Il Nobel letteratura 2020 a Louise Gluck
La poetessa fu rivelata da rivista reggiana

12/10/2020 – Riservata, poco favorevole alle apparizioni in pubblico, solitaria, la poetessa Louise Gluck, Premio Nobel per la Letteratura 2020, è molto famosa in America dove ha vinto il Premio Pulitzer nel 1993, il National Book Award nel 2014 e nel 2003 è stata insignita del titolo di Poeta Laureato, ma per i lettori italiani è un po’ un’impresa riuscire a leggere i suoi libri. Eppure a rivelare la grandezza di Louise Gluck era stata proprio una rivista culturale pubblicata in Italia, e proprio a Reggio Emilia. Quella rivista era In Forma di Parole, scrigno letterario tra i più affascinanti del Novecento italiano: era diretta da un intellettuale della statura di Gianni Scalia, scomparso nel 2016, e veniva realizzata e stampata nella città del Primo Tricolore con il coordinamento del reggiano Rolando Gualerzi, ideatore come pochi di progetti e iniziative culturali.

Louise Gluck

Gualerzi e Scalia pubblicarono alcune poesie della Gluck alla fine degli anni Ottanta, nella traduzione di Bianca Maria Tarozzi. Fu una delle tante “scoperte” da Nobel avvenute nelle pagine di In Forma di Parole.

Oggi i lettori italiani hanno a disposizione solo due raccolte, una delle quali ormai introvabile, pubblicate da piccoli editori e tradotte da Massimo Bacigalupo: ‘L’iris selvatico‘ in cui immagina che i fiori parlino a un giardiniere, pubblicata da Giano nel 2003, e ‘Averno‘ uscita nel 2019 per la libreria e casa editrice napoletana Dante & Descartes, che oggi presa d’assalto.

Introvabile anche il numero sontuoso, per ricchezza delle pagine, qualità grafica e di stampa, di In forma di parole con le poesie tradotte da Bianca Tarozzi.

“La prima cosa che ho pensato: potrò comprarmi una casa in Vermont” ha commentato a caldo Louise Gluck. L’altro pensiero – ha detto al telefono con l’Accademia di Svezia subito dopo l’annuncio – è stato “come preservare la vita quotidiana delle persone che amo”.

BIOGRAFIA DI UN POETESSA NOBEL

Louise Gluck, 77 anni, la prima poetessa a vincere il premio dal 1996 quando andò a Wislawa Szymborska. Una poetessa, come si legge nella motivazione, premiata per “la sua inconfondibile voce poetica che con austera bellezza rende universale l’esistenza individuale“.

Originaria di una famiglia di ebrei ungheresi, nata nel 1943 a New York, la Gluck è cresciuta a Long Island e vive a Cambridge. Due matrimoni, ha un figlio che fa il sommelier.

In gioventù ha sofferto di anoressia, una malattia che l’ha costretta a lasciare gli studi universitari, ma poi è diventata insegnante di inglese alla Yale University. “Le mie interazioni con il mondo come essere sociale erano innaturali, forzate, esibizioni, e leggevo con gioia. Beh, non è stato poi così sublime, ho guardato molta televisione e ho mangiato anche molto cibo” raccontava in un’intervista del 2006 in cui diceva di essere una bambina sola. Il debutto è nel 1968 con ‘Firstborn’ e non ha dovuto aspettare molto per essere riconosciuta come uno dei poeti più importanti della letteratura contemporanea americana. Poi sono arrivate ‘The House on Marshland’ e ‘Descending Figure’.

Dodici le sue raccolte di poesia – tra cui ‘Vita nova‘ del 1999 che è un esplicito omaggio a Dante – in cui con un linguaggio semplice, diretto, senza abbellimenti, con versi brevi di poche parole, parla della natura, dei miti, dell’infanzia, dei traumi personali, come l’anoressia appunto, della famiglia, del rapporto con genitori e fratelli come la perdita di una sorella quando era molto piccola a cui nel 1990 ha dedicato la poesia ‘Lost Love’ (Amore perduto). “Mia sorella ha trascorso un’intera vita sulla terra. E’ nata, è morta. Nel mezzo, non uno sguardo attento, non una frase“, scriveva.

La sua voce poetica è stata paragonata a quella di Emily Dickinson per le raccolte ‘Il trionfo di Achille’ del 1985, e ‘Ararat’ del 1990 oltre che per ‘L’iris selvatico’ dove ha scritto, in uno dei componimenti, ‘Bucaneve‘, dedicato alla vita che rifiorisce dopo l’inverno: “Non mi aspettavo di sopravvivere/la terra mi sopprime. Non me lo aspettavo/di svegliarmi di nuovo, sentire/ nella terra umida il mio corpo/in grado di rispondere di nuovo, ricordando/dopo tanto tempo come rivivere/nella luce fredda/della prima primavera“.

La sua ricerca, sempre con un certo distacco e senza troppo pathos, punta all’universale, nei suoi versi troviamo le voci di Didone, Persefone ed Euridice. ‘Averno’ è tutto giocato sul rapporto madre-figlia basato sul mito di Demetra e Persefone. Gli abbandonati, i puniti, i traditi nei suoi versi sono maschere di un sé in trasformazione e si capisce che ha un background di rapporto con la psicanalisi. E l’11 settembre le ispira il poema ‘October che si apre con queste parole: “E’ di nuovo inverno, è di nuovo freddo“.  

(fonte: ansa.it)

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