Strage di Bologna e depistaggi
Disinformazione e bugie di Paolo Bolognesi

DI GABRIELE PARADISI

6/10/2020 – «I tempi della commissione Mitrokhin sono superati, le inchieste hanno stabilito che la pista palestinese fu un depistaggio, il segreto di Stato su quello che loro dicono non c’è perché sia i magistrati di diverse inchieste e procure sia i parlamentari hanno visto queste carte eppure loro continuano a falsificare le informazioni».

Queste le frasi di Paolo Bolognesi, presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime della strage del 2 agosto 1980, pubblicate il 2 ottobre 2020 sulla sua pagina Facebook, in commento all’interpellanza urgente presentata dai deputati Federico Mollicone ed altri (n. 2-00898) e discussa alla Camera proprio nella mattinata dello stesso 2 ottobre.

Chi sono in realtà coloro i quali continuano a falsificare le informazioni?

Analizziamo brevemente le parole di Bolognesi.

  1. «Le inchieste hanno stabilito che la pista palestinese fu un depistaggio».

Stanno veramente così le cose? Lasciamo la parola a chi quelle inchieste le ha svolte in quasi dieci anni, dall’estate del 2005 al luglio del 2014. Un lasso di tempo abbastanza lungo direi per correr dietro a un “depistaggio”. I casi sono due: o i magistrati bolognesi non consideravano quella pista un depistaggio o, come ebbe a dire lo stesso Bolognesi nel 2012, andavano a “farfalline”. Vediamo come la pensavano esattamente in Procura.

Il 26 luglio 2013, il Procuratore capo della Procura della Repubblica di Bologna Roberto Alfonso, convoca una conferenza stampa in cui tra l’altro dichiara: «Probabilmente questo filone di Bologna [la “pista palestinese”], andava già da subito approfondito e si sarebbero dovuti mettere dei punti fermi. Cosa che non fu fatta [] venne gestito in maniera tale da non poter consentire un approfondimento».

E ancora, nella richiesta di archiviazione della Procura di Bologna del 30 luglio 2014 si legge: «… “mi trovavo nel posto sbagliato all’ora sbagliata…” ha dichiarato Kram al pubblico ministero ma quella imprevista e sorprendente presenza a Bologna, il giorno della strage, dell’esperto di cariche esplosive e detonatori a tempo avrebbe richiesto una risposta persuasiva, una precisazione o un’indicazione che consentisse di apprezzarne la casuale verità di una stravagante coincidenza del destino, fugando, ragionevolmente, il sospetto di un qualche coinvolgimento nell’esecuzione della strage […] La ingiustificata presenza a Bologna, il giorno della strage del 2 agosto 1980, di un terrorista tedesco esperto di esplosivi, identificato con carta di identità, alimenta un grumo residuo di sospetto».

Non ultimo il gip di Roma Pierluigi Balestrieri, nel dispositivo di archiviazione della denuncia per diffamazione che l’ex terrorista tedesco Thomas Kram aveva avanzato nei confronti del giudice Rosario Priore per una intervista rilasciata ad Andrea Purgatori per l’Huffington Post il 2 agosto 2013, in cui era stato definito “l’esplosivista di Carlos”, scrive: «La pista palestinese è basata su una «seria e attendibile piattaforma storiografica».

Thomas Kram

E dunque, con quale sfrontatezza e su quali elementi dunque si può affermare che «la pista palestinese fu un depistaggio»?

2 – «Il segreto di Stato su quello che loro dicono non c’è perché sia i magistrati di diverse inchieste e procure sia i parlamentari hanno visto queste carte».

Stanno veramente così le cose? Evidentemente no. Vediamo perché.

Le persone alle quali si riferisce Bolognesi («loro dicono») sono i deputati Mollicone, Frassinetti, Lollobrigida e Bignami, firmatari dell’interpellanza urgente sopracitata. «Queste carte» sono i documenti del capocentro del Sismi a Beirut Stefano Giovannone – ossia le informative che egli inviò a Forte Braschi nel periodo novembre 1979 (sequestro dei missili a Ortona e arresto di Abu Anzeh Saleh) agosto 1981 (liberazione di Saleh). Su quella documentazione – riguardanti i rapporti tra lo Stato italiano e le organizzazioni palestinesi (Olp e Fplp) – venne apposto il segreto di Stato dall’allora presidente del Consiglio Bettino Craxi il 28 agosto 1984.

I missili sequestrati a Ortona nel novembre 1979

Il 28 agosto 2014, trascorsi 30 anni, tale segreto è decaduto, ma immediatamente sono state apposte le classifiche originali aumentate, pertanto quei documenti sono rimasti inaccessibili.

In base alla legge 124/2007 i magistrati che si occupano di «fatti eversivi dell’ordine costituzionale o concernenti terrorismo, delitti di strage, associazione a delinquere di stampo mafioso, scambio elettorale di tipo politico-mafioso», possono in realtà accedere alla consultazione anche di documenti soggetti a segreto di Stato.

A fronte di ciò, durante il recente processo a Gilberto Cavallini tenutosi presso la Corte d’Assise del Tribunale di Bologna, gli avvocati della difesa chiesero nel gennaio 2019 al presidente Michele Leoni l’acquisizione di quelle carte. Il successivo 6 febbraio Leoni rigettò la richiesta. Analogo rifiuto venne formalizzato dalla presidenza del Consiglio dei Ministri il 14 maggio 2019. Non solo, pure gli avvocati di parte civile dell’Associazione dei familiari delle vittime, il 16 gennaio 2019, si sono opposti all’acquisizione di quelle carte.

Tali richieste a cui è stato risposto negativamente non avrebbero ragion d’essere se non esistessero documenti secretati come sostiene Bolognesi. Così come non avrebbe alcun senso la delibera approvata dai componenti del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir) che il 4 giugno 2020, hanno chiesto la desecretazione dei documenti riguardanti il caso Moro e le stragi di Bologna e Ustica.

La lettera di Palazzo Chigi a Giuliana Cavazza

Ma la cosa per certi versi ancora più eclatante è la lettera che Palazzo Chigi ha indirizzato il 21 agosto 2020 a Giuliana Cavazza, presidente onoraria dell’associazione «Verità per Ustica» e figlia di una delle 81 persone morte nella strage del 27 giugno 1980. In essa il governo, negando per l’ennesima volta la pubblicazione di quelle carte, afferma che metterle a disposizione renderebbe «un grave pregiudizio agli interessi della Repubblica». Quelle carte resteranno pertanto inaccessibili ai comuni mortali – ma non ovviamente ai magistrati se volessero consultarle – almeno fino al 2029.

Inoltre, va precisato che – diversamente da quanto affermato da Bolognesi – le carte del Centro Sismi di Beirut non sono state consultate direttamente nella loro integralità da nessuna Procura della Repubblica, né durante la prima inchiesta sulla strage di Bologna negli anni ottanta, né nel corso delle indagini sulla cosiddetta “pista palestinese” tra l’estate 2005 e il luglio 2014. È vero solo che nella primavera del 2016 alcuni componenti della Commissione Moro-2 – tra cui lo stesso Bolognesi – hanno potuto consultare quelle carte senza possibilità di estrarne copie e col vincolo di non divulgarne i contenuti.

A tal proposito corre l’obbligo di ricordare cosa ha dichiarato l’onorevole Gero Grassi membro di quella Commissione in quota Pd: «Ho avuto modo di leggere la Documentazione, ma non posso parlarne. Mi arresterebbero se lo facessi ed alcuni sarebbero felici. Gli atti non vanno nella direzione dei processi […] le carte ancora secretate “cambiano radicalmente lo scenario relativo alla strage del 2 agosto 1980».

In appena cinque righe del suo post su Facebook, Paolo Bolognesi è dunque riuscito ad affermare due cose non vere. Anzi tre. Sostenendo che altri diversi da lui disinformano l’opinione pubblica.

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