Avevate impalato Pagliani , ora chiedete scusa in ginocchio

DI PIERLUIGI GHIGGINI

10/1/2021 – Il 23 dicembre 2020, alle sette della sera dell’antivigilia di Natale, l’avvocato Giuseppe Pagliani è uscito da sei anni di incubo giudiziario, cominciato con l’arresto nella notte della maxi operazione Aemilia (28 gennaio 2015) e l’indagato in manette dato in pasto ai media di tutto il Paese. Pagliani fu assolto in primo grado dall’accusa infamante di concorso in associazione mafiosa, ma dopo del ricorso del grande accusatore della Dda Marco Mescolini, il verdetto venne ribaltato in appello con la condanna a quattro anni. Sono seguiti il ricorso dell’imputato in Cassazione, quindi l’annullamento della sentenza di condanna per gravi ragioni sostanziali e il rinvio a una sezione diversa della Corte d’appello di Bologna. Finalmente il calvario si è concluso – lo scorso 23 dicembre, cinque anni e dieci mesi dopo l’arresto – con l’assoluzione piena perché il fatto non sussiste.

Saranno le motivazioni a spiegare le ragioni di un proscioglimento giudiziario che restituisce definitivamente l’onore all’avvocato ingiustamente arrestato e perseguitato.

Qualcuno per lavarsi la coscienza potrà dire che alla fine c’è sempre un giudice a Berlino. Ma sarà soltanto una meschina ipocrisia: perché sin dal primo momento erano appari conclamati sia l’inconsistenza dell’accusa (l’inesistente patto con i mafiosi contro le interdittive antimafia di De Miro), sia il vertiginoso paradosso di un esponente politico di opposizione accusato di trescare con gli ndranghestisti calabresi, ma che non aveva mai firmato né un piano particolareggiato né una concessione edilizia, quando ad aver fatto fior di affari i costruttori cutresi negli anni del peggior sacco urbanistico della storia di Reggio Emilia erano stati i sindaci, le Giunte e le amministrazioni di sinistra, del resto tenute bene al riparo dalle Procure. Amministratori con salvacondotto giudiziario, i quali per dialogare con costruttori in odore e/o condannati per ndrangheta non avevano bisogno di andare a cena agli Antichi Sapori di Pasquale Brescia, a Villa Gaida: erano loro a frequentare gli uffici comunali, dove una valente ingegnere cutrese era stata piazzata vertici dell’urbanistica e dei lavori pubblici del comune di Reggio.

Giuseppe Pagliani

Il tutto incredibilmente fuori dalla portata dei radar della Dda e della Procura di Reggio: evidentemente le tracce del malaffare si perdevano nelle mitiche nebbie padane dei tempi che furono, rendendo impossibile ogni tentativo di individuazione dei percorsi a sinistra.

Fari abbacinanti invece furono accesi su due politici, entrambi di Forza Italia: Giovanni Paolo Bernini di Parma, che sulla sua vicenda ha pure scritto un pamphlet di fuoco, e il reggiano di Arceto Giuseppe Pagliani, all’epoca dell’arresto principale esponente dell’opposizione di centro-destra a Reggio Emilia. Entrambi estranei al sistema Pci-Pd-cutresi che ha governato affari e palazzinari nel reggiano, entrambi perseguitati dalla Procura, entrambi macellati politicamente e personalmente, entrambi assolti.

Ora non venga a dire che la politica e le sue fogne, in questa vicenda infame, non c’entrano, anche alla luce dei miasmi dello scandalo Palamara che hanno ammorbato la nomina del dottor Mescolini alla Procura reggiana. Non si dica, per favore, che non c’entra il fatto che “Reggio è importante per tutto”, come nel famoso whatsapp inviato dal dottor Mescolini all’amico Palamara “Re di Roma”.

Lo sapevano tutti sin dal primo momento che Pagliani veniva portato al macello per un regolamento di conti politico. Siamo stati tra i pochissimi sostenerlo pubblicamente, a viso aperto e senza temere rappresaglie sempre incombenti. Eppure doveva essere diventato chiaro anche a ciechi e sordi almeno in certo giorno del 2016, quando senza neppure attendere la sentenza di primo grado, un consigliere comunale democristiano del Pd lesse ad alta voce in Sala del Tricolore una mozione urgente firmata anche da altri dem e dai 5 Stelle, nella quale Pagliani veniva definito praticamente come un mostro politico e civile, e addirittura come “un pericolo per il futuro stesso della città di Reggio”. Testuale. Non si era mai arrivati a tanto nei confronti di nessuno.

E’ difficile dimenticare quelle parole pesanti come il piombo, pronunciate nel silenzio surreale quanto compiaciuto della maggioranza, che in pochi minuti avevano ridotto la Sala del Tricolore a un patibolo e Pagliani in un in un essere spregevole da emarginare e simbolicamente da impalare.

Anche se il documento fu poi ritirato e non messo ai voti, esse segnarono il punto più basso della storia di Sala del Tricolore.

Oggi, che il calvario è concluso, ma con prezzi sanguinosi personali e politici che mai nessuno potrà risarcire, si comprende bene, ancora più di prima, la ragione di quel terribile ostracismo firmato Pd: la condanna civile e politica di Pagliani, prima ancora che giudiziaria, doveva servire da pietra tombale sotto cui seppellire le enormi responsabilità della sinistra al governo da 75 anni, nell’aver creato col sacco edilizio un ambiente favorevole, come mai era accaduto in altre regioni del Nord, all’insediamento del crimine organizzato nella società, nell’economia e nella politica. Pagliani doveva essere il capro espiatorio, e la morte civile e politica di un innocente il prezzo da pagare per salvare e perpetuare un sistema infetto. E chi meglio di un politico di centro destra, oltretutto di quelli scomodi perché scavava nei disastri cooperativi e nei malaffari politici – ad esempio la vicenda del Global Service della Provincia targata Masini – poteva tornare utile alla bisogna?

Il disegno ha funzionato per sei anni. I sindaci hanno sfilato più volte con la fascia tricolore nell’aula bunker del processo Aemilia, però si sono guardati bene dal procedere a un esame autocritico degno di tale nome, a quella confessione generale e pubblica che sarebbe indispensabile per andare alle radici della penetrazione ndranghetistica e del disastro della legalità a Reggio Emilia. Tanto c’era Pagliani, e il nodo politica-mafia la Dda lo aveva risolto sommariamente con la sua testa.

Ma oggi, dopo sei anni, quella copertura è caduta, il velo è definitivamente strappato. Ora la politica reggiana, il Pd e i suoi antenati, sono chiamati a fare i conti con le loro responsabilità. Probabilmente servirà un Aemilia-bis per scavare dove si sono fermati il dottor Mescolini e il collegio giudicante di Aemilia, vale a dire in quella compromissione tra politica di governo, economia e ndranghetisti su cui è avvenuta una mutazione genetica senza precedenti della reggianità. Dubitiamo che ve ne sia la forza e , soprattutto, la volontà. Ma che almeno vi sia la dignità di presentare scuse autentiche a Giuseppe Pagliani, bruciato sul rogo politico in Sala del Tricolore come “un pericolo per la stessa città di Reggio Emilia”, in un certo pomeriggio del 2016. Quelle scuse gliele devono tutti.

Vedremo se oggi, o nelle prossime riunioni consiliari, qualcuno oserà battere un colpo. Se qualcuno ha fatto o pensa di fare i conti con la propria coscienza.

Avevano impalato Pagliani per i loro interessi di bottega, ora hanno il dovere di chiedere scusa in ginocchio.

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8 risposte a Avevate impalato Pagliani , ora chiedete scusa in ginocchio

  1. Federico Braglia Rispondi

    10/01/2021 alle 22:52

    Concordo pienamente.

  2. gianni Rispondi

    10/01/2021 alle 22:56

    Credevo che avrebbero fatto dichiarazioni simili alle scuse, quantomeno una sorya di felicitazione per l’esito giudiziario. Invece c’é stato un lugubre e omertoso silenzio fra le fila della maggioranza, coerente con le dichiarazioni di fuoco rilasciate nell’immediatezza dell’arresto e poi della condanna in appello. Questa mancanza di umanità e di rispetto ferisce il buon senso comune.

  3. Laurenzia Azzolini Rispondi

    10/01/2021 alle 23:09

    Ho sempre creduto nell innocenza di
    Giuseppe Pagliani, ho pregato x lui e x la sua famiglia
    Oggi qualcuno dovra’ chiedere scusa a Pagliani, ma niente e nessuno potra’ rimborsarlo per il Calvario subito
    Felicissima x l esito del lunghissimo iter giudiziario, mi stringo a lui , alla famiglia e agli amici che hanno creduto in lui !
    Mi complimento con Pierluigi Ghiggini x l’ onesta ‘ intellettuale e il coraggio che dimostra sempre davanti a fatti vergognosi che accadono , continuamente,in questa citta’ rossa e corrotta !

  4. Alessandro Raniero Davoli Rispondi

    11/01/2021 alle 12:09

    Oltre tre mesi fa ho preso appuntamento e mi sono recato presso l’ufficio del Procuratore Capo dr. Marco Mescolini. A causa di “problemi famigliari” (questo quanto riferitomi) mi ha ricevuto il comandante del nucleo Cc distaccato presso il Procuratore Capo, il luogotenente Dario Testa. Avevo tre segnalazioni da fare. La prima riguardava una azienda edile che ha “vinto” tre appalti pubblici per oltre due milioni di euro, in due comuni dell’Appennino reggiano. Da una ricerca svolta da una amica risulta che la ditta, registrata in un comune campano, fa riferimento alla famiglia “omonima” di un potente clan camorristico, addirittura un responsabile dei lavori, con lo stesso cognome “importante” aveva partecipato, alcuni anni prima, ad una spedizione punitiva organizzata da pluripregiudicati, membri del clan.
    Si trattò del feroce pestaggio di un diciassettenne, (trenta giorni di ricovero ospedaliero per varie fratture), appartenente ad un clan rivale. Aveva osato corteggiare una ragazza del clan avversario. Nonostante le evidenze, il prefetto della città campana, aveva permesso l’iscrizione della ditta edile nella “white list”, ovvero la lista di aziende non infiltrate dalla criminalità organizzata. La grossa società edile ha vinto numerosi appalti, oltre che nella provincia di Reggio Emilia, in Emilia Romagna e in altre regioni italiane.
    La reazione del luogotenente Testa, molto gentile e attento a quanto gli ho riferito, è stata pronta e decisa. Mi ha promesso che della mia relazione sarebbe stata informata la DDA di Bologna. Prima di salutarlo gli ho detto che non sarebbe stato accettabile che Procura, comando provinciale dei carabinieri, guardia di finanza, polizia di stato ecc impiegassero altri trentacinque-quarant’anni per scoprire e processare l’infiltrazione della camorra nella nostra provincia, come nel caso della ndrangheta arrivata Reggio Emilia negli anni ‘80 del secolo scorso. E ancora una volta non vedere le complicità degli amministratori del PD.
    Può bastare ai lettori per porsi qualche domanda e aprire gli occhi … ?
    Saluti,
    Alessandro Raniero Davoli
    Consigliere, capogruppo consiliare, CASTELNOVO LIBERA
    Consigliere Unione dei comuni dell’Appennino reggiano, gruppo Lega-Fratelli d’Italia

    Ps: sono stato volutamente vago e non ho scritto nomi, spero si comprenda il motivo. La Procura della Repubblica da mesi è adeguatamente informata. Mi aspetto che si proceda …

  5. Giuseppe Rispondi

    11/01/2021 alle 12:32

    Che coraggio, Ghiggini! Unico, solo, in questa terra e tra questa gente, ad avere questo coraggio della verità, nel campo della informazione. I politici dell’opposizione seguano questo esempio, partano da quella che non e’ una denuncia, ma una constatazione dei fatti. La politica trovi il coraggio e la responsabilità di una valida alternativa a questi 75 anni di regime. Perché se non c’è’ alternanza, c’è’ regime. Anche questa, non denuncia o critica, ma mera constatazione della realtà. Le forze di opposizione prendano atto delle loro responsabilità e agiscano di conseguenza. E un grazie, sentito, Dottor Ghiggini, per questo coraggio della verità!

  6. L'Eretico Rispondi

    11/01/2021 alle 22:37

    Non concordo per niente.
    Da un punto di vista formale l’assoluzione è ineccepibile. Meno dal punto di vista sostanziale, siamo onesti signori.

    Saluti

  7. maura simonazzi Rispondi

    12/01/2021 alle 01:01

    viva la verità….anche se arriva ormai coi capelli bianchi

  8. pioppi alberto Rispondi

    16/01/2021 alle 21:58

    carissimo dott pagliani mi dispiace che decida di non svolgere attiivita politica . Proprio in virtu dell’assoluzione si puo dire che l’attivita politica del centro destra e ostacolata da pretesti.

    la sentenza deve essere uno stimolo per tutti a continua la battaglia contro la sinistra reggio emilia.

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