Genesi e misteri del “lodo Moro”. Seconda puntata
Strage di Fiumicino 1973
Lo Stato capitolò di fronte al terrorismo palestinese

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DI GABRIELE PARADISI E GIORDANA TERRACINA

26/10/2021 – «Superata senza scosse la prima domenica austera». Questo il titolo a nove colonne della prima pagina del Corriere della Sera di lunedì 3 dicembre 1973. L’occhiello addirittura parlava di rivoluzione seppure tra virgolette: «Una “rivoluzione” che sta mutando i nostri costumi». Il sommario riportava gli aspetti positivi di quella prima “domenica a piedi”: «“La popolazione – ha detto Rumor – ha sopportato un indubbio sacrificio con esemplare compostezza” – Risparmiati da trenta a cinquanta milioni di litri di benzina – L’anno scorso in incidenti stradali vi erano stati trentacinque morti e 730 feriti: quest’anno siamo a quota zero […] Pedoni e ciclisti padroni delle strade».

Le domeniche a piedi del 1973: Bologna

Le restrizioni e le misure straordinarie per fronteggiare l’emergenza energetica non riguardarono solo il nostro Paese. La riduzione della produzione di petrolio ed il relativo embargo erano stati decisi dai governi arabi nei confronti degli stati filoisraeliani, per reclamare la restituzione dei territori conquistati da Israele con la guerra dei Sei giorni del 1967 (5 – 10 giugno) e come ritorsione agli esiti della da poco terminata guerra del Kippur (6-24 ottobre 1973).

L’Italia, in quel difficile inverno del 1973, si trovava a gestire una situazione alquanto complicata, poiché se da un lato la diplomazia ufficiale lavorava strenuamente per ottenere dai Paesi arabi lo status di Paese amico, dall’altro doveva cercare di sbrogliare l’imbarazzante e complessa situazione che si era venuta a creare con l’arresto e la successiva carcerazione dei fedayn palestinesi trovati in possesso di un paio missili in settembre a Ostia. L’eventuale scarcerazione degli ultimi tre terroristi – altri due loro compagni erano già stati liberati a fine ottobre – avrebbe reso più distesi i rapporti col mondo arabo e soprattutto con le organizzazioni terroristiche palestinesi che non lesinavano minacce esplicite di attentati per ottenerne la liberazione, ma contemporaneamente avrebbe reso molto tesi i rapporti con Israele e con gli Stati Uniti.

Vediamo ora più in dettaglio come si mosse il nostro governo durante quelle febbrili settimane, anche se di lì a pochi giorni, in quel dicembre 1973, un evento tragico senza precedenti, avrebbe sconvolto ogni strategia.

L’attività diplomatica ufficiale del Governo italiano1

Il 27 novembre 1973, l’ambasciatore d’Algeria comunicò all’Ufficio del Cerimoniale del Ministero degli Affari Esteri che il 4 dicembre 1973 sarebbero giunti a Roma il ministro algerino dell’Industria e dell’Energia B. A. e il ministro saudiano del petrolio A. Z. Y. Le due personalità, che svolgevano una “missione esplicativa” per conto dell’Organizzazione dei Paesi Arabi esportatori di petrolio (OAPEC, Organization of Arab Petroleum Exporting Countries), avevano richiesto un incontro con il presidente del Consiglio Mariano Rumor e con ogni altro membro del Governo interessato.

Giuerra del Kippur: gli israeliani nel canale di Suez

La visita avveniva a ridosso della fine della Guerra del Kippur, che aveva visto nel mese di ottobre fronteggiarsi siriani ed egiziani contro gli israeliani, con l’obiettivo di recuperare i territori persi nella Guerra dei Sei giorni del 1967. L’esito del conflitto era stato del tutto diverso e aveva comportato l’occupazione da parte di Israele di ulteriori porzioni delle alture del Golan, sul fronte siriano e della penisola del Sinai, sul fronte meridionale.

Ben più pesanti furono le conseguenze sul piano economico di molti Paesi, seppur non direttamente coinvolti nel conflitto, con la decisione dei Paesi arabi associati all’OPEC di aumentare il prezzo dei barili di petrolio e di limitarne la distribuzione, dando il via a una grave crisi petrolifera che finì per interessare tutti i Paesi occidentali.

L’arrivo delle due personalità arabe mise subito in moto la macchina diplomatica governativa italiana per stilare un programma di appuntamenti che avrebbero visto impegnati il presidente della Repubblica Giovanni Leone, il Presidente del Consiglio dei ministri Mariano Rumor, il ministro dell’Industria Ciriaco De Mita e il ministro degli Esteri Aldo Moro.

La visita dei due emissari del mondo arabo fu sicuramente utile, tanto che essi decisero di tornare in Italia poche settimane dopo, l’11 gennaio 1974.

Il 9 gennaio 1974, in vista dell’incontro, il Consigliere diplomatico del presidente del Consiglio dei ministri, preparò una lunga nota informativa in cui veniva riflessa la posizione assunta dall’Italia a seguito delle decisioni prese dagli Stati arabi in materia di petrolio e da cui emergevano principalmente due punti essenziali.

Il primo riguardava lo sforzo italiano diretto nei confronti dei partner europei e degli Stati Uniti nell’esortarli ad avere una maggiore propensione verso i problemi e la situazione dell’area mediorientale. In sede di Nazioni Unite l’Italia aveva dato il suo appoggio, insieme ad altri sette membri della Comunità (esclusa la Danimarca) alla Risoluzione n. 2949 dell’Assemblea Generale e del Consiglio di Sicurezza dell’Onu dell’8 dicembre 1972 che recepiva in termini espliciti tutte le principali richieste arabe, “esprimendo seria preoccupazione per la continua occupazione israeliana delle terre arabe, e facendo appello a tutti gli Stati di non riconoscere i cambiamenti effettuati da Israele nei territori arabi occupati ed evitare azioni, compresi gli aiuti, che potrebbero rappresentare un riconoscimento di questa occupazione”. “In questo senso vanno anche interpretate le ripetute prese di posizione europee al Consiglio di Sicurezza in favore delle tesi arabe e in contrasto con l’atteggiamento assunto dagli Stati Uniti. Lo sviluppo di tale orientamento aveva trovato conferma nella presa di posizione comune dei Paesi CEE espressa nella Dichiarazione Congiunta del 6 novembre [1973]2 che può ritenersi la risultante di un processo attivato dall’Italia”.

La diversità di trattamento riservato ai Paesi consumatori nel settore petrolifero, anche se ufficialmente veniva messa in relazione con un preteso diverso atteggiamento che questi ultimi avrebbero manifestato nei riguardi della causa araba, in realtà veniva visto come diretto a creare divisioni che evidentemente potevano tornare a favore degli arabi.

Tuttavia, una simile impostazione appariva cozzare con le sollecitazioni dei Governi arabi all’Europa affinché questa svolgesse un ruolo costruttivo ai fini della soluzione del conflitto mediorientale e si disponesse a sviluppare la cooperazione con quei Paesi. “La discriminazione nella distribuzione dei prodotti petroliferi costituisce una grave insidia alla costruzione di un contributo efficace dell’Europa verso una cooperazione euro-araba. Ulteriore conseguenza di tale scelta politica è quella di provocare un indebolimento della posizione dell’Europa Occidentale nei confronti delle Superpotenze, verso le quali i Paesi arabi vorrebbero al contrario vedere esercitata una maggiore influenza europea”.

Il Vertice di Copenaghen del 14 dicembre 1973 come primo incontro politico tra europei e arabi, venne considerato da parte italiana il primo atto di uno sviluppo potenzialmente ricco di significato e di premesse. In Appendice 2 riportiamo il Documento preparatorio del Ministero degli Affari Esteri. Per quanto riguarda la questione del petrolio, i paesi europei confermarono l’importanza dell’apertura dei negoziati con i Paesi produttori di petrolio, in vista di un’estesa cooperazione per lo sviluppo economico industriale di questi Paesi, per investimenti industriali e per l’approvvigionamento stabile di energia a prezzi ragionevoli da parte dei Paesi membri.

Il secondo punto è riassunto in cinque paragrafi di quanto emerse dai colloqui.

  1. La politica dei prezzi che i paesi membri dell’OPEC mostrano di voler attuare costituisce per l’Italia una fonte di preoccupazione a causa dei gravi turbamenti che potrebbe produrre all’economia mondiale. È contraddittorio chiedere ai Paesi consumatori di frenare l’inflazione quando i produttori si rifiutano di stabilizzare i prezzi. Senza l’intervento di questi ultimi non è possibile cambiare prospettiva. I Paesi industrializzati devono avere il tempo per assorbire senza troppe gravi scosse queste fluttuazioni e devono inoltre poter elaborare una nuova politica energetica fondata sulla cooperazione tra tutti i Paesi interessati.
  2. Il mantenimento delle discriminazioni viene valutato come un errore politico in quanto non tiene conto della posizione di amicizia dimostrata dall’Italia nei confronti dei Paesi arabi e dimostra come questa non sia stata compresa e giustamente valutata.
  3. Un atteggiamento più cooperativo da parte araba nei confronti della Comunità europea sarebbe auspicabile al fine di facilitare, da parte di quest’ultima, lo svolgimento di un costruttivo ruolo politico per il raggiungimento di una soddisfacente soluzione negoziale della crisi mediorientale. È parere del Governo italiano che nella soluzione si dovrebbe includere il riconoscimento dei “legittimi diritti del popolo palestinese”.
  4. L’Europa e in particolare l’Italia sono proiettate verso la costruzione di una collaborazione con il mondo arabo basata su criteri nuovi. Questi comprendono l’instaurazione di nuovi rapporti tra Paesi produttori e consumatori di petrolio, lo sviluppo di una politica mediterranea della Comunità europea diretta a uno sviluppo di sempre più stretti rapporti tra i popoli legati da una tradizione di scambi e amicizia. È convinzione del Governo italiano che sussiste la possibilità di ristabilire un’unità nel Mediterraneo su basi di assoluta uguaglianza e di reciproco rispetto.
  5. Il Governo italiano si dichiara pronto a passare subito all’attuazione concreta del nuovo tipo di collaborazione da sviluppare tra produttori e consumatori, in un’ottica di accordi tra governi che non dovrebbero interessare soltanto il settore petrolifero ma estendersi anche ad altri possibili campi di attività industriale e tecnologica, contribuendo così alla realizzazione dei programmi di sviluppo dei Paesi arabi e africani”.

Si evince chiaramente dallo scritto che l’Italia si riteneva essere il paese che aveva attivato il processo di avvicinamento dell’Europa alle posizioni risultate poi espresse nella Dichiarazione Congiunta del 6 novembre e in cui si chiedeva una maggiore sensibilità verso i problemi dell’area Mediorientale.

In un altro appunto, sempre del Consigliere diplomatico, preparato nello stesso giorno, si fa il punto della situazione circa gli esiti della missione dei due ministri arabi nelle diverse capitali occidentali. La missione era nata per illustrare ai diversi Governi europei le ragioni che avevano indotto i Paesi arabi produttori di petrolio (OAPEC) ad adottare le note misure ristrittive, non aveva fini operativi e non rivestiva carattere nazionale.

I paesi interessati erano la Francia, la Gran Bretagna, il Belgio, la Comunità Europea e gli Stati Uniti. Dai colloqui era emerso che i Paesi arabi non si accontentavano più delle dichiarazioni come quella del 6 novembre, ma chiedevano da parte dell’Europa un’azione concreta e diretta verso Israele affinché evacuasse i territori occupati, ritornando alle frontiere del giugno 1967. Sulla base del loro comportamento i Paesi Europei venivano suddivisi in tre categorie: la prima degli amici, la seconda dei neutri e l’ultima dei nemici. Il Corriere della Sera dell’11 gennaio 1974, scriveva: “Secondo alcune voci, l’Italia potrebbe entrare nella lista dei paesi amici e avere la sicurezza degli approvvigionamenti”. La realtà era di certo molto più complessa come testimoniano le “Note dell’incontro alla Farnesina tra il Ministro M. e i due Ministri arabi del petrolio”3.

È certo che la produzione petrolifera araba non sarebbe tornata al livello del settembre 1973 fino a quando Israele non avesse abbandonato i territori e nel frattempo la produzione ridotta avrebbe seguito per la distribuzione il sistema preferenziale indicato, premiando degli Stati a scapito di altri. “Francia e Gran Bretagna godono di una situazione privilegiata poiché hanno dato e danno un aiuto militare e politico alla causa araba”.

Alla fine della visita l’analisi che ne scaturì riportò come risultati, che nei colloqui avuti, gli arabi pur riconoscendo l’esistenza di ampie prospettive di cooperazione economica tra l’Italia e i loro Paesi, avevano però sottolineato l’esigenza di un previo e definitivo chiarimento della posizione italiana nei confronti della questione mediorientale. Tale pregiudiziale era stata poi ribadita durante il colloquio con il ministro degli Esteri, dove era emersa la motivazione che aveva spinto i Governi arabi ad adottare tale politica discriminatoria.

Le loro ragioni poggiavano sulla necessità di adottare un’iniziativa politica che fosse in grado di avere un forte impatto sulla comunità e sull’opinione pubblica, così da costringere i Governi europei a prendere coscienza della gravità della situazione in Medio Oriente e a non continuare nel loro atteggiamento, valutato da parte araba, “di disinteresse”. L’atteggiamento dei Paesi OAPEC di ridurre la produzione era stato dettato dunque da un’esigenza prettamente politica. I ministri arabi, pur escludendo l’esistenza di una classificazione dei Paesi terzi in amici, neutrali e ostili alla causa, avevano ammesso l’intendimento dei loro Governi di seguire una politica differenziata che tenesse conto del diverso atteggiamento che i singoli Paesi avevano assunto o avrebbero assunto nei confronti del conflitto arabo-israeliano. Da parte italiana era stato riscontrato un atteggiamento non del tutto chiaro e univoco.

A fronte di questi rilievi il ministro degli Esteri aveva replicato sottolineando la coerenza della politica del Governo e ricordando l’appoggio dato in sede ONU, che aveva portato a volte anche a scontrarsi con gli Stati Uniti, rispetto a risoluzioni favorevoli a tesi arabe. Inoltre, aveva posto in evidenza l’azione svolta in sede CEE per rendere gli altri Paesi maggiormente sensibili alle esigenze del mondo arabo, di cui la Dichiarazione Congiunta dei Nove del 6 novembre 1973, attivata dal Governo italiano, era una dimostrazione, testimoniata peraltro dalla reazione negativa di Israele.

I ministri arabi pur rilevando che non vi erano difficoltà d’ordine politico con l’Italia, avevano però auspicato una maggior chiarezza sull’interpretazione della Risoluzione n. 2424 delle Nazioni Unite da rendersi pubblicamente e tesa a favorire le richieste arabe, che prevedevano il completo ritiro d’Israele dai territori occupati durante il conflitto del 1967. A queste sollecitazioni il ministro italiano aveva risposto che nessun diverso significato poteva essere attribuito alla Dichiarazione Congiunta del 6 novembre che, esprimendo decisione unanime dei Paesi membri CEE, rifletteva necessariamente anche la posizione italiana.

In un appunto si veniva a comprendere meglio la posizione del Governo italiano sulla questione dei territori contesi. “L’Italia, patria del diritto, non può ammettere che l’occupazione militare sia titolo per l’acquisizione di qualunque territorio. E questo è il significato che noi attribuiamo alla dichiarazione congiunta che parla di inammissibilità della occupazione territoriale. In questo senso le questioni di interpretazione della 242 debbono ritenersi superate perché il principio della inammissibilità si riferisce a tutti i territori occupati.

L’attuazione di questo principio sarà quella che concorderete.

Voi sapete che io al mio ritorno da Copenaghen ho dichiarato che devono essere riconosciuti i legittimi diritti dei palestinesi: è per me un problema politico e comporta la possibilità che i palestinesi abbiano una loro patria.

Per noi questo è pacifico e penso che lo ribadiremo in ogni occasione”.

(Acs/Presidenza del Consiglio dei ministri / Consigliere Diplomatico II versamento. Documenti riservati consultati a seguito di autorizzazione del ministro dell’Interno).

Ma un evento tragico piombò all’improvviso a sconvolgere le faticose trame diplomatiche in corso.

La strage di Fiumicino del 17 dicembre 1973 5

La mattina di lunedì 17 dicembre 1973, mentre iniziava il processo ai cinque terroristi di Ostia, di cui solo tre agli arresti, a Fiumicino si consumò una tragedia che fece slittare il processo stesso al 28 dicembre 1973, mentre il dibattimento fu rinviato al 20 febbraio 1974.

Aeroporto internazionale Leonardo da Vinci, ore 12,51. Alle porte elettroniche del molo ovest, mentre una delle guardie addette si accinge ad eseguire il controllo su un passeggero, questi estrae una pistola e gliela punta contro. Contemporaneamente altri quattro arabi, in sosta nella sala transiti, estraggono dalle borse pistole ed armi automatiche e cominciano a sparare contro il soffitto. Nella concitazione l’agente Ciro Strino (22 anni), che era riuscito ad estrarre la sua pistola, resta ferito al petto. Gli altri cinque militari in servizio, Salvatore Fortuna (21 anni), Francesco Lillo (22 anni), Mario Muggiano (20 anni), Vincenzo Tomaselli (24 anni), Andrea Diliberto (22 anni), sotto la minaccia delle armi sono costretti ad alzare le mani e a seguire i terroristi che si dirigono nel sottostante piazzale Kennedy attraverso l’uscita 14 e la corrispondente rampa di accesso.

I terroristi, lungo il percorso, catturano altri tre ostaggi: un impiegato della Ethiopian Airlines, Yohannes Tesfaye Zewde (28 anni), un tecnico dell’Asa (Agenzia Servizi Aeroportuali), Domenico Ippoliti (42 anni) e il giovane finanziere Antonio Zara (20 anni).

Sulla pista sono parcheggiati tre aerei. Il drappello di terroristi e ostaggi si dirige verso l’aereo della Lufthansa in sosta alla piazzola A13.

Due terroristi si staccano dal gruppo e si dirigono verso l’aereo della Panamerican in sosta alla piazzola A15. L’aereo, un Boeing 707 Jet Clipper Celestial, diretto a Beirut e Teheran, è in ritardo e non dovrebbe a quell’ora trovarsi sulla pista. I passeggeri sono già tutti all’interno dell’aereo.

I due terroristi, salendo dalle scalette ancora presenti, attraverso il portello anteriore e quello posteriore, lanciano all’interno dell’aereo bombe «dirompenti ed incendiarie» ad alto potenziale.

«Le esplosioni provocano, uno squarcio di 10 piedi sul tetto della fusoliera, come se a farlo fosse stato un gigantesco apriscatole, proprio all’altezza della sezione turistica del Boeing, causando un foro circolare largo diversi metri oltre la prima classe. Almeno nove finestrini dal fianco rivolto verso l’aerostazione sono stati distrutti»6.

Moriranno complessivamente 30 passeggeri, 29 all’interno del velivolo, dilaniati dalle esplosioni o carbonizzati – tra di loro l’intera famiglia De Angelis, il padre Giuliano, la moglie Emma Zanghi e la loro figlioletta di nove anni Monica – un altro italiano, l’ingegner Raffaele Narciso, funzionario dell’Eni, morirà poco più tardi in ospedale per le ustioni riportate. Compiuta questa strage i due terroristi raggiungono i compagni che nel frattempo hanno sequestrato l’aereo della Lufthansa.

Da questo scendono un membro dell’equipaggio, Ippoliti e Zara, trattenuto per un braccio da un terrorista.

(archivio Ansa)

Il giovane finanziere ha il giubbotto «sbottonato e ravvolto dietro le spalle in modo tale da immobilizzargli le braccia». Un secondo terrorista rimasto a bordo spara in continuazione dal portellone in direzione dell’aerostazione. Il drappello dei tre ostaggi e del terrorista si dirige verso la coda dell’aereo. Il membro dell’equipaggio e Ippoliti staccano il tubo del rifornimento del carburante e chiudono il bocchettone di presa. Terminata l’operazione, i quattro tornano verso la scaletta anteriore. Zara, sempre trattenuto per un braccio dal terrorista, tenta di liberarsi dalla presa. Fatto avanzare di qualche passo viene ucciso con una raffica alla schiena. Agonizzante per qualche minuto sulla pista verrà raggiunto da due ambulanze che lo raccolgono ormai in fin di vita. Zara è la trentunesima vittima della strage.

La morte del finanziere Anton Zara, 20 anni, Medaglia d ‘oro al Valor militare

Alle 13.32, poco più di mezz’ora dall’inizio dell’azione, l’aereo della Lufthansa decolla. A bordo, oltre ai cinque terroristi, ci sono le sei guardie di Pubblica sicurezza, tre hostess, il tecnico etiope, un impiegato della compagnia tedesca, il capitano Joe Kröse, il vice pilota Olf Kiess e l’addetto dell’Asa Ippoliti. In tutto 19 persone. L’aereo Lufthansa, su ordine dei terroristi, si dirige verso il Medio Oriente.

Alle 16.50 ora locale, l’aereo Lufthansa è costretto ad atterrare all’aeroporto di Atene. Qui i dirottatori chiedono alle autorità elleniche di liberare due terroristi palestinesi detenuti nelle carceri greche7. Dopo alcune esecuzioni simulate, viene realmente ucciso e gettato sulla pista il tecnico Domenico Ippoliti. È la trentaduesima e ultima vittima di questa strage.

I due terroristi detenuti ad Atene si rifiutano di unirsi ai dirottatori in quanto appartenenti ad un gruppo diverso. Tale rifiuto costringe i cinque fedayn a rinunciare ad ogni richiesta e a ripartire. Chiedono di dirigersi verso Beirut ma, giunti nei cieli della capitale libanese, viene loro comunicato che l’aeroporto è stato chiuso su ordine del ministro Fouad Ghosn che ha disposto autobus, jeep e ogni tipo di veicolo su tutte le piste. I terroristi chiederanno tre volte l’autorizzazione ad atterrare, ma verrà sempre loro negata.

Dopo una breve sosta di due ore e 10 minuti in Siria, per il rifornimento di carburante e di cibo, durante la quale il generale Jamil Nagi, comandante delle forze aeree siriane, cerca inutilmente di convincere i dirottatori a liberare gli ostaggi per ragioni umanitarie, l’aereo riparte da Damasco alle 14.14, per giungere in Kuwait alle 15.10. Qui iniziano le trattative tra i terroristi e le autorità dell’emirato. Il ministro dell’interno kuwaitiano lo sceicco Saad al-Abdullah e quello della Difesa, attraverso le loro segreterie generali, chiedono ai fedayn di liberare gli ostaggi e di uscire dall’aereo disarmati.

Alle 18.20 del 18 dicembre 1973 finalmente i terroristi accettano di consegnarsi liberando gli ostaggi.

Il 19 dicembre 1973, mentre i cinque fedayn vengono trattenuti in una base aerea dell’esercito dell’emirato e interrogati, l’agenzia di stampa palestinese Wafa annuncia che la sezione sicurezza dell’Olp (il controspionaggio palestinese) avrebbe indagato per scoprirne l’identità e i loro mandanti. Lo stesso giorno, il ministro di Grazia e giustizia Mario Zagari firmava la richiesta di estradizione al Kuwait, allegando il mandato di cattura emesso nel frattempo dalla Procura romana.

(archivio Ansa)

Il 20 dicembre 1973, l’agenzia Wafa riferisce che l’Olp ha chiesto al governo kuwaitiano sia di consentire a suoi rappresentanti di partecipare agli interrogatori dei terroristi, sia che costoro vengano consegnati alla fine degli interrogatori all’Olp per ricevere una punizione adeguata. Anche il governo del Marocco (nella strage sono periti quattro suoi alti funzionari) chiede al Kuwait la massima fermezza nei confronti dei cinque terroristi.

Il 22 dicembre 1973, il ministro Zagari invia un telegramma all’ambasciata italiana in Kuwait e per conoscenza al ministero degli Affari esteri, al ministero dell’Interno e all’Interpol: «At urgentissima richiesta Procura Repubblica Roma pregasi accertare et comunicare stesso mezzo generalità et ogni altro utile elemento identificazione autori fatti criminosi commessi Aeroporto Fiumicino 17.12.1973 et attualmente tenuti Kuwait stop».

Il 27 dicembre 1973, il Comitato centrale dell’Olp, riunitosi a Damasco, discutendo le operazioni all’estero, in particolare «le coup de Rome», conclude: «Per quanto riguarda l’operazione di Roma la maggioranza dei membri del Congresso ritiene che la responsabilità dei fedayn incriminati non dovrebbe essere presa in considerazione poiché non hanno fatto altro che obbedire agli ordini della loro organizzazione. Quindi dopo la loro liberazione da parte del Kuwait e la consegna all’Olp saranno trasferiti in un paese di loro scelta».

Il 29 dicembre 1973, la commissione d’inchiesta inviata dall’Olp in Kuwait inizia gli interrogatori dei cinque responsabili della strage di Fiumicino, i quali erano già stati sentiti dalla polizia dell’emirato. Il 30 dicembre 1973, la commissione comunica di aver ultimato il compito. Al presidente del comitato esecutivo dell’Olp, Yasser Arafat, sarà inviato un rapporto.

Il 31 dicembre 1973, il quotidiano libanese L’Orient-Le Jour scrive :«Una commissione libica è arrivata a Beirut per recarsi in Kuwait e informarsi circa i risultati dell’indagine condotta dal Comitato dell’Olp in collaborazione con le autorità kuwaitiane. I membri della delegazione libica si sono riuniti sabato sera [29 dicembre] con i responsabili palestinesi a Beirut per esaminare la questione della sorte del commando di Roma».

Sul finire di gennaio 1974, il nostro ministro degli Esteri, Aldo Moro, organizzò e compì un viaggio in Medio Oriente.

Da qualche tempo si rincorrevano voci su un dissenso tra la presidenza del Consiglio dei ministri e il ministero degli Esteri su quella che poteva definirsi la «strategia del petrolio»: ovvero quella serie di iniziative della diplomazia italiana per alleviare da un lato le conseguenze della crisi petrolifera, e dall’altro riprendere e intensificare i rapporti con i Paesi arabi.

Il 28 gennaio 1974, Moro si recò al Cairo dove ebbe un con il segretario per gli Affari esteri del presidente Sadat, Nabil Fahmi.

Il 29 gennaio 1974 si recò in Kuwait, per proseguire poi per Abu Dhabi, quindi per Teheran. Il 1º febbraio 1974 raggiunse l’Arabia Saudita.

Nel Kuwait, Moro incontrò l’emiro sceicco Sabati al-Salem al-Sabash, il principe ereditario e il primo ministro, per poi avere colloqui con il ministro degli Esteri e con quello delle Finanze e del petrolio. Ufficialmente, Moro affrontò il problema senza insistere sulla richiesta di estradizione dei cinque terroristi, già respinta dal governo kuwaitiano, ma espresse al ministro della Difesa (i terroristi erano infatti reclusi in una base militare), la «profonda sensibilità» dell’opinione pubblica italiana sulla questione, chiedendo quindi che i cinque venissero giudicati «in una sede appropriata» e che il giudizio «rispondesse alle nostre aspettative». Il ministro della Difesa kuwaitiano dette «ampie assicurazioni». La forma era salva.

Il 2 marzo 1974, lo sceicco Saal al-Abdallah al-Sabah confermò che i cinque terroristi di Fiumicino erano stati consegnati all’ufficio dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina in Kuwait, aggiungendo che il rappresentante dell’Olp nell’emirato, Ali Yassin, si era incaricato di organizzare il trasferimento dei terroristi al Cairo dove il giorno precedente, 1º marzo, era giunto Yasser Arafat, presumibilmente per definire i dettagli del processo con le autorità egiziane.

Yassin comunicò ai giornalisti che i cinque terroristi sarebbero stati processati da un tribunale rivoluzionario, allestito da Arafat in virtù della sua carica di presidente dell’Olp e di comandante in capo della rivoluzione palestinese.

Ma chi erano i fedayn autori di questa strage? A chi facevano riferimento? Perché se era già in vigore il lodo Moro, questi avrebbero dovuto compiere un atto così scellerato nel nostro Paese?

Per rispondere a queste domande occorre fare prima un passo indietro e poi seguire l’evoluzione della vicenda fino al suo epilogo del novembre 1974.

(Finì, per la cronaca, con i cinque terroristi palestinesi liberati in Tunisia con la mobilitazione e la copertura di molti governi: di loro non si seppe più nulla. E’ la storia che racconteremo prossimamente).

(SECONDA PUNTATA. CONTINUA)


APPENDICE

SOMMARIO

  1. 06.11.1973 – Dichiarazione dei Nove, Bruxelles 6 novembre 1973
  1. 21.11.1973 – Documento preparatorio al Vertice di Copenaghen
  1. 27.11.1973 – Appunto per l’Ufficio del Consigliere Diplomatico dell’Onorevole Presidente del Consiglio
  1. 10.12.1973 – Documento sulla politica estera
  1. 09.01.1974 – Appunto per l’On.le Presidente del Consiglio. Il consigliere Diplomatico del Presidente del Consiglio dei Ministri
  1. Appunto per l’Onorevole Presidente del Consiglio. Il Consigliere Diplomatico del Presidente del Consiglio dei Ministri
  1. 11.01.1974 – Note dell’incontro alla Farnesina tra il Ministro M. e i due Ministri arabi del petrolio
  1. 12.01.1974 – Telegramma in partenza dal Ministero degli Affari Esteri. Inviato all’approvazione dell’On.le Ministro. Oggetto visita a Roma dei Ministri Y. E A
  1. 09.10.1974 – Appunto del Ministero degli Affari Esteri Direzione Generale degli Affari Politici Uff. IX
  1. 11.10.1974 – Appunto di M. Ministro degli Esteri. “Ministero degli Affari Esteri Gabinetto

Appendice 1

Dichiarazione dei Nove, Bruxelles 6 novembre 1973

  1. Essi insistono energicamente sul fatto che le forze delle due parti in conflitto in Medio Oriente, in conformità con le Risoluzioni 339 e 340 del Consiglio di Sicurezza, dovrebbero ritornare immediatamente sulle posizione che occupavano il 22 ottobre. Ritengono che un ritorno su tali posizioni faciliterà una soluzione degli altri urgenti problemi riguardanti i prigionieri di guerra e la II armata egiziana.
  1. Essi sperano fermamente che a seguito del voto del Consiglio di Sicurezza sula Risoluzione 338 del 22 ottobre, potranno finalmente essere avviati i negoziati per riportare nel Medio Oriente una pace giusta e duratura, in applicazione della Risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza, in tutte le sue parti. Si dichiarano pronti a fare tutto quanto è nelle loro possibilità per contribuirvi. Ritengono che questi negoziati debbano svolgersi nel quadro delle Nazioni Unite. Ricordano che la Carta ha dato al Consiglio di Sicurezza la principale responsabilità della pace e della sicurezza internazionale. Il Consiglio e il Segretario Generale devono svolgere un ruolo particolare per lo stabilimento e il mantenimento della pace, in applicazione delle Risoluzioni del Consiglio nn. 242 e 338.
  1. Essi ritengono che un accordo di pace debba essere fondato in particolare sui punti seguenti:

l’inammissibilità dell’acquisizione di territori con la forza;

la necessità per Israele di porre fine all’occupazione territoriale che mantiene dopo il conflitto del 1967; il rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale e dell’indipendenza di ogni Stato della regione e del loro diritto di vivere in pace entro frontiere sicure e riconosciute;

il riconoscimento che, nello stabilire una pace giusta e duratura, si dovrà tener dei diritti legittimi dei palestinesi.

  1. Essi ricordano che in conformità con la Risoluzione 242 il regolamento di pace deve essere soggetto a garanzie internazionali. Ritengono che queste saranno rafforzate tra l’altro con l’invio di forze di mantenimento della pace nelle zone smilitarizzate previste dall’art. 2c della Risoluzione 242.

Sono d’accordo sul fatto che le garanzie sono di fondamentale importanza per regolare la situazione generale in Medio Oriente in conformità con la Risoluzione 242 che il Consiglio cita nella Risoluzione 338. Essi si riservano di avanzare proposte a questo riguardo.

  1. Essi ricordano, che in questa occasione, i legami di ogni tipo che li uniscono da lungo tempo ai paesi della costa meridionale e orientale del Mediterraneo. Riaffermano in proposito i termini della Dichiarazione del “vertice” di Parigi del 20 ottobre 1972 ricordando che la Comunità è decisa.

Appendice 2

Documento preparatorio al Vertice di Copenaghen.

Vertice Europeo di Copenaghen del 14-15 dicembre 1973.

Data Roma 21 novembre 1973. Firmato M. F. Ministero degli Affari Esteri D.G.A.E. C.E.E.-VI

  1. Non si considerano qui gli argomenti strettamente “politici” (e militari) che potrebbero formare oggetto delle conversazioni al Vertice, né si considerano i problemi di carattere procedurale (istituzionalizzazione, procedura d’urgenza, partecipazione dei Ministri degli Esteri e della Commissione). Si osserva soltanto che la Francia, pur conservando una linea rigorosamente “autonomistica” in tema di rapporti fra la Comunità e gli Stati Uniti, si sta dimostrando – nella forma- un po’ più “atlantica” che non in passato (sui problemi specifici della partecipazione alla difesa atlantica e relativa ripartizione degli oneri), il che faciliterà certamente, a Copenaghen, la nascita di un “direttorio” franco-anglo-tedesco.
  1. L’argomento centrale, a Copenaghen, sarà certamente quello della crisi in Medio Oriente, con le relative connessioni comunitarie nei settori della politica energetica della C.E.E. e della lotta contro l’inflazione (stimolata dall’aumento dei prezzi del petrolio). In materia dovrebbe prevalere la linea di “sviluppare” la Dichiarazione dei Nove del 6 novembre scorso, se non altro per convincere i Paesi arabi produttori di petrolio a togliere l’embargo all’Olanda. Parlare di solidarietà degli Otto verso l’Aja potrebbe essere assai pericoloso……..Di conseguenza, il discorso “energetico” verterà sul come amministrare la penuria, sul come convincere gli Arabi a considerare l’Olanda sullo stesso piano degli altri Paesi membri, sul come pianificare le risorse energetiche future dell’Europa, da un lato accelerando la definizione dei rapporti della Comunità con i Paesi “mediterranei” e medio orientali produttori di petrolio, dall’altro sviluppando la produzione di energia nucleare. Quest’ultimo sarà l’argomento centrale del discorso francese sull’energia, con l’obiettivo di coinvolgere immediatamente, sul piano finanziario, tutti i paesi membri della Comunità, nell’estensione – a scopi pacifici – dell’impianto di arricchimento dell’uranio di Pietralata: si profila così lo scontro tra E. (tecnologia francese della diffusione) e U. ( tecnologia anglo-tedesco-olandese della ultracentrifugazione).i due gruppi rivali stanno già predisponendo le loro difese, in vista di Copenaghen, come dimostra il passo anglo-tedesco-olandese presso la Francia di partecipare all’U., lasciando per il momento impregiudicata la scelta fra le due tecnologie……..

Sul piano generale (penuria europea di risorse petrolifere) si può dire che Francia e Gran Bretagna non sono disposte – per le loro relative posizioni di vantaggio – a stabilire una solidarietà comunitaria in campo petrolifero, preferendo, per il momento, agire politicamente sugli Arabi, mentre la tendenza opposta è rappresentata naturalmente dall’Olanda e dalla Germania”.

Il documento prosegue affrontando la questione della politica monetaria e di quella agricola.

Appendice 3

Appunto per l’Ufficio del Consigliere Diplomatico dell’Onorevole Presidente del Consiglio.

Data Roma 27 novembre 1973. Ministero degli Affari Esteri Cerimoniale – III:

“l’Ambasciatore d’Algeria ha comunicato che il martedì 4 dicembre p.v. giungeranno a Roma il Ministro Algerino dell’Industria e dell’Energia B. A. e il Ministro Saudiano del petrolio Z. Y.

Le due personalità, che svolgono una “missione esplicativa” per conto dell’Organizzazione dei Paesi Arabi esportatori di Petrolio, hanno espresso il desiderio di incontrare l’Onorevole Presidente R., l’Onorevole Ministro M. ed ogni altro membro del Governo eventualmente interessato.

Si rimane in attesa delle decisioni che si vorranno adottare in merito”.

Appunto senza data e senza firma: (preparazione del discorso in vista dell’incontro del ministro degli Esteri M.)

“Desidero in questa occasione dissipare ogni malinteso per quel che riguarda la posizione del Belgio nei confronti di un’ambiguità ben nota della Risoluzione del Consiglio di Sicurezza: il testo inglese e quello francese divergono per quanto concerne il paragrafo 1 (II) relativo al ritiro delle forze israeliane dai territori o – testo inglese – from territoris. Per noi questa divergenza può essere superata con riferimento alla disposizione del principio che sancisce l’inammissibilità dell’acquisto di territori con la forza.

Israele non ha quindi titolo per conservare i territori che ha occupato.

Il ritiro completo, con riserva di rettifiche minori che le Parti potranno concordare nel corso di negoziati sarà effettuato nel quadro dell’accordo di pace di cui non può essere condizione preliminare. Tutte le disposizioni della risoluzione 242 costituiscono un insieme che non può essere dissociato.

Sappiamo tutti che tale Risoluzione non poté essere applicata in seguito alle divergenze di vedute tra le parti sui metodi da seguire per darle attuazione. Tali divergenze vanificarono gli sforzi messi in atto in particolare dal Segretario Generale dell’ONU e dal suo Rappresentante Speciale”.

Le difficoltà di cui sopra non fanno venire meno la considerazione che la Risoluzione conservi tutto il suo valore, soprattutto per quanto riguarda i principi in essa contenuti.

Appunto senza data e firma: (preparazione del discorso in vista dell’incontro)

“L’Italia, patria del diritto, non può ammettere che l’occupazione militare sia titolo per l’acquisizione di qualunque territorio. E questo è il significato che noi attribuiamo alla dichiarazione congiunta che parla di inammissibilità dell’occupazione territoriale. In questo senso le questioni di interpretazione della 242 debbono ritenersi superate perché il principio dell’inammissibilità si riferisce a tutti i territori occupati.

L’attuazione di questo principio sarà quella che concorderete.

Voi sapete che al mio ritorno da Copenaghen ho dichiarato che devono essere riconosciuti i legittimi diritti dei palestinesi: è per me un problema politico e comporta la possibilità che i palestinesi abbiano una loro patria.

Per noi questo è pacifico e penso che lo ribadiremo in ogni occasione”.

Appendice 4

Documento sulla politica estera. (b. 91)

Politica estera

Data Roma 10 dicembre 1973. Non firmato Il Consigliere Diplomatico del Presidente del Consiglio dei Ministri

“L’attuale è un momento particolarmente delicato della situazione internazionale, in cui l’Italia (e l’Europa comunitaria di cui essa è parte integrante) viene investita da un triplice ordine di problemi di politica estera.

Da Sud, l’aggravarsi delle conseguenze della crisi mediorientale. Donde il problema dei rifornimenti di petrolio; della non facile formazione di un approccio europeo comune affinché l’Europa possa contribuire alla sistemazione pacifica del Medio Oriente (da cui, in ultima analisi, dipenderà la possibilità di normalizzare la situazione dei rifornimenti); ed infine delle pericolose sollecitazioni divisive che (attraverso la catalogazione in tre distinti “gruppi” di paesi impostaci dagli arabi) minacciano la coesione interna della Comunità.

Da Ovest, l’allontanarsi degli Stati Uniti dall’Europa.

Tale fenomeno pone all’alleanza atlantica il problema della revisione delle proprie strutture, ed ai principali paesi europei il come di come riequilibrare i rapporti tra loro all’interno dell’Europa stessa (donde il pericolo di deviazioni direttoriali, in contrasto con lo spirito comunitario).

Da Est, il persistere della pressione sovietica. Ciò comporta il problema di come approfondire il processo di distensione con l’Unione Sovietica e con i paesi dell’Est senza che tale processo, con le sue implicazioni, abbia ad interferire con la politica di costruzione unitaria dell’Europa occidentale, la quale – per essere autonoma e per essere quindi amica, contemporaneamente, della Unione Sovietica e degli Stati Uniti – ha bisogno di essere politicamente unita e di mantenere gli indispensabili raccordi atlantici, che ne garantiscano la sicurezza.

Su questa gamma di problemi l’Onorevole Presidente del Consiglio si è intrattenuto l’8 e 9 dicembre ai Chequers con il Primo Ministro britannico in preparazione dei lavori del prossimo vertice europeo di Copenaghen.

Alla luce dei colloqui dei Chequers, ed in vista del Vertice, si possono fissare pertanto alcuni principali punti di riferimento della nostra attuale posizione di politica estera.

Medio Oriente

Nostro obiettivo, che del resto è interamente condiviso dagli inglesi, è di contribuire allo svilupparsi della posizione unitaria europea che, reimmettendo l’Europa in qualche modo nel gioco diplomatico, ci consenta di porre le risorse della politica estera al servizio del fondamentale interesse di garantirci l’accesso alle fonti di rifornimento di petrolio.

In questo quadro, il Governo italiano considera la dichiarazione europea del 6 novembre (che fu, al tempo stesso, una dichiarazione tardiva ed affrettata) come un elemento non statico, ma dinamico della posizione europea. E’ possibile pensare – oltre Copenaghen – ad un ulteriore approfondimento di tale posizione in due specifiche direzioni: 1) partecipazione dell’Europa alle garanzie politico-giuridiche e al dispositivo di controlli militari che costituiranno verosimilmente due degli elementi fondamentali di goni futuro accordo; 2) necessità di risolvere il problema dei palestinesi, che va considerato come un problema politico, e dal quale dipende qualsiasi possibilità di sistemazione pacifica durevole.

L’azione italiana ed europea, per essere efficace, deve inquadrarsi inoltre in una politica a più lungo termine, che potrebbe essere impostata in una triplice direzione:

  • Iniziative e progetti comunitari per la riabilitazione economica e sociale dei paesi arabi devastati dal recente conflitto;
  • Sviluppo della politica mediterranea della CEE;
  • Sviluppo di una politica di rapporti con i paesi arabi produttori basata su criteri nuovi di collaborazione economica da governo a governo (in siffatte nuove forme di collaborazione il petrolio verrebbe a costituire soltanto uno degli elementi in una combinazione più vasta, che abbraccerebbe i seguenti fattori: materia prima, capitale, tecnologia e mercati).

Problemi energetici

Anche in questo caso occorre distinguere tra l’azione a corto termine e quella a medio e lungo termine.

In una prospettiva a corte termine, occorre realizzare nell’ambito comunitario una indispensabile solidarietà interna nell’emergenza energetica, per evitare che la Comunità “esploda”. Non occorrono necessariamente “dichiarazioni” di solidarietà verso questo o quel paese, che potrebbero essere controproducenti; ma è necessario bensì che in una presa di posizione “erga omnes” si riaffermi il principio dell’unità politica della Comunità anche sul piano energetico.

A questa riaffermazione dovrebbero accompagnarsi – ma su un piano più riservato e “discreto” – opportune iniziative dall’interno della Comunità miranti ad approfondire i seguenti ordini di problemi pratici nello spirito delle proposte elaborate dalla Commissione:

  • Solidarietà nel far fronte alla penuria (eventualmente attraverso misure estendentisi alla gestione di una quota delle riserve disponibili);
  • Politica comune dei prezzi (attraverso accordi anche con gli altri grandi consumatori: USA e Giappone);
  • Armonizzazione fra i Nove delle misure di contenimento dei consumi.

In una prospettiva a medio-lungo termine è indispensabile altresì che l’Europa:

  • Sviluppi una politica di rapporti con i paesi produttori di greggio, basata su criteri nuovi di collaborazione (vedi sopra) ed ispirata al concetto di “facilitare” ai paesi produttori l’investimento delle liquidità derivanti dalla vendita di petrolio;
  • Acceleri lo sviluppo di fonti alternative di energia, tra le quali in particolare quella derivante dall’uranio arricchito. Donde l’opportunità per l’Italia di assicurarsi la propria partecipazione sia ad E. che ad U. (ove i tre paesi membri di quest’ultima associazione ci offrano condizioni di ingresso basate sulla parità di diritti: su questo particolare punto H. ha assicurato il suo positivo interessamento) e di contribuire, se possibile, ad armonizzare le due iniziative in un comune quadro europeo.

Appendice 5

Appunto per l’On.le Presidente del Consiglio. Il consigliere Diplomatico del Presidente del Consiglio dei Ministri.

Data Roma 9 gennaio 1974.

Oggetto: visita in Italia del Ministro per il petrolio dell’Arabia Saudita, Z. Y., e del Ministro per l’energia dell’Algeria, B. A.:

“Elementi di conversazione

In occasione della visita in Italia del Ministro per il petrolio dell’Arabia Saudita Y. e del Ministro per l’energia dell’Algeria A., potrebbero ulteriormente essere portati all’attenzione degli interlocutori i seguenti punti che riflettono la posizione assunta dall’Italia a seguito delle decisioni prese dagli Stati Arabi in materia petrolifera.

Considerazioni economiche

L’aumento del prezzo del petrolio sui mercati mondiali e le restrizioni alla produzione decise dai Paesi Arabi sono tali da provocare gravi danno all’economia dei paesi industrializzati a causa degli inevitabili riflessi negativi sulle bilance dei pagamenti, sul prezzo delle altre merci e sulla situazione monetaria mondiale. Non bisogna però dimenticare che il pericolo di una simile recessione avrà conseguenze altrettanto gravi per l’economia dei Paesi produttori che si troveranno presto a dover subire il contraccolpo provocato dall’aumento dei prezzi e dei macchinari che tradizionalmente importano dai Paesi industrializzati. In altre parole vi è la fondata preoccupazione che possa mettersi in moto su scala mondiale una spirale recessionistica e inflazionistica che non giova a nessuno e danneggia tutti.

Da parte loro, gli Stati europei, e quindi anche l’Italia, potrebbero trovarsi nella materiale impossibilità di proseguire i loro programmi di assistenza tecnica ai Paesi in via di sviluppo che finora avevano dato risultati largamente positivi con reciproca soddisfazione di ambo le parti interessate.

Considerazioni politiche

  1. Non si può negare che l’Italia, Governo ed opinione pubblica, sia rimasta spiacevolmente colpita dalla discriminazione effettuata nei suoi confronti dai Paesi produttori che, pur senza mai nominarla specificamente, l’hanno di fatto relegata tra i Paesi “neutrali”. Una simile classificazione non corrisponde alla realtà e si ispira a valutazione che non tengono conto dell’amicizia da noi sempre dimostrata per il mondo arabo né dell’evidente comprensione delle sue istanze che hanno rappresentato una costante della nostra politica estera. In tale contesto basta pensare all’atteggiamento di generosa collaborazione ed assistenza da noi manifestata verso vari Paesi Arabi: come l’Algeria, ove dovrebbe essere ancora vivo il ricordo degli aiuti e delle facilitazioni portate alla resistenza; la Tunisia al cui sviluppo economico abbiamo dato e continuiamo a dare contributi sostanziali; il Marocco, che non ha mai dimenticato di rivolgersi a noi in momenti particolarmente delicati; l’Egitto cui abbiamo dimostrato in termini concreti la nostra solidarietà dopo il conflitto del 1956 con l’erogazione di finanziamenti che rappresentano tuttora un onere considerevole per la nostra tesoreria; il Sudan dove la cooperazione italiana ,integrata da ampia assistenza finanziaria, ha consentito le realizzazione di importanti opere; il Libano, al quale è ben noto l’impegno diplomatico italiano in ogni circostanza in cui si siano manifestate minacce per la sua integrità; lo Yemen che ha potuto sempre contare sulla nostra amicizia e anche sul nostro intervento nella fase delicata seguita a mutamenti di regime.

Oltre che nei rapporti bilaterali con i Paesi Arabi, la nostra azione si è altresì esplicata nei confronti dei partners europei e degli stessi Stati Uniti, che abbiamo sempre esortato a maggior sensibilità verso i problemi e le situazioni dell’area mediterranea.

In sede di Nazioni Unite, abbiamo dato il nostro appoggio, insieme ad altri 7 membri della Comunità (esclusa la Danimarca), alla Risoluzione 2949 dell’Assemblea Generale del dicembre 1972 che recepisce in termini espliciti tutte le principali richieste arabe. Nel medesimo senso vanno altresì valutate le ripetute prese di posizioni europee al Consiglio di Sicurezza in favore delle tesi arabe e in contrasto con l’atteggiamento assunto dagli Stati Uniti.

Lo sviluppo di tale orientamento ha trovato conferma nella presa di posizione comune dei Paesi C.E.E. espressa nella Dichiarazione Congiunta del 6 novembre, che può ritenersi la risultante di un processo da noi attivato.

  1. La diversità di trattamento accordato ai vari Paesi consumatori nel settore dei rifornimenti petroliferi, anche se ufficialmente viene messa in relazione con un preteso diverso atteggiamento che questi ultimi avrebbero manifestato nei riguardi della causa araba, potrebbe in realtà obbedire ad una logica diversa, tendente cioè a creare divisioni che evidentemente si ritiene possano giocare a favore degli arabi.

Una simile impostazione appare in contraddizione con le sollecitazioni dei Governi arabi all’Europa affinché questa svolga un ruolo costruttivo ai fini della soluzione del conflitto e si disponga a sviluppare la cooperazione con quei Paesi. La discriminazione nella distribuzione dei prodotti petroliferi costituisce una grave insidia alla premessa unitaria che rappresenta la sola base sulla quale possa configurarsi un’azione europea realmente atta a costituire il contributo efficace dell’Europa ad una rinnovata cooperazione euro-araba.

E’ inoltre evidente che non conviene provocare un indebolimento della posizione dell’Europa Occidentale nei confronti delle superpotenze verso le quali da parte araba si desidererebbe al contrario vedere esercitata una maggiore influenza europea.

Vertice di Copenaghen

Il Vertice di Copenaghen ha offerto l’occasione per un primo incontro politico fra europei ed arabi che consideriamo, da parte nostra, come il primo seme di uno sviluppo potenzialmente ricco di significato e di promesse.

Per quanto riguarda in particolare la questione del petrolio, i Nove a Copenaghen “hanno confermato l’importanza che essi attribuiscono all’apertura dei negoziati con i Paesi produttori di petrolio su un regime globale comprendente un’estesa cooperazione per lo sviluppo economico-industriale di questi Paesi, per investimenti industriali e per l’approvvigionamento stabile di energia a prezzi ragionevoli da parte dei Paesi membri”.

Iniziativa dello Scià dell’Iran

In senso pressoché analogo si è espresso nel corso della Conferenza del 23 dicembre u. s. lo Scià dell’Iran che riprendendo una vecchia idea algerina, ha proposto l’avvio in sede O.C.S.E. di un costruttivo dialogo tra i Paesi produttori e Paesi consumatori in vista del raggiungimento di un “prezzo realistico” del petrolio tale da soddisfare ambo le parti.

Tale iniziativa è stata registrata dall’Italia con particolare interesse. Avremmo auspicato che il principio di un dialogo tra produttori e consumatori potesse trovare maggior riconoscimento nelle conclusioni della riunione dell’OPEC testé conclusasi a Ginevra.

Proposta del Presidente N.

Non sembra necessario sollevare, di nostra iniziativa, con Y. e A. l’argomento della recentissima proposta del Presidente N., di cui come è noto, dallo stesso Presidente Nixon sono stati portati direttamente a conoscenza i Capi di Stato o di Governo dei Paesi membri dell’OPEC. Qualora l’argomento venisse sollevato dai due interlocutori arabi, si potrebbe tuttavia rispondere che la proposta testé pervenutaci è attualmente all’attento studio del Governo italiano che l’esaminerà nello spirito della sua posizione costantemente favorevole allo sviluppo di proficui e durevoli rapporti di collaborazione tra paesi consumatori e paesi produttori, nell’interesse anche di tutti i paesi in via di sviluppo.

Posizione generale italiana nei confronti del problema dei rapporti con i paesi produttori

Noi siamo convinti che occorre superare gli schemi tradizionali caratterizzati da un lato dagli sforzi dei Paesi produttori volti a incrementare unicamente il ricavato delle vendite e, dall’altro, da una politica dell’approvvigionamento dei Paesi consumatori, ispirata essenzialmente, attraverso il ruolo di primo piano attribuito alle compagnie transnazionali, a criteri mercantilistici e settoriali. Si può e si deve mirare a creare invece un tipo nuovo di rapporto, in cui il petrolio costituisce soltanto un elemento di una più vasta cooperazione economica tra i paesi produttori e i paesi consumatori, basantesi sulla combinazione di quattro grandi fattori: materia prima, capitali, tecnologia e mercati.

In altre parole, occorrerebbe offrire ai produttori gli strumenti necessari a compiere il primo passo sulla via dello sviluppo. Tali strumenti si concretano in primo luogo nelle conoscenze tecnologiche, nell’addestramento di quadri tecnici e direttivi, nell’inserimento nelle successive fasi gestionali delle attività trasformatrici, distributive ed industriali derivate (petrolchimica, produzioni di alto consumo di energia, trasporti). Gli accordi ENI-Irak e ENI-Libia del 1972 hanno fornito a suo tempo un primo concreto avvio all’applicazione di questo approccio.

Partendo dal settore energetico si dovrebbe mirare a sviluppare nei paesi produttori centri di irradiazione di attività industriali sempre più differenziate e quindi di propulsione dell’intero sistema economico, tali da offrire crescenti prospettive di cooperazione a sempre più vasti settori esportativi dei paesi consumatori. (Tipico, e forse finora unico esempio di tale cooperazione è costituito dagli accordi in Irak tra ENI, IRI e FIAT).

Una forma di cooperazione produttori-consumatori lungo le linee suddette permetterebbe ai paesi consumatori di ottenere una maggiore sicurezza degli approvvigionamenti e di cercare di stabilizzare il prezzo legandolo a dei parametri obiettivi (quali il valore dei beni industriali che verrebbero forniti in cambio di greggio nel quadro degli accordi di cooperazione), e ai paesi produttori di assicurarsi la tecnologia e la commercializzazione del petrolio, le infrastrutture per il decollo economico, nonché la possibilità di investire i propri capitali nei paesi consumatori.

E’ opportuno porre l’accento su quest’ultimo punto (su cui Y. ha particolarmente insistito nei suoi colloqui con i dirigenti britannici).

Ci rendiamo infatti conto dell’interesse che hanno gli arabi a procurarsi degli investimenti nel mondo occidentale per assicurarsi un reddito per il giorno in cui il petrolio sarà esaurito. Una collaborazione tra consumatori e produttori estesa al settore degli investimenti faciliterebbe del resto il riassorbimento della disponibilità dei capitali di paesi produttori, e contribuirebbe così ad evitare dei gravi squilibri sul piano dei rapporti monetari.

Conclusioni

Riassumendo, si potrebbe mettere in rilievo ai due interlocutori arabi i seguenti essenziali elementi:

  1. La politica dei prezzi che i paesi membri dell’OPEC mostra di voler attuare costituisce per noi un serio motivo di preoccupazione a causa dei gravi turbamenti che essa può produrre sull’economia mondiale (non solo quella dei paesi industrializzati ma anche dei paesi dell’Africa, dell’Asia e America Latina). E’ contraddittorio chiedere ai paesi consumatori di frenare l’inflazione quando i produttori si rifiutano di stabilizzare i prezzi. E’ un circolo vizioso questo che soltanto i produttori possono rompere.

l’Italia auspica che gli aumenti del prezzo di petrolio possano essere riconsiderati da parte dell’OPEC e che comunque essi possano venire regolati nel tempo in modo da consentire all’economia dei paesi industrializzati di assorbire senza troppo gravi scosse il contraccolpo e di elaborare una nuova politica energetica fondata sulla cooperazione fra tutti i paesi interessati.

  1. Per quanto riguarda le restrizioni quantitative, consideriamo che la posizione presa dall’OPEC il 25 dicembre costituisce già un primo passo verso la direzione giusta. Continuiamo a ritenere però un errore politico il mantenimento delle discriminazioni, particolarmente per quanto riguarda il nostro paese, la cui posizione di amicizia nei confronti dei paesi arabi deve essere meglio compresa più giustamente valutata.
  1. Un atteggiamento più cooperativo da parte araba nei confronti della Comunità europea faciliterebbe a quest’ultima lo svolgimento di un costruttivo ruolo politico per il raggiungimento di una soddisfacente soluzione negoziale della crisi mediorientale, che a nostro avviso dovrà in particolare includere il riconoscimento dei legittimi diritti del popolo palestinese.
  1. L’Europa e in particolare l’Italia desiderano guardare più lontano: ad un avvenire di collaborazione tra l’Europa stessa e il mondo arabo, basata su criteri nuovi. La nostra concezione di del nuovo tipo di rapporti da stabilire tra produttori e consumatori di petrolio costituisce uno specifico aspetto di tale filosofia. Un altro aspetto della stessa filosofia è costituito dalla politica mediterranea della Comunità per lo sviluppo di sempre più stretti rapporti tra i popoli che vivono sulle due rive del Mediterraneo e che sono legati da una lunga tradizione di scambi e di amicizia. Non è un’esagerazione affermare che noi crediamo, in senso politico e storico, allo ristabilimento dell’unità del Mediterraneo su basi di assoluta uguaglianza e di reciproco rispetto.
  1. Il Governo italiano è da parte sua, fermamente intenzionato a passare subito alla situazione concreta del nuovo tipo di collaborazione da sviluppare tra produttori e consumatori di petrolio. A tal fine noi riconosciamo il principio che l’approvvigionamento di petrolio sia nelle sue prospettive a breve termine che in quelle a medie e a lungo termine, dovrà essere regolato da accordi tra governi la cui portata non interessi soltanto il settore petrolifero, ma si estenda anche ad altri possibili campi di attività industriale e tecnologica, con la finalità in particolare di contribuire alla realizzazione dei programmi di sviluppo dei paesi arabi ed africani”.

Appendice 6

Appunto per l’Onorevole Presidente del Consiglio. Il Consigliere Diplomatico del Presidente del Consiglio dei Ministri.

Data: Roma 9 gennaio 1974. non firmato:

“Missione del Ministro del petrolio dell’Arabia saudita, Z. Y., e del Ministro per l’Energia dell’Algeria, B. A., nelle capitali occidentali.

La missione del Ministro saudita del petrolio Y. e del Ministro algerino dell’energia A., ha avuto principalmente lo scopo di illustrare ai Governi delle nazioni visitate le ragioni che hanno indotto i paesi arabi produttori di petrolio (OAPEC) ad adottare le note misure restrittive. La missione non ha pertanto fini operativi e non riveste carattere nazionale saudiano ed algerino.

Francia

Incontri con il Presidente della Repubblica, il Ministro degli Esteri e il Ministro dell’industria.

Y. ha dichiarato che non appena sarà stato possibile realizzare una soluzione conforme alle risoluzioni dell’ONU, i paesi arabi riporteranno la loro produzione ai livelli del settembre 1973. Se di qui ad allora si avrà una graduale evacuazione delle truppe israeliane dai territori occupati, i paesi produttori procederanno con analoga gradualità verso la normalizzazione del ritmo produttivo. I due Ministri arabi hanno inoltre insistito sulla funzione dell’Europa nella crisi mediorientale e sulla parte che essa può svolgere per una soluzione giusta. Essi hanno ricordato che i paesi europei hanno ottime relazioni sia con gli Stati Uniti che con Israele, e che dispongono di mezzi economici e politici per esercitare pressioni.

Il Ministro J. ha osservato che i paesi arabi, discriminando tra i membri della Comunità, rendono particolarmente difficile il compito della Francia in questa circostanza e che l’influenza dell’Europa sarà tanto maggiore quanto minore sarà la sensazione che alcuni paesi soffrono di trattamento discriminante.

Ha quindi sottolineato che la riduzione delle esportazioni petrolifere ha colpito l’Europa più gravemente degli Stati Uniti: con il loro atteggiamento i paesi arabi rischiano di aumentare l’influenza americana e, sotto certi aspetti, quella dell’UTRSS che dalla crisi non è se non marginalmente colpita. (Quest’ultimo argomento imbarazzerebbe particolarmente gli interlocutori arabi).

Gran Bretagna (28-29 novembre 1973)

Incontri con il Primo Ministro, il Ministro degli Esteri ed il Ministro dell’Industria.

Dai colloqui con Y. e A. è emerso che gli arabi continueranno a ridurre mensilmente la loro produzione di petrolio al limite al di là del quale ogni paese produttore riterrà che la sua economia possa cominciare a subire danni. Queste riduzioni non saranno tuttavia applicate ai paesi amici. Gli arabi – hanno aggiunto i due Ministri – si rendono conto che la loro politica produrrà non pochi sconvolgimenti, anche tra i paesi amici, ma si augurano che l’arma petrolifera induca il mondo esterno ad agire con maggiore determinazione in favore dei diritti degli arabi.

D.-H. ha esposto dettagliatamente le difficoltà incontrate dopo il 16 ottobre dalla Gran Bretagna anche come Paese membro della C.E.E. ed ha rilevato come sia difficile spiegare all’opinione pubblica le ragioni del taglio operato nei confronti dei paesi europei nella misura del 20%, soprattutto dopo che i Nove hanno pubblicamente sottoscritto una dichiarazione comune sul Medio Oriente che è stata accolta con favore dagli stessi arabi. Qualcosa deve essere fatto immediatamente dagli arabi per togliere l’embargo petrolifero decretato nei confronti dei Paesi Bassi.

Anche D.-H. (come J.) ha sottolineato che l’Europa Occidentale, in quanto Comunità, può avere molta influenza nello stabilimento della pace, una volta apertisi i relativi negoziati, esercitando la propria influenza attraverso il Consiglio di Sicurezza. Di converso, l’azione condotta dagli arabi, indebolendo l’Europa, può solo portare al risultato di diminuirne l’influenza, cui gli arabi attribuiscono grande considerazione. Egli ha suggerito l’opportunità che i due Ministri arabi effettuassero una visita anche all’Aja nel corso del loro viaggio in Europa.

H., a sua volta, ha detto ai due Ministri arabi che le restrizioni petrolifere stanno riflettendosi in modo maggiore sugli amici degli arabi ed in modo minore proprio su coloro che gli arabi vogliono influenzare. L’opinione pubblica europea assumerebbe un atteggiamento contrario al mondo arabo se l’Europa dovesse soffrire delle restrizioni indotte nonostante la simpatia dimostrata nei confronti della causa araba. H. si è detto inoltre preoccupato a seguito dei recenti aumenti di prezzi deliberati dai produttori di petrolio, che potrebbero ripercuotersi sfavorevolmente sull’economia mondiale e soprattutto sui Paesi in via di sviluppo: se dovesse verificarsi una crisi mondiale di carattere commerciale e finanziario gli arabi sarebbero i primi a soffrirne. Il Ministro algerino ha precisato che, benché il problema dei prezzi non rientrasse nel mandato della delegazione, egli poteva dichiarare che i paesi produttori non avrebbero avuto obiezioni ad un ampio esame mondiale del problema dei prezzi, a condizione che questo venisse collegato ad uno studio sui problemi dell’inflazione.

Belgio (30 novembre – 1° dicembre)

Incontri con il Primo Ministro, il Ministro degli Esteri ed il Ministro degli Affari Economici.

Nei colloqui con i governanti belgi, i due Ministri hanno detto che i paesi arabi non si accontentano più di dichiarazioni come quella del 6 novembre, ma chiedono che l’Europa nel suo complesso – o comunque i singoli stati – esplichino un’azione concreta affinché Israele nei termini più brevi evacui tutti i territori occupati, ritornando alle frontiere del giugno 1967. Sulla base del loro comportamento i paesi europei vengono suddivisi in tre categorie: gli amici, i neutri e i nemici.

La produzione petrolifera araba non tornerà al livello del settembre 1973 sinché non si sarà avuta l’evacuazione di tutti i territori occupati. Nel frattempo la produzione ridotta verrà distribuita secondo il sistema preferenziale suindicato, premiando la prima categoria a scapito delle altre.

Nel rispondere ad una domanda del Primo Ministro L. di conoscere che cosa si attenda dai paesi che non sono inclusi nella prima categoria, affinché essi possano farne parte, i ministri arabi hanno detto che Francia e Gran Bretagna godono di una situazione privilegiata poiché hanno dato e danno aiuto militare e politico alla causa araba. Poiché gli altri Stati, come ad esempio il Belgio, non hanno la possibilità di contribuire con consistenti forniture di armi, essi potrebbero invece offrire un più marcato contributo politico, ritirando, ad esempio, il proprio Ambasciatore da Tel Aviv, o meglio ancora rompendo le “relazioni diplomatiche” con Israele. A. e Y. hanno addirittura prospettato l’ipotesi di prevedere un intervento armato, ove se ne dovesse rivelare l’occasione, a fianco dei paesi arabi.

Il Ministro V. E. ha rilevato che dividere l’Europa in due categorie non facilita un’azione unitaria in favore della pace, perché solo l’Europa unita potrebbe avere la dovuta credibilità e forza. In tale contesto ha espresso appoggio per la causa olandese.

Comunità Europea (3 dicembre)

Incontri con il Presidente O. ed il Vice Presidente S. della Commissione.

Il Presidente O. ha evocato non tanto i problemi che si presentano per l’Europa quanto quelli che si pongono per i paesi arabi, sottolineando che essi possono attendersi molto dai rapporti di cooperazione con l’Europa e commetterebbero quindi un grave errore mettendoli a repentaglio. Non si gioca con la crisi che avrebbe probabilmente la conseguenza di suscitare vivaci reazioni anti-arabe e di sicuro nuocerebbe economicamente ai paesi in via di sviluppo ed agli stessi paesi arabi. Sul piano politico, poi, se l’Europa dovesse dislocarsi, non sarebbe in grado evidentemente di svolgere quella funzione fra USA e URSS che gli stessi arabi auspicano.

Egli ha attirato l’attenzione sulla necessità di tenere conto che gli interessi europei ed arabi sono legati e non si possono colpire i primi senza escludere i secondi.

Paesi Bassi (3 dicembre 1973)

Incontro a Bruxelles con il Ministro dell’Economia olandese.

I ministri arabi hanno chiesto all’Olanda una dichiarazione più impegnativa analoga a quella fatta dal Giappone ed a quella fatta dal Belgio; gli olandesi hanno replicato che il loro atteggiamento è stato ed è del tutto analogo a quello Belga.

Stati Uniti (4-5 dicembre)

Incontro con il Segretario di Stato K. ed altri membri del Governo americano.

Nel corso delle dichiarazioni effettuate dopo gli incontri, Y. – dopo aver rilevato che le conversazioni sono state “franche ed utili” – ha precisato le condizioni secondo le quali il suo Governo sarebbe disposto ad attenuare l’embargo petrolifero. Egli ha detto:” se Israele deciderà di ritirarsi e concederà precise scadenze per il ritiro stesso, vi potranno essere analoghe e precise scadenze per l’allentamento dell’embargo”.

Y. ha invece escluso che l’avvio del negoziato e, in particolare, l’inizio della Conferenza della Pace siano suscettibili di per sé di portare ad una attenuazione dell’embargo. Y. ha concluso con una nota pessimistica, affermando che la soluzione dell’embargo petrolifero 2potrebbe non essere trovata in breve periodo di tempo”, anche se ha detto di sperare che essa non sia troppo lontana.

In una successiva intervista televisiva (9 dicembre), Y. ha colto l’occasione per delineare la nuova posizione araba sull’embargo raggiunta nella stessa giornata dai Ministri del petrolio riuniti al Kuwait. Con essa si subordina l’eliminazione dell’embargo stesso a due condizioni: accettazione da parte di Israele di ritirarsi dai territori occupati e garanzia da parte degli Stati Uniti per l’esecuzione di tale ritiro. Secondo Y. le condizioni per l’eliminazione dell’embargo potrebbero verificarsi, “molto presto”, anche a gennaio, con la precisazione che il processo di raggiungimento dei livelli di produzione di petrolio antecedente al conflitto di ottobre scorso verrebbe portato avanti parallelamente al ritiro israeliano per essere completato al momento in cui si abbia un ritiro totale sulle linee di frontiera del 1967. Dopo aver ribadito che è necessario stabilire un legame tra la disponibilità degli approvvigionamenti a lungo termine e la possibilità di investimenti dei paesi produttori nei paesi consumatori, Y. ha giudicato positivamente gli stanziamenti per la ricerca di fonti alternative nella misura in cui consentano all’Arabia Saudita di evitare un eccessivo impoverimento a breve termine delle proprie risorse.

y. ha poi ricordato di avere già in passato “ammonito” gli Stati Uniti circa la determinazione del Governo di Gedda di usare in determinate circostanze l’arma del petrolio”.

Appendice 7

Note dell’incontro alla Farnesina tra il Ministro M. e i due Ministri arabi del petrolio.

(Venerdì, 11 gennaio 1974)

M. Lo scopo dell’incontro è di scambiare i punti di vista sull’auspicata collaborazione fra i nostri Paesi nel campo economico ma anche in quello politico.

Questi contatti si svolgono nell’atmosfera di amicizia e di fiducia che è naturale fra l’Italia e i Paesi Arabi.

A. Ringrazia per l’accoglienza così cordiale e afferma di essere animato da un impegno costante di cooperazione che è il contesto in cui si situa la missione del Ministro Yamani e sua a Roma.

Parte dalla premessa che gli arabi hanno un obiettivo specifico: cacciare gli invasori israeliani. Ricorda poi che il mondo arabo ha grosse risorse petrolifere che sono importanti sul piano economico e su quello politico.

Negli ultimi anni gli arabi hanno constatato che contano e devono contare sempre più, ma ciò avveniva solo grazie al petrolio. Sarebbe pretenzioso per gli arabi di voler influire sostanzialmente sulla politica mondiale, ma comunque il problema del rapporto Arabi – Occidente esiste.

Agli effetti di tale rapporto vi son due punti essenziali: l’occupazione israeliana di territori arabi e il problema palestinese.

Gli appoggi di cui Israele ha beneficiato sono stati numerosi fra il 1967 e il 1973. L’occupazione dei territori arabi ha causato sofferenze enormi soprattutto ai palestinesi, completamente neglette dalla Comunità internazionale.

Si pone quindi un’esigenza: un’azione della Comunità internazionale per far regnare la pace nel Mediterraneo come ha fatto altrove (regolamento della guerra nel Vietnam – distensione – stabilizzazione della questione tedesca e di Berlino).

Soltanto ad Israele è stato permesso di fare tutto ciò che voleva.

Ma l’atteggiamento degli arabi non è solo negativo e proprio per questo essi hanno voluto portare la questione sul terreno internazionale.

Abbiamo perciò osservato l’atteggiamento dei vari Paesi nei confronti delle pretese ingiuste ed ingiustificate di Israele. La Risoluzione 242 dell’Onu è stata adottata ma non è stata applicata.

Si sono fatte elucubrazioni sul concetto di acquisti di territori con la forza, acquisti inammissibili e vi sono state controversie di interpretazione.

Gli arabi sono giunti per forza di cose ad una classificazione dei Paesi. Verso l’Italia i Paesi arabi hanno amicizia, la cooperazione è reciproca. Ma resta il problema delle conseguenze dell’aggressione israeliana. Io ritengo che l’Italia non abbia adottato l’atteggiamento più conforme alla giustizia. Da parte italiana ci si riferisce spesso alla Dichiarazione dei Nove del 6 novembre. Ma nella elaborazione di quella Dichiarazione si sono incontrate difficoltà nella ricerca di una posizione unitaria. Perciò dobbiamo tenere conto dell’atteggiamento dei singoli Paesi europei. Basti pensare alla differenza fra l’atteggiamento della Francia, della Gran Bretagna e recentemente del Belgio, da un lato, e dell’Olanda, dall’altro. Siamo interessati a che l’Europa faccia conoscere la sua posizione in modo netto, condanni l’occupazione israeliana e chieda il ritiro da tutti i territori occupati. In mancanza di una posizione unitaria in tal senso dobbiamo vedere cosa dicono i singoli Paesi membri della Comunità.

Il secondo punto è costituito dal problema palestinese, che deve essere risolto se si vuole la pace nel Medio Oriente. La posizione dell’Italia non ci è parsa netta e chiara e perciò le abbiamo applicato la riduzione nelle forniture petrolifere. Vogliamo solo attirare l’attenzione sui nostri problemi e non creare difficoltà superflue. Vogliamo continuare a collaborare ed a progredire nello sviluppo.

Y. Auspica che l’Italia condanni pubblicamente Israele ed auspica altresì lo sviluppo dei legami, ben stretti, di cooperazione economica.

M. Ringrazia per l’esposizione della posizione dei Paesi arabi che i due Ministri sono venuti ad illustrarci a seguito del Vertice di Algeri.

Come è già stato autorevolmente detto ai due Ministri, siamo stati sorpresi dalla mancata inclusione dell’Italia fra i Paesi amici degli arabi; sorpresa che è giustificata dal nostro atteggiamento di sempre e dalla realtà degli infiniti legami esistenti fra l’Italia e i Paesi arabi. Abbiamo sempre avuto relazioni diplomatiche con tutti i Paesi arabi, rappresentando anche altri Paesi europei ed americani che le avevano interrotte. Abbiamo svolto quindi una utile funzione, sfruttando i nostri buoni rapporti con Israele, anche pubblicamente, per intervenire a favore degli interessi dei Paesi arabi.

Ancor più numerosi sono stati gli interventi che abbiamo svolto, mantenendoci sul piano della riservatezza: lo si vedrà quando saranno pubblicati i documenti, specie quelli che concernono il periodo dal 1967 in poi. Abbiamo più volte richiamato Israele alla realtà, affinché cogliesse l’occasione per una vera pace. Non desidero in questo momento ricordare tutte le benemerenze italiane. Mi si consenta a titolo di esempio di riferirsi al nostro voto all’Onu nel 1972 di una risoluzione che stabiliva le condizioni di pace. Abbiamo votato e rinforzato la Risoluzione 242. Al Parlamento io stesso ho dichiarato che il problema palestinese è problema politico, prima ancora che socio–economico, un problema che va risolto secondo giustizia.

Tutto ciò dimostra che l’atteggiamento arabo in materia di petrolio nei confronti dell’Italia non trova obiettiva giustificazione.

L’Italia è stata la prima (dopo il 6 ottobre 1973) a chiedere alla Comunità di esprimersi sul conflitto.

L’Italia è stata fra le più insistenti nel chiedere, nelle riunioni di consultazione politica, di affrontare il problema del Medio Oriente con priorità. Siamo noi che abbiamo chiesto proposto ed ottenuto la Dichiarazione dei Nove di conferma della Risoluzione 242. Siamo noi che, fino dal settembre scorso a Copenaghen, prima dell’ultimo conflitto, abbiamo chiesto di riprendere la discussione sui problemi del Medio Oriente.

La Dichiarazione del 6 novembre è stata un allineamento dei vari Paesi europei sulla posizione che dichiarava inammissibile l’occupazione israeliana dei territori arabi: tutti i Paesi arabi lo hanno apprezzato e ce lo hanno detto. La controprova si è avuta in Israele, donde è venuta una vigorosa opposizione, il che dimostra che abbiamo chiarito la nostra posizione in modo netto. Abbiamo avuto reazioni negative anche da altri grandi Paesi, che sono su posizioni equilibrate.

Dopo un nostro atteggiamento così chiaro è ovvio che l’Italia sia stata sorpresa dalle vostre decisioni. Dopo il Vertice di Algeri ci era stato detto che non sussisteva alcuna divisione con elenchi discriminatori dei singoli Paesi, in varie posizioni, valutate dagli arabi. Fino ad ora non ci era ancora stato detto. Oggi i due Ministri ce lo dicono. Ringrazio per la loro franchezza.

Noi crediamo nell’Europa comunitaria e non riteniamo che occorrano parole di commento. Non vediamo quale utilità vi sia per il mondo arabo di discriminare e dividere i Paesi europei. Ecco perché non abbiamo fatto commenti specifici italiani alla Dichiarazione dei Nove del 6 novembre.

Porre termine alla occupazione territoriale significa porre termine all’occupazione dell’insieme dei territori occupati: non ho mai avuto dubbi su tale significato della Dichiarazione. Noi italiani non abbiamo neppure fatto la precisazione, effettuata pubblicamente da altri Paesi Cee, che si possano, di comune accordo, fare piccole modifiche alle frontiere.

In Europa c’era un contesto storico che è stato regolato in qualche modo. Ma non ha nulla a che vedere col contesto storico del Medio Oriente, del tutto diverso. Nella Dichiarazione europea c’è anche il problema palestinese da risolvere, c’è il problema della sicurezza della pace, e c’è la piattaforma per una collaborazione equa e profonda tra i nostri Paesi.

Spero che la divisione dell’Europa con queste classificazioni non faccia ostacolo a tale collaborazione.

In particolare, spero che non sorgano incertezze per gli europei su cosa fare nella loro politica con i Paesi in via di sviluppo, se non tenessimo alto il ritmo economico nei nostri Paesi industrializzati. Perciò dobbiamo concordare l’avvenire al più presto, per non rimanere nel buio, dato che l’Europa è molto debole sul piano dell’energia.

Non voglio insistere. Sono convinto che la posizione dei Paesi europei è diversa da quella di altri Paesi (basti pensare alla ricchezza energetica americana, per non parlare di quella dell’URSS).

Ricordo solo che nei giorni del conflitto c’è stata una collisione fra Paesi europei e Stati Uniti, che hanno altri interessi. Abbiamo anche contribuito a spostare la posizione americana in senso più favorevole per gli arabi.

Amici arabi, non indebolite l’Europa!

L’Italia è stata la prima (dopo il 6 ottobre 1973) a chiedere alla Comunità di esprimersi sul conflitto.

L’Italia è stata fra le più insistenti nel chiedere, nelle riunioni di consultazione politica, di affrontare il problema del Medio Oriente con priorità. Siamo noi che abbiamo chiesto proposto ed ottenuto la Dichiarazione dei Nove di conferma della Risoluzione 242. Siamo noi che, fin dal settembre scorso a Copenaghen, prima dell’ultimo conflitto, abbiamo chiesto di riprendere la discussione sui problemi del Medio Oriente.

A.

1. Nella misura in cui il Governo italiano considera che tutti i territori debbano essere evacuati, siamo a posto: però ciò deve essere detto pubblicamente, affinché lo possa sapere la nostra opinione pubblica.

2. La dichiarazione europea è stata certo una buona cosa, ma non possiamo prenderla come impegnativa perché non tutti i Paesi europei sono d’accordo. Il termine “fine dell’occupazione territoriale” non è una espressione soddisfacente. Soluzione soddisfacente è quella in cui si parla di ritiro di Israele entro le frontiere del 1967.

All’Italia, con cui abbiamo amicizia, diciamo: “Prendete una posizione favorevole; dite esplicitamente che Israele deve tornare alle frontiere del 1967”.

M. Tutta la stampa italiana di opposizione non ha alcun dubbio sulla mia posizione in questa materia.

A. La dichiarazione europea può essere interpretata come si vuole: l’Olanda potrà dire agli israeliani che essi hanno la possibilità di conservare qualche territorio occupato. Per questo mi permetto di insistere affinché l’Italia faccia una dichiarazione decisiva, che non sarebbe altro che la conferma della sua amicizia per gli arabi e ci darebbe conforto.

M. Ringrazia per i chiarimenti forniti dai Ministri arabi e porge loro il saluto suo e delle altre personalità italiane presenti all’incontro.]

Appendice 8

Telegramma in partenza dal Ministero degli Affari Esteri. Inviato all’approvazione dell’On.le Ministro. Oggetto visita a Roma dei Ministri Y. E A.

Testo Segreto:

“Dal 10 al 12 corrente ha avuto luogo visita Roma Ministri Y. E A.

Dirigenti arabi hanno dapprima incontrato Ministri G., G., D. M. In tali colloqui Y. e A., pur riconoscendo l’esistenza ampie prospettive cooperazione economica tra Italia e Paesi Arabi, hanno sottolineato esigenza di un previo e definitivo chiarimento posizione italiana circa problema medio-orientale.

Suddetta pregiudiziale politica è stata meglio precisata durante incontro che dirigenti arabi hanno avuto 11 corrente con Onorevole Ministro.

Nel corso tale colloquio Y. e A. hanno esordito affermando che, ha parte Governi arabi, era stata avvertita necessità adottare iniziativa politica ampio respiro capace avere forte impatto su comunità ed opinione pubblica internazionali in maniera da costringerle prendere coscienza gravità situazione medio-orientale ed abbandonare atteggiamento disinteresse che, a pregiudizio Governi arabi, avevano dimostrato per tale situazione. Decisione Paesi OPEC ridurre produzione petrolifera rispondeva appunto ad esigenze raggiungere suddetto obiettivo politico.

Ministri arabi, pur escludendo esistenza classificazione Paesi terzi (amici, neutrali ed ostili a causa araba), hanno ammesso intendimento Governi arabi seguire, in materia rifornimenti petroliferi, politica differenziata che tenga conto diverso atteggiamento che singoli Paesi hanno assunto o assumeranno nei confronti conflitto arabo-israeliano.

In tale quadro Y. e A. hanno espresso rammarico Governi OPEC per atteggiamento, a loro dire, non sufficientemente chiaro ed univoco, che Italia avrebbe finora mantenuto nei riguardi problema medio-orientale.

A tali argomentazioni Onorevole Ministro ha replicato sottolineando coerenza politica italiana e ricordando appoggio da noi dato in sede ONU (a volte in contrasto con Stati Uniti) a risoluzioni favorevoli tesi arabe. Onorevole Ministro ha anche messo in rilievo azione da noi svolta in sede CEE per rendere nostri partners europei maggiormente sensibili ad esigenze mondo arabo. In tale quadro Dichiarazione Congiunta del 6 novembre 1973, risultante da un processo che siamo stati noi ad attivare, rappresenta presa di posizione europea cui impostazione nettamente favorevole a tesi arabe è comprovata, tra l’altro, da reazione negativa che ha provocato in Israele.

Ministri arabi, nel riconoscere esattezza argomentazioni Onorevole Ministro e pur confermando che nessuna difficoltà d’ordine politico esiste sul paino rapporti bilaterali italo-arabi, hanno auspicato che il Governo italiano, richiamandosi eventualmente a Dichiarazione Congiunta, voglia chiarire pubblicamente sua interpretazione Risoluzione 242 Nazioni Unite nel senso desiderato dai Governi arabi, e cioè che essa esiga evacuazione israeliana da tutti i territori occupati durante il conflitto 1967.

A ciò l’Onorevole Ministro ha risposto che nessun diverso significato poteva essere attribuito a Dichiarazione Comunitaria 6 novembre che, esprimendo decisione unanime Paesi membri CEE, riflette necessariamente anche posizione italiana.

Indirizzi

ITALRAP = BRUXELLES

ITALDEL = PARIGI

ITALDIP:

ALGERI = AMMAN

BAGDAD = BEIRUT

BONN = BRUXELLES

CAIRO = COPENAGHEN

DAMASCO = DUBLINO

GEDDA = KHARTOUM

KUWAIT = L’AJA

LONDRA = LUSSEMBURGO

PARIGI = RABAT

TOKYO = TRIPOLI

TUNISI = WASHINGTON”.

Appendice 9

Appunto del Ministero degli Affari Esteri Direzione Generale degli Affari Politici Uff. IX. Classificato Riservato.

Data Roma 9 ottobre 1974 non firmato.

Oggetto: Rappresentante dell’OLP a Roma:

“Già da qualche giorno ho appreso dal Generale T. del SID che era stata accolta la richiesta dell’OLP di mantenere un proprio rappresentante permanente a Roma, inquadrato nell’Ufficio della Lega Araba, seguendo il modello già realizzato a Londra e Parigi. La condizione del rappresentante pertanto è esclusivamente ufficiosa, poiché sul piano formale egli figura come un funzionario dell’Ufficio della Lega, che non ha alcuno statuto diplomatico.

La persona designata dall’OLP è N. H., palestinese, munito di passaporto siriano. Egli si trova a Roma da circa due mesi ed i suoi contatti con le Autorità italiane sono stati sinora limitati al SID.

Tuttavia lo stesso T. mi ha prospettato l’opportunità di acconsentire ad estendere tali contatti anche a questo Ministero. Chiesi a T. di formulare tale suggerimento per iscritto, anche perché sinora nulla mi constava in merito ad una decisione di ammettere la presenza di un rappresentante dell’OLP a Roma.

Frattanto il Rappresentante dell’OLP mi è stato presentato personalmente ieri sera dall’Ambasciatore di Egitto nel corso del ricevimento per la Festa Nazionale.

Il Signor H. mi ha anche lui espresso il desiderio di intrattenere dei contatti con me.

Gli ho risposto che avevamo già dimostrato ripetutamente che non avevamo pregiudiziali di ordine politico nei confronti dell’OLP, i cui emissari erano infatti stati ricevuti alla Farnesina due volte: una volta dall’Ambasciatore D. il 12 dicembre 1973 e da me il 6 settembre. In questa ultima occasione il contatto fu da noi anche pubblicamente confermato con apposita nota della Farnesina. Ho tuttavia fatto intendere al mio interlocutore che vi erano aspetti formali, ma senza importanza, che non era possibile trascurare. Il mio interlocutore è sembrato rendersene conto e mi ha dato la sensazione che egli non si proponeva di forzare le cose.

A mio subordinato avviso, mentre il SID dovrebbe continuare a mantenere i contatti con l’OLP sia a Roma che a Beirut e Damasco (tenuto conto dei particolari risvolti inerenti alla sicurezza), la richiesta di contatti con questo Ministero potrebbe utilmente essere accolta, sia perché mi consta che francesi e britannici non l’hanno rifiutata, sia perché i palestinesi non mancherebbero di apprezzare un nostro gesto di disponibilità al dialogo.

Riterrei comunque preferibile che tali nostri eventuali contatti con il rappresentante dell’OLP a Roma debbano riferirsi agli orientamenti politici generali interessanti la questione palestinese e che essi, almeno di norma, abbiano luogo non nella sede del Ministero”.

Appendice 10

Allegato data 11.10.1974

Appunto di M. Ministro degli Esteri:

“Ministero degli Affari Esteri Gabinetto. L’Onorevole Ministro ha annotato:

“Sì, molta cautela””.

Classificato Riservato. Annotato a penna Atti OLP. Data Roma 20 marzo 1975.

Il Consigliere Diplomatico del Presidente del Consiglio dei Ministri Ufficio.

Appunto per l’Onorevole Presidente del Consiglio. Non firmato:

“Il Prof. A. mi ha presentato nei giorni scorsi il Presidente della T., F. B., il quale ha svolto il discorso che ha poi riassunto nell’accluso appunto.

In sostanza, i dirigenti del MLD (Movimento Liberazione Palestina) chiedono un colloquio riservato ad alto livello con il Governo italiano.

Sulla base dell’accluso appunto, si resta in attesa di conoscere da V.E. quale risposta dare al Signor B.

Allegato

L’incontro con i maggiori dirigenti del MLP è avvenuto in coincidenza di un meeting organizzato presso Damasco fra i rappresentanti del MLP in tutti i paesi del mondo. Scopo del meeting era l’esame delle scelte sul futuro prossimo dei paesi arabi nei rapporti con Israele.

Il gruppo dirigente del MLP è sostanzialmente nelle mani di alcuni esponenti della grande borghesia palestinese di linea nazionalista e liberal progressista che funziona da cerniera con i gruppi d’affari dei Paesi del Golfo e dell’Egitto.

Nell’ambito del MLP si è negli ultimi tempi, affermata una linea che tende ad ottenere un bilanciamento dell’influenza politico – economica degli Stati Uniti nei paesi arabi.

A questo fine si cerca di favorire un’intesa con i paesi europei, segnatamente la Francia ed Italia, offrendo loro la possibilità di inserirsi concretamente nell’area araba attraverso la penetrazione delle loro imprese.

Questo potrebbe favorire nei paesi europei un processo di autonomia dalla subordinazione economica e tecnologica agli Stati Uniti.

L’obiettivo di questa politica è la creazione di un rapporto organico tra la C.E.E. ed i paesi arabi, per la realizzazione del quale il Movimento si pone come forza in grado di esercitare una funzione di catalizzatore. Ciò in virtù della diffusa presenza del Movimento nelle sfere decisionali di tutti i paesi arabi.

L’azione svolta su tale base nei confronti della Francia ha dato rapidamente i suoi risultati perché posizioni politiche più definite hanno favorito l’approccio con il Movimento e con gli interessi arabi (vedi accordo Francia – Egitto).

Nei confronti dell’Italia, che pure è vista come il secondo cardine di una politica di stretti rapporti tra Europa e mondo arabo, il Movimento esprime alcune critiche. Ciò che in particolare si sottolinea è il fatto che ad un mutato atteggiamento dell’opinione pubblica italiana non ha corrisposto un altrettanto rilevante mutamento della nostra linea politica, che rimane incerta ed ambigua e non mostra di riuscire a svincolarsi dai pesanti condizionamenti ai quali è soggetta.

Anche ad un atto di per sé importante e significativo, come il voto favorevole all’O.N.U., non ha fatto seguito alcuna concreta e conseguente iniziativa politica, a differenza di quanto ha fatto la Francia. Sono stati tuttavia apprezzati i passi compiuti in questo ultimo periodo.

Perplessità sono state espresse circa la stabilità politica ed economica italiana.

Il Movimento attraverso numerosi contatti avuti, si è reso conto che esiste in Italia a livello di singole personalità, di istituzioni politico – culturali, di centri di opinione, la consapevolezza della necessità di orientare la politica italiana nel senso suddetto.

Il Movimento si propone di agevolare tale processo, offrendo una mediazione tra importanti strutture industriali italiane e i paesi arabi.

L’istituzione ed il consolidamento di questi rapporti, oltre che apportare notevoli benefici sotto l’aspetto economico, dovrebbe servire a sollecitare da parte italiana l’assunzione di chiare scelte in un duplice senso: verso un riconoscimento ufficiale del Movimento e verso un sostegno aperto a una politica autonoma della C.E.E. nei confronti dei paesi arabi.

A questo scopo il Movimento cui interessano ulteriori contatti con i partiti in quanto tali, chiede di poter stabilire, sia pure gradualmente, contatti a livello di Governo. In particolare l’esponente con il quale ho parlato ha espresso la richiesta di un colloquio riservato con il Presidente”.

1 In Appendice riportiamo diversi documenti che aiutano a capire il clima di quei giorni e le attività del Governo e della nostra diplomazia.Per quanto riguarda i documenti riservati, siamo tenuti a non riportare per esteso i nomi delle persone, ma solo le loro iniziali.

2 Vedasi Appendice 1.

3 A tal riguardo si veda l’Appendice 7.

4 La Risoluzione n. 242 fu proposta dalla Gran Bretagna e votata il 22 novembre 1967 dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu dopo la guerra dei sei giorni. È stata emanata sulla base del VI capitolo della Carta delle Nazioni Unite relativo alla risoluzione pacifica di dispute. Ha natura di raccomandazione e non è vincolante. Ribadiva nel preambolo il principio di diritto internazionale dell’impossibilità dell’acquisizione territoriale in conseguenza dell’uso della forza e stabiliva due condizioni essenziale per il raggiungimento di una pace giusta e duratura nel Medioriente: il ritiro militare israeliano dai territori occupati nel recente conflitto e il reciproco riconoscimento. Rispetto e riconoscimento della sovranità, dell’integrità territoriale e dell’indipendenza politica di ogni Stato della regione e del loro diritto di vivere in pace all’interno di frontiere sicure e riconosciute, al riparo da minacce o atti di forza.

5 Sulla strage di Fiumicino vanno citati i seguenti libri: Salvatore Lordi, Annalisa GiuseppettiFiumicino 17 dicembre 1973. La strage di Settembre Nero (Rubbettino, 2010) e Gabriele Paradisi, Rosario Priore. La strage dimenticata: Fiumicino, 17 dicembre 1973 (Imprimatur, 2015).

6 Peter J. Shaw, Texan says: “God Almighty, it was terrible”, Chicago Tribune, 18 dicembre 1973.

7 Si tratta di due giordani Chafiq el-Arid (22 anni) e Talal Vantouran (21), che si dichiarano membri di Settembre nero. Il 5 agosto 1973 avevano seminato il panico nella sala transiti dell’aeroporto di Atene, gettando una bomba a mano tra la folla e sparando all’impazzata. I due terroristi, quindi, prendono in ostaggio una ventina di persone rifugiandosi dietro il bancone di un bar. Chiedono un salvacondotto per raggiungere un Paese del Medio Oriente. Dopo due ore di trattativa, alcuni poliziotti riescono a sorprendere e arrestare I due terroristi. L’attentato aveva provocato cinque morti e 55 feriti.

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2 risposte a Genesi e misteri del “lodo Moro”. Seconda puntata
Strage di Fiumicino 1973
Lo Stato capitolò di fronte al terrorismo palestinese

  1. Salvatore Occhiuto Rispondi

    27/10/2021 alle 22:43

    Molto interessante… allora avevamo statisti e una politica estera spesso contraddittoria ma c’era! oggi nulla con personaggi da raccolta differenziata https://www.informazionecorretta.com/main.php?sez=160&id=27022

  2. Paola Rispondi

    03/11/2021 alle 00:16

    Pagine di storia quasi sconosciuta, di cui non si discute mai e sopratutto in nessuno dei tanti programmi tv dedicati alle vicende politiche del secolo scorso.
    Sarebbe interessante ampliare il dibattito su queste pagine così oscure e scomode, se non altro per capire meglio tutte le radici del male che attanaglia questo paese.

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