“Reggio nelle mani di un sistema
politico affaristico degenerato”
2010: quando i Carabinieri chiesero di intercettare
Vecchi, Sergio e Ugo Ferrari,
ma la Procura…

DI PIERLUIGI GHIGGINI

5/10/2020 – Si è forse solo temporaneamente sopito il clamore suscitato dalle rivelazioni (era la fine di agosto) su un’informativa del 2013 dell’Aisi, il servizio segreto interno, in cui si accendeva un faro abbagliante sugli affari dei costruttori cutresi orchestrati ai vertici del comune di Reggio, e in particolare dalla dirigente Maria Sergio, moglie dell’allora capogruppo del Pd e attuale sindaco Luca Vecchi.

L’informativa fu comunicata alla Procura di Reggio Emilia dall’allora comandante del reparto operativo provinciale dei carabinieri, maggiore Vittorio Boccia (poi tenente colonnello, oggi colonnello e lontano da Reggio Emilia). Il procuratore Grandinetti trasmise immediatamente il rapporto alla Direzione Distrettuale Antimafia di Bologna. A sua volta procuratore Roberto Alfonso passò l’informativa al sostituto Marco Mescolini, oggi procuratore di Reggio Emilia nella bufera per le chat con Palamara, che già procedeva con la maxinchiesta Aemilia. E lì, nei cassetti di Mescolini, l’informativa Aisi si fermò. Il tutto in una concatenazione di eventi tale da alimentare il sospetto, a torto o a ragione, che nel processo Aemilia il Pd abbia goduto di una sorta di lasciapassare giudiziario.

Bene: nel pieno della polemica di fine estate il dottor Alfonso, che dopo Bologna è diventato procuratore generale a Milano, ha fatto notare come i rapporti dei servizi siano senz’altro “utili spunti investigativi“, ma come per potersi trasformare in procedimenti, tali spunti vadano suffragati da prove. La logica conseguenza è che in mancanza di prove non si può o comunque non avrebbe senso andare avanti con inchieste formali.

Ora, il punto è proprio questo: le prove. Perchè a volte è sufficiente dare un calcio a un sasso per strada per far spuntare le “prove”, altre volte sono necessarie indagini molto complesse, che senza l’ausilio di tecnologie più o meno sofisticate non sarebbero neppure possibili.

E’ il caso del trojan spia infilato nel cellulare di Luca Palamara che ha permesso di registrare tutto il marcio della famosa riunione dei magistrati Unicost con Lotti e Cosimo Ferri all’hotel Champagne di Roma; o, per restare a Reggio, del baco nello smarphone dell’ ex-capo dell’avvocatura del comune di Reggio, Santo Gnoni, grazie al quale l’inchiesta sugli appalti pilotati e le mazzette – coinvolti ben 26 dirigenti e funzionari del comune di Reggio per fatti accaduti sotto la prima giunta Vecchi – ha ricevuto una spinta decisiva.

Luca Palamara

Il fatto è che le prove bisogna cercarle, come ha fatto il sostituto Valentina Salvi proprio nell’inchiesta appalti. Perchè se le prove non si cercano, informative, segnalazioni e notizie di reato finiscono inevitabilmente nel nulla. Se non ci sono prove non si procede, e se non si cercano prove, le notizie di reato e informative, anche se dettagliate, è come se fossero carta straccia. E il cerchio si chiude.

Un esempio eclatante, lo si potrebbe definire un caso di scuola, riguarda una vicenda che ha interessato la procura di Reggio Emilia nel 2010, tre anni prima dello scottante caso dell’informativa Aisi finita nel tavolo di Mescolini, mentre l’inchiesta Aemilia era in pieno svolgimento. Un caso di cui Reggio Report si è già occupato, ma che ora può essere illustrato in tutti i suoi dettagli, e con una maggiore profondità prospettica alla luce di quanto accaduto nelle ultime settimane.

Vittorio Boccia

E il caso di due rapporti dell’aprile e dell’agosto 2010, più precisamente “notizie di reato“, con cui il Comandante del Reparto operativo del Comando provinciale dei Carabinieri di Reggio Emilia, maggiore Vittorio Boccia (lo stesso della segnalazione dell’informativa Aisi del 2013) chiede alla Procura della Repubblica di formulare al Gip competente la richiesta di mettere sotto intercettazione i cellulari di Ugo Ferrari (all’epoca assessore all’Urbanistica della Giunta Delrio, ex assessore provinciale e noto esponente del Pd), di Luca Vecchi, dottore commercialista, libero professionista, consigliere comunale e Capogruppo del Partito Democratico del Comune di Reggio Emilia, e di Maria Sergio – coniugata con Luca Vecchi – dirigente del Servizio Pianificazione e Qualità Urbana e responsabile interinale del servizio edilizia del Comune di Reggio Emilia.

Diciamo subito che non sappiamo quale fine abbiano fatto quelle richieste di intercettazioni, reiterate per ben due volte in pochi mesi (la seconda volta furono estese a Ivan Rinaldini, presidente della Sofiser, società immobiliare pubblica delle Fiere di Reggio il cui enorme debito fu alla base del fallimento e infine della vendita a un privato dell’area fieristica di via Filangieri).

Non risulta che le intercettazioni siano mai state autorizzate, nonostante le notizie di reato fossero ben dettagliate e che non fosse possibile raccogliere le prove diversamente, come scrisse il maggiore Boccia: “Tale mezzo appare l’unica fonte di acquisizione probatoria, non essendone utilizzabili altre idonee a comprovare l’esistenza di un accordo criminale per eludere la legge, identificare le persone coinvolte e ricercare altre fonti di prova”.

Nei casi in questione dunque, la mancata autorizzazione alle intercettazioni ha impedito la ricerca delle prove, di conseguenza le indagini non sono andate avanti e la “notizia di reato” – che pure dovrebbe comportare l’automatica apertura di un fascicolo in Procura – è rimasta lettera morta. Se le cose andarono diversamente, ben felici di accogliere precisazioni, testimonianze e spiegazioni in proposito.

Luca Vecchi festeggia la vittoria al ballottaggio, accanto a lui Pierluigi Castagnetti

Qui preme raccontare, necessariamente a puntate, i contenuti di quei rapporti del maggiore Boccia alla procura della Repubblica di Reggio Emilia: il primo, del 16 aprile 2010, aveva per oggetto “Comunicazione di notizia di reato ai sensi dell’articolo 347 del Codice di procedura penale – Aree dell’ex casello autostradale A1. Reati contro la pubblica amministrazione“.

E’ proprio in relazione all’affare dell’area ex-casello A1, venduta nel 2009 dal Comune di Reggio Emilia – sindaco Graziano Delrio – alla Immobiliare Nordest, costola del colosso cooperativo reggiano del consumo (Coop Nordest, confluita nel 2015 in Alleanza 3.0) che il 16 aprile di dieci anni fa i Carabinieri chiesero di mettere sotto controllo i cellulari di Luca Vecchi, che era contemporaneamente capogruppo del Pd in Sala del Tricolore e presidente dei collegio sindacale di Immobiliare Nordest, della dirigente all’urbanistica Maria Sergio, sua moglie, e dell’assessore all’urbanistica Ugo Ferrari.

Ugo Ferrari consegna il Primo Tricolore a Cecile Kyenge

La ricostruzione della vicenda operata dai carabinieri in una dozzina di pagine fitte, che fu anticipata nelle grandi linee da un’inchiesta giornalistica indipendente, entrò nei minimi dettagli sino a mettere allo scoperto i meccanismi manipolatori grazie ai quali l’area ex-casello A1 -di valenza strategica nei grandi affari dell’area Nord di Reggio dove già era in costruzione la fermata Mediopadana dell’alta velocità, venne pilotata nel capace grembo di Immobiliare Nordest., unica partecipante all’asta bandita dal Comune (un copione, quelle delle gare a concorrente unico, visto sin troppo volte e che costituisce in sè uno scandalo nello scandalo).

Una ricostruzione minuziosa che, una volta messi insieme i tasselli del puzzle, fece intravedere i contorni di un quadro devastante, la cui gravità fu sottolineata dal comandante Boccia con parole di fuoco.

Maria Sergio accanto all’allora sindaco Delrio, poi ministro e oggi capogruppo Pd alla Camera

Vale la pena illustrare subito le conclusioni, in modo da illuminare con la luce giusta quelle indagini preliminari dei carabinieri che generarono la “notizia di reato”.

“Ripercorrendo la cronologia dei fatti – scrive Boccia – è palese che nell’intera vicenda (il riferimento è sempre alla vendita dell’area ex casello A1 a Immobiliare Nordest, ndr.) ci sia stato qualcosa di anomalo, soprattutto per ciò riguarda i tre aspetti salienti: l’acquisto preventivo di terreni confinanti all’area in questione, la sottovalutazione dell’area (fondo obiettivamente strategico per lo sviluppo della città e della sua economia) e la mancata pubblicità del bando di gara (con l’irritualità evidenziata nella registrazione dell’unica busta pervenuta).

E’ ovvio che se questi fatti fosse analizzati singolarmente, non si andrebbe oltre una politica speculativa un po’ “arrembante” e difficilmente tali episodi reggerebbero al vaglio della qualificazione giuridica del fatto. Se invece gli stessi fatti vengono esaminati, valutati e connessi teleologicamente ad un contesto criminale di tipo associativo, finalizzato ad alterare in regime monopolistico il mercato immobiliare reggiano ed idoneo a condizionare le scelte strategiche dei pubblici amministratori (veicolando plusvalenze e commissionando ingenti lavori ad un cartello di aziende operanti nel mondo cooperativo), essi diventano elementi fondanti di tale condotta criminale che per sua stessa natura non può che proseguire, reiterando le condotte antigiuridiche e costituire la “linfa vitale” di un sistema politico affaristico, ormai degenerato, che deve continuare a vivere e ad operare per garantire interessi economici e di poteri propri di un’oligarchia criminale di matrice affaristico- istituzionale“.

“La vicenda in questione – aggiunge Boccia . si inserirebbe, pertanto, in un contesto di malaffare, già purtroppo esistente e collaudato da anni, che nella fattispecie presente vuole soddisfare allo stesso tempo gli interessi dei sopraccitati amministratori e delle società di cooperazione interessate al progetto, le quali parti avrebbero tutto un loro ritorno economico di altissimo valore.

Sta, quindi – è la conclusione . proprio nell’essenza dei fatti sin qui descritti – il concreto pericolo di reiterazione del reato che fonda il suo “zoccolo duro” in una condotta di malaffare su cui attecchisce la corruzione o, ancora peggio, la concussione in danno dei privati imprenditori che, pur di lavorare e inserirsi in questa logica di cartello, accondiscendono alle richieste dei pubblici ufficiali coinvolti e ne soddisfano gli appetiti con corresponsioni di denaro od altre utilità”.

Area Nord: le Fiere di Reggio nello scenario delle Vele di Calatrava

Sistema politico affaristico ormai degenerato. Oligarchia criminale di matrice politico istituzionale. “Zoccolo duro” di un malaffare su cui attecchisce la corruzione. Sono parole durissime, inaudite, che disegnano la palude marcescente in cui – secondo i carabinieri, in base ai dati raccolti – già allora affondavano la società, l’economia, la politica dominante e la burocrazia a Reggio Emilia. Siamo nel 2010, cinque anni prima dell’esplosione dell’operazione Aemilia. siamo negli anni in cui imperversava la famigerata teoria degli anticorpi che avrebbero messo Reggio emilia al riparo dalla penetrazione delle mafie. Sappiamo come è finita.

Nelle prossime puntate vedremo come i Carabinieri riuscirono a mettere a fuoco il ruolo, in questa e altre vicende, di una cupola che vedeva fra gli attori principali – secondo quelle notizie di reato – Luca Vecchi, Maria Sergio e Ugo Ferrari. Ma non solo loro.

Oggi non possiamo che domandarci, un po’ attoniti, come abbia potuto la Procura di Reggio Emilia, all’epoca, non procedere con le indagini né autorizzare le intercettazioni telefoniche come richiesto dai Carabinieri. Perché se non ci sono prove non si può procedere; e se le prove non si cercano, il cerchio inevitabilmente si chiude.

(1- continua)

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4 risposte a “Reggio nelle mani di un sistema
politico affaristico degenerato”
2010: quando i Carabinieri chiesero di intercettare
Vecchi, Sergio e Ugo Ferrari,
ma la Procura…

  1. Franco Rispondi

    04/10/2020 alle 16:52

    Ma nessuna procura onesta interviene per far luce su queste schifezze? Ricordiamo quando il procuratore otteneva dal comune alloggio gratis ed assumevano i figli nell’amministrazione, forse per tacitare eventuali curiosita’?

  2. Moneyhouse Rispondi

    05/10/2020 alle 08:56

    La procura di Reggio non può non porsi domande sulla tribù dei fiscalisti svizzeri, che traffica da Reggio Emilia a Panama. Decine di società con gli stessi prestanome, che traghettano denaro nei paradisi fiscali, imparentati con altri presidenti dallo stipendio d’ oro di certe partecipate, dal bilancio blindato a qualsiasi altro mortale.

  3. N.L. Rispondi

    05/10/2020 alle 15:41

    Mi chiedo come sia possibile che con una sequenza di fatti e documenti dettagliata e puntuale, con le afermazioni del comandante dei carabinieri, maggiore Boccia, che nessuna procura si sia attivata per il bene della giustizia

  4. Susanna Rispondi

    06/10/2020 alle 10:33

    Ma senti senti.. “fiscalisti… svizzeri.. Panama… Paradisi fiscali”…. INTERESSANTE…. tutto qui nella sonnolenza reggio Emilia? 😎😇😇😇

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