco comportandosi come dei kamikaze.

In un appunto della D.G.A.P. (Direzione Generale per gli Affari Politici e di sicurezza) del 5 giugno, diretto al Questore dr. Federico Umberto D’Amato, venne ricostruita una telefonata dell’Ambasciatore italiano a Tel Aviv, per informare che il Segretario Generale del Ministero degli Esteri nella mattinata dopo l’attentato all’aeroporto di Lod aveva rilasciato una dichiarazione ai Rappresentanti di Paesi che avevano contatti con le linee israeliane.

In base a questa il Governo israeliano si aspettava dai rispettivi Paesi una ferma condanna della strage, chiedeva che in tutti gli aeroporti venissero rafforzate le misure di sicurezza in riferimento soprattutto al controllo dei passeggeri e dei bagagli in partenza, rimarcava il ruolo avuto dal Libano nella vicenda suggerendo che venissero prese delle misure per l’immediata chiusura dell’Ufficio a cui facevano capo le organizzazioni di resistenza palestinese e dei campi di addestramento sparsi sul territorio, per l’Italia in particolare attenzionava sull’esistenza di organizzazioni di copertura appartenenti all’estrema sinistra in previsione soprattutto del successivo prossimo anniversario della Guerra dei Sei giorni.

L’impressione era che il Governo israeliano non avesse più pazienza verso l’atteggiamento del Libano per quanto riguardava la presenza nel suo territorio di organizzazioni terroristiche. Ciò avrebbe potuto portare quanto prima a dover adottare delle misure di sicurezza ritenute necessarie. Le organizzazioni di estrema sinistra a cui si faceva riferimento erano il GUPS (The General Union of Palestine Students), il Comitato Palestina, Union of Lybian Student, N. Sharif, The Committee for Palestine Resistance, O.L.P., Lotta di Popolo.

Con l’avanzare delle indagini, in una nota del Servizio Inf. Generali e Sicurezza Interna del 9 giugno, diretta al Questore di Roma, veniva scoperto il nome del contatto che avrebbe fornito le armi la mattina del 30 maggio nella persona del trafficante d’armi Christopher Ring, raggiunto tramite il contatto dell’arabo Yahya Abu Rida arrivato dal Libano. Nei passaporti falsi ritrovati dopo la strage non risultava in alcun modo l’entrata attraverso le frontiere italiane, a differenza per quanto riguardava Parigi, Barcellona e Londra. 

APPENDICE 4 / 29 OTTOBRE 1972: IL DIROTTAMENTO DI ZAGABRIA E TRIPOLI, IL RILASCIO DI TRE FEDAYN DELLA STRAGE DI MONACO

La mattina del 29 ottobre 1972 un Boeing 727 delle linee aeree Lufthansa, in volo da Beirut a Monaco in Germania via Ankara, viene dirottato verso l’aeroporto di Nicosia da alcuni terroristi presenti a bordo. Una volta completato il rifornimento, l’areo viene fatto nuovamente decollare per dirigersi a Zagabria, da dove subito dopo riparte per proseguire per Monaco e poi tornare ancora a Zagabria. L’obiettivo del dirottamento è quello di ottenere la liberazione dei tre fedayn responsabili dell’attentato alle Olimpiadi di Monaco e detenuti in Germania. Questi vengono condotti a Zagabria e consegnati ai terroristi che però non rilasciano in contemporanea gli ostaggi, ma, fanno proseguire l’aereo fino a Tripoli e solo in quel luogo l’azione si conclude con la loro liberazione.

Gli attentatori, Samir Al Chaned e Kassem Mahmoud Saleh, risultano essere cittadini libici e appartenenti a uno speciale gruppo formato da libanesi che opera su ordine del Consiglio Rivoluzionario libanese e collegato a Settembre Nero. Il commando ha dichiarato che «il rilascio dei tre sopravviventi dell’attentato di Monaco non ha risolto la “mancata promessa”, ma che dovrebbe essere espiata attraverso una spettacolare punizione».

In un appunto del Ministero dell’Interno del 15 novembre si fa menzione di una trasmissione radio in lingua araba, di cui non è stata individuata l’emittente, in cui è presente un preciso riferimento «ad un prossimo dirottamento di un aereo italiano ad opera di elementi del Fronte Popolare Democratico di Liberazione della Palestina. A ciò si aggiunge la segnalazione prodotta da parte di una fonte fiduciaria inserita in ambienti arabi, con cui viene dichiarato che l’azione è diretta a ottenere il rilascio dei due terroristi detenuti in Italia a seguito dell’attentato contro un aereo dell’El Al» (Il riferimento è ai due arabi responsabili dell’attentato del mangianastri del 16 agosto 1972, di cui parleremo prossimamente, Ndr).

Il bersaglio viene indicato in un aereo in partenza per il Medio Oriente o un velivolo delle linee internazionali. L’azione secondo le voci che circolano nell’ambiente non è di difficile concretizzazione in quanto, è di facile soluzione l’impossessarsi di un velivolo in Europa Occidentale e inoltre “l’atteggiamento di taluni Paesi, in relazione a recenti azioni svolte da guerriglieri arabi, indica l’orientamento all’acquiescenza”.  

In una nota dell’ 11 luglio 1973 della Direzione Generale della Pubblica Sicurezza, Servizio Informazioni Generali e Sicurezza Interna, intitolata “I palestinesi comprano uomini per uccidere su commissione”, si fa il punto della situazione sulla nuova tattica usata a giugno per uccidere l’addetto Aeronautico israeliano a Washington, Josef Allon.

Si pensa che l’omicidio non sia stato compiuto da elementi arabi e anzi si avanza l’ipotesi che possano essere stati addirittura degli americani. Sicuramente l’ordine e i soldi necessari per concludere l’operazione sono arrivati dal Medio Oriente, e questo porta a riflettere su questa nuova strategia che vede compiere omicidi per interposta persona e senza alcuna rivendicazione per paura di rappresaglie.

Secondo l’FBI più che la Mafia, potrebbe essere interessata a questo genere di azioni qualche organizzazione legata al movimento estremista nero, che dopo la creazione delle Black Panthers non esitano a ricorrere a tali metodi. Il silenzio in tutto il Medio Oriente sull’omicidio fa comprendere come qualcosa stia cambiando.

Un giornalista della radio palestinese che in un commento si è lasciato sfuggire alcuni accenni di rivendicazione è stato tradotto davanti al consiglio di disciplina.

Il raid israeliano su Beirut e l’esecuzione di cinque dirigenti palestinesi seppur ha silenziato le organizzazioni palestinesi, non ha però spento la loro volontà di colpire obiettivi israeliani in qualsiasi parte del mondo si trovino. Dopotutto essi possono disporre di un bilancio che varia tra i 150 e i 200 milioni di dollari messi a disposizione dai paesi arabi e dall’imposta sul ritorno pagata da tutti i palestinesi che possiedono dei redditi.

Solo 32 milioni di dollari arrivano dalla Libia e ciò è sufficiente per pagare dei mercenari disposti a uccidere, considerando che in Europa già ce ne sono oltre 20 di cui almeno due giapponesi. Questi ultimi si troverebbero proprio con l’obiettivo di impadronirsi di un velivolo per poterlo poi far precipitare su una città israeliana, una volta caricato di esplosivo.

In una nota del Ministero dell’Interno del 28 agosto si analizzano i piani terroristici, proponendo delle valutazioni basate sui recenti episodi avvenuti. Partendo dal periodo di due settimane vicine alla data presa qui in considerazione, appare subito evidente come siano state poste in essere tre operazioni fuori da Israele, quali il tentato attacco contro l’ufficio dell’El Al di Atene il 19 luglio, il dirottamento del Jumbo giapponese 20-24 luglio e l’attacco contro i passeggeri all’aeroporto di Atene il 5 agosto.

In nessuna di queste operazioni rimasero coinvolti israeliani, ma persone di diverse nazionalità. Inoltre, nessuna è stata rivendicata da una qualsiasi organizzazione palestinese, anche se queste continuano a dichiarare che proseguiranno a colpire obiettivi sionisti fuori da Israele. Ciò fa pensare che i prossimi obiettivi potrebbe essere degli aerei israeliani colpiti in volo dal suolo con l’ausilio di missili o armi più sofisticate, oppure le navi mercantili o navi cisterna in transito nel Golfo Persico e nel Mar Nero, o un altro attacco all’aeroporto di Lod usando bombe bottiglia in grado di provocare più morti, o ancora spari nelle strade o infine un attentato a una personalità israeliana importante come per esempio un ambasciatore.

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