Due o tre cose che so sul Chi Sa Parli : nuove rivelazioni di Vincenzo Bertolini
“Così cercarono di bloccare il mio articolo per Nicolini”

DI PIERLUIGI GHIGGINI

7/10/2020 – Sono trascorsi trent’anni dalla svolta del Chi Sa Parli sui delitti del dopoguerra. Svolta – iniziata con il famoso articolo di Otello Montanari sul Carlino Reggio di fine agosto 1990 – che portò alla revisione del processo per il delitto don Pessina e alla completa riabilitazione di Germano Nicolini, il comandante Diavolo. L’anniversario è passato in sordina, salvo per la rievocazione apparsa sul Resto del Carlino.

Vincenzo Bertolini, lei ebbe all’epoca una parte notevole in quella vicenda, paragonabile a quelladi Montanari, anche se non altrettanto riconosciuta. Come ricorda quei giorni? Dopo 30 anni c’è ancora qualcosa che non sappiamo, o magari qualcosa da ricordare a chi ha la memoria corta?

Va detto che la frase attribuita a Montanari, “Chi sa parli“, fu usata per la prima volta da Miriam Mafai sull’ Espresso. Poi è stata utilizzata giustamente per ricordare il grande spessore politico e il  coraggio umano dimostrati da Otello Montanari.
In verita occorrerebbe parlare anche della serietà professionale di Mike Scullin, giornalista di valore, che del Chi Sa Parli fu non solo un resocontista attento, ma un indiretto protagonista della ricerca dei colpevoli del delitto don Pessina.

Senonchè nel suo articolo di fine agosto, Mike ha steso un assordante silenzio su ciò che fecero per supportare il Chi Sa Parli molti militanti del Pci e e di altri partiti, e soprattutto su ciò che dovettero sopportare prima, e subire dopo, per essersi battuti sul fronte della verità. Per fortuna, e di questo lo ringrazio vivamente, ci ha pensato Mauro Del Bue in un suo bell’articolo a ricordare ciò che capitò a lui e a me anche a seguito di quella vicenda.
Ma, come si dice… questi sono gli scherzi della democrazia liberale, e non puoi farci niente.

Se torniamo ad analizzare quel periodo dobbiamo notare una cosa: il Chi Sa Parli iniziò sulla stampa nel segno del delitto Vischi, poi si
 sviluppò nel segno del delitto Don Pessina. Come mai?

Occorre qualche puntualizzazione in merito: due fatti precedettero ed ebbero un ruolo a mio avviso importante per l’uscita dell’ articolo di Montanari.
Uno fu la scoperta del cavoun  di Campagnola, l’altro la celebrazione a Casalgrande del sindaco Farri . A quella celebrazione partecipò anche una folta delegazione da me capeggiata dell’area riformista del Pci (i cosiddetti miglioristi). Ricordo bene che fummo accolti da uno scroscio di applausi.
Di quella delegazione faceva parte anche Otello Montanari, che da tempo aveva aderito all’area riformista e che probabilmente aveva già nel cassetto il suo articolo su Vischi.

Otello Montanari

Fu una giornata importante che perchè per la prima volta i comunisti, sia pure attraverso un’area semiscomunicata, partecipavano alla domanda di verità sull’assassinio Farri.

E di conseguenza?
Intendo dire che si crearono le condizioni politiche che favorirono l’uscita dell’articolo di Otello sul delitto Vischi, nel quale pur non rintracciandosi particolari rivelazioni per aiutare la giustizia a trovare i colpevoli, si configurò come un atto di coraggio eccezionale: per la prima volta un dirigente comunista accendeva i fari sui delitti del dopoguerra.
Stranamente, tuttavia, nel suo articolo Montanari non faceva alcun accenno ai nomi di Nicolini e di Baraldi. La spiegazione può essere ovvia – se si parla di una cosa non si parla di altre – ma potrebbe essere anche più complessa. E infatti sulla stampa nazionale per due giorni si accennò a titoli cubitali ai delitti del dopoguerra a Reggio Emilia, poi la cosa fu derubricata come una faccenda di cui si era già ampiamente parlato.  Sino a quando non calò un silenzio tombale sulla stampa italiana.

Vincenzo Bertolini segretario del Pci

Cosa accadde, allora?

Io mi dissi che non doveva finire così.
E decisi di scrivere un articolo, che era di media lunghezza, sempre sul Resto del Carlino, per rilanciare il tema dell’innocenza di Nicolini. Ma, secondo prassi, il giorno prima telefonai alla Casa Grande…

Scusi, cos’era la Casa Grande?

Palazzo Masdoni in via Toschi, che era la sede provinciale del Partito Comunista.

Ho capito. E cosa rispose la Casa Grande?

Rispose che il mio articolo era altamente inopportuno, anche perché cominciava così: “Come hanno già scritto Otello Montanari e Mauro Del Bue...”. Allora mi costrinsero a un defatigante interrogatorio in cui mi chiesero, appunto, di cancellare i riferimenti a Montanari e a Del Bue.

E come finì?

Io riuscii a mantenere i riferimenti a Montanari, però accettai di cancellare quello a Del Bue, cosa di cui ancora oggi mi vergono. Ma lo feci in nome di un principio superiore, vale a dire affermare l’innocenza di Nicolini. Senonchè il segretario dell’epoca, a quel punto chiese al Carlino di non pubblicare l’articolo.

E il Carlino gli diede retta?

Il tutto si concluse con una orrenda mutilazione del mio articolo, ridotto a una quindicina di righe, nelle quali però io mi domandavo come fosse possibile tenere in piedi una simile, scomoda eredità e lo stesso rapporto del Pci con Germano Nicolini, che giustamente invocava giustizia da molti anni, ma che in quelle condizioni era diventato impossibile da gestire.

Mi scusi, chi fu a telefonare al Carlino, dalla famosa Casa Grande?

Non mi faccia fare il nome, perchè non sono abituato a frequentare la bassa cucina.

E allora riprendiamo da quella quindicina di righe…

Bene. Devo dire che accadde una specie di miracolo: quell’articolo, anche così mutilato, fu rilanciato dall’agenzia Ansa. Un volpone del Corriere della Sera si rese conto dell’importanza della mie affermazioni, e mi telefonò. Pretendeva che gli facessi li per lì un bignami della storia reggiana. Gli risposi che ci saremmo potuti vedere in un’altra occasione, e la chiusi lì.

Ma il giorno dopo su tutti i giornali il caso Diavolo esplose a titoli cubitali, e molti inviati si precipitarono a Reggio. Tra questi anche i giornalisti di RaiTre guidati da Corrado Augias. E qui devo raccontare un fatto personale, perchè il signor Augias insisteva con me per puntarla a tutti i costi sul gossip.

Corrado Augias

Quale gossip?

Quello del rapporto tra me e Riccarda Nicolini, la figlia di Germano. Fu talmente insistente che arrivai a dirgli “se vai avanti così ti faccio fare io la fine di quelli del dopoguerra“. E aggiunsi: “Quando parli di Riccarda Nicolini ricordati sempre che prima devi sciacquarti la bocca e devi avvicinarti a lei in punta di piedi, perchè non sai che donna è“.

Come reagì Augias?

Vidi un leggero cambiamento di colore sulla sua faccia. Fece la sua trasmissione, mi invitò in studio e durante la puntata, dal fondo degli invitati, si alzò Egidio Baraldi che gridò: E’ tutto merito di Bertolini!

Lo racconto oggi senza millanteria alcuna, ma credo proprio che a quel punto Augias avesse capito di aver preso con me una cantonata colossale.

Torniamo a una questione cruciale: perchè da un certo punto in poi il Chi Sa Parli fu dominato dalla vicenda Don Pessina, al punto che l’una cosa era sinonimo dell’altra? Sappiamo di una battaglia politica all’interno del Pci reggiano, e del resto lo conferma l’interrogatorio da lei subito a palazzo Masdoni, e la successiva telefonata del segretario he cercò di bloccare il suo articolo…

Germano Nicolini, il comandante Diavolo

Proprio così. La battaglia politica nel Pci fu civile ma furibonda: prima, durante e dopo il Chi sa parli. Riguardava la richiesta di revisione del processo Nicolini, che era sostenuta da quasi tutta la segreteria della federazione reggiana del Pci, ma veniva contrastata dai “notabili” del Partito. I quali sostenevano che in mancanza di nuovi elementi non era possibile la revisione. E a sostenere quella tesi poteva essere solo un giurista. E chi era quel giurista? Un ex sindaco del Pci.

Come si risolse il braccio di ferro?

Per ben due volte le parti si incontrarono e scontrarono, fine a che una delegazione della segreteria provinciale del Pci si recò a casa di Nicolini per dire in sostanza: “Non ce la facciamo, la maggioranza di quelli che contano è contraria alla revisione. Solo tu puoi andare avanti”. A quel punto Nicolini ci mostrò il brogliaccio del libro che stava scrivendo e che poi fu pubblicato col titolo “Nessuno vuole la verità“. Da notare che Montanari  si battè come un leone sempre a favore di Nicolini, rivedendo le posizioni assunte in passato.

Però a un un certo punto, emerse l’impareggiabile lavoro del figlio di Nicolini, Fausto, che d’accordo col figlio di William Gaiti convinse il colpevole – Gaiti, appunto – a dire la verità.

Vincenzo Bertolini

In questo scenario si inserisce il suo articolo, che deflagra a livello nazionale come una bomba, anche se ridotto ai minimi termini…



Io avevo appena lasciato la carica di segretario provinciale del Pci quando scrissi l’articolo per riaprire il caso Nicolini.
E l’onda mediatica non si fermò più. Ed emerse la prova madre con il nastro consegnato da Antonio Rangoni, ex archivista del Pci, alla Procura della Repubblica. So che il  capo dei notabili di cui ho accennato disse “come mai nessuno ha pensato a buttare quel nastro nel  Crostolo“. Piuttosto bisogna chiedersi come mai Rangoni che costudiva quel nastro da anni, si decise a consegnarlo solo allora.

Inoltre sarebbe interessante rievocare la vicenda Baraldi nella quale il drammatico si mescola col grottesco, e che meriterebbe una trattazione a se stante. E senz’altro la farò.
Qui mi preme ripetere che Otello Montanari si battè come un leone per Nicolini. E ricordare che, quando venne prosciolto a Perugia, ebbe il sottoscritto come unico testimone tra i segretari del Pci di Reggio.

Come mai solo lei?

E’ semplice: gli altri si rifiutarono di testimoniare la verità a favore di Nicolini.

Vincenzo dertolini

Un epitaffio significativo. Sono passati trent’anni, e il Pci è solo un ricordo, come peraltro lo è l’Unità, sui quali lei scriveva i mitici corsivi di Viberto. Bertolini, cosa pensa del Pd, nato sostanzialmente dal crollo sincronico della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista?

Eh no, non c’è nulla nè di sincronico nè di simpatetico fra il crollo del Partito Comunista e della Democrazia Cristiana. Quello della Dc, che era un po’ il Muro di Berlino della politica italiana, fu un crollo dovuto principalmente a Mani Pulite, al delitto Moro e alla trattativa Stato-mafia. Il Pci invece, che pure era in via di logoramento, mantenne la forza di realizzare un’operazione politica che io non ho condiviso nei metodi e neppure nei conenuti, ma che comunque fu un’operazione politica.

Parliamo della famosa fusione a freddo con la Margherita. Perchè le non era d’accordo?

In primo luogo io intendevo che il superamento del nome dovesse avvenire attraverso una grande consultazione di massa in cui il popolo Pci facesse i conti con la propria forte identità e con i propri contenuti politici. Ritenevo che il superamento del nome – che noi riformisti avevamo in agenda da decenni – dovesse preludere alla riunificazione della parte migliore della storia dei socialisti, dei comunisti degli azionisti, dei liberal democratici (Nello e Carlo Rosselli) e dell’intellettualità diffusa: pensiamo solo a tutti quelli che uscirono dal Pci ai tempi dell’Ungheria…

E invece…

Invece Occhetto si inventò la Bolognina e disse che bisognava andare oltre.

Mi sono chiesto più volte cosa volesse dire questo”oltre” . Non immaginavo che quella grande mente, il cui solo merito era di aver sposato una mia carissima amica, volesse portare il Pci in sacrestia, con tutto il rispetto per questa bimillenaria istituzione ecclesiale.

I democristiani di sinistra si erano rifugiati nella Margherita il cui segretario era Rutelli, con loro ci si poteva benissimo alleare, valorizzando nel modo giusto il contributo di entrambi . Invece si preferì arrivare a un contenitore, a un Pd che altro non è se non un raccoglitore delle cose più stravaganti e singolari che si possano immaginare.

Adesso c’è il nuovo lockdown, che appare come una metafora della condizione italiana. Direi a questo punto non ci resta che copiare gli spagnoli, i quali nel giorno più nero della pandemia cantavano in coro dalle finestre una famosa canzonetta di Loretta Goggi: “Facciamo finta che … todo va bien, todo va bien…“. Perchè no: potrebbe essere questo il nuovo inno della politica italiana e della città di Reggio.

E cosa ne dice di Zinga, del segretario del Pd?

L’ineffabile Zinga ne ha combinata un’altra delle sue. Volendo resuscitare la memoria di Quinto Fabio Massimo detto il Temporeggiatore, ha pensato che bisognava dare una identità a questo Pd, perciò ha fatto affiggere un grande manifesto a Roma del partito con la foto della capa dell’opposizione in Bielorussia. Ottima iniziativa: ma quando ne metterà una anche per George Floyd?

Il ministro Di Maio

E Di Maio?

L’unica cosa che mi inquieta è l’immagine del Di Maio che vestito con cravatta e abito blu portati come un maresciallo dei carabinieri, ha inneggiato alla democrazia occidentale. Ma vi ricordate di quando faceva il Masaniello a Secondigliano? E di quando invitava a distruggere il Parlamento? Anche lui è lo specchio dell’Italia, l’Italia dell’eterno trasformismo e del “todo va bien”.

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Una risposta a 1

  1. Alessandro Davoli Rispondi

    08/10/2020 alle 09:52

    Grande Bertolini! Non certo un opportunista o uomo che si è arricchito con la politica, e qui mi viene in mente l’esempio negativo di un altro degli ex segretari provinciali del PCI, che tuttora ricopre una carica pubblica.
    Avevo sedici anni e mio padre Nino, ex combattente partigiano della 285* SAP, mi portò a stringere la mano al nuovo giovane segretario, eletto deputato. I compagni della montagna riponevano in lui grandi speranze.
    Ora, dopo oltre 46 anni, la nostra terra e la nostra comunità montanara è presa da una lunga e pare inarrestabile agonia, mentre quel segretario assieme ad altri ex eletti nelle cariche pubbliche di provincia e comuni reggiani vivono una vita più che confortevole per merito e ai danni di una popolazione che disprezzano.
    A quell’individuo non stringerei più la mano né lo farebbe mio padre, classe 1919, se fosse ancora in vita.
    La stringerei volentieri a Bertolini.
    Un saluto dall’Appennino reggiano,
    Alessandro Raniero Davoli

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