In guerra a 13 anni con la Brigata Nera: Giacomo Ghisi,
ultimo superstite della battaglia di Fabbrico
“Seviziato dai partigiani, ma non mi hanno mai fatto piangere”

INTERVISTA DI LUCA TADOLINI

3/11/2021Quella che segue è l’eccezionale testimonianza di Giacomo Ghisi, reggiano di Cadelbosco Sotto, 89 anni (è nato il 27 Aprile 1932) superstite di una famiglia di agricoltori sterminata dai partigiani comunisti durante la Seconda Guerra Mondiale.

Giacomo Ghisi è anche un veterano della Brigata Nera di Reggio Emilia durante la Repubblica Sociale Italiana, dove si arruolò a dodici anni e mezzo dopo l’eccidio dei suoi cari. In camicia nera, a soli tredici anni, ha combattuto nella battaglia di Fabbrico contro i partigiani il 27 Febbraio 1945, durante la quale perse la vita suo fratello. A fine guerra, catturato e seviziato, venne poi rinchiuso nel campo di concentramento angloamericano di Coltano, in Toscana. Tornato alla vita civile, perse le proprietà della famiglia nel reggiano, si è costruito un lavoro e una nuova famiglia fuori dalla provincia nativa. Il suo racconto, dai contenuti drammatici, costituisce una importante contributo alla storia reggiana e nazionale.

La sua testimonianza, del 6 Settembre 2021, è riportata di seguito come è stata resa. Sono state aggiunte alcune note per illustrate il contesto degli eventi, i luoghi e le persone che vengono citate.

Ringrazio il Gruppo Restauro Arte Novecento per avermi messo in contatto con Giacomo Ghisi.

Giacomo Ghisi durante l’intervista

APRILE 1945. LA CATTURA

«La prima volta che mi hanno fermato ero a Ombriano di Crema. Ero con i Tedeschi. Ero scappato con i Tedeschi. A Ombriano di Crema ero con una colonna di 22 camion, sono arrivati sopra con gli apparecchi: li hanno mitragliati tutti. La prima volta mi hanno preso lì. Ero io, mia madre, mia sorella e i miei due fratelli più piccoli. La sera del 23 d’Aprile[1] siamo usciti da Reggio, con un autotreno. Ma fatti venti chilometri ci hanno sparato nelle gomme e il camion carico di tutta la nostra roba è rimasto lì. Io ero con la Brigata Nera[2].

Era un camion organizzato dalle Brigate Nere. Eravamo scaglionati. Con il camion eravamo in una ventina. Altri con altri mezzi. Il 24 ero nel parmense. Ero a Parma quando sono arrivati gli Americani. Ero ai giardini pubblici di Parma e sul Lungo Parma già giravano gli Americani. Da lì siamo andati a Piacenza. Il 25 ero a Piacenza. Ho attraversato il Po il 25. Ero sulla sponda del milanese. I cannoni tedeschi appostati sull’argine del Po sparavano verso Piacenza. Ci hanno sbrancati. Sono andato con un paio di colonne tedesche. L’ultima era la più grossa. Siamo partiti da Piacenza e siamo andati su.  Siamo andati a finire a Ombriano, in provincia di Crema.

Eravamo su un camion tedesco. Ero con loro. Lì è stata la prima volta che ci hanno fermato i partigiani. Siamo rimasti due o tre giorni. Avevo la divisa estiva, senza distintivi. Quindi non figuravo come Brigata Nera. Me l’avevano data a Reggio prima di partire. Un colore sul giallino. La povera mia madre ha discusso con i partigiani fino a quando non ci hanno lasciati andare. Sono dovuto tornare a Reggio. Perché non avevo più documenti, non avevo più niente. Sono tornato a Reggio a casa di un parente, che era un partigiano. È stato lui a farci arrestare. Abitava appena fuori Reggio. Sono tornato a casa che mia madre e mia sorella le avevano già portate via. Mi ha preso su in bicicletta e mi ha portato a Reggio, in Federazione, dove adesso c’erano i partigiani. E hanno cominciato lì a seviziarmi: mi hanno piantato i pennini da scrivere sotto alle unghie. Mi hanno dato degli schiaffi. Avevo tredici anni. Ho compiuto 13 anni proprio il 27 d’Aprile quando mi hanno preso a Ombriano.

Quando mi sono arruolato nelle Brigate Nere avevo dodici anni e mezzo. Poi quel mio parente lì in bicicletta mi ha portato giù a Cadelbosco. A Cadelbosco c’è stato il bello. Ancora botte. Tre volte buttato contro il muro, con armi spianate contro. Nella caserma dei Carabinieri.

La povera mia sorella l’hanno picchiata a morte. Gli hanno dato dei calci nella pancia fino a staccargli la pelle interna della pancia. Forse è stata la sua morte. Si è curata. Ha resistito fino al 1975. Mia madre è morta nel 1968, poveretta è morta di crepacuore. Mi avevano ucciso il padre e due fratelli.

Da Cadelbosco mi hanno portato a Reggio Emilia, ai Servi[3]. Non si può immaginare l’orrore che c’era lì. Ai Servi c’erano le celle con quattro dita di sangue ammuffito. C’era una cella con dentro un motorino, così alla sera, quando iniziavamo a picchiare, mettevano in moto per non far sentire le urla. Lì ai Servi eravamo un mucchio, perché eravamo fino nei sotterranei, nelle cantine.

I primi tempi, tutte le sere partiva un camion di persone che non tornavano più. È stato l’orrore numero uno. Sono venuto fuori da lì quando mi hanno mandato in campo di concentramento. Quando mi hanno mandato a Coltano[4]. Divisi in squadre. Ero al campo numero sette. Da Reggio ci hanno portati a Modena, dove siamo stati due giorni in un campo dietro la Ghirlandina. Poi su vagoni bestiame ci hanno mandato a Coltano. A Coltano quando sono arrivato io c’erano gli Inglesi che governavano. Alla fine, c’erano le truppe italiane. Eravamo partiti da Reggio in un centinaio. Di Reggiani ce n’erano al campo sei e al campo sette.

LA BATTAGLIA DI FABBRICO

«Mi ricordo tutto. Mi ricordo quando siamo partiti da Reggio Emilia su tre o quattro camion. Eravamo un centinaio. Siamo andati giù. Siamo arrivati a Fabbrico[5]. Eravamo a Reggio Emilia in centro, dove c’è l’Istituto Ciechi. Lì era la caserma della Brigata Nera. Nell’attuale caserma dei Carabinieri c’era l’O.P.[6]. La nostra caserma era l’Istituto Ciechi[7]. C’era la compagnia giovanile e la compagnia degli anziani. Eravamo più di un centinaio.

La compagnia giovanile era quella sempre in movimento. Purtroppo, toccava a noi andare dove capitava, ai rastrellamenti. Come compagnia giovanile eravamo fra i sessanta ed i settanta. Avevo dodici anni e mezzo. Ero il più giovane di tutti. Mi hanno preso dentro dopo la morte di mio padre e dei miei fratelli e l’eccidio di tutti i miei parenti. Sono sei. Quasi sette: la povera mia zia era incinta di otto mesi.

Sono andato da solo, a mia madre non avevo detto niente. Quando sono tornato a casa avevo già la divisa, ero già incorporato. Facevo servizio come tutti gli altri. Dormivo in caserma. Facevo il mio servizio normale. Andavo di pattuglia. Per l’addestramento, specialmente nelle armi, era venuto un ufficiale della Monterosa dalla Germania.

È stato tutto di notte. L’avviso è arrivato tardi, nella tarda nottata, la prima battaglia il 26 era stata con quelli di Novellara. Ci siamo preparati alla bell’e meglio, non attrezzati per una battaglia. Siamo andati giù per cercare di recuperare le salme dei morti. L’armamento c’era, ma non c’era un quantitativo di munizioni adeguato ad un combattimento. Avevamo uno zainetto con poca roba. Mi ricordo com’ero armato: avevo il moschetto. Tipo 91 “rimodernato”, tagliata la canna accorciato. Quando c’era previsione di un combattimento ti davano abbondanza di munizioni. Quella volta avevamo niente, solo la dotazione normale.

Siamo arrivati a Fabbrico che era ancora quasi scuro. Ci hanno sguinzagliati in giro. Ero con uno dell’O.P. Sono arrivato in punto. In un piazzaletto. Ho visto una macchia di sangue per terra. Mi sono insospettito. Mi sono girato e ho visto il coperchio di una cisterna che era stato aperto, era mosso. E con quello là ho detto “qui c’è qualcosa”. Prima ha aperto il coperchio. Poi è andato a prendere un rastrello nella cascina. E ha girato il rastrello dentro la cisterna. È venuto su un palo. E dopo il palo è venuto a galla un ragazzo. Sanferino[8]. Era ferito e l’hanno buttato dentro al pozzo ancora vivo. Gli avevano piantato il palo nella pancia per tenerlo sul fondo. Muovendo con il rastrello il palo si è mosso ed è venuto a galla. Era ancora in divisa. Con i pugni chiusi così, è morto così poverino. L’abbiamo tirato fuori e portato in piazza. Le donne l’hanno denudato e lavato. È stato poi avvolto in una coperta e alla fine l’abbiamo portato su a Novellara, quando siamo rientrati.

In paese sono stati presi ostaggi. Gli ufficiali hanno detto che dovevano riportare a Novellara qualcosa. Il Capitano Ianni[9] non è mai stato ritrovato. Avrà fatto la medesima fine dentro in una cisterna. Cocchi venne portato in una casa e gli spararono a bruciapelo. Venne poi ritrovato. Altri sono morti nel combattimento.

Nel pomeriggio, nel rientro, incolonnati, con gli ostaggi che si portavano a Novellara. Appena fuori, dove c’è stato il 26 è successo anche il 27. E lì i partigiani erano in parecchi.

Ero in dietro nella colonna. Ho fatto a tempo a buttarmi in un canale. Nel canale ho curato un Maggiore[10] che è stato ferito in un braccio. “Pisciava” sangue nel braccio. Ho fermato l’emorragia con quattro fazzoletti. Era un anziano della Brigata Nera. Era l’unico anziano che c’era dietro. Il canale faceva una curva, intanto che curavo il Maggiore è arrivato un partigiano nella curva. Dietro di me c’era uno dell’O.P. Ho girato la testa e ho visto il partigiano e ho gridato “Attento!”. Ha scaricato una raffica uccidendolo nel fosso. Era uno dei tre partigiani caduti.[11] Il messo comunale che è rimasto ucciso è stato ucciso dai partigiani, non da noi[12]. Era in testa, è stato ucciso dai partigiani nello scontro. Era un ostaggio.

Siamo andati nelle case. Non ci aprivano. Abbiamo sfondato la porta. Prima che aprissero la porta è rimasto colpito mio fratello. L’hanno portato dentro. Mi è morto in braccio nella stalla.

I partigiani ci hanno fatto una V che noi ci andavamo dentro e ci crivellano. Mio fratello è stato colpito al cuore, appena dopo la villa, sulla strada. Hanno fatto lì il combattimento. Si sono sparpagliati. Eravamo divisi in tre case. Una delle tre case l’hanno bruciata. Hanno ucciso anche due tedeschi. Due li hanno uccisi il 26, due il 27. Perché un comando dei Tedeschi era Rolo. Quando c’è stato il combattimento è venuto giù da Reggio un motociclista della Guardia Nazionale Repubblicana, che era uno di Fabbrico. È andato ad avvisare i Tedeschi. Ci hanno salvato loro. Ci hanno tirato fuori.»

il rapporto della Brigata Nera sulla battaglia di Fabbrico

LA FAMIGLIA STERMINATA

«Eravamo di Cadelbosco Sotto. Mio padre era un agricoltore, però era un ufficiale. Mio padre era già ufficiale nel Ventidue, era un Capo Manipolo. Ultimamente era nella Brigata Nera. Dopo che era stato ferito. Nel primo attacco alla famiglia Ghisi mio padre era stato ferito ad un braccio. Prima era uno Squadrista. Era agricoltore e lavorava un po’ di terra che aveva. Poi ce la confiscarono a Ponte Nuovo. Dove c’è la strada che va a Villa Seta. C’era una prima casa davanti, ero appena dietro.

Mio padre, poveretto, era troppo buono, se stava mangiando e arrivava uno che diceva “ho fame”, toglieva il piatto e glielo dava. A casa dei miei zii il capo banda che li ha fatti uccidere era un altro parente di mio padre, era un cugino alla lunga, ma era un cugino. Me l’ha detto lui personalmente quando ero in galera a Cadelbosco: “Vuoi sapere chi ha ucciso tuo padre e la tua famiglia? Io la mia banda. E mi ha detto: “Anche te farai la medesima fine.” Ho risposto: “Per me morire oggi o morire domani è lo stesso”. Mi ha dato un calcio e una sberla e mi ha buttato in cella. A Cadelbosco si sono divertiti un po’ con me. Ma non ci ho dato nessuna soddisfazione. Mi hanno puntato la pistola alla gola: “canta Giovinezza”. “Per me canto Giovinezza, per te non la canto. Ammazzami.” Anche da ragazzo avevo un coraggio bestiale. Non mi hanno mai fatto piangere. Né a Cadelbosco, né a Reggio.

Eravamo divisi. Mio padre era in una casa a parte. I miei due zii, Federico e Armando[13] erano nell’altra casa a cento metri di distanza. Era una azienda agricola e anche loro erano agricoltori. Quella volta lì sono arrivato vestiti da Tedeschi, cercando da bere. Mio padre per caso si è trovato lì, “ve ne do io da bere”, è andato a casa dei miei zii. Ma era già tutto studiato. Ho saputo che chi ha sparato dentro lì erano due russi che erano con i partigiani e un italiano. I russi sono poi stati uccisi tutti e due: uno è tornato in Russia e siccome era un disertore, preso dai Tedeschi, andato con i Tedeschi, scappato dai Tedeschi venuto con gli Italiani, l’hanno fatto fuori in Russia. L’altro era andato in Argentina o in Brasile non ricordo, e l’hanno ammazzato là.

Mio fratello, il primo era nella Polizia stradale, aveva già fatto la Russia. Dopo l’Otto Settembre 1943 era a Roma, nella Polizia stradale. È rientrato da Roma ed è andato a Manerbio in provincia di Brescia. Ha avuto a dire con un ufficiale ed è venuto via. È venuto a Reggio nella Brigata Nera anche lui.

La seconda volta, a Novembre[14], quando hanno ucciso mio padre c’era anche mio fratello, che veniva a casa, da Reggio a Cadelbosco, a duecento metri dalla Casa Cantoniera in via Guglielmo Marconi. Mio padre è rimasto ucciso sulla strada. Mio fratello era in bicicletta, con un’altra bicicletta a mano. È finito nel fosso. Aveva preso due colpi. Uno nella spalla e uno nella gamba. Sparati di dietro. Lo davanti non venivano. Sparati dietro. È finito nel fosso e gli hanno scaricato una pistola in faccia. Perché era ancora vivo. Gli hanno scaricato la pistola in faccia. Gli hanno portato via le armi e sono scappati. A Novembre del Quarantaquattro. Me l’ha detto dopo quel parente di mio padre. Era tanto delinquente anche lui che è dovuto scappare all’estero: è stato via tanto tempo. Quando è rientrato dormiva con la luce accesa perché aveva gli incubi. Avevo dodici anni e mezzo. Per il fatto dello sterminio della mia famiglia mi hanno accettato nella Brigata Nera.»

Luca Tadolini e Giacomo Ghisi

Ringrazio Giacomo Ghisi per aver accettato di affrontare il ricordo dei giorni più tremendi della sua vita. In una Italia che fatica a guardarsi allo specchio e si ostina a non riconoscere tutto il suo passato, la storia di questo ragazzo del Quarantacinque, immerso nel sangue della violenza fratricida, è un pugno nello stomaco. Ma questo era quanto succedeva nella nostra terra in quei giorni. Bisogna leggere e riflettere.  “Avevo un coraggio bestiale”. “Avevo tredici anni”. Giacomo Ghisi, Brigata Nera di Reggio Emilia.

Reggio Emilia, 9 Novembre 2021 Luca Tadolini (Centro Studi Italia)


LE NOTE

[1] 23 Aprile 1945. Le forze armate della Repubblica Sociale Italiana (Rsi) a Reggio Emilia si ritirano dalla città in seguito allo sfondamento angloamericano della Linea Gotica fra Modena e Bologna. L’ordine di ripiegare oltre Po, a Milano, poi fino in Valtellina, era stato portato in città il 21 Aprile 1945 personalmente da Pino Romualdi, delegato del Partito Fascista Repubblicano per l’Emilia-Romagna.

[2] 30^ Brigata Nera di Reggio Emilia, costituita nel Luglio 1944, dedicata al martire fascista reggiano Amos Maramotti, ucciso nel 1921, poi ad Aldo Ferrari, primo Caduto nel Settembre 1944. Era formata da iscritti del Partito Fascista Repubblicano (Pfr), trasformato in partito armato. Negli ultimi mesi di guerra venne incorporata nella Brigata Nera Mobile “Attilio Pappalardo”. Aveva subito la scissione di una sua componente guidata da Guglielmo Ferri che aveva costituito la Brigata Nera Autonoma Mobile “Giovanni Gentile”, con sede a Soncino, protagonista dell’ultimo tentativo di creare un ridotto fascista in Valtellina.

[3] Sede dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Reggio Emilia, divenne struttura di detenzione durante la Repubblica Sociale Italiana al servizio delle operazioni di controguerriglia partigiana. Con lo sfondamento del fronte nell’Aprile 1945 da parte degli angloamericani, il carcere venne utilizzato dalla guerriglia partigiana per rinchiudervi i prigionieri civili e militari della Repubblica Sociale Italiana.

[4] Il Campo di Concentramento di Coltano in provincia di Pisa venne utilizzato dagli angloamericani nel 1945 per la detenzione di prigionieri militari e civili italiani della Repubblica Sociale Italiana.

[5] Il 26 Febbraio 1945 una squadra della Brigata Nera reggiana del presidio di Novellara cadde in un agguato partigiano. Viene colpito mortalmente il milite Lino Luppi di 19 anni, vengono catturati il capitano Ianni e i militi Sanferino e Cocchi. Poi trucidati con sevizie. Il giorno successivo 27 Febbraio 1945, da Reggio interviene la Compagnia Giovanile della Brigata Nera con una componente della Guardia Nazionale Repubblicana, per recuperare i resti dei Caduti. Non riuscendo ad ottenere la restituzione del corpo del Capitano Ianni, vengono presi ostaggi da condurre a Novellara. All’altezza di Villa Ferretti la guerriglia partigiana tende un nuovo agguato che si risolve solo con l’intervento del presidio tedesco di Rolo. Fra le formazioni della Repubblica Sociale Italiana cadono Giancarlo Angelini, di 20 anni, Franco Volpato di 17 anni, Ugo Fringuelli di 18 anni, Giuseppe Ghisi di 16 anni, Corinto Baliello di 19 anni e Ostilio Casotti di 39 anni, della Brigata Nera e Luigi Spoto della Guardia Nazionale Repubblicana. Rimangono uccisi anche tre partigiani. Sulla battaglia di Fabbrico, L. Tadolini, La Repubblica Sociale Italiana a Reggio Emilia. 1945. Lo scontro frontale prima dell’invasione., Edizioni all’Insegna del Veltro, Parma, 2015, pp. 225 ss..

[6] Compagnia Ordine Pubblico della Guardia Nazionale nella Repubblicana della Repubblica Sociale Italiana. 79^ Legione Reggio Emilia.

[7] Istituto dei Ciechi Giuseppe Garibaldi in Via Franchetti a Reggio Emilia.

[8] Luigi Sanferino, di Aristide e Bertani Euride, nato a Novellara il 13 Gennaio 1926, dove abitava in Piazza Mazzini 1. Suo padre, violinista, classe 1894, iscritto a Partito Fascista Repubblicano e Milite della Brigata Nera, viene catturato dai partigiani il 18 Marzo 1945, mentre era con altri musicisti, e trucidato in località Navazzone di San Giovanni.

[9] Il capitano Gino Ianni, originario di Contigliano, Rieti, rimane ancora disperso. Il suo corpo non è mai stato restituito. Il figlio divenne parlamentare della Repubblica.

[10] Si tratta del maggiore Giovanni Bellerè.

[11] Nella battaglia di Fabbrico rimangono uccisi i partigiani Piero Foroni, Leo Morellini e Luigi Bosatelli.

[12] Si tratta di Genesio Corgini.

[13] Armando Ghisi, nato il 4 Novembre 1890 a Cadelbosco, ucciso il 15 Giugno 1944, insieme alla moglie Alda Caffarri Ghisi, al figlio Giuseppe Ghisi di quindici anni e al fratello Armando Ghisi, nato il 4 Novembre 1890.

[14] Il padre, Remigio Ghisi, classe 1892 e suo figlio Iefte Ghisi vengono assassinati il 29 Novembre 1944. (l.t.)

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4 risposte a In guerra a 13 anni con la Brigata Nera: Giacomo Ghisi,
ultimo superstite della battaglia di Fabbrico
“Seviziato dai partigiani, ma non mi hanno mai fatto piangere”

  1. carlo baldi Rispondi

    01/12/2021 alle 16:00

    Il fatto che si sia iscritto alla B.Nera a 12 anni ed abbia combattuto a 13 anni purtroppo non gli fa onore ed ancor più a chi lo aveva arruolato. Mi ricorda i giovani hitleriani reclutati dal furher ed a quelli in Africa anche di recente, reclutati da delinquenti ed inviati al massacro.

  2. Ivaldo Casali Rispondi

    02/12/2021 alle 11:14

    Di questa tragica storia mi ha colpito, soprattutto, il coraggio e la determinazione di questo tredicenne (all’epoca dei fatti), provato da grande dolore per la perdita assassina di tutti i suoi famigliari.

  3. Gianni Bernini Rispondi

    03/12/2021 alle 18:08

    Un racconto giustificazionista: addossa ai partigiani l’uccisione di partigiani. Non è più tempo dell’orgoglio. Solo pietismo e ansiosa ricerca dell’innocenza. Aveva 13 anni ma è stata una sua scelta, ed ha sofferto meno del Partigiano che confessa di avere ucciso.

    • Roberto Rispondi

      12/01/2022 alle 12:04

      Scusa Gianni, ho riletto l’intervista 3 volte ma non riesco a trovare il punto dove confessa di avere ucciso il Partigiano.

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