Aemilia, nuovo filone: maxi sequestro a costruttore reggiano
E’ Carmine Bramante, cognato di Palmo Vertinelli
Bloccati beni per un milione di euro tra immobili, ditte, conti e auto

20/5/2021 – La Polizia di Stato e la Guardia di Finanza, a circa 6 anni dalla conclusione dell’ operazione “Aemilia” , hanno inferto un altro colpo alla ndrangheta cutrese e della costa ionica inserita stabilmente nel reggiano.

Le inchieste giudiziarie avevano dimostrato la capacità della ‘ndrangheta emiliana, oltre che di infiltrarsi nell’economia nazionale ed estera, anche di operare sistematicamente con l’intestazione fittizia di beni, provento dei reati, per eludere i provvedimenti in materia di sequestri.

In tale contesto che si inquadra il maxi sequestro operato nei confronti di un noto imprenditore edile di 43 anni, originario di Crotone ma residente da tempo nel reggiano, a Montecchio . Sì tratta di Carmine Bramante, uno degli imputati minori di Aemilia, condannato per intestazione fittizia di beni. Bramante è al centro dell’ operazione “Libra“, scattata all’alba di questa mattina e che ha impegnato decine di agenti di politizia e di finanzieri.

L’uomo è il fratello minore di Antonietta Bramante, moglie di Palmo Vertinelli (e quindi cognato di quest’ultimo)
imprenditore calabrese che insieme al fratello Giuseppe- con cui è stato condannato per associazione mafiosa a pene pesanti anche nell’appello di Aemilia- ha costruito con le false fatturazioni un impero immobiliare del valore stimato di oltre 30 milioni ed è ritenuto uno dei cassieri del clan Grande Aracri.
Dopo l’arresto dei frateli Vertinelli, Bramante avrebbe curato i loro interessi specifici (ad esempio pagando le parcelle ai difensori – e soprattutto avrebbe continuato a gestire per loro conto tutta una serie di affari illeciti. “Il contributo consapevole dell’individuo in questione in seno alla ‘ndrangheta era continuato anche in anni più recenti”, confermano
gli investigatori.

Le indagini preliminari, da cui la richiesta di sequestro formulata dal Questore e accolta in toto dal tribunale di Bologna, sono durate 7 mesi e hanno dimostrato che i redditi percepiti dalle attività lecite di Bramante erano incompatibili con il tenore di vita dell’uomo e le proprietà acquisite nel corso degli anni.

A Bramante stata notificata la misura di prevenzione patrimoniale del sequestro dei beni, riferita a 9 immobili, ubicati in provincia di Reggio Emilia, e dei terreni annessi, oltre a ditte operanti nel settore dell’edilizia, conti correnti (uno dei quali col saldo di 120 mila euro) e automobili per un valore che supera il milione di euro.

Da sinistra: Di Domenica, colonnello Moro, questore Ferrari, Stavale

Le indagini, condotte in stretta collaborazione dalla Divisione Anticrimine della Questura reggiana e dal Nucleo di Polizia economica e finanziaria del comando provinciale Guardia di Finanza, hanno consentito di rivalutare il profilo di Bramante come imprenditore “contiguo” alla cosca Grande Aracri. Indagini “sofisticate“, con l’incrocio di una grande quantità di informazioni e l’esame “certosino” di contratti civilistici, rogiti e flussi di denaro, che hanno confermato i rapporti dell’imprenditore con il cerchio magico della ‘ndrina reggiana, “intestando a se stesso e ad altre persone compiacenti, beni riconducibili alla cosca, portando avanti, nell’interesse del sodalizio, anche attività imprenditoriali”.

I dettagli dell’operqazione Libra sono stati illustrati nel corso di una conferenza stampa nella sala briefing di via Dante dal Questore Giuseppe Ferrari, dal comandante provinciale delle Fiamme Gialle colonnello Moro, dalla comandante del Nucloo di Polizia economcia finanziaria ten. colonnello Di Domenica e del dirigente dell’Anticrimine della Questura, Antonio Stavale.

LE INDAGINI E l’OPERAZIONE LIBRA

L’operazione odierna ha preso il via all’alba in 5 diverse località della provincia reggiana e, come anticipato, ha visto impegnati decine di poliziotti e finanzieri che hanno eseguito la misura di prevenzione patrimoniale, con sequestro d’urgenza, volto alla confisca dei beni, emessa dal Tribunale di Bologna, Sezione Misure di Prevenzione, che ha accolto interamente, la proposta avanzata dal Questore di Reggio.

Il questore Giuseppe Ferrari

Gli operatori della Polizia Scientifica hanno documentato per intero le varie fasi dei sequestri, lo stato dei luoghi e dei beni appresi all’uomo è stato notificato l’atto di sequestro riferito a 9 immobili, ubicati in diversi comuni della provincia reggiana, terreni annessi, ditte operanti nel settore dell’edilizia, conti correnti e auto, per un valore che supera un milione di euro.

In particolare, in un solo conto corrente è stata reperita la ragguardevole somma di 120.000 euro.

“La Divisione Anticrimine della Questura di Reggio Emilia, con il prezioso supporto della Guardia di Finanza – si legge in un comunicato – ha impiegato circa 7 mesi ad effettuare mirate e complesse indagini, che hanno interessato le vicende giudiziarie e l’analisi patrimoniale del soggetto, ricostruendo 22 anni di vita dello stesso e dei familiari e dimostrando che i redditi percepiti dalle attività lecite, intraprese dallo stesso e dal suo nucleo familiare, non erano in alcun modo sufficienti a giustificare il tenore di vita e le proprieta’ acquisite nel corso degli anni.

Sono state analizzate con scrupolo anche le numerose transazioni bancarie, al fine di discernere, da quelle rientranti nella normale dinamica imprenditoriale, quelle che invece avevano come scopo reale lo storno di cifre e l’acquisto di proprieta’ per conto di taluni esponenti del sodalizio ‘ndranghetistico emiliano”.

Il ten. col. Di Domenica, il colonnello Moro, il dirigente dell’Anticrimine Stavale

Le investigazioni hanno preso avvio dallo spunto offerto dall’indagine “Aemilia”, nella quale il soggetto era stato condannato proprio per il reato di intestazione fittizia di beni, avendo fornito a due sodali della consorteria emiliana, imprenditori attivi nel reggiano, poi tratti in arresto e condannati anche di recente dalla corte di Appello di bologna, uno “schermo” protettivo per evitare che alcuni beni fossero loro riconducibili e quindi potenzialmente aggredibili dai provvedimenti giudiziari.

Le indagini patrimoniali hanno permesso di documentare che il contributo consapevole dell’imprenditore in seno alla ‘ndrangheta era continuato anche in anni più recenti e riguardava altri beni, oltre quelli individuati in “Aemilia”.

Per quanto riscontrato, l’uomo aveva cercato di portare avanti anche alcune attività imprenditoriali dei menzionati vertici della cosca, di cui è peraltro stretto congiunto, occupandosi di curare in prima persona specifici interessi dello stesso (per esempio pagare le parcelle dei difensori).

Inoltre, e sempre al fine di creare quante più barriere possibili nella riconducibilità delle proprietà,” il soggetto aveva anche alienato, a compiacenti prestanome, un appartamento, attraverso un atto di compravendita, la cui causa giuridica è stata ritenuta dagli inquirenti solo surrettizia”.

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