L’inverno demografico e la speranza dell’umanità
Il Discorso alla Città del vescovo Camisasca

Non uccidere la vita, famiglia, trascendenza, critica all’ambientalismo estremo: “L’uomo non è tumore che deturpa la terra”

24/11/2021 – “La crisi demografica e la speranza” è il tema del Discorso alla Città pubblicato dal vescovo di Reggio Emilia Massimo Camisasca in occasione della festività di San Prospero. Per respiro e ampiezza, è una vera lettera enciclica quella che Camisasca, dimissionario dalla Diocesi per aver compiuto in questo mesi i 75 anni, consegna non solo ai reggiani, ma ai cattolici italiani, come lectio per comprendere il presente e delle orientare il futuro delle nostre esistenze.

Il testo viene diffuso nella messa pontificale che il vescovo presiede alle 11 nella Basilica dei leoni.

La Messa sarà trasmessa in diretta dal Centro Diocesano Comunicazioni Sociali in streaming al seguente link https://www.youtube.com/watch?v=T1zBRQB8qYk

Camisasca affronta il tema cruciale e allarmante per gli stessi destini dell.umanità, dell’inverno demografico calato nell’Occidente e in particolare sull’Italia, con un’analisi critica sia degli orientamenti neomalthusiani (dal Club di Roma di Aurelio Peccei sino ai giorni nostri, passando per le strategie globali volte al contenimento della popolazione definite nelle conferenze Onu) sia di una deriva ambientalista che vede l’uomo addirittura come “un parassita, un tumore che deturpa la terra”- Una critica forte, che comunque in discussione i doveri supremi di custodia del Creato.

Secondo Camisasca, in realtà, l’inverno demografico appare come figlio dell’esclusione di Dio e della trascendenza dall’orizzonte dell’uomo, attraverso il sopravvento illusorio di scientismo e illuminismo – che in realtà , quando giungono alla pretesa di fare dell’uomo stesso un dio, si rivelano un fallimento. Parimenti, per Camisasca la liberazione sessuale affonda le sue radici nello gnosticismo, così come l’eugenetica e l’eutanasia le hanno nella pretesa del potere di determinare chi sia “degno” di vivere e chi no.

Riaccendere la speranza, ritrovare la fiducia, riscoprire il respiro e la bellezza della famiglia e del diventare genitori, è possibile ritornando a volgere lo sguardo in alto, recuperando il rapporto con Dio, restituendo alla spiritualità cristiana e alla trascendenza il posto ineliminabile che hanno nelle fondamenta dell’esistenza umana.

DI SEGUITO IL TESTO INTERGRALE DEL DISCORSO ALLA CITTA’ DI CAMISASCA

Il nuovo logo della Diocesi di Reggio Emilia e Guastalla

DISCORSO ALLA CITTA’: LA CRISI DEMOGRAFICA E LA SPERANZA

Quest’anno desidero riflettere con voi su un tema decisivo per il nostro Paese e per la nostra stessa civiltà. Mi riferisco all’inverno demografico, che caratterizza ormai stabilmente l’Italia e l’intero mondo occidentale.

La questione della denatalità non riguarda semplicemente la necessità di “far quadrare i numeri”. Essa ha piuttosto a che fare con la possibilità di un Paese e di una cultura, una civiltà, un popolo, di rigenerarsi, di sfuggire alle sabbie mobili della propria storia. È il parametro su cui si misura la nostra positiva capacità di protenderci al domani con fiduciosa apertura, e dunque di creare e costruire.

La crisi demografica attuale si intreccia a numerose questioni. L’ambito politico-economico ne costituisce certamente un capitolo significativo, ma non la esaurisce.

C’è una questione fondamentale per la quale tutto sta o cade: la crisi delle nascite è, al fondo, una crisi di speranza. Crisi, cioè, della nostra capacità di andare lietamente incontro al futuro a partire dal riconoscimento di un bene già presente ora, pur tra le fatiche e le difficoltà.

L’affievolirsi della nostra capacità di sperare è la conseguenza del venir meno del nostro rapporto con Dio. Come è stato detto, «il problema dell’uomo è direttamente intrecciato con il problema di Dio. La “crisi di Dio”, infatti, ha condotto lentamente alla crisi dell’uomo»1.

1.

Le dinamiche della denatalità

L’inverno demografico in Europa e in Italia

Rilasciati nei primi mesi del 2021, i dati Eurostat sui nuovi nati (aggiornati al 2019) offrono una fotografia impietosa del Vecchio Continente2. L’Unione Europea, pur rappresentando una delle porzioni di mondo più avanzate dal punto di vista economico, conosce dal 2008 un calo costante del numero annuale di nascite: dai 4,68 milioni del 2008 ai 4,17 milioni del 2019. Sempre nel 2019, il tasso di fecondità totale si è attestato su un valore medio di 1,53 figli per donna: un valore insufficiente rispetto a quello, di poco superiore a 2, ritenuto il minimo necessario in ordine al mantenimento della popolazione e al ricambio generazionale.

In questo quadro già di per sé sconfortante, l’Italia figura come fanalino di coda: da alcuni anni siamo tra gli ultimi in Europa per numero medio di figli per donna (1,27 nel 2019 sceso a meno di 1,2 nel 2020). A partire dalla crisi economica del 2008 il Belpaese ha inanellato diversi record negativi in tema di natalità. Basti pensare che nel giro di un decennio il numero annuo di neonati si è ridotto di un terzo: da 577 mila nascite nel 2008 alle 404 mila del 2020, anno cruciale per l’andamento demografico anche a causa della situazione pandemica3.

In realtà, la pandemia ha evidenziato e accelerato un andamento demografico che era già strutturale, e che ha modificato enormemente la fisionomia del Paese nel corso dei suoi 160 anni di vita4. Fin dalla seconda metà degli anni Settanta (più precisamente dal 1977) il numero medio di figli per donna, che come si è detto misura la capacità riproduttiva di una popolazione, è sceso definitivamente sotto la soglia delle due unità. Da allora in poi, si può dire che le generazioni dei figli siano sempre state, consecutivamente per oltre quarant’anni, meno numerose rispetto a quelle dei loro genitori. Nel contempo, i continui guadagni in termini di durata della sopravvivenza hanno prodotto uno straordinario aumento della popolazione nelle età senili e molto anziane5.

Il vescovo Massimo Camisasca

Più in generale, nella storia del nostro Paese le dinamiche della fecondità hanno attraversato diverse fasi, con un andamento non sempre lineare (basti pensare alle due guerre mondiali). Al 1964, anno apicale del baby boom, fa da contraltare il 1995, un anno nel quale il tasso di fecondità totale ha raggiunto un valore di minimo assoluto (1,19 figli per donna) e da cui ha preso avvio una stagione, tuttora in corso, contrassegnata da valori negativi del saldo naturale (più morti che nati). Un deficit destinato ad aggravarsi nel tempo e, quando non più compensato da valori positivi del saldo migratorio, a dar luogo a un progressivo calo dello stesso numero di abitanti (come puntualmente avvenuto a partire dal 2014). La recessione degli anni 2008-09 ha poi ulteriormente aggravato il quadro demografico, aumentando il numero di giovani che emigrano dall’Italia per motivi economici e, allo stesso tempo, rendendo l’Italia sempre meno meta di immigrazione. Come vedremo più oltre, questo trend, comune ad altri Paesi ad alto reddito, testimonia l’assenza di adeguate politiche familiari e occupazionali.

Queste evidenze offrono il ritratto di un Paese che tende a rimpicciolirsi: la riduzione del numero di abitanti, avviata nel 2014, è continua. Essa procede a ritmi sempre più intensi e ha già determinato il ritorno in prossimità dei 59 milioni di residenti, dopo che si erano sfiorati i 61 milioni solo pochi anni fa 6.

L’inverno demografico italiano non appare dunque ribaltabile nel breve periodo, anche a causa di alcuni fattori strutturali. In primo luogo bisogna fare i conti con una mutata mentalità, per cui si tende a rinunciare al progetto di avere figli o a dilazionarlo indefinitamente. L’età media delle donne che diventano madri è stabilmente elevata (31 anni): ciò fa sì che la scelta del secondo figlio sia spesso posticipata o annullata. Aumenta anche il numero di donne che non hanno figli: si stima che la quota di quelle senza figli alla fine della loro vita riproduttiva sia più che raddoppiata (22,6%) tra le nate nel 1979, rispetto a quella tra le nate nel 1950 (11,1%). Su questo dato, accanto a motivazioni di ordine culturale, incidono certamente anche l’avvento di una pluralità di metodi e dispositivi contraccettivi e il massivo ricorso all’aborto.

In secondo luogo, nel nostro Paese la popolazione femminile in età feconda ha una numerosità limitata, specialmente per quanto riguarda la componente italiana. È, questa, una conseguenza del baby bust, la fase di forte calo della fecondità che ha segnato il ventennio 1976-1995. Dagli anni Duemila l’incremento dei fenomeni migratori, con l’ingresso di popolazione giovane nel nostro Paese, ha parzialmente contenuto tale fenomeno7, tanto che le migrazioni sono state a lungo individuate come la “cura” all’infertilità occidentale.Tuttavia, è ormai assodato che già le seconde generazioni tendono nella maggior parte dei casi ad adeguarsi a usi e costumi dei Paesi ospitanti. Oggi, infatti, la popolazione immigrata ha ridotto significativamente il proprio contributo alla natalità: dagli 80 mila bambini stranieri nati nel 2012 si è progressivamente scesi ai 59 mila del 2020.

Anche la riduzione del numero di matrimoni, infine, concorre a delineare il quadro attuale. La maggioranza dei figli nasce ancora dentro le nozze (2 figli su 3 nascono da genitori coniugati); tuttavia, i matrimoni hanno subito un calo costante sino al 2014, assumendo successivamente un andamento oscillante: da 246 mila matrimoni nel 2008 a 184 mila nel 2019, fino a dimezzarsi nel drammatico bilancio del 2020.

La Basilica di San Prospero

Denatalità e sistemi economici

Le variabili demografiche non si evolvono in modo automatico: le previsioni più accurate possono rivelarsi fallaci, come spesso è accaduto nel corso della storia umana. È comunque certo che lo sviluppo economico e i modelli di società civile si intrecciano alle scelte personali, e questo insieme di fattori influisce sulla crescita della popolazione. L’attuale declino demografico è frutto della coevoluzione e reciproca influenza di determinanti economiche e socio-culturali. Questo spiega perché la diminuzione del tasso di crescita della popolazione e il suo invecchiamento inizino ormai ad accomunare i Paesi “sviluppati” a quelli in via di sviluppo8.

Possiamo osservare il cambiamento dei ritmi demografici avvalendoci di due direttrici fondamentali.

La prima direttrice è rappresentata dall’influenza del reddito (e in generale del livello di sviluppo economico e scientifico-tecnologico) sulla fertilità.

Il progresso tecnologico permette sì di allungare la durata9 e di migliorare la qualità della vita, ma consente anche di intervenire artificialmente sulle preferenze di fecondità: le scelte di procreazione sono divenute nel tempo sempre più oggetto di pianificazione, parallelamente a cambiamenti sociali e culturali (ad esempio, l’accresciuta partecipazione femminile al mercato del lavoro). Il “fattore lavoro” gioca il suo ruolo da due punti di vista. Innanzitutto, instabilità e precarietà in aumento (aggravate negli ultimi 10-15 anni dalla crisi finanziaria e recentemente dalla situazione pandemica) scoraggiano progettualità familiari e procreative nel lungo periodo. In secondo luogo, non è scontato poter conciliare la carriera lavorativa con la costruzione di una famiglia, specie se numerosa10. In linea teorica, il fatto che entrambi i membri di una coppia lavorino dovrebbe permettere di pensare a una scelta procreativa più numerosa; tuttavia, quando la realizzazione lavorativa diventa il valore da perseguire, si finisce per sacrificare ad essa i figli. Ciò si connette probabilmente anche alla scarsa considerazione riservata, quando si guarda al mercato del lavoro, alla specificità della funzione materna11. Spesso, infatti, la scelta di una donna non è tra la carriera e la maternità, ma riguarda il passaggio precedente: se mantenere/cercare un posto di lavoro o dedicarsi alla famiglia. In Italia, nonostante i vari tentativi in atto, non c’è una cultura in questo senso: ad esempio, sono rarissimi gli asili nido all’interno delle aziende. Anche i permessi parentali, ove presenti, sono poco utilizzati. In realtà non è infrequente che, anche quando ciò non venga espressamente dichiarato, le dipendenti in dolce attesa siano percepite semplicemente come un costo aggiuntivo; o che le donne incinte o con figli piccoli siano penalizzate per la loro minor flessibilità quanto a tempi e luoghi del lavoro. Ancora, nei colloqui di lavoro le prospettive familiari della potenziale candidata possono costituire un deterrente.

Una seconda direttrice (reciproca alla prima) è costituita dall’impatto che la composizione della popolazione esercita sulle variabili economiche di un Paese. Il fenomeno delle “culle vuote” impatta significativamente le strutture produttive dei Paesi industrializzati, determinando nel tempo una contrazione della popolazione lavorativa ed una diminuzione della produttività12. In aggiunta, l’invecchiamento demografico genera un cambiamento nella struttura della popolazione per età: è prevedibile che giungerà presto il momento in cui gli anziani, sempre più numerosi, non si troveranno sostenuti da un adeguato numero di giovani13.

In realtà, proprio il progressivo invecchiamento della popolazione, con le criticità ad esso correlate, suggerisce la necessità di un ripensamento a monte, un vero e proprio cambio di paradigma circa la natalità.

2.

La “cultura della denatalità” e le sue radici

Il “disincantamento del mondo”

Sono convinto che la radice profonda dell’attuale crisi della natalità abbia a che fare col modo in cui concepiamo Dio, la nostra condizione di creature, il nostro rapporto con Lui e con ogni cosa. La nostra epoca ha infatti escluso consapevolmente Dio dalla scena del mondo e dalle vite degli uomini.

Fino alle soglie della modernità la presenza di Dio rientrava tra i fattori di comprensione della realtà. La sapienza medioevale aveva accolto l’idea greca di un cosmo ordinato, rileggendola alla luce della Creazione: Dio stesso, autore degli enti e autore della ragione, aveva voluto creare un mondo intelligibile all’uomo, commisurato al suo intelletto. Di qui la convinzione, tipica della grandiosa architettura della Scolastica, che la ragione umana potesse cogliere alcune verità fondamentali – i “preamboli della fede” – portandosi fino alle soglie della Rivelazione14. In tale prospettiva il Mistero stesso di Dio, pur sopravanzando in misura assoluta l’uomo e le sue facoltà conoscitive, non risultava contrapposto o estraneo ad esse: ne costituiva piuttosto la sorgente e, contemporaneamente, il punto di attrazione. L’uomo si muoveva nel mondo riconoscendovi un ordine che poteva capire, ma che non vi aveva impresso15. Armonia e bellezza erano impronte del Creatore e vie per intuirlo, cercarlo, conoscerlo. Il riconoscimento umile della signoria divina sulla realtà si univa così a uno slancio all’infinito del pensiero. Scrive in proposito sant’Agostino: «Interroga la bellezza della terra, del mare, dell’aria rarefatta e dovunque espansa; interroga la bellezza del cielo, […] interroga tutte queste realtà. Tutte ti risponderanno: guardaci pure e osserva come siamo belle. La loro bellezza è come un loro inno di lode [confessio]. Ora, queste creature, così belle ma pur mutevoli, chi le ha fatte se non uno che è bello [Pulcher] in modo immutabile?»16. Il progressivo declino di questa visione del mondo17 ha coinciso, almeno da cinquecento anni a questa parte, con l’affermarsi di una visione “tecnico-strumentale” della ragione, ridotta gradualmente a sguardo operativo e manipolatorio sulle cose. In tale prospettiva la conoscenza degli enti è funzionale al loro dominio. La ragione si vota interamente allo studio del finito, e in quel campo si pretende onnipotente – destinata cioè a svelarne nel tempo ogni residuo segreto. È, questo, il leitmotiv di certo razionalismo, dell’illuminismo, del positivismo, dello scientismo oggi imperante. Una ragione così intesa “disincanta il mondo”18: la domanda metafisica circa il senso delle cose e dell’esistere è rifiutata come “irrazionale” e “insignificante”. Dio stesso viene espulso dalla comprensione del mondo, confinato nella sfera del sentimento, del “privato”. Se anche c’è, non c’entra: non c’entra con la vita, con il sapere, con le grandi questioni che agitano l’umanità.

La realtà – e con essa l’umana esistenza – si riduce così a gigantesca macchina, della quale è l’uomo a reggere le sorti. Di qui l’illusione di poterne pianificare il funzionamento in virtù del potere offertoci dalla conoscenza (di fatto appiattita sul solo sapere tecno-scientifico). Di qui anche la tendenza ad accostarci al mondo, e persino a noi stessi, come a un nostro prodotto: qualcosa che possiamo ricostruire, riprogettare, correggere, continuamente ricreare.

Questa logica permea anche il nostro modo di guardare alla storia della civiltà umana e ai suoi possibili sviluppi. Che ce ne accorgiamo o no, siamo in certo modo figli delle utopie sociali e politiche di epoca moderna e contemporanea, e soprattutto dei loro presupposti19. Gli esempi si sprecano: il mito illuminista del progresso; la “età dello Spirito” di Lessing, in cui l’uomo giungerà alla perfezione morale perché pienamente padrone della sua ragione e libero dall’illusione religiosa; la divinizzazione hegeliana della ragione, incarnata dallo Stato; il socialismo scientifico di Marx, con la promessa di un regno di giustizia e pace sulla terra; la “società positiva” di Auguste Comte, perfetta perché interamente pianificata e guidata da tecnici e scienziati. Un’unica ambizione accomuna queste posizioni: è giunto per l’uomo il momento di liberarsi dalla “favola” religiosa, di appropriarsi della propria ragione e diventare dio – di scoprirsi finalmente dio. Come ho già avuto modo di osservare, «quando viene meno la certezza che Dio esiste, che vi è un disegno buono per la creazione, che noi siamo creature deboli e ferite, ma destinate alla vita eterna: quando tutto ciò si cancella, l’uomo corre la tentazione di mettersi al posto di Dio, di farsi padrone della vita e della morte in una lotta disperata, titanica»20.

Ritenendosi unico artefice del proprio destino e del divenire, egli si applica a costruire autonomamente la propria salvezza. Il progresso della ragione scientifica, ritenuto inarrestabile, sostituisce la Provvidenza. Se c’è redenzione per il genere umano e per il mondo, essa deve compiersi interamente dentro la storia: e non ad opera dell’alleanza tra Dio e l’uomo, ma del puro ingegno umano. L’esito imprevisto e drammatico di questa parabola del pensiero è stato magistralmente sintetizzato da Benedetto XVI: «la speranza biblica del regno di Dio è stata rimpiazzata dalla speranza del regno dell’uomo, dalla speranza di un mondo migliore che sarebbe il vero “regno di Dio”. Questa sembrava finalmente la speranza grande e realistica, di cui l’uomo ha bisogno. Essa era in grado di mobilitare – per un certo tempo – tutte le energie dell’uomo; il grande obiettivo sembrava meritevole di ogni impegno. Ma nel corso del tempo apparve chiaro che questa speranza fugge sempre più lontano. Innanzitutto ci si rese conto che questa era forse una speranza per gli uomini di dopodomani, ma non una speranza per me. E benché il “per tutti” faccia parte della grande speranza – non posso, infatti, diventare felice contro e senza gli altri – resta vero che una speranza che non riguardi me in persona non è neppure una vera speranza»21.

La realtà e il corso degli eventi, nei secoli, si sono puntualmente incaricati di smentire la tentazione di una speranza tutta orizzontale e intramondana (lo stiamo sperimentando, ancora una volta, in questo tempo di pandemia). Il tramonto delle illusioni ci lascia ogni volta più timorosi e spaesati: soli in un mondo che, non essendo più ai nostri occhi segno di un Creatore che gratuitamente dona l’esistenza alle cose, ci appare soltanto come fragile dimora delle nostre fragili vite. In sintesi, come afferma il Concilio Vaticano II, «la creatura, senza il Creatore, svanisce»22.

Questo io vedo oggi: il perdurare, sotto sempre nuove forme, della pretesa che l’uomo sappia e possa dirigere i destini del mondo e della propria esistenza; e, contemporaneamente, l’angoscia della nostra ultima, radicale impotenza, che ci fa dubitare della bontà di questa nostra vita e ci fa guardare alla morte come alla parola definitiva su di noi.

Tutto ciò spiega perché, in modo solo apparentemente paradossale, la diffusione della società del benessere si accompagni a un deficit di speranza. In un momento storico nel quale aspettative e qualità di vita sono notevolmente aumentate (certamente nel mondo occidentale), ci scopriamo oppressi dal timore, “sazi e disperati”. Fatichiamo a guardare al futuro con lieta fiducia. Una concezione totalmente orizzontale dell’esistenza, dalla quale nessuno può dirsi totalmente immune, ci spinge a temere ciò che può turbare gli equilibri faticosamente conseguiti. L’arrivo di un figlio, da questo punto di vista, può apparire una minaccia anziché una benedizione. Questo stesso sguardo, applicato su scala globale, assimila i nuovi (o futuri) nati a “competitori” rispetto a un paniere limitato di risorse, potenziali ostacoli rispetto a un sistema produttivo e di consumi ormai consolidato. Proprio posizioni di questo tipo si sono fatte strada nel dibattito pubblico dalla fine degli anni Sessanta, promuovendo nei fatti una vera e propria ideologia della denatalità.

Dalla “bomba demografica” alla “sostenibilità”

Risale al 1968 lo spauracchio della population bomb, la “bomba demografica” ipotizzata dal biologo Paul Ehrlich nel suo omonimo libro, scritto in poco più di tre settimane con l’aiuto della moglie Anne23. Le sue tesi, di chiara derivazione neomalthusiana, erano relativamente semplici: il ritmo di crescita della popolazione terrestre lasciava prevedere che nel giro di pochi decenni le risorse del pianeta (acqua, cibo, materie prime) si sarebbero esaurite. Tradotto in italiano, l’incipit del volume suonava in questi termini: «La battaglia per nutrire tutta l’umanità è finita. Negli anni Settanta e Ottanta, centinaia di milioni di persone moriranno di fame a dispetto di qualunque piano di emergenza che si possa intraprendere ora»24. Questi toni apocalittici, insieme a una certa capacità divulgativa dello stesso Ehrlich e alle sue numerose apparizioni televisive, contribuirono a rendere il volume un best-seller in pochi anni.

Il 1968 vide anche la nascita del “Club di Roma”, che raccoglieva (e raccoglie tuttora) attivisti, capi di Stato, intellettuali, imprenditori accomunati da posizioni ambientalistiche di orientamento tendenzialmente antinatalista. Fu il Club a commissionare al Massachusetts Institute of Technology (MIT) un Rapporto sui limiti dello sviluppo (1972)25, che si proponeva di presentare al grande pubblico, e prima ancora alle sedi decisionali e politiche, la necessità di un contenimento su vasta scala della popolazione mondiale26.

Il libro di Ehrlich ed il Rapporto del 1972, ben presto accompagnati da numerose pubblicazioni analoghe, suscitarono diverse campagne presso gli organismi statali ed internazionali, volte a contrastare la crescita demografica mondiale. Inizialmente le azioni intraprese si concentrarono sul contenimento delle nascite nei Paesi del Terzo e Quarto Mondo, con il sostegno diretto e indiretto a piani di contraccezione e di sterilizzazione a tappeto27. L’evento-spartiacque su questo fronte fu probabilmente la Conferenza Onu sulla Popolazione di Bucarest del 1974, in cui si stabilirono linee di azione a livello mondiale; direzione mantenuta ancora dieci anni dopo, quando la seconda Conferenza Onu su questo tema a Città del Messico tentò un monitoraggio dei risultati28. È anche in questo quadro, per inciso, che si può leggere la depenalizzazione dell’aborto nelle legislazioni dei Paesi industrializzati e la sua promozione presso le popolazioni dei Paesi in via di sviluppo.

A partire dagli anni Novanta ebbe inizio un progressivo riorientamento, attestato ad esempio dal titolo scelto per la Conferenza Onu del Cairo nel 1994: Popolazione e Sviluppo. Iniziò cioè a farsi strada l’idea che, per contenere il rischio di una sovrappopolazione mondiale, fosse più fruttuoso dirigere gli sforzi nella direzione di una diffusione dello stile occidentale di vita, aumentando ovunque i livelli di benessere economico e di istruzione. Dati alla mano, si partiva da una constatazione (cui si è già avuto modo di accennare nelle pagine precedenti): dove più erano diffusi il lavoro femminile e l’accesso libero alla contraccezione e all’aborto (i cosiddetti “diritti riproduttivi”), e dove era più alto il grado di benessere individuale (calcolato a partire dal valore del prodotto interno lordo pro-capite di un Paese), più basso era il numero medio dei figli per ogni donna. L’esportazione del modello occidentale sembrava esigere tempi più lunghi rispetto al diretto impegno di contenimento delle nascite nei Paesi in via di sviluppo. Essa prometteva però risultati più stabili, intervenendo sui modi di pensare, sulle condotte e sui costumi: oltre a presentarsi sotto un profilo più «etico» e meno «neocolonialista»29.

Negli anni Duemila il dibattito ha assunto un’ulteriore sfumatura, tuttora prevalente: il fulcro della discussione non è più costituito dalla sovrappopolazione in quanto tale (anche a fronte del relativo rallentamento della crescita demografica mondiale nel suo complesso, e del sostanziale fallimento delle proiezioni neomalthusiane), ma da crisi climatica, emergenza ecologica, “sostenibilità ambientale” degli stili di vita e dell’economia30. Una certa deriva ecologista si spinge talvolta a una vera e propria idolatria della natura, nella quale l’uomo si trova equiparato a qualsiasi altro essere vivente o, peggio ancora, a un parassita, a un tumore che deturpa la terra31. Non intendo minimizzare la nostra responsabilità in ordine alla custodia del creato, che non possiamo sfigurare o depredare impunemente; tuttavia, ciò «non significa equiparare tutti gli esseri viventi e togliere all’essere umano quel valore peculiare che implica allo stesso tempo una tremenda responsabilità. E nemmeno comporta una divinizzazione della terra, che ci priverebbe della chiamata a collaborare con essa e a proteggere la sua fragilità»32.

A questo stesso solco appartengono letture per cui la conclamata decelerazione della crescita demografica costituirebbe una circostanza virtuosa, aprendo a una ristrutturazione globale dell’economia capitalistica e del vivere stesso33. Di fatto, anche la sostenibilità così concepita non cessa di includere una propensione alla riduzione delle nascite.

Le sempre più pervasive possibilità offerte dalla tecnoscienza aggiungono un fattore ulteriore, che si esprime nella tendenza a selezionare i più “degni” o “adatti” a vivere. La mentalità eugenetica ed eutanasica, propagandata mediaticamente e politicamente, è sotto questo profilo il nuovo volto della cultura abortiva. Essa cela la pretesa che alcuni esseri umani possano stabilire chi abbia diritto/“merito” a esistere e dunque a fruire delle risorse disponibili. Di fatto, la logica del calcolo e del “contratto” viene applicata a una delle esperienze più potenti e incontenibili della nostra vita: la nascita e la generazione, e, con esse, la creazione di una comunità. Si produce così una frattura nel modo in cui guardiamo a noi stessi e agli altri e, ancora, nel modo in cui ci guardiamo come parte di un popolo, che diviene se stesso attraverso il passaggio di innumerevoli generazioni. Una frattura che opera “a ritroso”, spingendoci a guardare alla vita degli anziani come improduttiva34; e “in avanti”, rompendo il nostro patto non scritto con le generazioni future.

L’idea di una selezione delle vite “degne” ci consegna a un rinato gnosticismo. Si rifiuta la procreazione, che perpetuerebbe la beffa di un’esistenza nel carcere della materia (rappresentato dalle circostanze non scelte della nascita e dal nostro stesso corpo, concepito come limite intollerabile)35. Se proprio bisogna venire al mondo, ciò dovrà accadere fuori dall’imprevedibilità: dovrà essere la nostra gnosis, la nostra conoscenza, a predeterminare i caratteri del nascituro, correggendo i limiti e le imperfezioni della natura (l’applicazione sempre più invasiva delle biotecnologie alla procreazione umana sembra collocarsi in questa scia). La sessualità è così presentata come un’esperienza fine a sé stessa, una “fusione” capace di liberare l’uomo dal confine angusto della sua individualità, una via per l’estasi.

Non a caso, una forte componente gnostica pervade anche le rivendicazioni della liberazione sessuale, che così profondamente ha inciso nell’immaginario collettivo generando, nel tempo, una mentalità antagonista della natalità. L’enfasi sulla dimensione ludico-espressiva della sessualità a scapito di quella procreativa, il rigetto della stabilità del legame amoroso e la rivendicazione della totale “spontaneità” (con la conseguente fragilità, subita o progettata, dei rapporti di coppia) hanno contribuito nel tempo a disincentivare la natalità. La cultura contraccettiva promossa dalle agenzie internazionali e dalla galassia di enti correlati trova il suo corrispettivo nella cultura di massa generata dalla rivoluzione dei costumi, che separa l’atto sessuale dal suo significato procreativo e persino unitivo, riducendolo ad occasione di godimento individuale.

Il vescovo Massimo Camisasca

3.

Le politiche a sostegno della natalità

Il tema della natalità presenta evidenti ricadute politiche, che possono essere concepite sotto diversi profili.

C’è un modo politico di guardare alla natalità che la considera semplicemente come elemento funzionale al benessere dello Stato e alla sua economia. L’esempio estremo in questo senso è rappresentato probabilmente dal modello cinese, nel quale essa è oggetto di continue riprogettazioni istituzionali in quanto ingranaggio finalizzato al mantenimento del sistema. È in questa logica che i policy-maker cinesi hanno sempre attribuito grande importanza allo studio degli impatti della crescita demografica sullo sviluppo economico generale del Paese. Di qui la politica del figlio unico (fin dal 1979), con il suo tragico corollario di sterilizzazioni, aborti forzati, infanticidi. Il peggioramento delle condizioni economiche del Paese ha recentemente prodotto un allentamento di questo vincolo, per cui si è passati alla possibilità di tre figli per nucleo familiare. Tuttavia, la logica resta quella della funzionalità al sistema: l’aumento del numero di figli “concessi” ad ogni famiglia intende semplicemente rispondere all’esigenza di intervenire sulla struttura della popolazione, ora troppo sbilanciata verso la componente anziana proprio a causa delle politiche dei decenni scorsi. La fecondità rimane comunque controllata dallo Stato, che ne subordina i dinamismi alle proprie esigenze politiche ed economiche.

In modo provocatorio, ben sapendo che il caso cinese costituisce un estremo, non si può non constatare che anche nel mondo occidentale l’inverno demografico ha iniziato solo recentemente a costituire un problema, e solo a fronte dei suoi paventati costi economici e sociali.

Occorrerebbe un rovesciamento di mentalità, centrato sul riconoscimento della famiglia e della sua priorità sociale. La Dottrina sociale della Chiesa è molto chiara su questo punto: «la società e lo Stato non possono […] né assorbire, né sostituire, né ridurre la dimensione sociale della famiglia stessa; piuttosto devono onorarla, riconoscerla, rispettarla e promuoverla secondo il principio di sussidiarietà»36. La promozione delle politiche a sostegno della natalità non può prescindere dal riconoscimento e dalla tutela della famiglia stessa in quanto società naturale fondata sul matrimonio, preesistente allo Stato e agli altri corpi intermedi. Si tratta di due passaggi entrambi necessari.

Rispetto alla scelta di due coniugi di aprirsi alla vita, lo Stato italiano ha alle spalle una storia travagliata. Il legislatore è stato più volte richiamato dalla Corte Costituzionale a riformare il sistema fiscale, la cui struttura penalizza le famiglie (e in misura maggiore quelle numerose)37. La legge delega n. 428/1990, che intendeva farsi carico di questa esigenza introducendo il “quoziente familiare”, è rimasta inattuata38. A ciò bisogna aggiungere l’esclusione patita da alcune categorie di lavoratori (ad es. gli autonomi) da tali provvidenze. Misure a “spot” come i diversi bonus (bonus bebé, bonus asili…) hanno composto un mosaico parcellizzato e disorganico, spesso legato all’effimera durata dei governi in carica, o ancora caratterizzato da una complessità di adempimenti burocratici tale da scoraggiare i più dal farvi ricorso. Da questo punto di vista, si può considerare un segnale positivo l’introduzione recente del cosiddetto “assegno unico universale per i figli a carico”39. Questo provvedimento intende razionalizzare aiuti, provvidenze e contributi in un unico strumento, corrisposto direttamente alle famiglie in misura mensile fissa per ciascuno dei figli, estendendo il beneficio anche alle categorie lavorative prima escluse. Nelle intenzioni della legge delega, tale strumento deve configurarsi come strutturale, tanto da essere espressamente legato alla riforma della fiscalità diretta delle persone fisiche, i cui esiti dipenderanno comunque dall’effettiva attuazione e sviluppo dell’ambizioso disegno.

Nonostante questo dispositivo intenda suggerire una visione apprezzabile, riconoscendo il figlio come «particella di bene comune»40 e non come “scelta privatistica” della singola famiglia, esso presenta tuttavia alcune criticità. Un primo aspetto riguarda il rischio che si possa giungere a un calo delle cifre stanziate effettivamente per ciascuna famiglia. Soprattutto, queste provvidenze rischiano di essere eccessivamente collegate al reddito o a strumenti di già dubbia efficacia come la certificazione ISEE (che per giunta prevede una sempre minore incidenza man mano che aumenta il numero dei componenti del nucleo familiare).

Uno sguardo ad altri modelli di welfare mostra l’esistenza di possibilità differenti. Nel sistema svedese, ad esempio, vigono misure (dal sussidio monetario all’agevolazione nella fruizione di servizi pubblici) di tipo universalistico; esse sono cioè rivolte alla globalità della popolazione a prescindere dal reddito, e legate solo all’età del figlio. Ovviamente, il modello scandinavo non è di per sé replicabile in Italia, così come non lo sono quello francese o tedesco. Al netto di ogni differenza, guardando al sistema italiano non si può però tacere che, come deplorato da numerosi analisti, esso «è frammentato in tante piccole misure di importo e durata limitati, spesso riservate solo ai nuclei familiari in condizioni di disagio economico. Per un serio rilancio della natalità, è ragionevole ritenere che le politiche familiari dovrebbero agire su una fascia più ampia della popolazione e non soltanto sulle famiglie a basso reddito, a cui invece dovrebbero spettare apposite misure redistributive»41. In altri termini, bisognerebbe distinguere il sostegno alla famiglia dal sostegno alla povertà, evitando di puntare esclusivamente su integrazioni “a pioggia”.

Occorre affermare tramite le scelte politiche la decisività della famiglia rispetto alla tenuta del tessuto sociale e rispetto alla vita (non solo economica) del Paese. Ciò implica l’opportunità di abbandonare la logica degli “aiuti-mancia”, optando per soluzioni di tipo strutturale. Che si opti per la logica delle esenzioni fiscali o per quella delle provvidenze/erogazioni, è necessario mettere in atto misure stabili, che pongano al centro la famiglia come soggetto riconosciuto degno di tutela per sé, e che possano costituire un sostegno affidabile nel tempo.

Tutto ciò non deve distoglierci dalla questione che è a monte: la doverosa introduzione di incentivi e sussidi, la predisposizione di spazi economico-fiscali che aiutino le famiglie e una conversione culturale e strutturale delle aziende dovrebbero esprimere la convinzione profonda che ogni figlio che nasce è un bene per tutti, per l’intera società, e non solo per il suo nucleo familiare. Occorre educare a una cultura della natalità a tutti i livelli, che passi per una rinnovata consapevolezza circa le condizioni e i caratteri del bene comune42. Più in profondità, c’è bisogno di una visione complessiva della realtà nella quale l’evento della nascita possa rilucere nel suo pieno significato.

4.

Fatti per la trascendenza

È relativamente semplice delineare le cause della denatalità. Più difficile è individuare ipotesi di soluzione, specialmente nel breve periodo. Il capitolo 13 dell’Apocalisse presenta, in antitesi alla «Donna vestita di sole», l’immagine di due bestie, l’una proveniente dal mare e l’altra dalla terra. In un’intensa meditazione, don Divo Barsotti riconosce nella bestia del mare il potere politico nella sua tentazione più ricorrente: il proporsi come risposta esaustiva ad ogni inquietudine umana, come soluzione che promette di liberarci da ogni angoscia (e domanda in cambio la nostra sottomissione). Si tratta di una tentazione idolatrica. Non stupisce che la bestia della terra sia identificata con gli apparati culturali (il potere mediatico, la filosofia, la scienza e la tecnica…) quando sostengono e propagano questa idolatria43.

Possiamo guardare al mistero della vita come all’esito delle nostre capacità e dei nostri piani. O possiamo guardare alla nostra finitezza come a un segno, che ci riconduce all’origine e allo scopo della nostra esistenza, e dunque al suo significato.

«Rispondimi, o Dio, nell’ora in cui la morte mi inghiotte: non è dunque sufficiente tutta la volontà di un uomo per conseguire una sola parte di salvezza?»44. È, questo, l’ultimo grido del pastore Brand, protagonista dell’omonimo dramma di Ibsen. Mosso da fede granitica, rigoroso e severo innanzitutto con sé e con i propri cari, Brand ha affrontato la vita nella convinzione di poter meritare e quasi produrre la propria salvezza: di ottenerla mediante l’ingegno e la volontà. Nei momenti finali della sua esistenza, egli scopre la dolorosa inutilità dei suoi sforzi e la distruttività della sua presunzione. Il dramma non si chiude tuttavia sulla sua domanda angosciosa, ma sulla risposta offerta da una voce che irrompe improvvisa sulla scena: «Dio è carità»45.

Credo che nella vicenda di Brand sia riassunta la vicenda di ciascun uomo. Tutto in noi – la nostra vita, le nostre realizzazioni, i nostri affetti – implora di essere salvato dal male e dalla sofferenza, dal limite, dalla morte. Questa attesa ci appartiene in modo costitutivo, è la sostanza di quello che siamo. Al tempo stesso è per noi un pungolo che non ci lascia tranquilli. Proprio per questo siamo tentati di disfarcene, affrettando la risposta con i nostri soli mezzi. Restiamo ciechi di fronte alle vie che, dentro la nostra carne, quella salvezza percorre per venirci incontro, per annunciarsi a noi.

Questa dialettica fa parte di ogni istante del nostro vivere, di ogni questione: anche di quella sulla quale stiamo riflettendo ora.

Come ho già affermato aprendo questo mio Discorso, prima di ogni ristrutturazione economica e politica è necessario restituire alle donne e agli uomini del nostro tempo il senso della trascendenza.

Soltanto nella luce di Dio possiamo capire chi siamo: riguadagnare la fiducia in un disegno buono di cui la nostra vita è parte, al quale nulla sfugge, e che custodisce in un mistero di amore e unità ogni generazione umana. Senza questo respiro ci auto-imprigioniamo nella nostra finitezza: la brevità e le fatiche della vita diventano un peso intollerabile, la scelta di mettere al mondo altri esseri umani un azzardo.

La novità della nascita

La trascendenza si lascia intravedere in ogni esperienza decisiva: nel morire, nel soffrire e nel gioire, nell’amare, e anche nel modo in cui veniamo al mondo. La trascendenza orizzontale – il vivere oltre se stessi grazie al succedersi delle generazioni – si compie proiettandosi in un dinamismo verticale, che rimanda alle origini stesse del mistero della vita.

Questa percezione si affaccia nella nostra esperienza quando ci collochiamo di fronte alla nostra nascita, della quale non abbiamo potuto decidere circostanze, caratteri, esiti: «la nostra nascita ci sfugge. […] La nascita è il fatto che viene prima dei miei fatti e dei miei gesti, il fatto iniziale e non assumibile, la trascendenza radicale e concreta in seno alla mia immanenza, il punto cieco e tuttavia focale, insopportabile per chi vuole avere il controllo totale. E tuttavia essa non si è imposta a me. […] Se la mia nascita è un destino, essa è come una vocazione e non un esproprio, come un inizio e non come peso. Mi è accaduta, prima che io potessi assumerne il carico in prima persona»46. Veniamo all’esistenza come creature dipendenti: dall’intreccio misterioso di circostanze, incontri e patrimoni genetici che hanno condotto fino a noi; da chi ci ha generati e ha custodito la nostra vita quando non potevamo farlo da soli. E dipendiamo sempre, fino all’ultimo giorno, poiché non è in nostro potere mantenerci nell’essere nemmeno per un momento.

La famiglia, trascendenza nella finitezza

Il luogo in cui sperimentiamo fin dall’inizio, prima ancora di poterla pensare, la trascendenza nella finitezza è la realtà della famiglia, in cui il mistero della nascita è custodito. Nella famiglia ogni nuovo essere umano è accolto in una trama di rapporti che legano tra loro i sessi e le generazioni. La sua forza fa tutt’uno con le relazioni che la costituiscono, nelle quali i genitori e gli adulti significativi svelano il senso delle cose, accolgono il figlio nella sua irripetibilità, lo innestano in una storia che lo precede e che, con il suo apporto concreto, potrà proseguire oltre lui. Per questo essa è generativa per definizione: capace di pro-creare, e cioè di ospitare un nuovo essere, offrendogli la vita dal punto di vista biologico e simbolico, culturale, spirituale47.

Nel gesto di accogliere una nuova vita si esprime la gratuità per eccellenza. Il fatto stesso di generare una famiglia si regge su una dinamica di reciproco dono e accoglienza tra gli sposi. Questo ci rivela lo scopo per cui siamo al mondo: amare ed essere amati. È il significato ultimo dell’esistenza, nostra e degli altri. È il cuore segreto di ogni cosa.

Questa esperienza di gratuità, che ci costituisce, ci precede e ci accompagna indipendentemente dalla nostra coscienza di essa, è illuminata e compiutamente spiegata dall’avvenimento cristiano. «Noi amiamo, perché egli ci ha amati per primo» (1Gv 4, 19). Questo riconoscimento stupefatto di Giovanni, la sorpresa di essere sempre, in certo modo, preceduti, ci porta al cuore della nostra esistenza, della sua origine e dunque del suo scopo.

La nostra vita proviene da un atto di amore eterno: esso ci ha posti nell’essere, continuamente ci fa e ci offre a noi stessi, ci salva dal peccato e dalla morte attraverso il sacrificio che Gesù vive sulla croce per ognuno di noi.

Chiamati nella speranza

Alla logica prometeica del controllo e della pianificazione si contrappone così lo stupore riconoscente della nostra vocazione: fin dal concepimento siamo introdotti in un orizzonte che trapassa il finito. Il nostro cammino su questa terra non è una peregrinazione solitaria che ci conduce verso una fine ineluttabile, ma la risposta all’iniziativa di un Altro, che ci chiama a Sé.

Leggere la vita nella prospettiva della vocazione ci spalanca alla speranza, la «virtù bambina che trascina tutto» narrata da Peguy48. In questa direzione nulla sfugge a uno sguardo di amore, alla parola di bene che dall’eternità ha suggellato la nostra vita e che attende, suscita, indirizza, attira, pungola la nostra libertà. Non ci vengono risparmiati la fatica e il peso delle circostanze, ma possiamo poggiare su un punto di unità capace di unificare la nostra esistenza.

Vorrei rifarmi alle parole indimenticabili di Benedetto XVI, quando ricordava che le nostre piccole speranze hanno bisogno di radicarsi in una «grande speranza». Essa «può essere solo Dio, che abbraccia l’universo e che può proporci e donarci ciò che, da soli, non possiamo raggiungere. Proprio l’essere gratificato di un dono fa parte della speranza. Dio è il fondamento della speranza – non un qualsiasi dio, ma quel Dio che possiede un volto umano e che ci ha amati sino alla fine: ogni singolo e l’umanità nel suo insieme. Il suo regno non è un aldilà immaginario, posto in un futuro che non arriva mai; il suo regno è presente là dove Egli è amato e dove il suo amore ci raggiunge. Solo il suo amore ci dà la possibilità di perseverare con ogni sobrietà giorno per giorno, senza perdere lo slancio della speranza, in un mondo che, per sua natura, è imperfetto. E il suo amore, allo stesso tempo, è per noi la garanzia che esiste ciò che solo vagamente intuiamo e, tuttavia, nell’intimo aspettiamo: la vita che è “veramente” vita»49.

Questo è la speranza cristiana: un «vivere in tensione»50, protesi verso il Mistero d’amore da cui proveniamo.

Possiamo sperare perché Cristo intercede per noi. E viviamo nella speranza quando viviamo in un rapporto vero e vivo con Lui, che già è venuto e già ha vinto il male e la morte. Osiamo sperare perché la ragione ultima della nostra speranza non è collocata nell’ignoto di un futuro incerto: non è attesa di un bene che desideriamo senza sapere se giungerà. Essa si radica invece nell’avvenimento di Cristo, accaduto una volta per tutte, che nel rapporto vivo e operante con noi si intreccia al nostro presente. Un bene presente, dei cui segni la nostra vita è costellata: le amicizie vere, l’esperienza della gratuità e dell’amore dato e ricevuto, i Sacramenti.

L’annuncio cristiano ci offre la luce necessaria per poter guardare al mistero della nascita e alla questione della natalità con speranza, con fiducia. Siamo «passatori»51 – non padroni – di una vita che riceviamo per libera ed amorosa elargizione; e che l’Infinito di Dio ha voluto toccare e redimere assumendo la condizione umana, nascendo come Bambinello accolto da una famiglia.

Dobbiamo chiedere questo sguardo come una grazia. Chiamati all’essere per una predilezione dell’Eterno, osiamo confidare nell’impossibile: che il nascere e il vivere sia comunque cosa buona. Che sia tale la potenza della nostra origine, di cui ogni nascita reca l’impronta, da non sottrarre speranza al dolore e alla morte.

Conclusione

Non soltanto né in primo luogo i sostegni e le politiche famigliari, non gli studi economici e sociologici, non l’opportunità politica, ma solo questa speranza, così fondata e accolta, apre alla fiducia nel futuro.

Leopardi si chiedeva: Ma perché dare al sole, / perché reggere in vita / chi poi di quella consolar convenga?52 La certezza della positività della vita, fondata sulla vittoria definitiva di Cristo sul male e sulla morte, è l’unica risposta a questa domanda. La gioia che nasce da essa, testimoniata da tante famiglie delle nostre comunità, è in fondo la sola e più convincente ragione che rende desiderabile e perfino necessario mettere al mondo dei figli.


LE NOTE

1 I. Sanna, La questione antropologica: aspetti della riflessione contemporanea, Relazione Corso IRC Arcidiocesi di Cagliari, 7 aprile 2010.

2https://ec.europa.eu/eurostat/databrowser/view/DEMO_FIND__custom_692260/bookmark/table?lang=en&bookmarkId=e975466e-11ce-4771-af7b-a6818b49b21f

3 ISTAT, Report. Indicatori demografici/ anno 2020, 3 maggio 2021, reperibile sul portale web dell’Istat all’indirizzo https://www.istat.it/it/files/2021/05/REPORT_INDICATORI-DEMOGRAFICI-2020.pdf. Cfr. anche Cfr. G.C. Blangiardo, La bufera coronavirus nel gelo dell’inverno demografico, “Vita e Pensiero”, CIII, n. 4, luglio-agosto 2020, pp.16-21.

4 Cfr. G.C. Blangiardo, Ricorrenze e statistiche. Il 160° bilancio demografico dall’Unità nazionale, “Avvenire”, 27/3/2021. Cfr. anche ISTAT, L’evoluzione demografica in Italia dall’Unità ad oggi, 2019, https://www.istat.it/it/files//2019/01/evoluzione-demografica-1861-2018-testo.pdf.

5 G.C. Blangiardo, Le politiche per la famiglia, “Sinappsi”, IX, n. 3, 2019, pp. 70-80.

6 Cfr. G.C. Blangiardo, Il 160° bilancio demografico dall’unità. I veri deficit da colmare, “Avvenire”, 27 marzo 2021, https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/i-veri-deficit-da-colmare

7 ISTAT, Report. Natalità e fecondità della popolazione residente/ anno 2019, 21 dicembre 2020, reperibile sul portale web dell’Istat all’indirizzo https://www.istat.it/it/archivio/251937.

8 ONU – Department of Economic and Social Affairs, Population Division, World Population Prospects 2019: Highlights, 2019, ST/ESA/SER.A/423.

9 L’aumento della durata di vita si traduce in una riduzione del tasso di mortalità.

10 Cfr. L. DeRose, L. Stone, More Work, Fewer Babies: What Does Workism Have to Do with Falling Fertility?, 2021, https://ifstudies.org/ifs-admin/resources/reports/ifs-workismreport-final-031721.pdf

11 Rimando su questo tema al Discorso di San Prospero del 2017, dedicato a La donna e il suo genio, ora pubblicato in M. Camisasca, Abita la terra e vivi con fede. Costruire il futuro attraverso le sfide del nostro tempo, Piemme, Milano 2020, pp. 49-75.

12 Secondo alcuni analisti, il progressivo invecchiamento inciderebbe non solo sulla produttività strettamente intesa, ma anche sul grado di potenziale innovativo e imprenditoriale, solitamente correlato a una popolazione più giovane. Cfr. M. Livi Bacci, Un’Italia più piccola e più debole? La questione demografica, “Il Mulino”, 5/2018, pp. 719-734.

13 In base alle proiezioni di uno dei più recenti rapporti OCSE sul mercato del lavoro, nell’area OCSE il 2050 potrebbe vedere il numero dei pensionati superare quello dei lavoratori (e superarlo in modo consistente in alcuni Paesi particolarmente “vecchi”, come Italia e Grecia: OCSE, Working better with age. Overview, 2019, p. 8, https://www.oecd.org/els/emp/Brochure%20OW%2028-08.pdf. Tutto ciò sembrerebbe purtroppo indurre a guardare agli anziani come a un peso anziché come a una risorsa: tentazione, questa, che lo stesso Papa ha più volte constatato e dalla quale non cessa di metterci in guardia. Significativamente, proprio quest’anno il pontefice ha voluto istituire la festa dei nonni e degli anziani come modo per custodire e valorizzare il contributo determinante della loro vita, del loro lavoro, della loro esperienza.

14 Tutto ciò è sintetizzato dal Catechismo della Chiesa Cattolica con l’espressione «L’uomo è ‘capace’ di Dio»: cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 27ss.; Cfr. anche Concilio Vaticano I, Cost. dogm. Dei Filius, c. 2: DS 3004; Ibid., De Revelatione, canone 2: DS 3026; Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Dei Verbum, 6: AAS 58 (1966) 819; Pio XII, Lett. enc. Humani generis: DS 3875.

15 Cfr. Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, I, q. 2, a. 3, c: Ed. Leon. 4, 31.

16 Agostino di Ippona, Sermo 241, 2: PL 38, 1134.

17 Cfr. R. Stadelmann, Il declino del Medioevo. Una crisi di valori (1929), trad. it. Il Mulino, Bologna 1977.

18 Cfr. M. Weber, La scienza come professione (1919), trad. it. in Idem, La scienza come professione. La politica come professione (pp. 1-48), Mondadori, Milano 2006².

19 Cfr. M. Borghesi, L’era dello spirito. Secolarizzazione ed escatologia moderna, Studium, Roma 2008.

20 M. Camisasca, La fragilità e la malattia come strade al bene. Discorso di San Prospero del 24 novembre 2016, ora in Idem, Abita la terra e vivi con fede (pp. 107-120), cit., p. 110.

21 Benedetto XVI, Spe salvi. Lettera enciclica, 30 novembre 2007, n. 30.

22 Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 36: AAS 58 (1966) 1054.

23 P.R. Ehrlich, The population bomb, Ballantine Books, New York 1968.

24 Ivi, p. XI nel volume in inglese.

25 D.H. Meadows, D.L. Meadows, J. Randers, W.W. Behrens III, I limiti dello sviluppo (1972), trad. it. Mondadori EST, Milano 1972.

26 Questi eventi, assieme al fenomeno della “rivoluzione sessuale”, ci aiutano a leggere più precisamente la portata della promulgazione di Humanae Vitae da parte di Paolo VI, il 25 luglio 1968.

27 Accanto alla politica cinese del figlio unico (cfr. infra) risalgono a quegli anni le campagne di sterilizzazione massiva imposte dalla premier indiana Indira Ghandi alle fasce più povere della popolazione negli anni Settanta.

28 G.C. Blangiardo, La seconda Conferenza mondiale sulla popolazione di Città del Messico, “Il Politico”, 49, n. 4, 1984, pp. 747-754.

29 Cfr. Idem, Contraccezione: impatto demografico 50 anni dopo, “Anthropotes”, 34, n. 1-2, 2018, pp. 83-100.

30 Si esprime in questi termini, ad esempio, il Rapporto del Fondo Onu per la Poplazione: UNFPA, Lo stato della popolazione nel mondo 2009. In un mondo che cambia: donne, popolazione, clima, trad. it. a cura di AIDOS, 2009. Lo stesso Ehrlich, in un’intervista recente, ha corretto le proprie previsioni affermando che è ancora possibile scongiurare la “bomba” promuovendo in tutto il mondo i “diritti riproduttivi” delle donne: G. Aluffi, Il clima è una bomba ecologica ma possiamo ancora disinnescarla. Intervista a Paul Ehrlich, “Repubblica”, 12 febbraio 2021.

31 Cfr. ad esempio B. Sebastiani, Il cancro del pianeta, Armando, Roma 2016. Che non si tratti semplicemente di posizioni stravaganti, relegate ai salotti degli intellettuali, è dimostrato dall’indagine di Suzy Weiss, First comes Love. Then comes Sterilization, ospitata dalla giornalista Bari Weiss sul suo blog “Common Sense” (25 ottobre 2021, https://bariweiss.substack.com/p/first-comes-love-then-comes-sterilization) e rilanciata in Italia dalla rivista “Tempi” (C. Giojelli, I millennial non hanno figli ma follower. E se si innamorano, si sterilizzano, 7 novembre 2021, https://www.tempi.it/millennial-senza-figli-clima-razzismo/).

32 Francesco, Laudato Si’, 90; cfr. Benedetto XVI, Caritas in Veritate, 14. Cfr. anche M. Camisasca, Ecologia, in Idem, Abita la terra e vivi con fede, cit., pp. 206-217.

33 È questa, ad esempio, la tesi del recente libro di D. Dorling, Rallentare. La fine della grande accelerazione e perché è un bene (2020), tr. it. Raffaello Cortina, Milano 2021.

34 Cfr. Francesco, Fratelli tutti, 13.

35 «La nascita è un’eteronomia irriducibile che fa violenza alla nostra voglia di autonomia assoluta. Essa è il non scelto: questo tempo, questo luogo, questi genitori, questo corpo, questo sesso, questa faccia, questa lingua, questa malformazione congenita che sono miei, ma non sono miei…»: F. Hadjadj, Ma che cos’è una famiglia? (2014), tr. it. Ares, Milano 2015, p. 123.

36 Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, 252.

37 Cfr. le sentenze n. 179/1976, n. 6/1983 e n. 358/1995 della Consulta, riferiti all’art. 31 della Costituzione nel quale si postula la necessità di un sostegno specifico per le famiglie, “con particolare riguardo alle famiglie numerose”. Non essendo percorribile l’ipotesi di considerare la famiglia in quanto tale come soggetto tributario, poiché l’art. 53 della Costituzione, imponendo che la responsabilità tributaria sia individuale, lo vieta espressamente, la Consulta imponeva però al legislatore di reperire altre vie per garantire il sostegno alle famiglie, previsto dalla Carta fondamentale.

38 A. Contrino, Sulla riforma della fiscalità della famiglia, “Rivista di Diritto Tributario”, espansione online, 31 dicembre 2020, https://www.rivistadirittotributario.it/2020/12/31/sulla-riforma-della-fiscalita-della-famiglia/.

39 Il cosiddetto “assegno unico” è stato istituito con la Legge delega n. 46 del 1 aprile 2021. Per un’analisi di vantaggi e criticità cfr. F. Pepe, Vantaggi, criticità ed implicazioni sistematiche dell’istituendo “assegno unico e universale per figli a carico”, “Rivista di Diritto Tributario”, espansione online, 9 ottobre 2020, https://www.rivistadirittotributario.it/2020/12/31/sulla-riforma-della-fiscalita-della-famiglia/.

40 Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, 230. Apprezzabile anche l’iter di avvicinamento a tale decisione, col tentativo di ricollocare questi temi al centro del dibattito politico sottraendoli ad estremismi ideologici e coinvolgendo l’intero arco parlamentare; tale sforzo deve molto all’azione di associazioni laicali e di volontariato, in gran parte raccolte nel Forum delle Associazioni Familiari (nel medesimo solco si collocano anche gli “Stati generali della natalità” dello scorso 14 maggio 2021, frutto di un’azione congiunta del governo italiano e dello stesso Forum).

41 E. Frattola, Come arginare il crollo demografico: l’efficacia dei sostegni alle famiglie, “Osservatorio conti pubblici italiani”, 4 febbraio 2019, https://osservatoriocpi.unicatt.it/cpi-archivio-studi-e-analisi-come-arginare-il-crollo-demografico-l-efficacia-dei-sostegni-alle-famiglie.

42 Cfr. Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 26.

43 Cfr. D. Barsotti, Meditazioni sull’Apocalisse, San Paolo, Cinisello Balsamo 2006, pp. 176ss. Cfr. anche il Discorso di San Prospero del 2019, I cattolici italiani e la politica, ora pubblicato in M. Camisasca, Abita la terra e vivi con fede, cit., pp. 162-205.

44 H. Ibsen, Brand (1866), trad. it. BUR, Milano 2005, p. 240.

45 Ivi.

46 F. Hadjadj, Ma che cos’è una famiglia? (2014), tr. it. Ares, Milano 2015, pp. 149-151.

47 Cfr. E. Scabini, Promuovere famiglia nella comunità. Relazione per il Convegno internazionale “Essere generativi nella famiglia e nella comunità”, Università Cattolica, Milano, 16 novembre 2007.

48 C. Peguy, Portico del mistero della seconda virtù (1911), ebook, trad. it. Parole D’Argento Edizioni, 2017, p. 11.

49 Benedetto XVI, Spe salvi (2007), 31.

50 Cfr. Francesco, Omelia nella Messa mattutina presso Santa Marta, 29 ottobre 2019.

51 L’espressione è di X. Lacroix, Passatori di vita. Saggio sulla paternità (2004), trad. it. EDB, Bologna 2005.

52 G. Leopardi, Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, vv. 52-54.

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Una risposta a 1

  1. popper2 Rispondi

    24/11/2021 alle 18:12

    Non c’è un accenno al problema dell’incremento della popolazione mondiale: da 1,6 miliardi ai primi del ‘900 a circa 8 miliardi a fine 2021. Su questo ritmo fra 50 anni sarà di 12 miliardi o forse più, salvo epidemie o guerre totali.
    Ed i problemi dell’alimentazione, del clima e dell’inquinamento ?
    Qualcuno parla già di emigrazione in altri pianeti. Ed il problema della fame e del controllo delle nascite ? Non sono questi i veri problemi ?

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