Documenti inediti sullo stragismo contro l’Italia
Le prove del Lodo Moro: origine e segreti
di un accordo di Stato col terrorismo palestinese
Perchè a Bologna fanno paura le carte di Giovannone?

DI GABRIELE PARADISI E GIORDANA TERRACINA

PROLOGO

QUEL 9 OTTOBE 1982 ALLA SINAGOGA DI ROMA

Quella mattina, sabato 9 ottobre 1982, io non c’ero al Tempio Maggiore, mio fratello aveva fatto tardi e così mamma decise di rimanere a casa. Avevo 11 anni e facevo la prima media. Non è un dettaglio insignificante, perché ciò che più mi è rimasto impresso di quelle giornate, riguarda proprio i mei compagni di scuola rimasti feriti nel terribile attentato.

Il bianco è il colore preminente, bianca era la bara del piccolo Stefano Gaj Tachè e bianchi sono diventati i capelli della mia amica ricoverata tra i feriti, che ho ritrovato in ospedale nei giorni immediatamente successivi… bianco il colore della Pace.  

Era Sheminì Atzeret, un giorno in cui al Tempio sono presenti moltissimi bambini per ricevere la benedizione.

Il resto è storia e rancore.

La storia è stata raccontata in diversi saggi e articoli, mentre il rancore no perché appartiene a ogni ebreo romano in maniera intima ed esistenziale. Nessuno scrupolo per un giorno di festa e nessuno scrupolo per aver attaccato in una città già profondamente ferita nella sua parte ebraica dalla deportazione del 16 ottobre 1943. Nuovamente cittadini divisi ed emarginati, non considerati italiani ma, ebrei, come se questo implicasse una diversa cittadinanza e diversi diritti. Un tuffo nel passato, rinchiusi in un ghetto immaginario, le cui mura sono costruite sull’odio. 

Si dice da più parti che “siamo stati venduti” quel giorno, che vuol dire? Venduti da chi e perché? E a chi? Qui entriamo nuovamente nella storia e sarà compito del seguito dell’articolo cercare di fornire delle risposte.

E io come mi sento? Venduta? No, io mi sento tradita. E soprattutto dal silenzio che ancora oggi avvolge i documenti e le dichiarazioni che potrebbero mettere fine ai tanti anni di segreti che hanno devastato il nostro Paese. (Giordana Terracina)    

GENESI DEL LODO MORO, CHE NON DIFENDEVA GLI EBREI ITALIANI

Intorno al mezzogiorno di sabato 9 ottobre 1982 un commando palestinese di cinque uomini, appartenenti all’Organizzazione di Abu Nidal (Ano – Abu Nidal Organization), nota anche come Consiglio rivoluzionario di Al-Fatah, attaccò la Sinagoga Maggiore di Roma, lanciando bombe a mano e sparando contro la folla dei fedeli, oltre trecento, che erano convenuti per la celebrazione di Sheminì Atzeret – l’ottavo giorno di Sukkot, la festa delle Capanne. Il piccolo Stefano Gaj Tachè di due anni restò ucciso, il fratellino Gadiel Gaj di quattro anni, i loro genitori e altre trentaquattro persone restarono ferite.

Il piccolo Stefano Gaj Tachè morto nell’attacco alla Sinagoga Maggiore di Roma

LE RIVELAZIONI DI COSSIGA

Il 3 ottobre 2008, il quotidiano israeliano Yediot Aharonot, pubblicò un’intervista al Presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga, il quale, ammettendo l’esistenza di quello che egli definì “lodo Moro” – ovvero un accordo segreto tra il governo italiano e le organizzazioni palestinesi, accordo che si prefiggeva di proteggere il nostro Paese e i nostri interessi da attentati terroristici in cambio di una ampia immunità nei confronti di palestinesi eventualmente arrestati – sottolineò un aspetto inquietante: questo patto non riguardava i cittadini israeliani e più in generale gli ebrei, anche se di nazionalità italiana.

Con questa “interpretazione” del lodo, si poteva spiegare ciò che era accaduto alla Sinagoga di Roma nel 1982 e all’aeroporto di Fiumicino il 27 dicembre 1985, quando un commando di quattro terroristi palestinesi uccise 13 persone ai banchi della compagnia di bandiera israeliana El Al.

Nel 1975 Jurij Michajlovic Lotman scrisse in “Tipologia della cultura”[1] che

«la storia intellettuale dell’umanità si può considerare una lotta per la memoria. Non a caso la distruzione di una cultura si manifesta come distruzione della memoria, annientamento dei testi, oblio dei nessi».

E proprio dai nessi conviene partire per ricercare ora il significato profondo di quell’accordo tra il nostro governo e le organizzazioni palestinesi, che tanto ruolo ebbe nella politica mediorientale a partire dagli anni ’70.

Thomas Kram

Sull’esistenza di questo patto segreto, che ha consentito ai palestinesi di utilizzare il nostro territorio non solo per il transito, ma anche per il deposito di armi da guerra, ormai molti storici convengono. Non è stato così per i magistrati di Bologna che hanno indagato per quasi dieci anni (dal 2005 al 2014), sulla cosiddetta pista palestinese per la strage alla stazione Centrale del 2 agosto 1980 (85 vittime riconosciute e 200 feriti)[2]. Nella Richiesta di archiviazione del procedimento penale contro Thomas Kram[3] e Christa-Margot Fröhlich[4], depositata il 30 luglio 2014, essi scrivono:

«L’esistenza del lodo Moro o comunque di un accordo internazionale, stretto dal Governo italiano con le organizzazioni palestinesi, per assicurare l’impunità al transito di armi ed esplosivi sul territorio nazionale, la cui violazione avrebbe indotto la reazione stragista, non ha trovato alcuna conferma precisa nelle indagini della polizia giudiziaria, nella consultazione degli archivi dei servizi di sicurezza, nella documentazione e nelle dichiarazioni testimoniali che sono state acquisite […] Un patto internazionale stipulato da soggetti privi di rappresentanza politica democratica e senza la ratifica parlamentare non avrebbe potuto dissuadere nessun pubblico ufficiale dalla denuncia dei delitti accertati sul territorio nazionale e non avrebbe potuto indurre alcun ufficiale o agente di polizia giudiziaria ad omettere gli atti del loro pubblico ufficio».

Stefano Giovannone

È d’obbligo ricordare che la citata “consultazione degli archivi dei servizi di sicurezza”, non ha purtroppo riguardato le cosiddette carte del colonnello Stefano Giovannone, capocentro del Sismi a Beirut dal 1972 al 1981. Su quelle informative, scaduto il segreto di Stato il 28 agosto 2014[5], sono state nuovamente e immediatamente apposte ed aumentate le classifiche di segretezza che le rendono a tutt’oggi ancora non consultabili. I citati magistrati di Bologna decisero di non acquisirle, anche se ne avevano facoltà in base alla legge 124/2007 (riforma dell’intelligence). Nemmeno i loro successori, che si sono anch’essi occupati della strage di Bologna (processo Cavallini, processo ai mandanti, in corso di svolgimento), hanno deciso di farlo.

Carlo Mastelloni

L’INTERVISTA DEL GIUDICE CARLO MASTELLONI

Sul “lodo Moro”, è opportuno riportare alcuni passaggi dell’intervista, che il giudice Carlo Mastelloni, rilasciò a Panorama nel 1989[6]. Mastelloni aveva istruito a Venezia il procedimento sul “Traffico d’armi Olp-Br”, n. 204/83A G.I., contro Abu Ayad ed altri, e il procedimento 318/87A G.I. su Argo 16.

«Nell’inchiesta Mastelloni, nonostante il segreto di Stato invocato da Giovannone e da alcuni diplomatici, e poi confermato dal governo su tutte le questioni di traffico d’armi, sono finite carte assolutamente inedite, attraverso le quali è possibile mettere insieme una storia dei rapporti tra l’Italia e i suoi governi da una parte, e l’Organizzazione per la liberazione della Palestina, con le sue mille diramazioni, dall’altra: è la dimostrazione di come tutti gli Stati affianchino alla politica ufficiale, fatta in Parlamento alla luce del sole, una politica più riservata, conosciuta da pochi e destinata a rinsaldare legami che non possono apparire al mondo in tutta la loro evidenza.

Oppure a battere la concorrenza politica ed economica di un Paese rispetto ad altri, in uno scacchiere decisivo per le questioni energetiche. O ancora: a essere ponte di scambio di informazioni tra due entità in conflitto tra loro o che non possono far vedere di avere anche il più piccolo rapporto.

Quei documenti, raccolti con pazienza dal giudice Mastelloni, saranno veramente preziosi quando gli storici potranno accedere liberamente agli archivi dello Stato per studiare e raccontare tutta la storia dei rapporti tra l’Italia e l’Olp, così come quelli che riguardano la politica estera nei confronti di Israele. A cominciare da un accordo segreto stilato subito dopo la Seconda guerra mondiale e che prevedeva precisi impegni in materia di assistenza militare. Tanto che lo stesso magistrato ha intitolato uno dei capitoli della sua ordinanza di rinvio a giudizio “Filoarabi e filoisraeliani: un falso problema” per mettere in luce come l’Italia abbia sempre affrontato con la massima disinvoltura e spregiudicatezza i rapporti con israeliani e palestinesi.

Fu lo stesso Giovannone a spiegare perché mai fu spedito in fretta e furia a Beirut e accreditato presso la nostra ambasciata. Il colonnello dei servizi segreti chiese di dettare personalmente a verbale l’inizio della sua esperienza mediorientale, datata luglio 1972: “Le direttive del generale Miceli (a quel tempo era il capo del servizio segreto, ndr) attribuivano esclusiva priorità alle iniziative della sicurezza, ma è ovvio che il congelamento delle operazioni terroristiche da parte palestinese a favore dell’Italia e dei suoi interessi all’estero avrebbe potuto comportare favorevoli riflessi. Queste direttive sono rimaste permanenti”».

LE DICHIARAZIONI DEL COLONNELLO GIOVANNONE

Ancora più esplicitamente Giovannone, sentito da Mastelloni, mise a verbale questa dichiarazione: «Alla fine del 1972[7] […] fui mandato [in Libano] in missione dal ministero degli Esteri […] e dal Sid da cui dipendevo […] Fui attivato dai miei superiori, ritengo su richiesta del ministero degli Esteri, acché prendessi contatto con qualche responsabile dell’Olp perché si evitassero le operazioni terroristiche contro l’Italia o contro cittadini all’estero che erano state minacciate».

«In quei mesi l’Italia aveva visto il suo territorio trasformarsi in campo di battaglia di guerre tra eserciti stranieri [tratteremo oltre, in dettaglio, gli episodi legati al terrorismo palestinese che tra 1972 e 1973, interessarono direttamente o indirettamente il nostro Paese]

Alle preoccupazioni di anticipare le mosse dei terroristi e convincerli a giocare la loro guerra sporca lontano dall’Italia, si aggiungevano anche altre considerazioni. Prima tra tutte la questione petrolifera, come si ricava dalla lettura degli appunti che dai servizi segreti arrivavano alla presidenza del Consiglio e al ministro degli Esteri.

Gli arabi aprivano i rubinetti a seconda di come le nazioni europee si schieravano? Ecco allora i servizi segreti lanciare l’allarme sul fatto che Francia e Inghilterra avevano già contatti segreti con l’Olp: bisognava allora muoversi, esortarono gli uomini dei servizi, altrimenti era concreta la “possibilità che l’Italia giungerà ultima” e “le posizioni di maggior interesse e di maggior prestigio verranno accaparrate da quelle nazioni che, per prime, offriranno la loro collaborazione”».

PERCHE’ LODO POLITICO E NON LODO DI INTELLIGENCE

IL PRIMO RIFERIMENTO DURANTE LA PRIGIONIA DI ALDO MORO NELLE MANI DELLE BR

Noi qui, da storici, vogliamo provare ad analizzare ciò che, ad oggi, possiamo dire di conoscere e di documentare concretamente su questo cosiddetto “lodo Moro”.

Il primo riferimento esplicito e per certi versi clamoroso, ad un accordo che coinvolgeva il nostro governo e le organizzazioni terroristiche palestinesi, avviene nella primavera del 1978, nel mentre Aldo Moro era prigioniero delle Brigate rosse.

Perchè si chiama Lodo Moro: con i palestinesi ci fu un accordo di Stato

La denominazione di “lodo Moro”, per quanto alcuni storici lo trovino improprio, ha una sua valida ragion d’essere. Miguel Gotor, preferisce definirlo “lodo di intelligence con i palestinesi”. Noi riteniamo che questa dicitura sia alquanto fuorviante, poiché assegna ai nostri servizi segreti la responsabilità di questo accordo, col rischio di dare fiato e argomenti a chi troppo spesso associa alla nostra intelligence l’aggettivo di “deviata”.

No, l’accordo con le organizzazioni terroristiche palestinesi fu un accordo di Stato, voluto da statisti al governo ed i nostri servizi, obbedendo, lo resero possibile e reale sul campo. Alla componente filoisraeliana, presente all’interno dei servizi, facente capo a Gian Adelio Maletti, sicuramente questo patto non poteva piacere, ma la “Ragion di Stato” prevalse.

Perché dunque legare il nome di Aldo Moro a questo lodo? Perché Moro dal 1963 fino alla sua morte nel maggio 1978, ha pressoché ininterrottamente rivestito ruoli istituzionali che lo vedevano coinvolto strettamente nella nostra politica estera: Presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica Italiana dal 4 dicembre 1963 al 24 giugno 1968, poi dal 23 novembre 1974 al 29 luglio 1976; Ministro degli affari esteri dal 5 agosto 1969 al 29 luglio 1972 e ancora dal 7 luglio 1973 al 23 novembre 1974; Componente della 3a Commissione (Affari Esteri): dal 25 maggio 1972 al 4 luglio 1976, poi dal 5 luglio 1976 al 9 maggio 1978; Presidente della 3a Commissione (Affari Esteri) dall’11 luglio 1972 al 7 luglio 1973.

Fu proprio Moro a svelare questo accordo quando sul finire dell’ aprile 1978, a pochi giorni dalla sua morte, egli scrisse sei lettere[8] nelle quali, alla posizione di fermezza assunta dal governo circa una eventuale trattativa con le Brigate rosse per la sua liberazione, egli ricordava come lo Stato fosse in realtà già sceso a patti con le organizzazioni terroristiche palestinesi[9].

1972: LA NASCITA DEL LODO

La nascita del lodo, o perlomeno le prime serie trattative, può essere ragionevolmente collocata nel 1972. In quell’anno le formazioni e i diversi movimenti terroristici palestinesi si erano riorganizzati, dopo la débâcle subita nel “settembre nero” del 1970 per mano giordana, si erano stabiliti in Libano e avevano ripreso le azioni in Europa con grande violenza.

La strategia del Fronte popolare per la liberazione della Palestina (Fplp), il gruppo di matrice marxista-leninista più forte e organizzato, si sviluppò sostanzialmente su due fronti: da un lato vennero messi in atto attentati che colpivano il nervo scoperto dell’Occidente, ovvero l’approvvigionamento energetico; dall’altro tentarono o attuarono stragi indiscriminate[10], con l’intento di terrorizzare e rendere insicuri i cittadini di Paesi terzi che intrattenevano normali rapporti con Israele, mettendo le rispettive cancellerie nella condizione di trattare o di cercare compromessi, quasi sempre poco onorevoli.

SETTEMBRE 1973: L’ARRESTO DEI CINQUE TERRORISTI A OSTIA

L’episodio che per la sua potenziale gravità, può considerarsi la “goccia” che portò alla “ratifica” vera e propria dell’accordo segreto coi palestinesi, può considerarsi l’arresto, il 5 settembre 1973, in un appartamento di Ostia, di cinque terroristi palestinesi, trovati in possesso di due missili Sam 7 Strela di fabbricazione sovietica.

Il controspionaggio del Sid (l’Ufficio D, diretto dal generale Gian Adelio Maletti), grazie a informazioni fornite dal Mossad, individuò e intercettò la cellula palestinese. Nell’appartamento, occupato dai cinque militanti, vennero trovati «due involucri accuratamente confezionati in cui erano custoditi due lanciamissili con relativi proiettili». Un nucleo del Rus (Raggruppamento unità speciali) catturò i presunti terroristi, che dichiarano di chiamarsi: Ali al-Tayeb al-Fergani, nato in Libia nel 1947; Ahmed Ghassan al-Hadithi, nato a Bagdad nel 1947; Amin El Hindi ovvero Amin Fauzi El Hinzi, nato nel 1945; Gabriel Khouri, nato a Damasco nel 1943; Mahmoud Nabil Mohamad Azmi Kanj ovvero M. Said Hassan Sade.

Scheda Katalog di Amin El Hindi (archivio Stasi)

Amin El Hindi era stato per quattro anni capo degli studenti palestinesi in Italia, poi numero due dell’intelligence palestinese, dunque braccio destro di Abu Ayad, infine uomo di raccordo tra Ilich Ramírez Sánchez, meglio noto come Carlos e l’Fplp. Nel Katalog stilato dalla Stasi e contenuto nel “fascicolo Separat” sul gruppo Carlos, la scheda n. 52 è dedicata proprio ad Amin El Hindi (morto il 18 agosto 2010 ad Amman).

Atef Bseiso

Ali al-Tayeb al-Fergani è in realtà Atif Busaysu [Atef Bseiso], «uno stretto associato di grado elevato» di Salah Khalaf [ovvero di Abu Ayad]»[11]. Bseiso (23 agosto 1948 – 8 giugno 1992) è stato l’ufficiale di collegamento dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP) con le agenzie di intelligence straniere. È stato assassinato a Parigi nel 1992 nell’ambito dell’operazione «Ira di d-o», in quanto accusato di essere coinvolto nel massacro alle Olimpiadi di Monaco del 1972.

Dopo l’arresto dei cinque palestinesi di Ostia, vista anche la rilevanza di alcuni di loro, la “diplomazia parallela” del nostro Governo si attivò, anche sotto la pressione e le minacce, da parte delle organizzazioni palestinesi, che vedevano alcuni loro alti dirigenti arrestati e sofisticate armi da guerra sequestrate.

IL NERVOSISMO DEI PALESTINESI. APPUNTO DEL SID

Un Appunto del Sid, datato 17 settembre 1973, riporta con parole nette, il nervosismo che animava i palestinesi:

17 settembre 1973

OGGETTO: terrorismo arabo-palestinese.

APPUNTO

1 – Le centrali del terrorismo hanno espresso l’intendimento di svolgere prossimamente in Italia speciali operazioni (rappresaglia o ricatto) tendenti ad ottenere l’immediata liberazione dei 5 guerriglieri che sono stati arrestati recentemente (episodio dei lanciamissili).

2 – Al riguardo, in allegato, sono indicati i dati informativi che attualmente sono allo studio per l’approfondimento.

Terrorismo arabo palestinese: dati informativi 

1 – In relazione al recente episodio verificatosi a Roma (lanciamissili).

a. Fonte certa segnala che “Settembre Nero”:

esprime il timore che “qualcuno dei 5 arabi possa essere eliminato dagli israeliani”;

ha deciso di operare in corrispondenza degli Italiani (in Italia o all’estero) per ottenere l’immediata scarcerazione del 5 detenuti.

b.   Fonte non valutabile indica la possibilità di imminente rappresaglia in Italia:

– mediante l’impiego di un “commando” proveniente dalla Jugoslavia in operazioni con tre obiettivi (impianti industriali di rilievo) dislocati in alta Italia;

(Sarebbe previsto l’immediato rientro in Jugoslavia dei guerriglieri dopo l’attuazione degli atti terroristici).

– mediante l’impiego di un “commando”, proveniente dal Medio Oriente, per lo sviluppo, in Roma, di una operazione spettacolare denominata “Hilton”.

(La denominazione “Hilton” si riferisce probabilmente all’omonimo albergo esistente a Roma oppure alle carceri di Roma. Quest’ultima indicazione è la più probabile in quanto potrebbe essere tratta dalla nota “Hilton Operation” che a suo tempo era stata pianificata da mercenari occidentali per la liberazione di detenuti politici a Tripoli).

c. Voci raccolte nell’ambiente di “Settembre Nero” riguardano un tentativo che guerriglieri effettuerebbero in Italia, in corrispondenza delle carceri, per liberare direttamente i 5 detenuti.

d. Secondo dichiarazioni di guerriglieri di “Settembre Nero” dislocati nel M.O., “per la liberazione dei 5 detenuti, saranno compiuti particolari atti, tra i quali rapimento di personalità politiche o militari, speciale azione contro componenti del Servizio italiano”.

2 – Normale pianificazione per lo sviluppo del terrorismo all’estero.

È confermato l’intendimento di continuare, dovunque, la lotta contro Israele e contro Paesi amici di Israele.

La frenetica attività diplomatica proseguì senza sosta.

MINACCE PALESTINESI: L’APPUNTO DEL GENERALE MICELI

Un Appunto del 19 settembre 1973 del Capo del SID Vito Miceli al Consigliere di Stato Capo di Gabinetto alla Presidenza del Consiglio dei ministri dr. F. S., così recita:

1. Elementi di Settembre Nero, attualmente residenti nel Kuwait, hanno espresso l’intendimento di sequestrare l’Ambasciatore d’Italia in quella sede allo scopo di ottenere la liberazione dei 5 arabi detenuti in Italia (episodio lanciamissili).

2. l’attuazione dell’azione sarebbe stata pianificata nei particolari.

Gli elementi di Settembre Nero attendono ordini dalla centrale dislocata nel Libano in relazione all’inizio (scelta del tempo) dell’operazione.”

…E ALTRI DUE DOCUMENTI

Altri due documenti, entrambi datati 12 ottobre 1973, risultano ancora più espliciti sulle minacce palestinesi:

-PRIMO DOCUMENTO

1 – Esponenti della “Resistenza Palestinese” hanno dichiarato:

  • saranno effettuate azioni di rappresaglia nei Paesi che consentiranno la sosta, presso i rispettivi aeroporti e porti, di mezzi aerei e navali israeliani o di altra nazionalità, adibiti al trasporto di materiali destinati alle forze armate di Israele;
  • L’ammonimento naturalmente riguarda anche i casi in cui sia consentita, in qualsiasi Paese, la fornitura ed il caricamento dei citati materiali;
  • la rappresaglia consisterà nello sviluppo di azioni tendenti a colpire i mezzi di trasporto ed a rendere inutilizzabili, almeno temporaneamente, gli impianti aeroportuali e portuali.

2 – Fonti fiduciarie segnalano che:

–     La “Resistenza Palestinese” ha ricevuto recentemente aiuti finanziari e logistici, in elevata entità, da taluni Paesi arabi;

  • tali aiuti sono stati concessi sulla base del preciso impegno della “Resistenza” di effettuare vere e proprie azioni di guerra, in qualsiasi Paese, contro gli israeliani (aerei – navi – impianti –  rappresentanze e organizzazioni varie – singole persone);
  • le azioni saranno sviluppate con impiego di armi moderne scelte in aderenza alle particolari esigenze operative ed alle caratteristiche degli ambienti.

SECONDO DOCUMENTO

1 – In. relazione ai 5 guerriglieri detenuti in Italia (episodio dei lanciamissili), “Settembre Nero” ha fatto conoscere quanto di seguito trascritto.

a – La Resistenza Palestinese attenderà fino alla fine di ottobre del corrente anno per la scarcerazione dei 5 giovani; dopo tale termine, permanendo lo stato di detenzione, saranno effettuati atti di rappresaglia e ricatto in Italia e all’estero.

b – Gli israeliani, mediante azioni camuffate (gruppi operativi costituiti da israeliani o arabi al servizio di Israele) tenteranno di impadronirsi dei 5 giovani per eliminarli, Al riguardo è probabile che gli israeliani intendano agire (in alternativa):

• attuando il sistema del ricatto (dirottamento di aereo – sequestro persone) per ottenere l’immediata consegna dei detenuti da parte delle Autorità italiane;

• eliminando i detenuti nelle carceri, mediante collusione con elementi che vivono nell’interno delle carceri stesse (personale di servizio o altri detenuti).

c – Nel caso in cui si verifichi quanto indicato in relazione agli intendimenti degli israeliani, la rappresaglia di Settembre Nero sarà rivolta sia contro Israele sia contro l’Italia.

2 – Si tratta di segnalazioni che confermano lo stato di eccitazione e di preoccupazione che caratterizza la base di “Settembre Nero” in relazione alla sorte del 5 esponenti della stessa organizzazione.

In particolare:

  • Il cenno concernente il “termine fine ottobre” ha il significato di “conferma” rispetto a quanto precedentemente noto;
  • la rappresentazione degli atti che gli israeliani intenderebbero effettuare ha evidentemente lo scopo di sensibilizzare gli organi italiani in ordine alle misure da adottare per la sicurezza dei 5 detenuti.

19 OTTOBRE 1973: INCONTRO CON L’OLP ALL’AMBASCIATA ITALIANA DEL CAIRO

Il 19 ottobre 1973, mentre è in corso la guerra del Kippur, al Cairo si tiene un “incontro diplomatico” presso l’ambasciata italiana.

Said Wasfi Kamal – qualificato come “Capo dell’Ufficio Relazioni Politiche dell’Olp” e “noto esponente palestinese” – dice che l’Olp si domanda se alla luce e nel quadro del nuovo conflitto in corso, il Governo italiano non potrebbe considerare favorevolmente una misura di clemenza e liberare i fedayn coinvolti nel recente tentativo di abbattere un aereo di El Al.

«Il Capo di questo Ufficio Relazioni Politiche o arabe dell’Olp e noto esponente palestinese Said Wasfi Kamal ha preso contatto, per interessamento della locale Rappresentanza tunisina, con questa Ambasciata per la gestione dei fedayn coinvolti nel noto tentativo di abbattere con un missile un aereo israeliano nei pressi dell’aeroporto di Fiumicino.

Il Signor Kamal, che è stato ricevuto dal Consigliere [Ranieri] Tallarigo e dal Secondo Segretario [Concetta] Di Stefano in Grignano, dopo aver avuto espressioni di simpatia per il nostro Paese, dove ha detto di aver soggiornato per un certo tempo quale dirigente di una organizzazione giovanile palestinese, e espresso apprezzamento per la politica adottata dall’Italia nel Medioriente, è entrato in argomento osservando che da un lato tiene a dissociarsi da operazioni errate di frange estremiste, dall’altro non può esimersi, per sua stessa rappresentatività e esigenze prestigio, estendere sua protezione anche a palestinesi che pur essendo colpevoli di errori e deviazioni, hanno pur sempre agito per la patria: salvo poi, ha aggiunto, accertare responsabilità e giudicare colpevoli.

Ciò premesso, ha precisato Kamal, l’Olp si domanda se alla luce e nel quadro del nuovo conflitto in corso, il Governo italiano non potrebbe considerare favorevolmente una misura di clemenza e liberare i fedayn coinvolti nel recente tentativo di abbattere un aereo di “El Al”. In altri termini, egli ha indicato, gli avvenimenti in corso proverebbero a posteriori che anche a quei fedayn, che pure hanno errato, spetterebbe la qualifica di combattenti e dopo tutto si sta ora dimostrando anche che la flotta di “EI Al” è effettivamente impiegata in azioni di guerra nella misura in cui starebbe provvedendo a trasporto rifornimenti militari a Israele.

Tallarigo ha registrato la richiesta assicurando che l’Ambasciata avrebbe provveduto a trasmetterla a codesto Ministero. Egli ha peraltro subito tenuto a precisare che l’inchiesta giudiziaria in corso nei confronti dei fedayn, motivata dalla avvenuta violazione di alcune norme del Codice Penale, si svolge indipendentemente da decisioni che al riguardo l’esecutivo possa o voglia prendere. Ha altresì sottolineato come già due altri fedayn che avevano affidato a due cittadine inglesi ignare ordigni destinati esplodere in volo, furono successivamente rimessi in libertà, pur nella consapevolezza che tale provvedimento avrebbe causato reazioni negative in molti ambiti. L’ultimo, più grave e clamoroso episodio di Fiumicino — ha aggiunto Tallarigo — aveva ancora più sfavorevolmente colpito l’opinione pubblica in Italia e questo è un elemento che non predispone certo le cose nel senso desiderato dell’Olp.

Il nostro interlocutore ha preso atto di quanto sopra e ha, a questo punto, offerto l’impegno formale dell’Olp che nessuna azione dei fedayn si ripeterà in Italia qualora venga concessa liberazione agli attuali detenuti. Kamal ha aggiunto che passi analoghi al suo sono già stati svolti attraverso Autorità tunisine e libiche, ma che il suo era peraltro da considerarsi un passo diretto e ufficiale dell’Olp e che l’Olp stesso si sarebbe considerato onorato per un eventuale riscontro del Governo italiano suo tramite.

La conversazione è stata improntata a estrema gentilezza del nostro interlocutore che si è detto disponibile e desideroso contatto continuo e non solo motivato da circostanze occasioni, evitando accuratamente di fare qualsiasi minimo accenno che potesse essere e interpretato come tentativo pressione o peggio.

Sarò grato a codesto Ministero se vorrà farmi cortesemente conoscere il riscontro che si riterrà di dare a tale passo da parte italiana».

21 OTTOBRE 1973: “IMMINENTE UN’AZIONE DI SETTEMBRE NERO

Il 21 ottobre 1973, al ministero dell’Interno giunge un appunto in cui si informava che dentro Settembre nero vi era forte insofferenza per la detenzione in Italia dei cinque palestinesi arrestati a Ostia e che lo stesso “capo” di Settembre Nero (probabilmente Abu Ayad) era accusato di troppa indecisione e “invitato” a dare l’ok a una operazione contro l’Italia al fine di liberare i “5 patrioti”. Come si legge nella parte finale, i nostri Servizi giudicavano ormai quasi imminente l’attuazione di una simile “speciale operazione” da parte di Settembre Nero.

21 ottobre 1973

APPUNTO

1 – Precise segnalazioni concernenti “Settembre Nero” indicano che:

a – i guerriglieri dimostrano segni di insofferenza in relazione alla “assenza dai ranghi per detenzione in Italia” dei 5 esponenti della formazione, protagonisti del noto episodio dei lancia missili;

b – In particolare, gruppi di guerriglieri esprimono giornalmente clamorose proteste nei riguardi del capo di “Settembre Nero” accusandolo di indecisione ed invitandolo ad organizzare apposita operazione “per la liberazione dei 5 patrioti”.

2 – Altre precise segnalazioni indicano che:

a – il capo di “Settembre Nero” esercita pressione in direzione del capo della “Resistenza Palestinese” e di taluni Paesi arabi per ottenere l’autorizzazione (in relazione agli aspetti di carattere internazionale connessi con l’attuale conflitto) a procedere nel senso desiderato dalla “base” della formazione, mediante l’attuazione di una operazione di ricatto nei riguardi dell’Italia;

b – presso la Centrale della “Resistenza Palestinese” ed in ambienti responsabili dei Paesi arabi cui è diretta la pressione del capo di “Settembre Nero” si sostiene che “non sarà possibile bloccare ancora l’intendimento dei guerriglieri di Settembre Nero”.

3 – In sintesi, dai precisi dati informativi recentemente acquisiti risulta che è da considerare con viva attenzione la possibilità a breve scadenza dello sviluppo di una speciale operazione da parte di “Settembre Nero” per ottenere la scarcerazione dei noti 5 detenuti.

4 – Continua l’azione informativa e di contenimento.

25 OTTOBRE 1973: VERTICE AL MINISTERO DEGLI ESTERI

Il 25 ottobre 1973, si svolge al Mae [Ministero degli Affari Esteri], una riunione per esaminare «aspetti connessi con attività terroristiche», presieduta dall’Ambasciatore Milesi Ferretti e con la partecipazione dei Consiglieri d’Ambasciata Contarini e Attolico degli Affari Politici, in rappresentanza del Ministero degli Esteri; il dott. Chirico, Magistrato d’Appello, e il dott. Cochetti, Magistrato di Tribunale, per il Ministero di Grazia e Giustizia; i vice questori Russomanno e Cappuccio, per Ministero dell’Interno; il Ten. Col. Genovesi e il Cap. Caliendo, in rappresentanza del Sid.

Quello stesso giorno era giunto un Appunto che informava che “recentemente” erano giunti in segreto a Roma 2 esponenti di Settembre nero e un esponente del “Fronte della Resistenza Palestinese” per chiedere la liberazione dei cinque militanti arrestati un mese prima. Il dato significativo che emerge è che il lodo Moro era verosimilmente già in vigore, ma che a tale accordo erano insofferenti le ali più estreme della galassia palestinese le quali, a partire dal 1° novembre 1973, se non si fosse sbloccata la situazione dei palestinesi arrestati a Ostia, avrebbero ripreso la loro “libertà d’azione” (da sottolineare anche l’influenza che i “capi libici”, stando a quanto si legge, sarebbero stati in grado di avere su Settembre Nero).

L’APPUNTO DEL 25 OTTOBRE

25 ottobre 1973

1 – Recentemente in seguito a specifica autorizzazione sono venuti a Roma, in forma occulta, per contatti diretti, 2 esponenti dì “Settembre Nero” ed 1 esponente del “Fronte della Resistenza Palestinese”.

2 – Gli esponenti di “Settembre Nero” (provenienti dal Libano) hanno confermato che le frange estremiste della formazione insistono per ottenere immediatamente la scarcerazione dei 5 guerriglieri che trovansi in stato di detenzione in Italia.

In particolare, hanno comunicato che le anzidette frange rispettano il noto limite di tempo stabilito dalla “Resistenza” (fine di ottobre), ma riprenderanno la libertà d’azione a partire dal 1° novembre.

3 – L’esponente del “Fronte della Resistenza Palestinese” (proveniente da Tripoli), parlando a nome dí Arafat e dei capi libici, ha ringraziato per l’ottimo trattamento riservato ai detenuti ed ha rivolto viva preghiera in ordine ad una sollecita definizione del procedimento. Egli ha motivato tale preghiera con la impossibilità di poter controllare tutti i gruppi di “Settembre Nero” e con la conseguente eventualità di “incidenti” dopo il 1º novembre. “Tuttavia”, ha dichiarato, “rappresenterò ad Arafat ed a Tripoli la convenienza di attendere con calma il risultato del procedimento in corso e la necessità di ottenere che tutto Settembre Nero si adegui a questa linea”.

4 – In sintesi: atteggiamento di “Settembre Nero”. intonato alla intransigenza dei propri gruppi estremisti e manifesta volontà distensiva della centrale della “Resistenza”. Naturalmente, il tutto nel quadro di colloqui durante i quali agli interlocutori sono state dette “cose opportune” da posizioni di prestigio.

5 – La prospettiva dipende principalmente dalla volontà dei capi libici di influire effettivamente su “Settembre Nero” (pur permanendo in ogni caso, indipendentemente dalla volontà dei capi libici, la possibilità di improvvise reazioni da parte di estremisti della stessa formazione). Al riguardo é sintomatico che il primo limite (25 settembre) fissato inizialmente da Settembre Nero, é stato successivamente spostato (fine ottobre) in seguito a diretto intervento dei capi libici.

LA RELAZIONE RISERVATA SUL VERTICE ALLA FARNESINA

Il 26 ottobre 1973 viene stilata una relazione sul vertice tenutosi il 25 ottobre 1973 al Ministero degli Affari Esteri tra diplomatici, magistrati, funzionari del Ministero dell’Interno e del Sid per decidere sul da farsi sempre a proposito dei cinque arrestati a Ostia il 5 settembre 1973.

RISERVATO

26 OTT. 1973

VISIONE PER SIG. CAPO REPARTO

Oggetto: Riunione per esame aspetti connessi con attività terroristiche.

Riferimento annotazione di V.S. all’allegato 1.                                   

Il 25 ottobre 1973 si è svolta presso il MAE la riunione in oggetto, presieduta dall’Ambasciatore MILESI FERRETTI, con la partecipazione di:

– Consiglieri d’Ambasciata CONTARINI e ATTOLICO degli Affari Politici, in rappresentanza del Ministero degli Esteri;

– dott. CHIRICO, Magistrato d’Appello, e dott. COCHETTI, Magistrato di Tribunale, per il Ministero di Grazia e Giustizia;

– vicequestori RUSSOMANNO e CAPPUCCIO, per Ministero dell’Interno;

– Ten. Col. GENOVESI e Cap. CALIENDO, in rappresentanza del SID.

L’Ambasciatore MILESI FERRETTI ha dichiarato che scopo dell’incontro era la puntualizzazione della situazione giuridica dei noti arabi arrestati il 5 settembre scorso in Ostia e Roma, in quanto il MAE aveva ricevuto:

attraverso propri canali, una richiesta della P.L.O., la quale, in cambio della “liberazione” dei detenuti, offriva l’impegno formale che nessuna azione dei fedayn sarebbe stata ripetuta (allegato 2);

tramite il SID, notizie di gravi minacce che le organizzazioni palestinesi sarebbero pronte a porre in atto nell’eventualità che non venissero subito liberati i cinque arrestati.

Dopo questo preambolo di carattere generale, l’Ambasciatore MILESI FERRETTI ha chiesto agli intervenuti se era possibile conoscere:

imputazioni ascritte ai cinque arabi;

tempi prevedibili per la conclusione dell’istruttoria.

Infine, a titolo personale, ha chiesto chiarimenti sulla possibilità degli imputati di ottenere la libertà provvisoria.

Seguivano interventi:

del dr. CHIRICO, il quale ha dichiarato che, non essendo possibile alcuna interferenza da parte del Ministero di Grazia e Giustizia sull’operato degli organi della giurisdizione ordinaria durante lo svolgimento di un procedimento penale, era più opportuno cercare di venire a conoscenza delle richieste attraverso gli Organi di Polizia Giudiziaria. Ha chiarito, inoltre, che con l’entrata in vigore della “legge VALPREDA” non esistono più preclusioni di sorta per godere del beneficio della libertà provvisoria;

del vicequestore RUSSOMANNO, il quale si è assunto l’incarico di attingere le notizie presso il Giudice Istruttore e riferirle poi all’Ambasciatore MILESI FERRETTI.

L’Ambasciatore MILESI FERRETTI ha chiesto – a chiusura della riunione – se era possibile ottenere una serie delle fotografie dei missili recanti il numero di matricola – i cui dati sono già in suo possesso perché comunicati dalla locale Questura a ciò interessata dal G.I. – per un eventuale intervento informale presso i sovietici.

Per quanto detta richiesta non sia stata specificatamente rivolta al SID (anche se l’atteggiamento del diplomatico faceva intenderlo), si è del parere che – ove la richiesta fosse rinnovata più precisamente – occorrerebbe rispondere di non poter aderire in rispetto dell’ancora vigente segreto istruttorio.

La riunione si è svolta dalle ore 17 alle ore 18,30.

L’aereo Argo 16

TEMPO SCADUTO: DUE TERRORISTI PORTATI A TRIPOLI SULL’AEREO ARGO 16 DI GLADIO

Non c’era più tempo. Non si poteva indugiare oltre. E così, il 30 ottobre 1973, due dei cinque terroristi di Ostia, Atif Bseiso e Ahmed Ghassan, ottengono su cauzione, la libertà provvisoria. Ospitati in un appartamento messo a disposizione del Sid a Roma in via Aureliana, il giorno successivo, dopo essere stati accompagnati a Ciampino, vengono imbarcati e trasportati segretamente in Libia, dopo una sosta a Malta, su un aereo militare, il bimotore Dc3 Dakota “Argo 16”, in uso alla struttura segreta Gladio. Ad accompagnare i terroristi c’erano quattro ufficiali del Sid: il colonnello Giovan Battista Minerva, il capitano Antonio Labruna, il colonnello Stefano Giovannone e il tenente colonnello Enrico Milani.

L’ aereo Argo 16 precipitato

…E UN MESE DOPO ARGO 16 PRECIPITA A MARGHERA

Nemmeno un mese dopo, il 23 novembre 1973, Argo 16 precipita a Marghera causando la morte dell’equipaggio: il comandante colonnello pilota Annano Borreo, il tenente colonnello Mario Grande, i marescialli Aldo Schiavone e Francesco Bernardini. L’allora giudice istruttore di Venezia Carlo Mastelloni ritenne che il disastro fosse stato provocato da un sabotaggio operato dal Mossad, come ritorsione per la liberazione dei terroristi. Il procedimento penale istruito a Venezia dallo stesso magistrato contro ufficiali dell’Aeronautica italiana, esponenti del Sid e poi del Sismi e contro i responsabili del Mossad Zvi Zamir e Asa Leven, si concluse nel 1999 con la loro assoluzione. Come causa fu indicata o l’avaria o l’errore del pilota.

(1. continua)


LE NOTE AL TESTO

[1] Scritto con Boris A. Uspenskij, a cura di Remo Faccani e Marzio Marzaduri, Milano, Bompiani, 1975.

[2] La “pista palestinese” ritiene che la strage del 2 agosto 1980, sia la sanzione palestinese per la rottura del “lodo Moro”, avvenuta con il sequestro di due missili Sam 7 Strela a Ortona nel novembre 1979 e il successivo arresto e condanna dei tre autonomi romani che li trasportavano e di Abu Anzeh Saleh, responsabile del Fronte popolare per la liberazione della Palestina (Fplp). L’attentato avrebbe visto il coinvolgimento di esponenti del gruppo Carlos che operava per conto del Fplp.

[3] Thomas Kram, membro del gruppo Carlos – sua la scheda n. 7 nel “Katalog” del gruppo Carlos redatto dalla Stasi – ed “esperto di cariche esplosive e detonatori a tempo”, pernottò a Bologna la notte tra il 1º e il 2 agosto 1980.

[4] Christa-Margot Fröhlich, introdotta nel gruppo Carlos da Thomas Kram, venne indicata da un testimone, poi non creduto dai magistrati, come presente anch’essa a Bologna il 2 agosto 1980. Venne arrestata il 18 giugno 1982 a Fiumicino con una valigia di esplosivo.

[5] Fu invocato il 20 giugno e il 4 luglio 1984, dal colonnello Stefano Giovannone di fronte al sostituto procuratore della Repubblica di Roma Giancarlo Armati. Alla domanda del magistrato, che gli chiedeva quali fossero stati «i suoi reali rapporti con i palestinesi o con l’OLP», Giovannone rispondeva: «qui entriamo nel segreto di Stato per cui per poter rispondere devo essere autorizzato»; e ribadiva: «per quanto attiene al quadro dei miei rapporti con l’OLP invoco il segreto di Stato»; precisando ulteriormente: «C’erano altri rapporti sui quali non posso parlare perché ritengo coperti dal segreto di Stato, attengono a determinati problemi da parte palestinese che l’Italia ha contribuito ad avviare a soluzione ma che non attengono assolutamente a materia di terrorismo». Il segreto di Stato invocato da Giovannone fu confermato dal Presidente del Consiglio dei ministri Bettino Craxi il 28 agosto 1984.

[6] Antonio Carlucci, Rivelazioni / Il patto segreto Italia-Olp, Tu non fare attentati, io ti armo. Moro lo decise. Uno 007 trattò. Arafat promise. Così un giudice ha ricostruito 15 anni di rapporti fra Italia e palestinesi, Panorama, 9 luglio 1989.

[7] In realtà Giovannone fu inviato in Medio Oriente alla fine di luglio 1972 e la sua «lunga missione» si protrasse fino al novembre 1981.

[8] Le sei “lettere palestinesi” erano indirizzate a persone molto vicine allo statista democristiano: Luigi Cottafavi, Flaminio Piccoli, Erminio Pennacchini, Renato Dell’Andro, Riccardo Misasi. Una lettera dall’elaborazione molto tormentata, ne esistono infatti tre versioni, venne da Moro indirizzata al suo partito: alla Democrazia cristiana.

[9] Svilupperemo in una successiva puntata questo tema.

[10] Svilupperemo in una successiva puntata questo tema.

[11] Appunto del Sid del 25 ottobre 1973.

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2 risposte a Documenti inediti sullo stragismo contro l’Italia
Le prove del Lodo Moro: origine e segreti
di un accordo di Stato col terrorismo palestinese
Perchè a Bologna fanno paura le carte di Giovannone?

  1. salvatore occhiuto Rispondi

    14/10/2021 alle 20:24

    Ancora grazie a Reggio Report che oltre a svolgere il normale e quotidiano lavoro di informazione, svolge anche un ruolo di fondamentale documentazione storica sulle vicende italiane.

  2. Martina Rispondi

    17/10/2021 alle 16:12

    Difficile risalire alla verità sulla strage di Bologna. Si sovrappongono gli intenti di diversi criminali, diverse motivazioni politiche, diverse matrici ideologiche.
    Ritengo senz’ ombra di dubbio che sia doveroso raccontare anche quel pezzo di storia oscura e scomoda che si è dipanato attorno al lodo Moro. Storia che la maggior parte degli italiani ignora o non ricorda, ma che deve spingerci a riflettere amaramente sulle machiavelliche strategie di cui è impastato da sempre il magnifico stato italiano.

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