Iren, stipendi manager Covid-free
Se aumenta il debito, lievita anche l’appannaggio: cosa c’è di strano?

10/4/2021 – Non c’è Covid per gli stipendi dei manager Iren, che nel 2020 risultano praticamente invariati rispetto all’anno precedente. Emerge dalla documentazione allegata alla convocazione dell’assemblea degli azionisti, che il prossimo 6 maggio si esprimeranno con voto vincolante sulle politiche di remunerazione per il 2021, e consultivo sui compensi erogati l’anno scorso.

I costi del Consiglio di amministrazione della multiutility, composto dai tre manager apicali (il presidente Renato Boero, il vicepresidente Moris Ferretti e l’amministratore delegato Massimiliano Bianco che ricopre anche la carica di direttore generale) più12 consiglieri si attestano intorno a 1 milione 200 mila euro, in linea con quelli del 2019. Ma con alcune differenze nelle singole posizioni. Massimiliano Bianco, ad esempio, ha incassato quest’anno 448.000 euro lordi (8.000 euro in più rispetto al 2019). La componente fissa del suo stipendio è salita dai 316.000 euro del 2019 a 329.000 euro, cui si aggiungono 104.000 euro di bonus e altri incentivi e 14.600 euro di benefit non monetari.

Massimiliano Bianco. a.d. gruppo Iren

Entrambe queste voci risultano in lieve calo rispetto a due anni fa. Bianco, il cui incarico è stato rinnovato fino al 2022, aveva nel 2018 incassato anche i bonus di lungo termine, accumulando un compenso di 726.000 euro. Il presidente di Iren Renato Boero ha guadagnato 5.000 euro in più, salendo da 168.000 a 173.000 euro, di cui 3.800 di benefit non monetari. Infine il vicepresidente Moris Ferretti, che nel 2019 aveva uno stipendio di 90.000 euro lordi l’anno è passato a 127.000 euro, ma solo perché aveva tre mensilità nell’anno precedente, dato che era diventato vicepresidente in aprile 2019. Il tetto messo dai soci ai compensi dei manager era di 350.000 euro per l’ad (fissato nel 2016) e 247.000 euro per presidente e vice, come deciso nel 2019.

I guadagni dei dodici consiglieri di amministrazione, infine, oscillano tra i 23.000 e i 54.000 euro lordi annui, a seconda del numero delle sedute a cui hanno preso parte. La principale novità per il 2021 annunciata dal presidente del comitato per la Remunerazione Pietro Paolo Giampellegrini è “l’incremento del peso degli obiettivi di performance collegati alla relazione con gli stakeholders e ai parametri di sostenibilità ambientale (che sale ora al 20%) nell’ambito dei sistemi individuali di incentivazione di breve periodo relativi al 2021 per l’amministratore delegato e i dirigenti con responsabilità strategiche”.

A proposito di questi stipendi, i piccoli azionisti Francesco Fantuzzi e Fabio Zani – che non mancano mai alle assemblee dei soci – esprimono un giudizio nettamente negativo, agitando lo spettro del caso De Sanctis (l’ex ad che anni fa intasco 900 mila euro di buonuscita al termine di 18 faticosi mesi di lavoro) e parlando di incrementi “che non si fanno scrupolo della pandemia e tantomeno dei modesti risultati economici e finanziari conseguiti nel 20202.

Aumenti – commentano Fantuzzi e Zani in una nota – “che anche stavolta esprimono tutta la contraddizione che un’azienda di soci per metà pubblici quotata in Borsa incarna: i cittadini si indignano ogni volta per i mega compensi all’amministratore delegato di turno, però i Sindaci che li dovrebbero rappresentare votano compattamente a favore”.
Eppure “il bilancio appena approvato era tutt’altro che entusiasmante.
Infatti il fatturato si è ridotto del 12,8%, nonostante il frenetico shopping, con margini lordi e netti stagnanti.

Inoltre, ed è il dato più preoccupante, la posizione finanziaria netta al 31 dicembre 2020 sfiora i 3 miliardi di euro, in aumento di circa 500 milioni di euro rispetto al 2018. Non a caso, il rapporto Pfn/Ebitda ha superato il 3%, limite che gli analisti considerano da non varcare e che deve destare preoccupazione.
Ma nessuno, curiosamente, lo ha evidenziato.

E concludono: “Peccato che gli obiettivi sui quali si determinano i compensi del management siano, come denunciamo da anni, legati ai parametri di redditività e troppo poco a quelli relativi, appunto, all’indebitamento complessivo e al consolidamento patrimoniale del gruppo, ancora insufficiente.
Un amministratore delegato resta pochi anni, un socio molti di più.
Peccato un simile gesto proprio ora, in piena emergenza coronavirus e con tante persone che hanno perso il lavoro. Peccato che, quasi sei anni fa, l’ex Ad De Sanctis abbia percepito 900 mila euro di buonuscita per soli 18 mesi di lavoro.
Chissà se, allo scadere del mandato triennale, ci ritroveremo a discutere ancora di questo. Ma, ancora una volta, sarà troppo tardi”.

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Una risposta a 1

  1. Luigi Rispondi

    10/04/2021 alle 22:38

    Dal generale al particolare. Le multiutility rappresentano l’esempio tipico, topico, di conflitto di interessi estremo e insanabile fra prestazione di un servizio pubblico a cura di una entità quotata in borsa, che ogni giorno deve fare attenzione al prezzo di mercato azionario, quindi ai ricavi, ai profitti, ai dividendi per gli azionisti, fra i quali le pubbliche amministrazioni, che lungi dall’essere garanti del bene e dell’interesse della comunità di riferimento, risulta essere l’owner più famelico fra tutti, per l’esercizio del proprio potere. Le persone, i cittadini, cui questi servizi sono erogati, diventano così utenti, consumatori da spremere in nome dell’efficienza economica e finanziaria, al fine di garantire ‘valore’ per le remunerazioni di manager e azionisti. Queste entità monster, chiamate a garantire valore e servizi per la comunità, sfruttano e opprimono la comunità per remunerare manager, azionisti e stakeholder eletti. Purtroppo questo scenario di iniquità e sopruso può essere garantito dal fatto che non esiste un mercato competitivo, trasparente, concorrenziale, per i servizi offerti. Il che acuisce gli effetti collaterali dei mostruosi conflitti di interesse i cui oneri vengono pagati dalla comunità. Ecco che i tifosi dell’acqua pubblica si trovano ad essere i burattini di questo sistema perverso di potere e profitti. Per società’ di questo tipo, la cui vocazione al bene comune dovrebbe costituirne l’essenza, non e’ possibile assiste ogni anno di questi tempi all’elargizione di remunerazioni e rendite posizionali che urlano vendetta rispetto alle tariffe applicate all’utente finale. Che e’ persona. Non lo si dimentichi. Dal generale al particolare, un circolo vizioso inaccettabile, che richiede una profonda revisione, da monte a valle.

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