“Sì all’inclusione e no ai populismi in nome dei fratelli Cervi”
Continua l’abuso politico del martirio, col silenzio sulle colpe del Pci

28/12/2020 – “Casa Cervi luogo aperto e inclusivo”, e Reggio deve esserlo come lo fu la famiglia dei Campi Rossi. Lo ha detto il sindaco Luca Vecchi questa mattina al poligono di tiro di Reggio Emilia, dove è stato ricordato l’eccidio dei sette fratelli Cervi (Agostino, Aldo, Antenore, Ettore, Ferdinando, Gelindo e Ovidio) e di Quarto Camurri  nel 77mo anniversario della fucilazione avvenuta al Poligono il 28 dicembre 1943, per mano dei fascisti. Ancora una volta il martirio dei Cervi è stata occasione per piegare la storia all’ideologia del presente.

La famiglia di Alcide Cervi, con la moglie Geoeffa Cocconi i sette fratelli e le loro mogli

Quest’anno Vecchi si è spinto a infilare “populismi e nazionalismi” nel calderone delle infezioni da combattere in nome dei fratelli Cervi e dell’antifascismo. Ancora una volta, naturalmente, non una parola sulle responsabilità dei vertici del Partito comunista di allora nell’isolamento che impedì ai Cervi di mettersi in salvo dall’arresto da parte della Gnr, alla fine di novembre del 1944, e nelle delazioni che aprirono la strada all’assalto ai Campi Rossi.

Il raccoglimento di fronte alla lapide commemorativa dei fratelli Cervi

La cerimonia, alla quale hanno preso parte al sindaco di Reggio Emilia i e la presidente Istituto Alcide Cervi Albertina Soliani , si è svolta al Poligono di Tiro di Reggio Emilia, senza pubblico nel rispetto della normativa anti Covid, ed è stata trasmessa in diretta sulle pagine Facebook dell’Istituto Cervi e del Comune.

IL DISCORSO DEL SINDACO VECCHI

“Il ricordo del sacrificio dei sette Fratelli Cervi e di Quarto Camurri che celebriamo questa mattina – ha detto il sindaco Luca Vecchi – è un appuntamento che si ripete da 77 anni e quest’anno acquista un significato ancora più sentito ed emotivamente partecipato per ciò che è stato e ha rappresentato il 2020 non solo per Reggio Emilia ma per l’Italia e il mondo intero. Questo eccidio non rappresenta solo la vicenda umana e drammatica di una famiglia ma di una collettività, tanto da divenire parte integrante della storia e della memoria della nostra comunità. Vi è, infatti, un intreccio profondo tra il dramma famigliare dei fratelli Cervi, le tragedie collettive, l’epopea della Resistenza e l’evoluzione di un popolo che, anche in questi episodi, ha forgiato la propria identità e il proprio senso di appartenenza. C’è un fil rouge che lega questa storia umana e le vicende dell’antifascismo e della Liberazione con ciò che siamo oggi, qui a Reggio Emilia, in Italia e in Europa. Noi siamo ciò che siamo in funzione di quanto è accaduto 77 anni fa e di quel lungo percorso che ha costruito la nostra reggianità o, se vogliamo, la nostra emilianità. Un patrimonio di valori fondati sull’educazione, l’ospitalità, la generosità, l’apertura al diverso e l’aspirazione al progresso, anche tecnologico, di cui la famiglia Cervi fu espressione. 

La storia di Alcide Cervi e Genoeffa Cocconi e dei loro sette figli ci parla della cultura del lavoro, del legame con la terra, dell’intraprendenza contadina ma anche e soprattutto di diritti umani, di legalità, del significato di una società aperta e colta che vuole costruire giorno per giorno la propria dimensione locale senza prescindere da quella globale. È una vicenda orientata all’emancipazione e all’innovazione in ambito sociale, lavorativo e culturale, una storia che parla di accoglienza nei confronti dei reduci, dei militari italiani e stranieri che erano allo sbando e, ovviamente, dei partigiani a cui diedero il loro pieno sostegno. Casa Cervi fu luogo principe dell’inclusione per chi aveva bisogno, nel nome di una convivenza civile e nell’accettazione della diversità. Valori che sono tipici della nostra terra e che dovrebbero essere la guida e il punto di riferimento per affrontare i grandi temi globali del nostro tempo, come le migrazioni. 

È questa l’eredità più importante che ci insegna il sacrifico dei fratelli Cervi e di Quarto Camurri, così come la tragedia dei Martiri di Villa Sesso, la storia di Don Pasquino Borghi e le tante drammatiche esperienze dell’antifascismo e della Resistenza che hanno segnato la storia del Novecento fino al 7 luglio 1960. Tanti momenti fondamentali di una storia collettiva che ci ha reso ciò che siamo oggi e che rappresentano quella memoria del passato che continuerà ad orientarci nel futuro, al di là dei campanilismi o, peggio, dei nuovi populismi e nazionalismi. Reggio Emilia è stata e continua ad essere una terra aperta, un luogo inclusivo, esattamente come lo fu Casa Cervi”.

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3 risposte a “Sì all’inclusione e no ai populismi in nome dei fratelli Cervi”
Continua l’abuso politico del martirio, col silenzio sulle colpe del Pci

  1. Gigio Rispondi

    28/12/2020 alle 20:15

    Mi aspetto prima o poi una degna commemorazione anche per i sette fratelli Govoni massacrati da questi eroi partigiani . Di otto fratelli solo due avevano aderito al fascismo ma non e’ bastato per salvarli dalla furia di questi salvatori della patria . Beato chi crede ancora alle favole della sinistra .

  2. Gigio Rispondi

    28/12/2020 alle 20:22

    A quando la commemorazione dei sette fratelli Govoni ?

  3. Ivaldo Casali Rispondi

    29/12/2020 alle 12:28

    Ogni anno vengono ricordati e santificati, con le puntuali e devote visite, dalle Autorità Istituzionali ai vari livelli, mentre viene volutamente ignorato il mostruoso sacrificio, peraltro a guerra finita, dei 7 F.lli Govoni, torturati e uccisi vigliaccamente dai partigiani comunisti. La tragica vicenda avviene a Pieve di Cento (BO) l’11 maggio 1945, quando vengono prelevati i 7 fratelli Govoni, 6 maschi e una femmina di 20 anni, madre di una bimba di alcuni mesi, torturati orrendamente per una notte ed uccisi nel modo più vigliacco e barbaro, con strangolamento mediante fil di ferro, dai partigiani comunisti della 2° brigata Paolo. Ci fu un processo che si concluse con quattro condanne all’ergastolo, ma la giustizia non potè fare il suo corso: gli assassini, così come in molti altri casi, vennero fatti fuggire oltre cortina in Cecoslovacchia, con l’aiuto e l’assistenza del Pci e dell’Anpi, e di loro si perse ogni traccia. Solo nel febbraio del 1951 furono individuate due fosse comuni con le vittime dei partigiani: nella prima c’erano 25 corpi, nella seconda 17, tra cui quelli dei 7 F.lli Govoni.

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