Pandemia fine della storia italiana?
Cambiare una cattiva gestione prima della rovina

DI ALESSANDRO NIRONI FERRARONI

A. Nironi Ferraroni

28/10/2020 – Di fronte alle misure restrittive imposte dal DPCM del 24 ottobre non penso che si possa stare in “silenzio”.
Scrivo con il travaglio di chi è cresciuto tentando di fare proprio l’insegnamento rivolto a Critone: “La giustizia consiste nel fare – in tribunale, in guerra e in ogni contesto – ciò che la Città comanda, oppure mostrarle in cosa consista il giusto e persuaderla”. In sintesi, alle leggi si obbedisce e, nel caso, si cerca di cambiarle. Non ci si sottrae.
La pandemia ha colpito una Nazione che, oggettivamente, sta percorrendo, con ogni probabilità, l’ultimo tratto del ciclo storico intrapreso nel Secondo Dopoguerra.


Ha trovato uno Stato logorato da un federalregionalismo mal fatto nel quale il gioco delle competenze esclusive e, soprattutto, concorrenti legittima un costante scaricabarile fra i vari livelli, dove il contenzioso, surreale costante in tempi meno agitati, era risolto non dalle Istituzioni rappresentative ma dalla Corte costituzionale, in barba ad ogni principio –; dove aleggia il fantasma della mai nata clausola di salvaguardia dell’interesse nazionale o di supremazia che dir si voglia.
Una Nazione ostaggio e vittima (felice) delle tendenze demagogiche, dove si è instillata l’idea perversa del “tutti possono fare tutto”, specie se in politica; ciò che ha portato alla paradossale conclusione che quasi nessuno è in grado di fare nulla: è un dato di fatto, ad esempio, che, salvo rari casi, essenzialmente riconducibili alla filantropia o al desiderio di rivincita sociale, l’ingeneroso rapporto tra oneri e responsabilità, da un lato, e remunerazione (misera), dall’altro, abbia finito per precludere alla maggior parte della popolazione occupata l’accesso al governo degli enti locali, che sono la vera ossatura istituzionale del Paese.

Non so se questa parte ingiustamente esclusa sia la migliore, di certo è maggioritaria e, quindi, statisticamente è pressoché certo che in essa si potrebbero rinvenire maggiori competenze e professionalità di quelle ora in campo per fronteggiare una crisi comunque epocale.
Una Nazione che, dati quasi consuntivi alla mano, presentava un tessuto micro imprenditoriale per lo più già in perenne affanno se non in vera e propria crisi, a prescindere dall’emergenza sanitaria. Anzi, da un certo punto di vista, l’attuale situazione è servita a portare alla luce ciò che, per finto pudore e – soprattutto – per il terrore di dover adottare dei provvedimenti incisivi, non si poteva dire ma che tutti sapevano. Ed è forse tutta colpa di quel malinteso epocale, proprio della commedia degli equivoci, che ci ha portato ad indossare il cappotto alla moda liberista sopra l’abito retrò assistenzialista.
Ancora una volta però si chiude tutto perché non si è stati e non si è in grado di chiudere nulla.
Questo è inaccettabile.


Venendo al concreto, al tema maggiormente controverso. Non credo nella favola bella del ristoratore ligio ingiustamente oppresso. Ho sperimentato la più vasta gamma di comportamenti, come è normale che sia: il piccolo esercizio rigoroso, quello che ha adottato soluzioni di compromesso, talvolta in buona, talaltra in mala fede, quell’altro ancora (addirittura stellato) pressoché menefreghista. Non si può generalizzare, né in un senso né nell’altro. Senza considerare le ripercussioni, colpevolmente sottaciute, che tutto questo caos fuor d’ogni controllo ha avuto in termini di illegittima concorrenza portata avanti da chi ha violato le regole nei mesi trascorsi di apparente quiete.

Ancora una volta la vittoria amara del più furbo, consacrata oggi da questa beffarda stretta indiscriminata.
Equilibrio, questo serve, e la misura dell’equilibrio è data da due fattori: la ragionevole evidenza scientifica delle misure imposte (che deve essere spiegata) e la loro severa implementazione (che deve essere attuata). Nulla di più.
Sono convinto che l’equilibrio del rigore sia l’unica nostra speranza, a marzo come ad ottobre. È tuttavia esattamente quello che è sempre mancato e che continua a mancare.
Le misure devo essere proporzionate, calibrate e poi duramente applicate, senza pietismi.

RIMETTERE ORDINE IN UNA CATTIVA GESTIONE


Poi c’è il dato del realismo, che è la nostra bestia peggiore. Sotto sotto ognuno di noi ha infatti avuto almeno un momento in cui si è sentito attratto dal complottismo. Ecco, purtroppo però il dato del realismo porta ad analizzare ciò che si sta facendo in altri Stati di gran lunga più strutturati del nostro e troverete, forse con sorpresa, che le misure preventive non sono poi così diverse, ciò che cambia è la portata generalizzata, a priori, delle prescrizioni che, a dati di contagio diversificati per aree, è invece la spiacevole sintesi della cattiva gestione italiana.


Occorre rimettere ordine nel tessuto economico e sociale e pure in quello istituzionale. Occorre dare certezza a tutti. Insomma, occorre una strategia di gestione dell’emergenza sanitaria completamente diversa da quella attuale che, se perpetuata, ci porterà ad accelerare in modo drammatico la nostra rovina.

Be Sociable, Share!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *