Viaggio alle origini della strage di Bologna
Non fu solo Moro: tutti i lodi dei governi europei
per salvarsi dal terrorismo palestinese. Prima parte

DI GIORDANA TERRACINA E GABRIELE PARADISI*

14/9/2021 – Quando all’1:35 di notte del 23 luglio 1968, il pilota del quadrigetto Boeing 747 della compagnia di bandiera israeliana El Al, partito poco più di un’ora prima dall’aeroporto di Fiumicino con 38 passeggeri a bordo e 10 membri dell’equipaggio diretto a Tel Aviv, comunicò via radio che «era obbligato ad atterrare ad Algeri», il mondo ancora non sapeva che quella notte era cominciata una nuova forma di terrorismo, con la quale ogni Paese occidentale da quel momento avrebbe dovuto fare i conti per molti anni a venire.

Questo evento infatti viene ritenuto come l’inizio del «moderno terrorismo internazionale»1. William F. Shughart II, nel saggio “An analytical history of terrorism, 1945–2000”, scrive di «left-wing-terrorism»2. Un terrorismo inserito in un contesto rivoluzionario: «one person’s terrorist is another person’s freedom fighter», che potremmo tradurre: “il terrorista per qualcuno è per altri un combattente per la libertà”. Questo concetto fu sintetizzato da Yasser Arafat all’Assemblea delle Nazioni Unite nel novembre 1974 con queste parole: «La differenza tra il rivoluzionario e il terrorista sta nella ragione per cui ognuno combatte. Perché chi sostiene una giusta causa e lotta per la libertà e la liberazione della sua terra dagli invasori, dai coloni e dai colonialisti, non può assolutamente essere chiamato terrorista»3.

Il commando palestinese che dirottò ad Algeri il Boeing della El Al, era formato da cinque uomini armati di pistole e bombe a mano e chiedeva a nome del Fronte popolare per la liberazione della Palestina (Fplp), la scarcerazione, poi ottenuta, di guerriglieri arabi detenuti in Israele.

George Habbash, leader del Fplp, nel 1970 rilascerà una dichiarazione alla rivista tedesca Stern di questo tenore: «Quando dirottiamo un aereo, ciò ha più effetto che se avessimo ucciso un centinaio di israeliani in battaglia… Per decenni, l’opinione pubblica mondiale non è stata né a favore né contro i palestinesi. Semplicemente ci ha ignorato. Almeno il mondo adesso sta parlando di noi».

George Habbash

E in effetti il mondo non poté più ignorare la questione palestinese e ogni Paese fu costretto in tempi e modi diversi a studiare soluzioni per porre rimedio allo stillicidio di attentati e dirottamenti che nei decenni Settanta e Ottanta interessarono prevalentemente l’Europa, coinvolgendo ignari e innocenti cittadini ed interessi nazionali. Nella sostanza ogni governo europeo cercò di stipulare in segreto accordi e patti per stornare pericoli o per rimediare a situazioni già precipitate.

La nostra storiografia contemporanea sta prendendo seriamente in considerazione l’esistenza di un vero e proprio “lodo” italiano, stipulato tra il 1972 e il 1973, dal nostro governo con le organizzazioni palestinesi. Noto come “lodo Moro” – per il ruolo rivestito dallo statista democristiano che dal 1963 pressoché ininterrottamente fino alla sua tragica scomparsa nel maggio 1978, rivestì a vario titolo ruoli che lo vedevano in prima linea (Presidente del Consiglio, Ministro degli affari esteri, Presidente o componente della 3ª Commissione affari esteri) – prevedeva l’impunità per i guerriglieri palestinesi eventualmente colti in flagranza di reato, mentre come contropartita il nostro Paese sarebbe stato risparmiato da azioni terroristiche.

Come già si è accennato, anche altri governi europei misero in atto accordi simili. Vediamo alcuni casi il cui epilogo ne dimostra l’esistenza.

Settembre 1970: gli aerei esplodono nella pista di Zarka

L’eclatante operazione di Dawson’s Field (6-12 settembre 1970), mise impietosamente in evidenza le grandi difficoltà che, per far fronte al terrorismo palestinese, si trovarono a gestire le Cancellerie europee. Coordinati da Bassam Abu Sharif, l’Fplp mise in atto una serie di dirottamenti a catena. Ben cinque aerei vennero dirottati quasi in contemporanea da commandos arabi. Il 6 settembre, l’attacco ad un Boeing della El Al in viaggio da Tel Aviv a New York, fu sventato in volo e la terrorista superstite, Leila Khaled, compagna di Sharif, fu fatta prigioniera ed incarcerata in Gran Bretagna.

Damasco: Leila Khaled appena liberata

Leila Khaled aveva avuto già un ruolo nel dirottamento su Damasco di un volo TWA partito da Roma e diretto ad Atene il 29 agosto 1969. La Khaled viaggiava con passaporto dell’Honduras con il nome di Luna Maria Chaves Britto, nata a Tegucigalpa nel 1940. L’attentato era stato organizzato dal commando di Abdul Raheem Jaber, un’unità del Fplp.

Quello stesso 6 settembre 1970, un secondo Boeing della PanAmerican fu costretto ad atterrare al Cairo e fu fatto esplodere a terra; infine tre aerei (un DC8 della compagnia elvetica Swissair, un Boeing 707 della compagnia statunitense TWA e un Vickers VC 10 britannico della BOAC, quest’ultimo dirottato il 9 settembre) vennero fatti atterrare in una vecchia pista britannica, ribattezzata “aeroporto della rivoluzione” nel deserto di Zarqa in Giordania, distante quaranta miglia da Amman.

L’Fplp, con questa spettacolare azione, stava certamente facendo parlare di sé il mondo intero e la guerriglia nei cieli stava ottenendo i risultati attesi. Al Fatah si ritrovò a subire quest’ondata di popolarità di Habbash, e fu “costretta” a dare il suo assenso. La notizia dei dirottamenti aveva preso alla sprovvista anche il Comitato centrale dell’OLP riunito ad Amman tanto che Arafat decise di espellere il rappresentante del Fplp.

Il 12 settembre 1970 i 280 passeggeri in ostaggio dei tre aerei vennero trasferiti ad Amman dopo che Gran Bretagna e Svizzera avevano assicurato il rilascio di tutti i palestinesi detenuti nelle loro carceri. Quello stesso giorno a Zarqa gli aerei vennero fatti esplodere. Israele, che non aveva ceduto al ricatto, aveva approntato una task-force (unità operativa) di paracadutisti e tiratori scelti pronta a partire per la Giordania. Lo spostamento ad Amman degli ostaggi e l’entrata in gioco di re Hussein cambiarono lo scenario ed imposero soluzioni diverse.

Ad Amman gli ostaggi furono condotti nel quartier generale del Fplp dove fu loro fornito cibo e acqua. Vi rimasero per circa 4 ore e quindi furono condotti su automezzi in un altro edificio ove rimasero dal 12 al 15 settembre. Dopo di che i passeggeri di sesso maschile furono condotti in taxi in un palazzo su cui spiccava una targa del Fplp in lingua inglese. Restarono in questa seconda prigione altri 9 giorni e finalmente il 25 settembre furono rilasciati dall’esercito giordano che li condusse nell’Ambasciata britannica.

Ritornando alla cacciata del rappresentante del Fplp dal Comitato centrale della resistenza da parte di Arafat, riportiamo un documento che meglio chiarisce i rapporti che intercorsero tra le due fazioni dell’Olp (Fplp e Al Fatah), ma che evidenzia anche le difficoltà nel comprendere in occidente, ancora nel 1980, la complessità della galassia delle organizzazioni palestinesi. Si tratta di un documento ancora riservato, che abbiamo potuto consultare dietro autorizzazione del Ministro dell’Interno e che si trova presso l’Archivio Centrale dello Stato (ACS), Presidenza del Consiglio/Consigliere Diplomatico/II versamento/b. 56.

(Le condizioni imposte per la consultazione dei documenti classificati come riservati impongono delle regole piuttosto ristrette a tutela della privacy delle persone interessate, richiedendo che le stesse vengono citate esclusivamente con le iniziali e solo se necessario per la comprensione del testo).

LA LETTERA RISERVATA DELL’AMBASCIATA D’ISRAELE

Si tratta di un allegato a una lettera proveniente dall’Ambasciata di Israele e diretta al nostro Ministero degli Affari Esteri, alla persona dell’Ambasciatore Segretario Generale del Ministro.

«Illustre Ambasciatore e caro amico,

Ho letto con molta attenzione il comunicato dell’Ufficio Stampa della Presidenza del Consiglio dei Ministri del 12.1.1980 nel quale, fra l’altro, si afferma che il F.P.L.P. è un’organizzazione diversa e distinta dall’OLP.

Non posso nasconderLe di essere stato colpito da una tale affermazione e mi permetta di sottoporLe, qui appresso i seguenti fatti:

1. L’OLP è un’organizzazione ombrello che raggruppa diverse organizzazioni terroristiche palestinesi, per esempio l’Al Fatah, che è la più grande in seno all’OLP e quindi il suo capo, …, presiede anche l’OLP mentre il FPLP di … è la seconda per importanza delle organizzazioni che fanno parte dell’OLP.

2. L’OLP ha diverse istituzioni, quali il “Consiglio Nazionale Palestinese” (l’organo supremo dell’OLP, quasi un parlamento), il “Comitato esecutivo”, il “Consiglio Centrale” (organo intermediario tra il Consiglio Nazionale e il Comitato Esecutivo) e vari altri organi. Il FPLP è attivo tramite i suoi rappresentanti nelle varie istituzioni dell’OLP.

Di conseguenza l’affermazione che OLP e il FPLP sono due organizzazioni diverse e distinte non corrisponde alla realtà. Il FPLP fa parte integrale dell’organizzazione ombrello dell’OLP.

A questo proposito Le accludo la storia dell’adesione del FPLP all’OLP nel 1972 ad oggi nonché le citazioni dei dirigenti del FPLP e di Al Fatah che testimoniano che se ci sono dissensi “Ideologici”, questi sono solo apparenti.

Le sarò grato se Ella troverà il modo di attirare l’attenzione dei responsabili competenti su quanto esposto affinché il Governo sia informato della esatta realtà delle cose. Naturalmente apprezzerò molto ogni consiglio che Ella vorrà darmi al riguardo.

Mi perdoni per averLa importunata ma sono certo che Ella condivide l’importanza di “mettere i punti sulle i”.

Voglia accogliere i sensi della più viva stima ed i più cordiali saluti.

Firma»

Le spettacolari immagini delle esplosioni che disintegrarono i tre aerei sulla pista di Zarqa fecero il giro del mondo. La reazione del governo giordano fu feroce. I palestinesi avevano di fatto occupato militarmente il Paese e ciò era ormai diventato intollerabile. L’operazione di Dawson’s Field fornirà a re Hussein l’occasione per la resa dei conti. Dopo aver proclamato la legge marziale, il 16 settembre 1970 iniziò il cosiddetto “settembre nero” che portò alla cacciata definitiva da Amman e dalla Giordania di tutti i fedayn. Al termine si conteranno migliaia di morti e la determinazione da parte della Resistenza palestinese di vendicare quanto accaduto.

I leader delle varie fazioni dell’Olp si riunirono dal 6 all’8 ottobre a Beirut e dettero vita alla formazione denominata proprio “Settembre nero” con cui firmarono alcune delle azioni più cruente negli anni successivi, compresa l’uccisione del primo ministro giordano Wasfi Tal (28 novembre 1971).

L’operazione di Dawson’s Field ebbe ovviamente anche ripercussioni a livello europeo. Il Primo Ministro britannico Edward Heath dopo aver dichiarato «Siamo sempre stati realistici e molto pratici su tutto», ordinò la liberazione di Leila Khaled; stessa sorte capitò ad Amina Dabour e agli altri suoi due compagni sopravvissuti protagonisti dell’attentato del 18 febbraio 1969 a Zurigo (due morti compreso un terrorista); infine la Germania liberò tre detenuti palestinesi. In definitiva tre governi europei – britannico, svizzero e tedesco – cedettero al ricatto e liberarono scomodi terroristi palestinesi trattenuti nelle carceri per aver commesso gravi attentati.

Willi Brandt a Berlino

La Repubblica Federale di Germania replicherà nell’ottobre 1972, quando il cancelliere Willy Brandt, in accordo con il ministro degli Esteri Walter Scheel, intavolerà trattative riservate con i palestinesi e, a fronte del dirottamento di un aereo della Lufthansa «senza donne né bambini a bordo», libererà i tre terroristi palestinesi sopravvissuti al massacro perpetrato alle Olimpiadi di Monaco di Baviera (dove furono uccisi 11 atleti israeliani e un poliziotto tedesco oltre a 5 terroristi).

La strage di Monaco, uno dei terroristi del commando palestinese

Un episodio emblematico che lascia trasparire quanto ogni Paese europeo fosse preoccupato di non incorrere nelle azioni dei commando palestinesi è certamente quanto accadde nel novembre 1974. Il governo olandese di Joop den Uyl, con una mossa inaspettata, calò – sulla trattativa in corso a Tunisi, dove un commando palestinese teneva in ostaggio i passeggeri di un VC 10 della British Airways – una carta a sorpresa: la liberazione di due terroristi palestinesi detenuti nelle carceri del suo Paese. Nessuno li aveva reclamati, tantomeno i dirottatori a Tunisi; non c’erano passeggeri olandesi sul VC 10 britannico, ma il governo dei Paesi Bassi, al pari dei governi di qualunque altro Paese europeo non desiderava avere nelle proprie carceri detenuti palestinesi, fonte di ricatti, attentati, dirottamenti.

Va ricordato che in quel frangente a Tunisi, il commando ottenne la liberazione dei cinque terroristi palestinesi – detenuti temporaneamente al Cairo – che avevano compiuto il massacro di Fiumicino del 17 dicembre 1973 (32 vittime tra cui 6 italiani).

17 dicembre 1973: la strage di Fiumicino

La situazione in Italia traspare da una lettera che il Ministro dell’Interno invia al Ministro degli affari Esteri, documento classificato come riservato e datato 19 maggio 1975. Anche questo, come quello riportato in precedenza, è ancora riservato e rientra nello stesso fondo dell’ACS (Presidenza del Consiglio/Consigliere Diplomatico/II versamento/b. 56).

«Caro G.,

l’Ambasciatore d’Italia a Beirut ci ha segnalato alcune notizie circa la ripresa dell’attività terroristica palestinese. In particolare egli ci informa che l’“Agence Arabe d’Informations”, dopo aver parlato delle reazioni arabe a seguito della firma dell’Accordo CEE – Israele, pubblica quanto segue:

“Da parte palestinese la questione prende altro aspetto venendo considerata sotto profilo militare. Oltre at campagna diplomatica lanciata da Dipartimento politico OLP, sotto guida …, campagna che si estende at tutti Paesi amici in generale et arabi in particolare, viene ventilato piano di risposta che si articolerebbe secondo seguenti linee:

– Ripresa della lotta at oltranza contro interessi israeliani nel mondo, vale at dire operazioni fedayn all’estero, operazioni che erano state sospese per riguardo at amici europei della resistenza;

– Rafforzamento del boicottaggio degli interessi economici dei Paesi che collaborano con Israele;

– Boicottaggio del Belgio in particolare, che ha vietato manifestazione pro-araba organizzata at Bruxelles in segno protesta contro conclusione accordo con Israele.

In conclusione, si tratterebbe di riservare at Paesi europei stesso trattamento che at tutti Stati strettamente legati at Israele, infrangendo con ciò quel tacito consensus che aveva fatto seguito at dichiarazione europea del novembre 1973 con cui CEE prendeva posizione in favore politica araba.

Oggi resistenza palestinese, che intrattiene con diversi Paesi rapporti differenziati di quelli che possono essere fra Stati, si considera libera, in sua qualità di movimento rivoluzionario, da ogni impegno consacrato da uso diplomatico.

Essa ritiene essere in diritto ricorrere at tutti mezzi, violenti aut non, per combattere nemico ovunque esso si trovi.

Si può da ciò concludere che non (dico non) passerà molto tempo prima che si sentirà nuovamente parlare di fedayin sui teatri di operazione europei, con ritorno at situazione che prevaleva anteriormente at novembre 1973? (punto interrogativo). Est molto possibile data attuale congiuntura…….

Ti comunico quanto precede per tua opportuna informazione e, con l’occasione, ti invio molti cordiali saluti».

Queste segrete attività “diplomatiche” delle Cancellerie europee, come appare dalla documentazione riportata, erano di fatto note anche al nostro governo e ai nostri servizi, che si trovavano ad affrontare le medesime problematiche. Ne è ulteriore testimonianza l’appunto del Sid (Servizio Informazioni Difesa) del 17 dicembre 1972 in cui si riportano queste precise parole:

«In relazione all’attività terroristica sul piano internazionale, sono in corso colloqui riservati e non ufficiali con i vertici di varie note organizzazioni, in aderenza ai nostri interessi.
Al riguardo risulta che analoga segreta iniziativa è sviluppata da taluni Paesi europei; per le rispettive esigenze».

Dunque in quei caldi mesi del 1972 non solo il nostro governo, ma anche quelli di altri Paesi d’Europa lavoravano assiduamente alla stesura di opportuni “lodi”.

Grazie al lavoro di ricerca svolto da Giordana Terracina, siamo in grado di pubblicare in esclusiva alcuni documenti inediti declassificati che testimoniano l’esistenza di queste “diplomazie parallele” europee.

IL CASO AUSTRIA

Il cancelliere socialdemocratico austriaco Bruno Kreisky, in carica ininterrottamente dal 21 aprile 1970 al 24 maggio 1983, nel contesto appena descritto si trovò a gestire situazioni molto delicate.

Pochi mesi prima del suo insediamento e precisamente il 21 febbraio 1970, un Caravelle delle aviolinee austriache in volo da Francoforte a Vienna, con 33 passeggeri a bordo e 5 membri dell’equipaggio, fu costretto ad un atterraggio di emergenza a causa di un’esplosione avvenuta nello scompartimento bagagli, mentre si trovava a 3000 metri sulla verticale di Bad Koenig. A quella stessa quota, quello stesso giorno, un’altra esplosione a bordo, aveva fatto precipitare un Coronado della Swissair diretto a Tel Aviv (47 morti).

Nel caso dell’aereo austriaco l’esplosivo era stato nascosto in un sacco postale che, giunto a Vienna, avrebbe dovuto essere imbarcato su un aereo della El Al diretto a Tel Aviv.

E ancora.

Il 28 settembre 1973 due terroristi palestinesi assaltarono un treno alla stazione ferroviaria di Marchegg, al confine con la Cecoslovacchia, prendendo in ostaggio 4 persone tra cui 3 ebrei russi rilasciati dall’Unione Sovietica e diretti in Israele. Il Ministero degli Interni austriaco ordinò il «Nachrichtensperre», ovvero il blocco delle notizie, mentre intavolava una trattativa riservata con i palestinesi. Il governo si riunì in seduta straordinaria alla Pallhaus insieme agli ambasciatori di Libano, Egitto e Iraq, cercando una soluzione. Il 29 settembre 1973 il governo austriaco cedette ed in cambio della liberazione degli ostaggi promise di «non concedere più in futuro facilitazioni di transito per gli ebrei sovietici che emigrano in Israele». Infatti gli ebrei che riuscivano a lasciare l’URSS venivano accolti in transito presso il castello di Schoenau. Il governo austriaco ne decretò la chiusura definitiva il 1º novembre. Ottenuto quanto richiesto, i due terroristi rilasciarono i 4 ostaggi e con un piccolo aereo da turismo abbandonarono l’Austria. Israele per protesta richiamò l’ambasciatore.

Ma un’azione più eclatante ancora, realizzata in Austria dal terrorismo palestinese, fu certamente l’assalto alla sede dell’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio (Opec) a Vienna, il 21 dicembre 1975.

Alla guida di un commando di sei persone, tra cui Gabriele Kröchen-Tiedemann, Hans-Joachim Klein e Anis al-Naqqash (Sonja Suder è stata prosciolta nel 2013 dalle accuse di aver partecipato all’attacco), il terrorista venezuelano Carlos, al secolo Ilich Ramírez Sánchez, per conto dell’Fplp e su ordine di Wadi Haddad, vice di Habbash, fece irruzione nell’edificio del quartier generale dell’OPEC. I terroristi presero in ostaggio 62 persone tra cui 11 ministri del petrolio.

Tre volti del terrorista Ilich ramirez Sanchez “Carlos” (da RemoContro)

L’azione, oltre al clamore mediatico, aveva la finalità di uccidere il ministro saudita Ahmed Zaki Yamani e quello iraniano Jamshid Amuzegar. Nella concitazione, la Kröchen-Tiedemann uccise un agente di polizia austriaco, Anton Tichler, e il delegato iracheno al-Khafali che aveva svolto il ruolo di talpa. Restò ucciso per mano di Carlos anche l’economista e delegato libico Yusuf al-Azmarly. La Libia di Gheddafi aveva sponsorizzato l’azione dell’Fplp, ma l’uccisione del suo delegato spinse Gheddafi a rifiutare la concessione dell’asilo in Libia ai terroristi come era stato previsto. Carlos pretese dalle autorità austriache la lettura ogni due ore sulle reti radiofoniche e televisive austriache di un comunicato sulla causa palestinese. Per evitare la minaccia dell’esecuzione di un ostaggio ogni 15 minuti, il governo austriaco accettò e il comunicato fu trasmesso come richiesto. Scritto in francese esso chiedeva al mondo arabo di organizzare una “guerra di liberazione totale”.

Dopo aver liberato ostaggi residenti a Vienna, la mattina del 26 dicembre, alle 6:40, venne fornito un autobus, come richiesto dal commando e 42 ostaggi vennero imbarcati e portati all’aeroporto. Quindi fu messo a disposizione un DC9 dell’Austrian Airlines. Dopo aver piazzato cariche esplosive sotto il sedile di Yamani, l’aereo decollò in direzione Algeri. Qui Carlos lasciò l’aereo per incontrare il ministro degli Esteri algerino. Cinque ministri del petrolio e altri 31 ostaggi vennero rilasciati, altri cinque ministri del petrolio restarono invece in ostaggio.

L’aereo ripartì per Tripoli, dove però l’ostilità di Gheddafi costrinse Carlos a ritornare ad Algeri. Con la mediazione del presidente algerino Houari Boumédienne e del ministro degli Esteri algerino Abdelaziz Bouteflika, nonché col pagamento di un riscatto tra i 20 e i 50 milioni di dollari, Carlos decise di non uccidere Yamani e Amuzegar, liberandoli. Questo epilogo, diverso dal piano originario, spinse Wadi Haddad, rappresentante dell’Fplp per le operazioni all’estero, a troncare le relazioni con Carlos e il suo gruppo. Queste in realtà non cessarono mai del tutto e riprenderanno a pieno regime dopo la morte di Haddad, avvenuta il 28 marzo 1978.

Ma le azioni palestinesi che interessarono l’Austria non finirono quel giorno di dicembre 1975.

Il 1º maggio 1981 il leader del partito socialista austriaco e presidente della Lega dell’amicizia austro-israeliana Heinz Nittel, fu ucciso a colpi di pistola fuori dalla sua casa di Vienna da Hesham Mohammed Rajeh, 21 anni, nato in Iraq.

Il 29 agosto del 1981, un commando palestinese lanciò quattro bombe a mano contro la sinagoga Stadttempel di Vienna, mentre si stava svolgendo la cerimonia di bar mitzvah a cui stavano partecipando almeno 200 fedeli. L’attentato costò la vita a due persone e il ferimento di altre sedici. I due attentatori, Hassan Mirwan e ancora il già citato Hesham Muhammad Rajeh, furono arrestati e condannati all’ergastolo. Rajeh fu estradato in Belgio nel 1994 con l’accusa di aver ucciso in quel Paese un uomo dell’OLP, nel 1996 fu definitivamente rilasciato facendo perdere le sue tracce in Medio Oriente.

La sinagoga Stadttempel di Vienna

In ordine di tempo, l’ultimo grave attentato avvenuto in Austria per mano palestinese, fu l’attacco terroristico del 27 dicembre 1985. Quel giorno in realtà furono due le azioni compiute quasi in contemporanea negli aeroporti di Vienna-Schwechat e di Roma-Fiumicino (in Italia le vittime furono 13 e 76 i feriti). I commando attaccarono gli aeroporti con fucili d’assalto e bombe a mano, concentrandosi sulle persone in coda ai chek-in della compagnia El Al. A Vienna restarono uccise 3 persone mentre altre 44 furono ferite. Un terrorista fu ucciso e due catturati. Questi ultimi attacchi furono sferrati dal gruppo facente capo a Sabri al-Banna, meglio noto col nome di battaglia di Abu Nidal.

La strage dell’aeroportodi Fiumicino del 27 dicembre 1985

Il documento che pubblichiamo trascritto qui sotto, proviene da Acs, Raccolte Speciali/Direttiva Renzi 2014/PCM/AISE/2-53 notizie concernenti atti terroristici/175: “Roma Fiumicino 27/12/1985 Attentato Terroristico” (1985-1986)/11 (1986)/Doc. n. 62/da 2 a 4 ed è opera dei nostri servizi a Beirut.

GLI ACCORDI DELL’AUSTRIA CON ABU NIDAL: UN DOCUMENTO RISERVATO

FONTE DA CAUTELARE

ATTENDIBILITA’: A CLASSIFICA: TE

QUALIFICAZIONE: a N.67

DATA 30.1.86

OGGETTO: AUSTRIA/PP – Contatti AUSTRIA-Gruppo A. N.

EPOCA: Gennaio 1986.

Seguito msg 841/142/05.1 di 30.1.86

Notizia:

1. In relazione agli accertamenti richiesti la quale l’Austria, ancora prima dei simultanei attentati di Fiumicino e di Scwechat, aveva ricercato contatti con il gruppo terroristico A. N. Scopo di questi contatti, sempre secondo la stampa, sarebbe stata una sorte di “neutralizzazione” dell’Austria, per metterla al riparo da atti terroristici.

2. Le indagini hanno dato risultato positivo, anche se esponenti governativi avevano recisamente negato ogni contatto con il gruppo terroristico.

In realtà, l’iniziativa dei contatti non sarebbe partita dagli Austriaci, ma dallo stesso gruppo A. N. che intendeva trattare la liberazione di alcuni suoi affiliati, attualmente detenuti in Austria, tra i quali Y., coinvolto nell’attentato alla Sinagoga di Vienna e nell’uccisone del Consigliere Comunale viennese H. N.

3. I contatti sarebbero avvenuti presso la sede dell’Ambasciata austriaca a Damasco e sarebber stati interrotti in seguito agli attentati di Fiumicino e di Scwechat, attribuiti proprio al gruppo A. N.

La prova dell’esistenza di tali contatti è contenuta nell’allegato trascritto (allegato con traduzione), inviato a Vienna il 21.1 dall’Ambasciatore austriaco a Damasco.

Nel telescritto il mittente riferisce su un incontro avuto con W. A., portavoce politico del gruppo A. N.. Il Palestinese, secondo l’Ambasciatore austriaco, ha richiesto il colloquio per chiarire che il suo gruppo non è responsabile dei simultanei attentati di Fiumicino e di Scwechat ed indica invece, come autori, le “cellule arabe Feddayin”

4. W. A. ha anche smentito d’aver rilasciato un’intervista, pubblicata sul settimanale “Profil” (allegata in copia con traduzione), al giornalista austriaco A. L’intervista in questione contiene tuttavia le stesse dichiarazioni fatte dal Palestinese all’Ambasciatore e cioè che i veri responsabili delle due simultanee stragi, sarebbero le “cellule arabe Feddayin”, gruppi palestinesi non controllati da A. N.

RISERVATO

RISERVATO

Gli esponenti di A. N. avrebbero anche formulato velate minacce nel caso che le trattative no vadano in porto in maniera sollecita.

COMMENTO DEL CAPO CENTRO.

L’esistenza di contatti austriaci con il Gruppo A. N. risulta così confermata. Essi tuttavia non avevano lo scopo di mettere l’Austria a riparo da eventuali attentati e non erano stati nemmeno richiesti dagli Austriaci ma dal Gruppo A. N. che intendeva richiedere la liberazione dei propri affiliati.

Lo stesso tema della “liberazione di uomini di A. N. rinchiusi in carcere europee” è trattato anche nell’intervista che, malgrado la smentita di W. A., appare vera perché contiene notizie, successivamente confermate dallo stesso A., che il giornalista non poteva inventare.

Gli Austriaci tengono molto a tener nascosti i contatti avuti con il Gruppo A. N. Lo stesso Ambasciatore a Damasco, interrogato da altri Ambasciatori occidentali, ha negato l’esistenza di tali contatti. Le presenti notizie vanno pertanto usate con molta cautela soprattutto per evitare l’individuazione della fonte.

DATA E MODALITA’ DI ACQUISIZIONE DELLA NOTIZIA.

30.1.1986 – Indagini personali in ambienti del Ministero degli Interni.

ACCESSO DELLA FONTE ALLA NOTIZIA: continuo.

ATTENDIBILITA’ DELLA NOTIZIA: “2”.

RISERVATO

RISERVATO

TRADUZIONE

Telescritto del 22.1

1.W. A. e S. M. sono qui giunti, dopo un breve preavviso telefonico ed hanno dichiarato quanto segue:

In relazione alle diverse notizie apparse sulla stampa internazionale, essi desiderano informare gli Austriaci che la “azione” di Schwechat non è stata condotta dalla loro organizzazione. Essi non potrebbero trattare con l’Austria per i loro camerati e contemporaneamente intraprendere qualcosa contro l’Austria. Tuttavia questo basilare comportamento della loro direzione potrebbe cambiare qualora si raggiungesse la convinzione “che non vale la pena continuare le trattative con l’Austria”.

Alla domanda su chi si trova dietro l’attentato del 27.12.85, A. ha risposto che sarebbero le “cellule arabe Feddayin” con le quali le loro organizzazione ha, sì, contatti, ma di cui non conosce in dettaglio i piani e sui quali non può influirE. All’obiezione che i due terroristi sopravvissuti hanno accennato ad A. N., A. ha detto: “è bene che questo nome spaventi tutti quelli che stanno vicino al sionismo”, tuttavia ha ripetuto ciò che aveva già detto.

L’interlocutore ha evitato tutte le domande, se A. N. è ancora vivo e dove si trovi.

2. A. ha ancora dichiarato che desiderava far sapere a Vienna che l’intervista del 7.1. di quest’anno su Profil “è falsa”. Il giornalista austriaco A. gli avrebbe effettivamente telefonato a Damasco il 2.1. per chiedergli un’intervista con A. N. Essendo assolutamente esclusa una simile intervista, essi volevano far parlare A. sabato, con un “Quadro direttivo” in Libano. Costui sarebbe stato (probabilmente) A. con un incontro soltanto di cinque minuti. A. non venne allora al posto concordato. L’”intervista” sarebbe stata quindi completamente inventata. A. ha affermato di non aver finora mai concesso “interviste” e di non essere nemmeno autorizzato a parlare con i giornalisti. Una storia simile sarebbe stata inventata dall’Herald Tribun, circa una conversazione con J., che questi non avrebbe mai avuto. L’unica intervista autentica sarebbe stata rilasciata negli ultimi tempi da F. alla Televisione austriaca.

3. S. M. ha quindi cominciato a parlare del caso YOUNIS. Il sottoscritto ha risposto secondo le istruzioni del Sig. Ministro del 3.1., che dopo l’attentato di Scwechat da parte austriaca non si sarebbe più trattato di questa questione. Egli ha replicato che essi comprendono le “attuali difficoltà del Governo austriaco”, ma il caso del loro camerata “deve essere risolto in senso positivo”. L’Austria deve “analizzare obiettivamente questa questione e considerare i propri interessi”. Essi intendono continuare il dialogo con Vienna ma non possono aspettare all’infinito.

4. Il sottoscritto ha risposto negativamente alle domande di alcuni colleghi occidentali, tra i quali l’ambasciatore americano e quello inglese, se esistono contatti con questa organizzazione. 5. Prego notiziare se le indagini hanno dato concrete indicazioni su quale organizzazione si trovi dietro gli attentati di Roma e Vienna.

RISERVATO


Abu Nidal

Una conferma dei contenuti è riscontrabile nel libro di Thomas Riegler, Im Fadenkreuz: Österreich und der Nahostterrorismus 1973 bis 1985 (“Nel mirino: l’Austria e il terrorismo mediorientale dal 1973 al 1985” – Vandenhoeck & Ruprecht, 2010, 517 pagine).

Riegler scrive:

«Pochi giorni dopo l’attentato di Vienna, nel gennaio 1986, un portavoce di Al Assifa [il gruppo di Abu Nidal] a Damasco, Walid Audeh, chiarì ad un giornalista austriaco che il rilascio dei membri del suo gruppo imprigionati era ancora una priorità. Alla domanda se si riferisse agli attentati alla sinagoga, il portavoce ha risposto: “Non ho niente da dire su questo, ma voi dovreste saperlo”. Il fatto che l’Austria, un paese che aveva sostenuto la causa palestinese, fosse stata attaccata, non era una contraddizione per Audeh: “Non abbiamo niente contro l’Austria. L’ex cancelliere Bruno Kreisky ha fatto molto per la causa palestinese. Purtroppo, l’attuale governo austriaco sembra essere troppo preoccupato dei propri problemi. Apprezziamo Kreisky come oppositore di Israele, ma lo abbiamo sempre criticato per aver cercato di mediare tra Israele e i palestinesi».

Ma, l’attacco terroristico all’aeroporto di Schwechat, ha forse segnato la fine del dialogo tra palestinesi e autorità austriache?

Riegler chiosa:

«Dalla fine degli anni ’80 sono venuti ripetutamente alla luce dettagli informativi che suggeriscono il contrario. Nel 1989, il membro verde del Consiglio Nazionale Peter Pilz ha rivolto un’interrogazione parlamentare a diversi ministeri concernente contatti e incontri di rappresentanti austriaci con trafficanti di armi, di droga e terroristi. Pilz ha elencato 11 nomi, tra cui i trafficanti d’armi Mundhir el-Kassar e Adnan Kashoggi e i terroristi internazionali Ilich Ramirez Sanchez (Carlos), George Habbash e Abu Nidal. Mentre la maggior parte dei ministeri ha reagito negativamente, il ministro degli Esteri Alois Mock ha risposto: “Membri del mio dipartimento si sono incontrati in varie occasioni con varie persone e circoli di persone menzionati”.

Franz Loschnak (giurista e politico dell’SPÖ – Partito socialdemocratico austriaco – dal 1987 al 1989 è stato segretario alla sanità nel governo federale e dal 1989 al 1995 è stato capo del ministero federale degli interni) ha aggiunto a nome del Ministero dell’Interno: “Io non ho mai incontrato nessuna delle persone menzionate. Un mio diretto funzionario e i membri del mio dipartimento hanno avuto contatti con una delle persone citate in veste ufficiale. Per ragioni di sicurezza, non si possono divulgare ulteriori dettagli”.

Nel 1991, la rivista “Basta” riferì dell’“accordo con Abu Nidal”: nella primavera di quell’anno, un informatore aveva contattato la redazione e dichiarato di essere a conoscenza di dettagli su un accordo tra l’Austria e il gruppo Abu Nidal. Un incontro aveva avuto luogo in un hotel di Bratislava: “La storia che l’uomo barbuto ha raccontato al redattore di Basta al bar dell’hotel sembra incredibile. Il palestinese, che ha visitato regolarmente Bahij Younis (responsabile per l’Europa Centrale del gruppo Al Assifa di Abu Nidal) a Stein durante tutti gli anni della sua prigionia (condannato a 20 anni di prigione per gli attentati del 1981, ne scontò 14). Inoltre, il visitatore di Younis è uno dei vice di Abu Nidal e del suo “ministro degli esteri”. Le visite a Younis, che si dice sia “un pesce molto grosso nella scena del terrorismo mediorientale in Europa”, erano una parte centrale dell’accordo che l’Austria aveva fatto per prevenire ulteriori attacchi. Ufficialmente, questo patto è stato siglato dopo l’attacco all’aeroporto – in un incontro tra l’allora capo della polizia di stato, Anton Schulz, e gli emissari di Abu Nidal.

Nel corso di questa discussione, Schulz aveva promesso una rapida grazia e la deportazione di Bahij Younis dopo che questi avesse scontato metà della sua pena. Il secondo punto dell’accordo riguardava il permesso per il gruppo Abu Nidal di aprire una sorta di “ufficio” non ufficiale a Vienna: in cambio, agli austriaci fu promesso che il gruppo Abu Nidal si sarebbe astenuto da atti terroristici nella repubblica alpina e non avrebbe organizzato attacchi altrove partendo dal suolo austriaco».

(1 – continua)

GLI AUTORI

*Giordana Terracina è tutor nel Master Internazionale in Didattica della Shoah presso l’Università di Roma Tre e dottoranda in storia presso l’Università di Tor Vergata.

Si occupa di Medio Oriente e di Africa Settentrionale; ha svolto ricerche sulle deportazioni verso l’Italia e poi verso i campi nazisti, avvenute nel 1942, per opera del regime fascista. Ha studiato i rapporti tra le autorità fasciste e il nascente panislamismo e nazionalismo arabo, che rappresenta l’origine delle rivolte e del terrorismo arabo, diretto principalmente contro obiettivi israeliani ed ebraici, ovunque essi fossero. L’evoluzione di questa problematica l’ha portata ad ampliare gli interessi, estendendo l’arco temporale e arrivando fino ai giorni nostri, ricercando un filo conduttore che possa raccontare come la diplomazia e le autorità italiane abbiano lavorato, a fianco dei servizi segreti, a tutela degli interessi del Paese, venendo a compromessi con organizzazioni non sempre scevre da ambiguità. I documenti qui presentati e custoditi presso l’Archivio di Stato di Roma, sono il frutto di un lavoro di ricerca durato due anni all’interno dell’archivio stesso.

*Gabriele Paradisi è un ingegnere, giornalista e saggista di Bologna. Studioso del terrorismo e dello stragismo italiano e internazionale, ha al suo attivo numerosi libri e, nel 2020, con Gian Paolo Pelizzaro la grande inchiesta sulla strage di Bologna pubblicata da Reggio Report.


LE NOTE AL TESTO

1 B. Hoffman, Inside terrorism, Columbia University Press, New York, 1998 e Defining terrorism, in R. D. Howard & R. L. Sawyer, Terrorism and counterterrorism, McGraw-Hill/Dushkin, Connecticut, 2002. Hoffman è Director of the Centre for the Study of Terrorism, Reader in International Relations e Chairman of the Department of International Relations presso la St Andrews University in Scozia.

2 «La “seconda ondata” iniziò il 22 luglio 1968 [23 luglio 1968], quando i terroristi palestinesi, per vendicare la sconfitta dell’Egitto nella guerra dei sei giorni del 1967, dirottarono un volo El Al da Roma a Tel Aviv. Il terrorismo è stato elevato sulla scena internazionale nei due decenni successivi, quando i movimenti etno-nazionali nei Paesi Bassi, in Turchia e altrove hanno cercato di replicare il successo dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina nel galvanizzare l’opinione pubblica. Alimentati dall’opposizione alla guerra del Vietnam, alla coscrizione e all’antiamericanismo in generale, gruppi terroristici di sinistra in Europa e Nord America, come le Brigate Rosse, la Red Army Faction e i Weathermen, occasionalmente aiutati e sostenuti dall’OLP, condussero campagne di assassini politici, attentati e dirottamenti che continuarono fino alla caduta del muro di Berlino… […] Durante gli anni ’60, l’opposizione alla guerra del Vietnam produsse un’ondata di terrorismo della “Nuova Sinistra”, quando gruppi radicali in Europa, America Latina e Stati Uniti, spesso aiutati e spalleggiati dall’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, intrapresero campagne di rapimenti politici, assassinii e attentati a favore di vaghe agende politiche marxiste-leniniste-maoiste e richieste di “giustizia sociale” ancora più vaghe. La penetrazione di questi gruppi da parte di agenti sotto copertura, la cattura e l’arresto dei principali leader dei gruppi terroristici e il crollo dell’Unione Sovietica, che mise fine agli scopi mai molto ben articolati dei radicali, si combinarono per porre fine alla seconda ondata di terrorismo del dopoguerra. I suoi resti sopravvivono tuttavia in alcune parti dell’America centrale e meridionale e nell’Asia meridionale.

I “bambini stupidi” di Dostoevskij – “sciocchi” è forse un termine migliore – erano all’università negli anni ’60. Radicalizzati dal crescente coinvolgimento dell’America in Vietnam e istruiti nei valori di una controcultura drogata che permeava le sale dell’accademia dalla Sorbona a Berkeley, molti giovani uomini e donne, per lo più bianchi e della classe media, si scoprirono improvvisamente, in compagni di sentimenti, prima per i Vietcong e poi per i palestinesi, ad essere “l’avanguardia del terzo mondo sfruttato e oppresso” (Walter Laqueur, Il nuovo terrorismo: il fanatismo e le armi di distruzione di massa. Oxford e New York: Oxford University Press 1999, p. 27). I più impegnati tra questi quadri progressisti trasformarono le loro simpatie pacifiste per gli oppressi in rabbia contro il “sistema” imperialista che li opprimeva»

3 «The difference between the revolutionary and the terrorist lies in the reason for which each fights. For whoever stands by a just cause and fights for the freedom and liberation of his land from the invaders, the settlers and the colonialists, cannot possibly be called».

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Una risposta a 1

  1. Virgilio Airoldi Rispondi

    20/09/2021 alle 11:04

    I documenti desecretati non dicono niente di nuovo. Chi ha vissuto quei momenti, come me, sa che tutti i governi europei, si sffrettarono a dichiararsi amici della causa palestinese per nnon avere guai in casa. Ma non fu così.

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