C’era una volta Il Traghettino
Storia, memorie e strepitose immagini di una Corte millenaria
nel nuovo libro di Giovanni Tadolini

PIERLUIGI GHIGGINI

16/8/2021 – Prima o poi qualcuno dovrà tracciare un bilancio delle macerie lasciate nel reggiano dal secondo industrialismo e dalla valanga di cemento che negli anni Novanta ha investito città e campagne senza ritegno, con la benedizione di poteri locali e ndrangheta e sotto l’occhio distratto di chi doveva tutelare. Macerie nel vero senso della parola. Non si contano i casolari carichi di storia e rasi al suolo, sotto il peso di un’incuria programmata, per venir sostituiti da anonime schiere di maisonette. Per tacere delle pietre, di stemmi, maestà, iscrizioni disperse e razziate a migliaia: ma questi, purtroppo, sono soltanto dettagli.

Emblema delle antichità reggiane calpestate, sminuzzate e neglette è senza dubbio l’orrenda fine riservata al convento di Montefalcone, il primo voluto dal Santo Francesco fuori dai confini dell’Umbria, che dopo ben 12 milioni di euro buttati in un finto recupero (qualcuno mai ne risponderà?) è ridotto a uno scheletro da far stringere il cuore. Della Reggia di Rivalta oggi si parla grazie a un vasto progetto di restauro e riuso, che tuttavia tralascia una intera ala di grande valore che già sta collassando su se stessa. E che dire dei quindici corpi di fabbrica senza futuro della Corte Rainusso di Taneto, dove tuttavia si continua a coltivare ed è comunque attivo lo scavo archeologico del Castellazzo, riaperto da Paolo Storchi?

Le condizioni del Traghettino, una decina di anni fa

Un altro monumento delle civiltà contadina destinato a una brutta fine è l’imponente complesso della Tenuta del Traghettino di Caldelbosco, nella campagna reggiana, ora in abbandono dopo essere diventata una discarica abusiva. Luogo che per secoli, con le sue 2 mila 181 biolche di territorio ancora ai primi dell’800, era stato un faro di lavoro e innovazione dell’agricoltura reggiana. Il luogo in cui nel XIII secolo, quando ne erano padroni i monaci benedettini di Parma, prese forma il formaggio grana parmigiano-reggiano, secondo la metodologia di lavorazione vigente ancora oggi.

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Tuttavia, a differenza di Montefalcone, la Corte del Traghettino ha dalla sua la buona sorte di poter contare sulle ricerche e gli scritti di Giovanni Tadolini che ne cristallizzano la memoria, altrimenti destinata all’oblio esattamente come i muri, e la restituiscono alle nuove generazioni.

L’autore Giovanni Tadolini

Da decenni Giovanni Tadolini – uno dei figli di Ciro, amministratore della tenuta e plenipotenziario del conte Sebastiano Parodi Delfino che, dopo aver subito la prigione e le torture dei nazisti, dopo la guerra verrà accolto con ostilità a Reggio in quanto “padrone fascista” – studia e scrive di quel gioiello irripetibile della civiltà emiliana. E oggi l’ex imprenditore diventato nel tempo studioso di storia con decine di libri e saggi al proprio attivo, all’età di 98 anni ha dato alle stampe per i tipi di Terra e Identità un volume notevole, dal titolo senza fronzoli- “C’era una volta Il Traghettino” – che compendia vicende storiche, leggende e nostalgie della Corte un tempo detta del Roarolo, e soprattutto regalando al lettore un corredo iconografico senza precedenti: circa 170 immagini del mondo agricolo del Novecento sino alla documentazione delle condizioni attuali del complesso. Immagini che da sole valgono un museo della civiltà contadina, come le fotografie della lavorazione del tabacco e il simbolo dei monaci camaldolesi scolpito nella pietra e oggi perduto, ma che il grande Stanislao Farri riuscì a immortalare in tempo.

Il simbolo camaldolese fotografato da Farri

È davvero difficile che in un libro possano coincidere memoria, testimonianza e storia. Ma la fusione, autentica e con lo spirito del cronista del passato, è riuscita all’autore, testimone oculare di tante vicende del “secolo breve”.

Il racconto inizia dall’epoca mitica, dai recinti villanoviani, dalle strade romane e si dipana sino al Medioevo. Quello che oggi è conosciuto come Traghettino, lo abbiamo accennato, era denominato Roarolo, vicino al castello scomparso di Vico Zoaro.  Poi guerre, invasioni, regni, duchi, rivoluzioni attraversano  un luogo che sembra sopravvivere a tutte le tempeste della storia. Fino al Novecento, quando i Parodi Delfino portano la Tenuta Traghettino ad uno splendore che ricorda quello delle origini, sotto i Monaci Benedettini.

Il Traghettino: lavorazione delle foglie di tabacco
Foglie di tabacco mature al Traghettino

In particolare, Tadolini incrocia le informazioni con le cronache di Cadelbosco compilate nell’Ottocento dal Saccani. Dove risultano quegli eventi catastrofici, le inondazioni, le carestie e la morte degli uliveti che avrebbero avuto la conseguenza di innovare i procedimenti di lavorazione del prezioso grana, al fine di produrre anche il burro d’affioramento per sfamare migliaia di persone disperate.

Ed è anche l’epoca in cui l’autore in quella terra vi nasce e vive la sua gioventù, quando il padre Ciro era l’amministratore della vastissima azienda agricola. E qui, fra l’altro, che il giovane Tadolini trova e salva il taccuino autografo del poeta Antonio Peretti (una rarità letteraria che contiene fra l’altro la rivelazione sotto forma di poemetto parodistico di una congiura per avvelenare papa Pio IX, e della quale nulla si sapeva).

Poi al Traghettino tutto di nuovo cambia. Dopo la decisione di Parodi Delfino di non tornare mai più a Reggio, e di svendere la tenuta, uomini e donne vengono sostituiti dalle macchine e non rimane spazio neppure per i grandi frutteti,  sembra dire Giovanni Tadolini per dipingere il declino di un luogo millenario.

Le foto sono un documento implacabile, non lasciano spazio all’immaginazione: a una superba corte di campagna seguono le immagini  di un rudere ormai difficile da recuperare. E neppure manca il mistero: proprio l’antico simbolo medievale di pietra dei monaci camaldolesi, che Farri riesce a fotografare nel dopoguerra, scompare con la scelta contemporanea dell’abbandono. Il Traghettino  torna ad essere un mito imprendibile. Ma se non altro, la memoria è in salvo. E non è poco, proprio per niente.

Fiera al Traghettino

Non a caso la prima copia del libro di Giovanni Tadolini è volata con un pacchetto Dhl in Benin sulla spiaggia di Oudah – nella costa occidentale dell’Africa, quella Porta del Non Ritorno dalla quale passarono milioni di schiavi diretti alle Americhe – dove il reggiano Andrea Puglisi ha aperto un resort e lo ha chiamato proprio Il Traghettino. Libro ricevuto con commozione e riconoscenza, un gesto simbolico per dire che un luogo, una persona, un fatto potranno sbiadire e dissimularsi, ma non moriranno mai, se qualcuno saprà tenere accesa la fiammella della memoria e della nostalgia.

IL LIBRO E’ IN VENDITA A REGGIO EMILIA NELLE LIBRERIE BIZZOCCHI E NASI (Libreria del Teatro)

La prima copia arrivata in Benin
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3 risposte a C’era una volta Il Traghettino
Storia, memorie e strepitose immagini di una Corte millenaria
nel nuovo libro di Giovanni Tadolini

  1. marco eboli Rispondi

    17/08/2021 alle 15:35

    Bellissimo articolo Pier. Grandissimo Giovanni Tadolini, a cui Luca potrebbe dedicare un libro, considerato lo spessore culturale e la vita perigliosa. Attendo con ansia di poter incontrare Luca che mi ha promesso una copia del libro. Avendo ricecuto anche i tre libri, sempre scitti dal padre Giovanni, sul Castello del Vescovo, mi permetto di osservare che levopere e la figura di Giovanni Tadolini, meriterebbero una giusta valorizzazione da parte della città di Reggio e da chi la amministra. Sin qui i pensieri alti Pier, perché delle miserie di dame e cavalieri, protagonisti del ‘sacco”di Montefalcone non voglio qui scrivere ora. Ricordo solo che a giustificazione dello sperpero di 12 milioni di euro, chi amministrava la Provincia di Reggio, affermò che vi si sarebbe potuto ospitare la nuova Sede del Consorzio del Parmigiano Reggiano, senza che il Consorzio lo avesse mai deliberato. Il cavaliere è ancora in sella con incarico incarico”a vita”, consideti i pluridecennali mandati, ben retribuiti.

  2. Sergio Bevilacqua Rispondi

    18/08/2021 alle 19:51

    Un articolo che fa onore a un’opera molto interessante.

  3. Andrea Puglisi Rispondi

    20/08/2021 alle 00:17

    Ringrazio la redazione di ReggioReport per avermi menzionato nell’articolo che trovo molto ben fatto. Volevo solo puntualizzare che il Resort in Benin non è ancora realtà ma lo sarà presto. Vorrei altresì aggiungere il nome di mia moglie, Paola Brunazzi, che insieme a me ha voluto fortemente realizzare il progetto in Benin. È proprio sua l’idea di dare il nome “Traghettino” alla nuova attività. Di quel luogo abbiamo dolcissimi ricordi quando ancora era una Corte viva, si facevano le feste di paese sull’aia durante le sere d’estate. Si festeggiavano i raccolti e si gustavano salumi succulenti fatti in casa e grandi cocomere. Purtroppo abbiamo anche vissuto il rapido declino fino alla rovina, testimoni impotenti di tale scempio.

    Andrea Puglisi e Paola Brunazzi

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