Sfregio a Norma Cossetto: “A Reggio scelta aberrante”
Lo sdegno del sindaco di Trieste
Dipiazza a Vecchi: “Non sporcarti le mani, vieni da noi il 10 febbraio”

DI PIERLUIGI GHIGGINI

12/2/2020 – “E’ pazzesco, aberrante, fuori dal mondo vedere ancora che c’è chi nega i terribili omicidi compiuti dai partigiani comunisti di Tito nei confronti di persone che avevano la sola colpa di essere italiane, come la povera Norma Cossetto, violentata da delle bestie prima di essere gettata in una foiba con i polsi legati ed i seni pugnalati”. Sono parole di fuoco quelle del sindaco di Trieste Roberto Dipiazza, in una dichiarazione postata su Facebook e rilanciata dalle agenzie, a commento dello stop, da parte del Comune di Reggio Emilia, dell’intitolazione di una via a Norma Cossetto.

Il sindaco di Trieste Roberto Dipiazza

Dipiazza chiede al sindaco di Reggio, Luca Vecchi, “di non sporcarsi le mani”, e lo invita con tutta la Giunta a trieste, il prossimo 10 febbraio, in occasione del Giorno del Ricordo.

“Negare queste vicende vuol dire diventare complici di questi crimini – ammonisce Dipiazza – e non credo che il Sindaco di Reggio Emilia voglia sporcarsi le mani del sangue di italiani innocenti come Norma Cossetto, negando fatti, purtroppo accertati e coperti per anni da un colpevole silenzio. Invito il Sindaco di Reggio Emilia, come rappresentante delle istituzioni, e tutta la sua Giunta a Trieste il prossimo 10 febbraio per onorare insieme questi nostri martiri, tra cui Norma Cossetto”.

Norma Cossetto e la sua tomba

A sua volta il vice-sindaco triestino Paolo Polidori di chiara: “Resto basito quando verifico che a Reggio c’è invece una via intitolata nientemeno che a colui che si rese responsabile della pulizia etnica in Istria: Josip Broz Tito
Ebbene, io invito invece il Sindaco di Reggio Emilia a sostituire via Tito con via Norma Cossetto, per almeno così mitigare il grave errore di aver celebrato finora un infoibatore, quale fu Tito, da annoverare tra i più efferati criminali della storia”.

Le reazioni al verbale della commissione toponomastica del 27 ottobre nel quale viene messa in discussione persino l’istruttoria compiuta dalla commissione nazionale che ha ssegnato la Medaglia d’Oro al Valor civile a Norma Cossetto, si sono moltiplicano in tutto il Paese. La notizia anticipata ieri de Reggio Report è diventata virale in Rete. E lo “sfregio reggiano” alla memoria della martire istriana è diventato rapidamente un caso nazionale, anche nelle segreterie politiche.

E’ insorto anche il Comitato 10 Febbraio , che con una dichiarazione del presidente nazionale Emanuele Merlino chiede al sindaco di Reggio con un’inchiesta interna sull’operato della Commissione toponomastica, e l’intervento del Prefetto .

Ilsindaco Vecchi con i partigiani dell’Anpi

Vengono i brividi a leggere queste dichiarazioni. Chiediamo un intervento urgentissimo del sindaco di Reggio Emilia, affinchè sia avviata un’indagine interna – si legge nel comunicato diffuso da Merlino a nome del Comitato – Inoltre “chiediamo al presidente del Consiglio comunale e ai capigruppo consiliari di far rispettare la decisione della massima assise cittadina (la delibera con cui Sala del Tricolore ha decisol’initolazione della via a Norma Cossetto, ndr.) e all’Istoreco se condivide le posizioni del suo rappresentante nella commissione toponomastica”. Posizioni “che sembrano voler suggerire che la famiglia Cossetto abbia, per motivazioni politiche, strumentalizzato o forse inventato le circostanze della morte di Norma Cossetto. O, addirittura, che le idee politiche della famiglia di Norma, vere o presunte che siano, possano giustificare l’orrendo e ripugnante crimine”. Insomma, conclude il comitato, “ci auguriamo che questa brutta pagina si chiuda al piu’ presto con l’inaugurazione di una via a Norma Cossetto, magari proprio il 10 febbraio durante le cerimonie per il Giorno del Ricordo“.

LA VICENDA

Nel settembre scorso il Consiglio comunale di Reggio Emilia ha approvato -con l’astensione del Pd e il voto contrario di Leu- una mozione presentata dalla minoranza per dedicare un luogo della città alla studentessa istriana Norma Cossetto, medaglia d’oro al merito civile, che a 23 anni fu torturata, stuprata e gettata in una foiba nell’ottobre 1943 dai partigiani comunisti di Tito.

La commissione Toponomastica del Comune però, nella riunione del 27 ottobre, ha stoppato l’iter per l’applicazione del provvedimento perchè uno dei componenti, Massimo Storchi di Istoreco – interpellato in proposito – ha in sostanza messo in dubbio le “vissicitudini” della cattura e dell’uccisione di Norma Cossetto, sottolineando come la giovane appartenesse a una famiglia fascista “anche sotto la repubblica di Salò” e affermando che il padre era rimasto ucciso in una operazione contro i partigiani, combattendo a “fianco dei nazisti”. Circostanza, questa, seccamente smentita da più partit e in particolare da Diana Cossetto, cugina di Norma. La commissione reggiana inoltre ha messo in dubbio che a Roma sia stata fatta “un’istruttoria approfondita” in sede di assegnazione della medaglia d’oro. Da qui “la sospensione di ogni parere- si legge nel verbale della riunione della commissione- in attesa di formalizzare la richiesta alla presidenza della Repubblica, e di ricevere da quest’ultima risposta”.

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2 risposte a Sfregio a Norma Cossetto: “A Reggio scelta aberrante”
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  1. Carlo Menozzi Rispondi

    03/12/2020 alle 07:39

    Sempre più peggio emilia …. complimenti …..

  2. Laura Brussi - Volontariato per non dimenticare - Esule da Pola Rispondi

    05/12/2020 alle 22:31

    STORIA NEGATA Reggio Emilia sospende l’intitolazione di un luogo pubblico in ricordo di Norma Cossetto Martire delle foibe ma conserva quella per il Maresciallo Tito infoibatore e assassino

    Correva la primavera del 2018 quando Don Eugenio Morlini, un sacerdote reggiano che interpretava la storia alla luce di una naturale sensibilità cristiana, espresse un parere sostanzialmente scontato avallando la richiesta di perdono formulata cinque anni prima, ad opera di Meris Corghi, figlia di un partigiano che negli anni tempestosi delle guerra civile aveva ucciso “in odium fidei” il seminarista Rolando Rivi (1): la richiesta esprimeva una conclusione logica e inoppugnabile, se non altro per coerenza con la vocazione e con l’abito di Don Eugenio. Era presumibile che fossero tutti d’accordo ma non fu così: il solerte e funzionale Istituto reggiano per la Storia della Resistenza e della Società Contemporanea, tramite il Dr. Massimo Storchi, dirigente del suo Archivio, fece sapere che “la riconciliazione è un atto privato che non c’entra con la storia” e che nei commenti alle vicende degli anni Quaranta “non c’è più animosità, salvo quando parliamo con i fascisti”. Di qui, secondo lui, la sostanziale impossibilità di elevare a ruolo “pubblico” un perdono che “riguarda solo la morale e la metafisica”.
    Il carattere opinabile dell’assunto è di tutta evidenza. La riconciliazione, vera o presunta che sia, è un atto pubblico ancor prima che privato, come ha dimostrato, fra tanti episodi, il “pellegrinaggio” a Basovizza compiuto nel luglio 2020 dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e dal suo omologo di Lubiana Borut Pahor per rendere omaggio congiunto a Caduti dell’una e dell’altra sponda, sebbene i quattro sloveni fucilati nel 1930 fossero rei confessi di attentati terroristici causa di Vittime civili e di gravi danni. Ciò, senza dire che il perdono appartiene alla sfera etica espressa dalla legge morale sin dai tempi di Antigone (lasciando stare la sua commistione con la metafisica che adombra un errore di natura filosofica, politicamente e culturalmente inaccettabile). Quanto all’animosità dei fascisti, anch’essa vera o presunta che sia, resta da vedere in qual misura sia causa, e in qual misura effetto: cosa che nella fattispecie non dovrebbe essere ardua, perché il Dr. Storchi è storico capace di essere oggettivo, avendo scritto senza remore – e distinguendosi da talune “vulgate” spesso prevalenti – che “la Resistenza non fu fenomeno di massa” (2).
    La premessa era necessaria per mettere a fuoco la figura del medesimo Storchi, assurto alla ribalta non soltanto emiliana per avere indotto la Commissione toponomastica del Comune di Reggio, di cui egli fa parte in rappresentanza dell’IRECO, a porre in lista d’attesa la delibera di intitolare un luogo pubblico alla memoria di Norma Cossetto sulla falsariga di quanto hanno già fatto circa ottanta Amministrazioni comunali, senza contare le 850 italiane (e quelle estere di Austria, Australia, Canada, Croazia e Sudafrica) che hanno adottato analogo provvedimento a carattere generale per le 20 mila Vittime infoibate o diversamente massacrate dai partigiani di Tito e per i 350 mila Esuli dispersi nel mondo (3).
    La Commissione, composta da cinque membri (4), esaminando una precedente mozione istituzionale che aveva già approvato l’iniziativa a larga maggioranza, ha disposto per nuovi accertamenti accogliendo le pregiudiziali di Storchi, riassumibili nel fatto che sulla tragedia di Norma esisterebbero solo fonti verbali; che la famiglia era fascista; e che il padre, appartenente alla Milizia, sarebbe morto combattendo contro i partigiani. C’è di più: non potendo negare che la stessa Norma fu insignita di Medaglia d’Oro dal Presidente

    della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi (2006) per il nobile comportamento assunto davanti ai suoi stupratori e massacratori, la Commissione ha deciso di chiedere chiarimenti al Quirinale nell’ipotesi, oggettivamente offensiva, che l’istruttoria non sia stata sufficientemente “approfondita”. Peccato che, a completamento di scrupoli tanto solerti, la richiesta non sia stata inviata anche all’Università di Padova per la laurea “honoris causa” a suo tempo conferita alla memoria di Norma (5).
    Le motivazioni della sospensione sono oggettivamente allucinanti: la prima, secondo cui la tragedia della compianta Vittima avrebbe riferimenti nella sola tradizione orale, è contraddetta in primo luogo dal buon senso. Non è forse vero che le Spoglie mortali della sventurata studentessa istriana furono recuperate dalla squadra dei Vigili del Fuoco di Pola, comandata dall’eroico Maresciallo Arnaldo Harzarich, con tanto di verbali e di dettagli angosciosi su cui la “pietas” invita a stendere un velo di commosso silenzio, e già pubblicati dallo storico Guido Rumici (6)? Quelle Spoglie non sono forse una prova? Non è forse vero che la storiografia e le testimonianze, fra cui quelle degli ultimi allievi in vita (7) è stata prodiga di testi esaustivi sulla tragedia di Norma, fino a ricostruirne il dramma in ogni dettaglio? Si vuole forse insinuare che la Medaglia d’Oro conferita “motu proprio” dal Presidente Ciampi non abbia avuto il supporto di un’indagine propedeutica che è prassi normalmente dovuta?
    Quanto all’affermazione secondo cui Giuseppe Cossetto, padre di Norma, sarebbe caduto combattendo a fianco dei tedeschi e dei fascisti, si tratta di un vero e proprio falso: in realtà, essendo stato informato della scomparsa di sua figlia, si era affrettato a rientrare in Istria da Trieste, per porsi alla ricerca di ogni traccia utile, assieme al cugino Mario Bellini. Ebbene, ebbero la disgrazia di incrociare una squadra partigiana: entrambi furono catturati e passati per le armi, e a loro volta gettati in foiba. Certo, Giuseppe era fascista (come buona parte degli italiani) e apparteneva a una famiglia altolocata e benestante, ma si distingueva per l’atteggiamento collaborativo nei confronti di chiunque, se non anche per una riconosciuta opera di benefattore, sia a vantaggio dei concittadini italiani, sia in favore della minoranza croata.
    Un’ultima considerazione riguarda i dubbi che possono essere avanzati sulla reale idoneità giuridica della Commissione toponomastica a entrare nel merito della questione, di competenza degli Organi volitivi del Comune che avevano già deliberato (8), laddove il parere della Commissione in parola è richiesto funzionalmente ai soli fini delle valutazioni circa la disponibilità effettiva dei luoghi e l’eventuale opportunità di “rinomina” sia pure parziale di altri già in essere, ma allo stato delle cose si tratta di un argomento secondario: la questione, prima di essere rilevante in linea di diritto, ha finito per diventare soprattutto etica e politica.
    A quest’ultimo proposito, è bene rammentare agli ignari che sin dal 2007 il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, celebrando il “Giorno del Ricordo” (10 febbraio) aveva posto chiaramente in luce come quello perpetrato a danno del popolo giuliano istriano e dalmata fosse stato un delitto contro l’umanità; e che il suo successore ha ribadito l’affermazione nella ricorrenza del 2019.
    Nondimeno, la storia del confine orientale si sta rivelando ancor più “complessa” di quanto effettivamente sia, a causa di un negazionismo strisciante davvero degno di miglior causa. Sul piano morale l’Olocausto di Venezia Giulia, Istria e Dalmazia non è certo inferiore a quello di tanti altri popoli, se non altro per essersi distinto nell’alta visione cristiana della sua lunga tragedia.
    Carlo Montani / Storico – Esule da Fiume

    Annotazioni
    (1) – L’uccisione di Rolando Rivi fu “uno dei crimini più odiosi” compiuti dalla Resistenza reggiana. Il giovane seminarista aveva 14 anni appena compiuti, essendo nato a Castellarano il 7 gennaio 1931, ed aveva vestito l’abito, come da consuetudine dell’epoca, sin dal 1942 quando aveva scelto di farsi Servo di Dio. Nei tempi plumbei della guerra civile i partigiani non portarono rispetto alla giovane età né all’abito talare: lo sequestrarono il 10 aprile 1945, lo sottoposero a tre giorni di torture inaudite, lo costrinsero a scavarsi la fossa e lo finirono a colpi di pistola il giorno 13: al morituro fu concesso solo di recitare una preghiera. A quasi settant’anni dai fatti la Beatitudine del Caduto è stata solennemente proclamata da Papa Francesco (5 ottobre 2013). In tale data il Vescovo di Reggio Emilia, Mons. Massimo Camisasca, ha definito tutta la vicenda di Rolando come un vero e proprio “miracolo”: non ha avuto torto perché nell’occasione la figlia di Giuseppe Corghi, responsabile dell’assassinio assieme ad un altro partigiano nella persona di Delciso Rioli, chiese e ottenne il perdono di Rosanna Rivi, sorella del Caduto, e quello di altri congiunti, suggellato da un abbraccio. Gli autori del delitto erano stati processati a suo tempo e condannati a 23 anni di reclusione, 17 dei quali condonati per sopraggiunta amnistia.
    (2) – cfr. Massimo Storchi, Antifascismo: il fragile fiore, Reggio Emilia, 29 ottobre 2018. L’assunto di tale articolo pubblicato sulla stampa locale non si riferisce alla sola tradizionale dicotomia tra Italia centro-settentrionale e Mezzogiorno, ma anche al Nord, con le brave eccezioni, in particolare, di Parma e della stessa Reggio. Al medesimo Autore si deve una decina di saggi sulla storia della Resistenza: l’ultimo della serie (Massimo Storchi, Anche contro donne e bambini: stragi naziste e fasciste nella terra dei Cervi, Edizioni Imprimatur, Reggio Emilia 2016) propone una singolare coincidenza con la vicenda delle foibe, dove quasi un decimo delle Vittime, come da puntuali ricostruzioni storiografiche, furono proprio donne e minori (al riguardo, cfr. Giuseppina Mellace, Una grande tragedia dimenticata: la vera storia delle foibe, Newton Compton Editori, Roma 2015: il volume contiene l’elenco – sia pure incompleto – delle centinaia di donne infoibate e altrimenti massacrate, pagg. 239-261). E non è male precisare che la strage dei Cervi fu analoga a quella dei sette fratelli Govoni uccisi dai partigiani ma condannati all’oblio perché appartenenti alla “parte sbagliata”.
    (3) – L’occasione è congrua per rammentare che Reggio Emilia, assieme a Parma e Nuoro (oltre ad altri otto Comuni) è il solo capoluogo di provincia ad avere intitolato un luogo pubblico a Tito, che a suo tempo fu riconosciuto “infoibatore ed assassino” dalla giustizia italiana quando il Tribunale di Roma assolse con formula piena (1961) il Direttore di “Difesa Adriatica” Silvano Drago dall’accusa di averlo definito tale: era la verità! Quanto a Reggio, resta la prima della classe, come si deduce dall’analogo omaggio toponomastico a onore del compagno Lenin, tuttora perenne visto che nessuno ne propone la rimozione. Ebbene, in Croazia, in Slovenia e negli altri Stati ex jugoslavi analoghe intitolazioni sono generalmente scomparse, mentre in Italia resistono tuttora, certo non a caso. Sono considerazioni oggettive che intendono porre in evidenza l’opportunità che il Comune italiano dove la Bandiera tricolore ebbe il glorioso battesimo voglia considerare in un’ottica altrettanto obiettiva una “realtà effettuale” ormai consolidata come la storia di Esodo e foibe, e le “complesse vicende del confine orientale” (Legge 30 marzo 2004 n. 92). E quindi, voglia onorare il martirio di Norma Cossetto che assurse a simbolo della tragedia di un intero popolo per il nobile comportamento assunto nei confronti dei suoi assassini, rifiutando la vile profferta di passare dalla loro parte.

    (4) – La sospensiva è stata approvata il 27 ottobre 2020 da Chiara Piacentini, Delegata del Sindaco, dall’Assessore alla toponomastica Lanfranco De Franco, da Giuseppe Adriano Rossi in rappresentanza della Deputazione di Storia Patria, da Marco Bertani nella veste di dirigente del Comune, e dallo stesso Storchi, in qualità di direttore del Polo Archivistico. In tempi successivi, l’Assessore, a fronte dei dissensi esplosi a livello nazionale non appena la notizia si è diffusa, ha affermato che la Commissione non ha voluto esprimere un giudizio revisionista, limitandosi a sottolineare l’esigenza di un approfondimento: ecco un interessante paralogismo, idoneo a far conoscere agli ignari un concetto assolutamente nuovo di logica formale.
    (5) – L’Università patavina conferì la laurea postuma a Norma Cossetto nel 1949, per iniziativa del Rettore Prof. Aldo Ferrabino e del celebre latinista Prof. Concetto Marchesi, comunista di provata fede e parlamentare della Repubblica, ma onestamente obiettivo. L’Ateneo veneto, inoltre, ha ricordato Norma fra gli studenti Caduti per la libertà nella grande lapide dell’atrio, e in tempi successivi, nel cartiglio personalizzato che ha trovato collocazione nel cortile del Bo assieme ad altri memoriali.
    (6) – cfr. Guido Rumici, Infoibati: i nomi, i luoghi, i testimoni, i documenti, Gruppo Editoriale Mursia, Milano 2002, pagg. 498 (con ampia bibliografia). Il verbale dei recuperi dalla foiba di Villa Surani è reperibile alle pagg. 431 e seguenti.
    (7) – Norma, ormai laureanda, aveva ottenuto una supplenza annuale di lettere nella scuola media di Parenzo: ne sono rimaste testimonianze degli allievi fra cui quella di Ottavio Sicconi, oggi novantenne e titolare di una libreria a Latina, sempre attento e solerte nel ricordare le doti umane e professionali della sua giovane insegnante fino al commiato del giugno 1943: appena tre mesi prima della cattura di Norma ad opera partigiana (immediatamente successiva al disastro dell’otto settembre) e del calvario concluso nella foiba. Una ricostruzione esauriente è quella di Frediano Sessi, Foibe rosse: Vita di Norma Cossetto – uccisa in Istria nel ’43, Marsilio, Venezia 2007, pagg. 154 (l’Autore propone un quadro obiettivo corredato da una congrua bibliografia). Si deve aggiungere “ad abundantiam” che la vicenda di Norma ha trovato un’importante documentazione audiovisiva nel recente film “Red Land” (Terra Rossa) del regista Maximiliano Hernando Bruno, distribuito nel 2018 e diffuso con successo nelle sale italiane ma inspiegabilmente ritirato dalla programmazione nel giro di breve tempo.
    (8) – La questione è stata posta formalmente dall’Avv. Claudio Bassi, Vice Presidente del Consiglio comunale di Reggio Emilia e Capo Gruppo di Forza Italia che ha contestato la delibera della Commissione toponomastica chiedendone la decadenza, con relativa sostituzione totalitaria (analoga richiesta figura in un’interrogazione parlamentare a seguire, presentata alla Camera dei deputati dall’On. Maurizio Gasparri). Dal canto suo, il Gruppo della Lega ha posto in evidenza come a Reggio si continui a tollerare l’esistenza di una Via Tito pur essendo ormai noto quali e quante siano state le responsabilità del dittatore jugoslavo anche nella tragedia giuliana istriana e dalmata.

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